marzo 2016


Fiberart e Psicologia

FIBER ART E PSICOLOGIA

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Filare è un’attività antica, che ritroviamo nella storia dell’uomo e nei suoi miti, espressione delle dinamiche profonde della Psiche; nel mito è infatti possibile ritrovare la natura dell’uomo, le sue paure, i suoi complessi, ma anche le sue risorse e la tensione evolutiva che lo proietta verso una continua crescita che affonda le sue radici nel bisogno di consapevolezza.

Attraverso il linguaggio simbolico, il mito permette una comprensione intuitiva e per questo più immediata e per certi versi più profonda dei grandi temi dell’umanità; non è un caso che l’immagine del tessere sia in esso frequente. Dalla classicità sono giunte fino ai nostri giorni le divinità femminili, come le Parche o Moire, che presiedono al destino dell’uomo attraverso quest’arte: Cloto che fila lo “stame” della vita, Lachesi che lo avvolge sul fuso, stabilendo quanto del filo spetti ad ogni uomo e Atropo che ha l’ingrato compito di reciderlo, decretando il momento della morte. In questa sequenza di azioni scandite sono racchiusi il tempo della vita e l’ineluttabilità della morte.

penelope_600x398 Questa sequenza di azioni scandite determina un tempo ritualizzato  custode della memoria intesa nei suoi molteplici significati: non solo la  memoria di schemi di azioni, ma anche una memoria storica intrisa di  sentimento, come quella di Penelope che non voleva cedere all’oblio  dell’amato Ulisse. Il suo tessere una tela che poi la notte disfaceva,  stratagemma per rimanere fedele al suo sposo, è suggestivo di altri      significati. Il gesto del tessere e l’intreccio di trama e ordito  rimandano a  un principio ordinatore che entra in risonanza con il mondo interno di chi  esegue la tessitura, facilitando il cammino riflessivo che porta al riconoscimento e all’affermazione del Sé inteso come unione del mondo inconscio con quello cosciente. C.G. Jung sottolinea nelle sue opere l’importanza di questo processo, che chiama di Individuazione, il cui fine ultimo è il raggiungimento della consapevolezza e dell’accettazione di Sé, dei propri limiti e delle proprie risorse. Non è forse un caso che il tessere sia stato coltivato da mistiche e monache che accompagnavano alla meditazione questa attività, di cui è importante riconoscere il potere creativo e trasformativo, lo stesso che ritroviamo nella Fiber art.  Queste due attività all’apparenza così lontane tra loro attingono dunque alle stesse risorse umane – la capacità creativa e quella trasformativa – e condividono lo stesso obiettivo: il raggiungimento dell’armonia.  Le mani che toccano la materia grezza, la filano, la tessono, la intrecciano, la tingono, la tagliano, fino ad arrivare a un prodotto unico e irripetibile, non solo ripetono gesti che fanno parte della storia dell’uomo, ma rendono concreto un processo trasformativo in cui i diversi elementi si combinano in un tutto armonico. Questo processo può essere inteso come la proiezione delle dinamiche inconsce che portano all’affermazione della individuazione personale, caratterizzata dalla riunificazione in un’unità di tutti gli elementi psichici – consci e inconsci – che, sul piano pratico, su quello cognitivo e su quello affettivo, si erano in precedenza distinti ed erano considerati come contrari o estranei. “L’individuazione è dunque un allargamento della sfera della coscienza e della vita psichica cosciente, che permette all’individuo di emergere dalla collettività”.[1]

12795134_939874082793253_8510610597778197369_oL’intreccio dei fili, le loro diverse consistenze, le infinite forme che possono assumere, i colori e il loro mischiarsi che è all’origine di luci e di ombre danno vita a creazioni artistiche  in cui si intrecciano elementi culturali, personali e archetipici. Di fronte alla spinta creativa che spesso nasce come forza autonoma, l’individuo può reagire in due modi: controllandola entro canoni estetici condivisi, a cui aderisce per realizzare in modo intenzionale un determinato oggetto, oppure abbandonandosi ad essa e lasciando che questa agisca in modo autonomo attingendo a contenuti intrapsichici che trascendono la dimensione personale e che sono da ricondurre all’inconscio collettivo[2]. In questo l’artista dà vita a un’opera visionaria, impregnata di immagini e forme originali, di idee afferrabili solo intuitivamente attraverso un linguaggio simbolico. “L’essenza dell’opera d’arte, infatti, non consiste nell’essere carica di singolarità personali (quanto più questo avviene, tanto meno può parlarsi di arte), ma nel fatto d’innalzarsi al di sopra di ciò che è personale e di parlare con lo spirito e con il cuore al cuore dell’umanità. Ciò che è personale è limitazione, anzi vizio dell’arte”.[3]  L’opera artistica permette dunque di accedere a una realtà psichica più profonda, a uno spirito dell’umanità che consente di osservare la realtà, analizzarla ed elaborarla da prospettive nuove.

E’ dunque auspicabile che il Fiber artist si liberi dai vincoli imposti dalla razionalità e dal giudizio e permetta alle sensazioni che fibre e tessuti gli trasmettono di entrare in risonanza con gli aspetti più profondi della sua anima. Ovviamente, l’utilizzo della Fiber Art è possibile anche in ambito terapeutico con pazienti di varie età, infatti i molteplici modi in cui possono essere lavorate e utilizzate le fibre permettono, grazie al supporto dell’arte-terapeuta, non solo di sviluppare ed esprimere creatività, fantasia e le proprie emozioni, ma anche di migliorare i livelli di autoefficacia percepita e di autostima.

E’ auspicabile dunque che sia sempre più frequente la possibilità di costruire delle solide collaborazioni tra arteterapeuti e psicoterapeuti, tenuto conto delle molteplici implicazioni psicologiche presenti nell’espressività artistica; l’Associazione Psyché Onlus che ha da qualche mese iniziato a operare  sul territorio Lombardo crede a questa sinergia e si adopera affinché possa essere ampiamente condivisa.

Chiara A. Ripamonti

 

[1] Carl Gustav Jung,  Definitions in Psychological types, vol. Vi, pp. 448-450, §761-762

[2] Inconscio collettivo: è da intendersi come un contenitore psichico universale esso contiene gli archetipi.  Da un punto di vista epistemologico l’archetipo rappresenta un modello ipotetico  non evidenziabile, simile al concetto di “modello di comportamento” (pattern of behaviour) presente in biologia. Può anche essere inteso come una rappresentazione mentale primaria.

[3] Carl Gustav Jung,  Psicologia e poesia in Opere, vol. 10-I, Civiltà in transizione: Il periodo fra le due guerre Boringhieri, Torino, 1985, pp. 373-374

L’Ombra

L’OMBRA

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L’Ombra è stata probabilmente una delle più grandi intuizioni dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung. Nella sua psicologia rappresenta una figura del mondo interiore dai tratti oscuri e indesiderati: l’Ombra personale di ciascun individuo è intesa come un insieme di contenuti rimossi, repressi o semplicemente svalutati poiché soggettivamente percepiti come incompatibili con la forma di vita scelta coscientemente. Sebbene tali elementi oscuri bilancino l’unilateralità luminosa della coscienza e proteggano la psiche da sterili irrigidimenti, proprio in quanto elementi d’Ombra, possono essere vissuti come qualcosa di disturbante o pericoloso. Ecco perché di fronte all’emergere di un contenuto umbratile l’Io spesso reagisce difendendosi: desidera sbarazzarsi della minaccia che questo lato oscuro pone alla propria presunta identità.

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Tra i meccanismi difensivi più frequentemente impiegati per gestire questo accadimento c’è la proiezione: attraverso di essa le caratteristiche inferiori o intollerabili, e in generale tutte quelle disposizioni che non vengono vissute coscientemente sono proiettate all’esterno, in contenitori idonei ad accoglierle. Fenomeni come i pregiudizi ingiustificati o le condanne irrazionali sembrano essere tutti riconducibili a meccanismi proiettivi attraverso cui il soggetto materializza nell’ambiente un doppio malvagio che gli consente di mantenere una immagine di sé priva di difetti.

L’Ombra quindi, sebbene largamente inconscia, può esercitare un enorme potere sulla vita ordinaria dell’individuo condizionandone il comportamento e l’affettività. Tenacemente ancorata al suo portatore non può essere eliminata ma progressivamente integrata durante il processo di individuazione, quel percorso che secondo Jung conduce alla realizzazione del proprio Sé come essere singolo. La prospettiva quindi non si riduce alla scelta tra luce e oscurità, ci si deve piuttosto orientare verso il riconoscimento di tutte le istanze psichiche, riequilibrando gli opposti senza asservirsi a nessuno di essi. Dopotutto il lato oscuro dell’uomo è pur sempre di sua appartenenza e integrarlo richiede “risolutezza morale” (Jung, 1951): occorre ammettere ciò che è inammissibile ma tuttavia umano.

Non si tratta di un percorso semplice: riconoscere e accettare le parti più indesiderate della propria Psiche crea una tensione che può destabilizzare e far desistere. Un esempio classico è il personaggio letterario del dottor Jekyll del romanzo di R.L. Stevenson: secondo una interpretazione junghiana di questo racconto, l’Ombra del medico è a tal punto soffocata e rimossa da esteriorizzarsi e divenire una entità autonoma che si aggira nei bassifondi londinesi sotto le sembianze di Mr Hyde. Jekyll combatte il proprio lato oscuro incrementandone l’oscurità con difese inopportune, quando invece sarebbe più produttivo avere il coraggio di prendersene carico. L’energia dell’Ombra deve cioè essere trasformata, non negata, poiché solo così diviene possibile una reale crescita.

ombra_a L’importanza dell’integrazione d’Ombra e il suo legame con la dimensione  etica e morale appare ancora più evidente quando se ne esaminano gli  effetti sul piano collettivo. L’Ombra collettiva è riposta in ciò che il  canone culturale dominante mette al bando e si manifesta nella ricerca di  un capro espiatorio su cui far ricadere la colpa del Male e del disagio  comuni. Integrare l’Ombra è quindi un compito a cui nessun soggetto, in  quanto singolo o membro di un corpo sociale può sottrarsi: in tal modo  infatti la parte inferiore, diventata conscia, si rende disponibile alla  correzione. La sua assimilazione conduce l’essere umano a diventare un individuo più consapevole di sé dei suoi rapporti con gli altri.

Francesco Bisoffi

 

Letture consigliate

Jung, C.G. (1951). Aion, trad. it. in Opere, vol. IX**, Torino: Bollati Boringhieri (1997).

Per ulteriori approfondimenti bibliografici:

Casement, A. (2009). L’Ombra, In R. K. Papadopoulos (a cura di), Manuale di psicologia junghiana. Bergamo: Moretti&Vitali.

Jacobi, J. (1965). La psicologia di C.G. Jung. Trad. it. Torino: Boringhieri.

Mattoon M.A. (Ed.) (1987). The archetype of shadow in a split world, Einsielden: Daimon Verlag.

Trevi, M., & Romano, A. (2009). Studi sull’Ombra. Nuova edizione. Milano: Raffaello Cortina.

 

 

La “competenza” del vostro bimbo c’è anche quando non si vede…

Orario-InfanziaIl periodo di congedo per maternità della mamma di Caterina è giunto al termine e ora la piccola di due anni dovrà andare all’asilo nido. Quando a portarla è la mamma, prima di andare al lavoro, Caterina piange e si dispera; e niente riesce a confortarla. Se invece la porta il papà, sembra tranquilla. E’ un mistero. Perché dovrebbe comportarsi così? I genitori discutono a lungo sia della qualità dell’asilo, sia del loro stesso atteggiamento come genitori: la mamma è troppo protettiva? O il papà non è abbastanza affettuoso?

Nella mamma-e-bambinomaggioranza dei casi, la contentezza o l’infelicità dei bambini che arrivano all’asilo non ha niente a che vedere con quanto pensato dalla mamma e dal papà di Caterina. I bimbi come lei, spesso, piangono quando è presente la mamma perché è lei stessa a non essere emotivamente preparata a separarsi dal proprio figlio/a (e certamente per delle buone ragioni). E’ la mamma di Caterina ad essere ansiosa, triste, nervosa o infelice, seppur, molto probabilmente, non ne è del tutto consapevole. Caterina, però, avverte molto bene queste emozioni e le copia. In altre parole è come se la piccola stesse collaborando con lei, comunicandole con competenza un messaggio che, in altre parole, potrebbe tradursi più o meno in questo modo: “Cara mamma, c’è qualcosa che non va tra noi due, qualcosa che non è chiaro. Ti faccio solo sapere che ho capito e penso che potrai assumerti la responsabilità di risolvere il problema, in modo da poter stare meglio entrambe”.

Forse, se chiedessimo alla mamma di Caterina, uscita dall’asilo, se la sua bimba ha collaborato alla separazione, risponderebbe certamente di no. Questo perché, spesso, il concetto di collaborazione che abbiamo nella mente ha più a che vedere con l’adattamento.

Se invece osserviamo il comportamento dei nostri bambini con un “altro paio d’occhiali”, potremmo accorgerci che sono degli esperti sul come comportarsi in molte circostanze. Quando vedete il vostro bimbo che vi imita, raramente vi sentite indignati o confusi, al contrario, ne siete lusingati. Ma quando i bimbi copiano o esprimono sentimenti o attitudini che noi stessi non accettiamo, allora la reazione sarà negativa. In realtà, i bimbi, specialmente se piccoli, ci studiano per capire i nostri sentimenti prima di esprimere i loro. Seppur difficile, quindi, l’utilizzo da parte del genitore di un “doppio sguardo” (rivolto alle sue emozioni e a quelle del suo bimbo) potrebbe essere un valido aiuto per comprendere situazioni e comportamenti che, altrimenti, risulterebbero incomprensibili e, talvolta, disorientanti.

Eleonora Boni

Noi costruttori di realtà

“L’illusione più pericolosa è quella che esiste soltanto un’unica realtà.” 

PAUL WATZLAWICK

   

263344-1“Questa non è una pipa”.

Così recita la frase lasciata dall’artista.

Ma allora che cos’è?

Eppure sembra proprio una pipa. Linee, forma, colore… tutto fa pensare  che sia    una pipa!

Forse c’è un’illusione ottica, guardandola da una prospettiva diversa si vede qualcos’altro. Provo a girare l’immagine…

Niente, vedo sempre una pipa.

Magari il trabocchetto è nelle parole, ma la frase è talmente semplice che non può essere.

Dove sta allora l’inganno? Perché una pipa non è una pipa?!

Renè Magritte, l’autore dell’opera, ci svela così l’arcano:

fkqq00 “Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe  fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa.”

 Effettivamente ha proprio ragione: lui non sta negando la realtà, nega che la  rappresentazione di un oggetto corrisponda all’oggetto reale.

 Sin dal primo respiro, dal primo sguardo, dal primo suono siamo stati inondati dalla  miriade di stimoli che l’ambiente ci offre. Addirittura alcuni affermano che già nel g  grembo materno i nostri sensi erano attivi e funzionanti. Ciò ci ha permesso e ci  permette di assimilare informazioni di natura uditiva, visiva, olfattiva, gustativa,  tattile sulla realtà che ci circonda. Durante il percorso di elaborazione nel nostro  cervello, queste “immagini sensoriali” si integrano perdendo sempre di più il loro  grado di specificità e separatezza e acquisendo delle nuove proprietà  sovracategoriali  e multidimensionali.

Prendiamo ad esempio la pipa (questa volta proprio l’oggetto pipa). La vedo, nei suoi colori e nelle sue fattezze, posso annusare l’odore di tabacco che si sprigiona dal suo fornello. Prendendola in mano posso sentire sotto i polpastrelli la testura del cannello e portando le labbra al bocchino assaporare il gusto che rilascia. Dopo tale esperienza, nel momento in cui una persona nominerà anche solo la parola “pipa”, sarò in grado di riportare alla mente la fotografia che ho ricavato dal mio primo incontro con quell’oggetto. È venuta così a costituirsi in me la rappresentazione della pipa. Nel corso della mia vita tale rappresentazione potrà essere aggiornata e arricchita, poiché potrei vedere altre pipe, oppure perché ad essa assocerò particolari significati.

Quanto descritto per un semplice oggetto avviene costantemente e inconsapevolmente in ogni momento per ogni esperienza che facciamo del mondo: per le persone che incontriamo, per le relazioni che con esse instauriamo, per le situazioni in cui ci troviamo. Arricchiamo le nostre rappresentazioni di tutte le emozioni e i pensieri che ci suscitano. In pratica, proprio come Magritte ha dipinto la sua pipa, ogni giorno “dipingiamo” dentro di noi ciò che viviamo.

come-dipingere-un-paesaggio-sulla-stoffa_96a630315541e85b6f71d1b53079ffb6Da questa prospettiva è più semplice comprendere quindi come ognuno di noi, scegliendo tra una varietà infinita di tinte e una gamma spropositata di tecniche, possa realizzare un quadro diverso da quello di tutti gli altri sebbene il soggetto sia lo stesso.

Nonostante due persone possano condividere la stessa percezione della realtà, il modo in cui essa verrà rappresentata nella loro mente sarà differente, poiché dipenderà dalla loro storia personale, dalla  loro stato psicologico del momento, dalle credenze pregresse relative a quell’avvenimento, dal loro personale stile utilizzato per conoscere il mondo.

Perché è importante sapere ciò?

Secondo l’approccio teorico denominato “Costruttivismo”, rendersi consapevoli del fatto che esistono tante rappresentazioni diverse quante sono le persone a questo mondo, ci permette di essere attivi protagonisti nella costruzione della nostra realtà.

Infatti possiamo comprendere come gli altri possano avere un punto di vista diverso dal nostro perché hanno un proprio vissuto soggettivo, oppure che ci possano essere delle incomprensioni perché abbiamo modi differenti di leggere gli eventi. Può aiutare a rivalutare un evento passato considerato negativo perché in quel momento i colori della tavolozza disponibili erano solo sfumature di grigio, perché le emozioni e i pensieri erano per lo più pessimistici.

La questione è comprendere che, a partire da una percezione comune del mondo, la ricchezza di ognuno sta nel suo personalissimo modo di dipingerlo, nel particolare significato che ha per lui e solo per lui.  Certo, a volte, riguardando il nostro quadro, ci accorgiamo che non ci piace , che abbiamo tralasciato dei particolari, che ci sono degli errori, che gli altri potranno non apprezzarlo, ma non dimentichiamoci che, essendo noi gli autori, abbiamo sempre la possibilità di poterlo cambiare.

Serena Carpo

 

SE VUOI SAPERNE DI PIU’

Il Costruttivismo

Se sia possibile conoscere oggettivamente la realtà così come essa è e non come appare è una delle questioni che per lungo tempo ha tenuto occupati filosofi ed epistemologi. Secondo l’approccio costruttivista, il punto di vista da cui  l’uomo osserva il mondo è influenzato dalla sua soggettività, ovvero, ciò che viene osservato non può prescindere dalla natura di chi osserva.

In psicologia, in particolare, questa posizione è stata sostenuta a partire dagli anni ’50 da George Kelly che nella sua opera <<Psicologia dei costrutti personali>> (resa nota negli Stati Uniti nel 1955) propone la metafora secondo cui “l’uomo sta alla sua mente come lo scienziato sta alla propria teoria”.  Con ciò egli intende affermare che la conoscenza che l’uomo ha del mondo non è una semplice registrazione delle informazioni raccolte, ma un vero e proprio atto costruttivo ed interpretativo. Ciascuno conosce la realtà non per quella che è, ma per il significato che le attribuisce. In quest’ottica assumono grande importanza le differenze individuali che caratterizzano la storia personale di ognuno.

Jerome Bruner (1990), un altro importante autore, afferma che attribuire un significato a un evento è sempre un atto emotivo, che esso non è conoscibile a priori e che la sua razionalità è narrabile solo a posteriori.

Nella clinica la teoria costruttivista spiega l’insorgere della sofferenza nelle persone con la formazione di pensieri negativi di vario tipo. Essi sono tali poiché è l’individuo stesso ad avere attribuito loro quel significato.  Un evento risulta essere avverso in quanto è il soggetto, per il suo personale modo di vedere le cose, che lo percepisce come avverso.

Questa particolare modalità di funzionamento è stata associata, ad esempio, a stati depressivi in cui attività di pensiero come la ruminazione e il pensiero previsionale  divengono sempre più intrusivi e maladattivi.

Essendo quindi la realtà costruita sulla base della propria soggettività, nel momento in cui tale visione non risulti ottimale, è possibile modificarla elaborando nuove soluzioni e nuove modalità esistenziali, affettive e cognitive.

Questa teoria è stata accolta all’interno delle psicoterapie cognitiviste che, in generale, si pongono l’obiettivo di identificare i principali pensieri disfunzionali dell’individuo, renderlo consapevole della loro presenza e pregnanza, confutarli e sostituirli con pensieri più adeguati.

Ad esempio, uno studente può percepire un esame come un evento ostile poiché genera in lui emozioni come ansia e paura e pensieri di inadeguatezza o inferiorità. Il terapeuta potrebbe aiutare il ragazzo ponendo la sua attenzione sul fatto che, quando non si fa travolgere dalle emozioni e dai pensieri negativi, può raggiungere risultati soddisfacenti. Quindi una strategia efficace per affrontare l’esame potrebbe essere quella di pensarsi come una persona competente nello svolgere i propri compiti o pensare che, eventualmente se l’esame dovesse andare male potrà ripeterlo l’appello successivo.

A partire dall’assunto costruttivista, il lavoro del terapeuta sta quindi nel sostenere ed aiutare il paziente a individuare il proprio stile conoscitivo, con i relativi pensieri disfunzionali, e nell’incoraggiarlo nella costruzione di punti di vista alternativi che possano fornirgli una visione più positiva di sé e della realtà.

Binge-eating. Quando non si riesce a chiudere la bocca

“…Un pezzo di cioccolato, magari due… Però adesso ho voglia di salato… Ma si qualche fetta di pane non mi farà male… Magari lo mangio con un paio di fette di prosciutto… Tanto a pranzo non ho mangiato… Adesso però mi si è aperto lo stomaco… Che fame! Una fetta me la voglio fare con la nutella… Solo una poi basta… Ormai però ho trasgredito… A questo punto assaggio anche quell’avanzo di pasta nel frigorifero… Forse c’erano in dispensa i biscotti, quelli al cacao, i miei preferiti… La dieta la inizierò domani…”

Ecco quello che penso quando mi succede, quello che mi dico in quei momenti in cui perdo il controllo.

bingeAll’inizio pensavo fosse normale. Magari non mangiavo per qualche giorno, mi dicevo che se non aprivo la bocca al cibo, tutto sarebbe andato bene, ma molte volte non era così semplice. Quei momenti iniziavano sempre allo stesso modo, mi ripetevo che avrei mangiato solo un cubetto di cioccolato per stare in piedi, ma da lì in poi era il buio più totale! L’ansia aumentava, il battito saliva, lo stomaco si apriva, sudavo, la mente si annebbiava, il pensiero non era più lucido, non era più logico e razionale, non era e basta. In quei minuti non pensi, non ragioni.

Come dicevo, inizialmente tutto sembrava nella norma, sotto controllo, ma con il passare del tempo iniziavo a capire che la situazione semplicemente peggiorava… Stava degenerando e usciva dal mio controllo!”.

Questa testimonianza rimanda a una patologia psichiatrica chiamata BED, ovvero disturbo da binge-eating. Letteralmente si potrebbe tradurre con “alimentazione incontrollata”. E’ un disturbo introdotto nel DSM, il manuale diagnostico per i disturbi mentali, solo nella sua ultima edizione; pensare che prima del 2013 non era nemmeno considerato tale! Tra i suoi criteri si può leggere “Ricorrenti episodi di abbuffata […], caratterizzati da […] mangiare, in un determinato periodo di tempo […] una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili.” Gli episodi devono essere accompagnati dalla sensazione di perdita di  controllo. Direi che fin qui la  situazione raccontata poc’anzi calza perfettamente! Altri aspetti interessanti sono quelli che descrivono le percezioni interne come ad esempio “sentirsi sgradevolmente pieni”, “sentirsi disgustati verso se stessi, depressi o molto in colpa dopo l’episodio” e “marcato disagio riguardo alle abbuffate.” Probabilmente leggendo penserete che possa esseresad normale abbuffarsi, dato che viviamo in un paese di abbondanza, di ristoranti e fast food, di app per farsi consegnare la cena preferita a domicili. In realtà in quei momenti, durante le “abbuffate”, come giustamente definite, dentro di noi si innesca una lotta, una battaglia di emozioni e pensieri, si combatte tra il desiderio di dire  “Ok, può bastare, mi devo fermare” e l’insaziabilità di un vuoto che deve essere colmato e che può esserlo solo attraverso l’eccesso. All’inizio ci si sente paradossalmente leggeri, “sto solo facendo uno spuntino”, ma piano piano si sprofonda nel ribrezzo per quello che si sta facendo…

cuando-la-bulimia-entra-en-casa4 E’ un po’ come se dentro noi si scatenasse un demone, fino a quel momento rimasto silente; un demone che accende tutte quelle emozioni negative, che non si vorrebbero mai provare. Credo che il disgusto, così come citato nel manuale, sia la sensazione più caratterizzante quelle situazioni. Ma allora perchè fermarsi? Si raggiunge l’odio verso se stessi e da lì non si può più ritrovare la strada del ritorno… E’ un po’ come smarrirsi in una foresta nera, fredda, alienante… A volte a tutto questo segue un impulso incontrollabile di doversi purificare, ripulire, svuotare. L’unico modo per farlo è indurre il vomito: infilarsi due dita in gola. Questa pratica rende più sopportabile l’ansia e il senso di colpa che ti colpiscono in seguito alle abbuffate, quasi un disperato tentativo di ripristinare un equilibrio interiore, ormai spezzato o di ripercorrere quella foresta all’indietro, per poterne uscire.

Chi non ha mai sofferto di un qualche sintomo di tipo compulsivo, quasi certamente, non riuscirà a capire fino in fondo, la profonda sofferenza e conflittualità interiore, che contraddistinguono questi pazienti. Si chiederà “ma perchè non smette se la fa sentire tanto male?” Purtroppo non si è sempre in grado di controllare gli impulsi, di padroneggiare quel demone.

Giulia Raso

SE VUOI SAPERNE DI PIU’

Questa patologia ha un’eziologia multifattoriale, in cui si intrecciano variabili di tipo ambientale ed aspetti psicologici. Gli ideali di magrezza eccessiva, sempre più insistentemente proposti dai mass media e sempre meno raggiungibili, generano spesso forte insoddisfazione, difficile da sopportare. Gli adolescenti sono i più vulnerabili, in particolare chi ha una bassa autostima, una personalità dipendente o chi sperimenta conflitti e difficoltà nella regolazione emotiva. Diverse correnti hanno provato a dare una spiegazione sul perchè si inneschi questo meccanismo, che dà origine ad un circolo vizioso. Chi soffre di questa patologia tende a regolare i propri stati emotivi, specialmente se negativi, attraverso l’assunzione smisurata di cibo, che almeno temporaneamente, sembra neutralizzare tali sentimenti; il circolo vizioso viene così consolidato e rafforzato. L’individuo cerca disperatamente di “resistere” all’abbuffata, ma quasi sempre è costretto a cedere alla forza della compulsione. Questo non fa altro che provocare e amplificare la sofferenza, che spinge a ripete il comportamento patologico. Secondo alcuni, alla base si trovano le relazioni famigliari disfunzionali. In particolare, gli aspetti che maggiormente influiscono sono: la presenza di forte criticismo in famiglia, livelli bassi di empatia e un coinvolgimento inadeguato da parte dei genitori per esempio avere una madre iperprotettiva. Altri fattori di rischio sono: l’abuso di alcol da parte dei genitori, l’abuso fisico o sessuale subito in infanzia o essere vittime  di bullismo. Per altri invece, il disturbo si presenta quando si è verificato un mancato o insoddisfacente superamento della fase orale dello sviluppo psicosessuale in infanzia. Infatti, ogni fase corrisponde a specifiche pulsioni sessuali parziali e ognuna ha un proprio significato nell’evoluzione individuale. La fase orale rappresenta il primo contatto con il mondo, che avviene attraverso la bocca, zona erogena di questo stadio, connessa alla funzione alimentare. Succhiare, poppare dal seno materno rappresenta la prima esperienza di rapporto con l’altro oltre che di piacere. Se l’appagamento delle pulsioni orali non è soddisfatto si possono instaurare comportamenti patologici che sono legati alle modalità di funzionamento di questo stadio. Ricorrere al cibo dunque, diventa l’unica strategia di adattamento, soprattutto in situazioni problematiche o emotivamente difficili.

Ad alcuni capita con gli alcolici, ad altri con lo shopping, ad altri ancora con il cibo.

Letture consigliate:

Fairburn C.G. 2014. Vincere le abbuffate – _ Quando le emozioni diventano cibo. Psicoterapia cognitiva del beinge eating disorder. Raffaello Cortina

Montecchi F. (a cura di ), 2009. Il cibo-mondo, persecutore minaccioso. I disturbi del comportamento alimentare dell’infanzia e dell’adolescenza. Per comprendere, valutare, curare. Franco Angeli

Piccini A. 2012. Drogati di cibo. Quando mangiare crea dipendenza – Drogati di cibo. Quando mangiare crea dipendenza. Giunti

Todisco, P. Vinai P. (a cura di) La fame infinita. Manuale di diagnosi e terapia del disturbo da alimentazione incontrollata. Libreria Universitaria

 

Mamma, guarda, è per te!

Lucy, tre anni e mezzo, è seduta al tavolo della cucina, in attesa che la mamma torni dal lavoro. Il papà, accanto a lei, le suggerisce di disegnare per far passare un po’ il tempo. Dopo un po’ la mamma rientra a casa e Lucy le corre incontro alla porta e le dà il suo ultimo disegno, dicendo: “Guarda, mamma, è per te!”. La mamma prende il disegno, lo guarda e le dice: “E’ proprio bello. Lucy, sei bravissima a disegnare”.

il-significato-dei-disegni-dei-bambiniProviamo per un attimo a “metterci nei panni” di Lucy…forse è corsa dalla sua mamma non per farsi “valutare” il disegno ma per darle un regalo, perché le vuole molto bene e le è mancata. Possiamo ipotizzare che, se la mamma fosse rientrata mentre Lucy guardava la televisione, le avrebbe detto: “mamma, vieni a vedere!”

Lucy, con queste parole, chiede di poter essere vista e, molto probabilmente, chiede che le sue emozioni possano essere riconosciute (“ho sentito la tua lontananza, mi sei mancata, è bello rivederti!!!”). Certamente, le parole della mamma di Lucy sono state dette con l’intento di rinforzare ciò che Lucy ha fatto per lei ma, con questa comunicazione, è come se avesse collegato “l’essere” di Lucy con il risultato da lei ottenuto. Lucy ha offerto alla mamma se stessa e in cambio ha ottenuto una valutazione. Ed allora che fare? Cosa rispondere?Disegni-festa-donna-16

Se la mamma di Lucy volesse sostenere e incrementare l’autostima e il valore della sua bambina potrebbe provare a dirle: “Oh, grazie Lucy. Non capisco bene cos’è, me lo vuoi spiegare?” oppure: “Ciao, tesoro. Mi sei mancata tanto”. In questo modo, la mamma, dà a sua figlia le parole, con un linguaggio personale, della sua esperienza interiore; interpreta le sue espressioni ed i suoi sentimenti. A suon di metafora, è come se questa modalità d’esprimersi, fosse assimilabile a un evento che accende il combustibile del missile e gli dà la carica per farlo partire!!!

Eleonora Boni

 

Pasticciamo???

Pasticciamo?

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Per alcuni bambini la sensazione dell’avere “le mani in pasta” è particolarmente gradevole e spesso ricercata… E non si tratta semplicemente di un tentativo, a volte un po’ goffo, di voler creare qualcosa “facendo un po’ di pastrocchi” . Invece, rappresenta spesso un modo per produrre e continuare esperienze di apprendimento e di crescita.

Pensiamo, ad esempio, alla plastilina.  Attraverso il movimento della pasta nelle mani c’è la possibilità di dar sfogo alle frustrazioni, alla rabbia; è come fare esperienza di una modulazione del proprio mondo emotivo attraverso il contatto con questo materiale malleabile. All’inizio può accadere che “non si sappia che fare” ma dopo aver reso “più morbida” la pasta, magari anche con l’aiuto delle “formine”, la maggior parte dei bambini crea dei veri e propri “disegni di pongo”, dando così una forma simbolica alle proprie fantasie, desideri, esperienze, creatività.

Possiamo pensare che ogni bambino possieda un “canale privilegiato” attraverso il quale può esprimere sé stesso e le proprie competenze: chi lo fa attraverso la musica o la danza, chi attraverso il disegno e chi modulando e dando forma a materiali ed ingredienti… E a tal proposito come non parlare dell’importanza, per alcuni bambini, di poter cucinare e, dulcis in fundo, impastare? I piatti più gettonati sono i dolci perché il fare un dolce è un po’ come fare una piccola magia. Tutti gli ingredienti separati si uniscono, si gonfiano, e si trasformano in una meravigliosa torta soffice e gustosa!

biscotti-bambiniAnche i biscotti o le pizzette possono essere di grande utilità e ispirazione: per i bambini il chiedere di poter tagliare la pasta in tutte le forme più fantasiose favorisce la possibilità di creare dei veri e propri personaggi (e perché no magari anche delle storie): i wurstel diventano gli occhi, i carciofini le orecchie, il naso un pomodoro è così via…

I bambini, svolgendo queste attività sperimentano l’arte del creare e plasmare con le proprie mani attraverso, comunque, la sicurezza dell’essere guidati e contenuti da mani esperte, quelle di mamma e papà. Il cibo, in questo senso, va ad inserirsi in un’esperienza ampia ed articolata, dove è possibile che metta in moto emozioni e pensieri, fantasie e memorie, oltre che processi legati alle aree percettivo-motorie, cognitive, sociali.

Eleonora Boni