maggio 2016


La complessità dei sistemi, il contributo di William J. Coburn

William J. Coburn ha tenuto lo scorso marzo all’Università di Milano Bicocca un seminario dal titolo “Il cambiamento in psicoanalisi tra certezze e casualità. I sistemi dinamici non lineari” dando il proprio contributo all’integrazione tra psicoanalisi e neuroscienze attraverso il concetto di “complessità psicoanalitica”.

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La complessità, fin dai tempi di Newton, non poteva essere neanche immaginata. A quell’epoca, il ragionamento era di tipo riduzionistico: la somma delle parti era uguale al tutto e il tutto poteva essere ridotto alle singole parti. Allo stesso modo, sapendo qual era lo stato iniziale, si poteva conoscere qual era quello finale; la variabilità degli esiti era associato a errori di misurazione e osservazione. In realtà, esistono due tipi di sistemi: i sistemi deterministici periodici, prevedibili, e i sistemi deterministici non periodici, imprevedibili. Attenzione, però, un sistema prevedibile, a un certo punto della sua evoluzione, può mostrare un comportamento caotico completamente inatteso per lo scienziato. In altre parole, un sistema può iniziare come periodico e trasformarsi in aperiodico. E’ importante sottolineare che molto del nostro mondo è aperiodico e che, in passato, gli scienziati hanno ignorato questo aspetto. Un esempio concreto di sistema complesso è il comportamento da stormo, che viene usato per capire i tumori: “così come avviene per le cellule tumorali è l’intero stormo che determina la direzione e non il singolo uccello”.

La psicologia e la psicoanalisi, da questo punto di vista, sono arrivate in ritardo: la rivoluzione della complessità avviene all’inizio del XX secolo. C’è stato prima il tentativo riduzionista di classificare la natura umana: in altri termini, l’inusuale e l’anomalo era messo ai margini, come il malato mentale.  “Il paziente era considerato un oggetto da analizzare alla stregua di un campione biologico messo sul vetrino del microscopio, senza considerare che lo psicoanalista avrebbe per esempio potuto starnutire  sul vetrino e che l’impatto dello starnuto sarebbe dipeso dalla loro relazione”.

20160311_155024A questo punto, la domanda è “come può il mondo delle esperienze emotive esser compreso alla luce della complessità? In quale modo l’essere umano può essere riconsiderato, in particolare nel processo di cambiamento nel trattamento?”.

A questa domanda Coburn risponde:

La “complessità” dipende a grandi linee, dalla misura del numero di elementi in un sistema, dalla connessione di questi elementi, dalla loro capacità di adattarsi e auto-organizzarsi e dal loro grado di differenziazione. La complessità la troviamo anche in un sistema aperto che è dunque in grado di modificarsi in seguito a input esterni  ed è caratterizzata dall’impossibilità ad essere compressa, attributo che ha origini nella matematica e nella teoria dell’informazione (nelle quali ridurre e comprimere sono finalizzate a semplificare la rappresentazione). Il mondo esperienziale, complesso e incomprimibile  deve essere considerato nel suo continuo modificarsi ed evolversi.  Per questo è riduttivo volere ricondurre il disagio psicologico a un’etichetta nosografica come fa il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). L’azione terapeutica emerge dall’esplicita accettazione di quest’idea. Questa prospettiva dei sistemi aperti, fluidi, dinamici, intrecciati e relativamente imprevedibili è “rivoluzionaria” così come la sua applicazione in ambito psicoanalitico, che si definisce “complessità psicoanalitica”. La diade psicoterapeuta-paziente è da considerarsi un sistema complesso dove entrambi i componenti agiscono coattivamente, sia il paziente che il terapeuta a loro volta sono da considerarsi dei sistemi complessi in quanto a livello individuale passato, presente e futuro immaginato sono strettamente legati tra loro secondo un rapporto non lineare.

 Emma Caruso, Diana Mabilia, Debora Vivenzi