novembre 2016


ESSERE GENITORI Un mestiere, quasi, impossibile

Queste riflessioni hanno preso vita dall’esperienza personale di diventare genitore. La nascita di mia figlia ha messo in moto, qualche anno or sono, un processo di crescita che mi ha spinto a mettere in discussione alcune personali rappresentazioni.

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Per quanto si possa conoscere l’argomento, affrontare la nascita di un figlio implica un cambiamento significativo. Non comporta semplicemente responsabilità e doveri ma anche un’acquisizione di un ruolo. Il che non avviene solo perché, a un certo punto, tuo figlio ti chiama papà ma credo che – o meglio sento di aver fatto un’esperienza in questo senso – accada dall’interno un processo di mutazione, un salto generazionale.

È ormai da tempo appurato che le esperienze soggettive cui andiamo incontro lungo il ciclo vitale forgiano i modelli con i quali ci mettiamo in relazione con il mondo. Pertanto, gli stati mentali, ovvero quel groviglio di sensazioni, emozioni, affetti, percezioni e cognizioni che sperimentiamo fin dai primi anni dalla nascita, sono immagazzinati, soprattutto a livello implicito, nella nostra memoria e danno vita a quel bagaglio di stili da cui attingeremo per definire la nostra identità, attribuire significati all’alterità e strutturare un carattere che ci permetta di entrare in contatto con la vita.

La teoria dell’attaccamento ha tuttavia mostrato un elemento da non sottovalutare. In effetti, siamo a conoscenza che tenderemo a ripetere, al di fuori della nostra consapevolezza, le configurazioni che hanno caratterizzato la nostra infanzia. Nella fattispecie, il clima emotivo e i modi che abbiamo trovato per adattarci alle situazioni del nostro passato nella posizione di figli, saranno riproposti e ricreati, con molta probabilità, questa volta in qualità di genitori nei confronti dei figli.

adozioneIn questo senso, è comprensibile che lo stile genitoriale che adottiamo, il modo di “stare con” i nostri figli e di vederci come genitori, sia inscindibilmente legato alla nostra personale, intima e, talvolta, sofferta esperienza di bambino.

In questo senso, diventare madre o padre assume una valenza differente. C’è il pericolo che, siccome nei primi anni il cucciolo d’uomo dipende in tutto e per tutto dalle cure degli adulti, i figli possano trovarsi in mezzo a quelle isole di sofferenza che appartengono al nostro passato senza esserne consapevoli. E, dunque, il loro processo di sviluppo sia in qualche modo influenzato da nostre personali fragilità. Ciò è possibile sennonché si prenda la briga di andare a fondo, attraversando la rimozione, la negazione o l’idealizzazione – strumenti utili per evitare di rivivere la sofferenza di alcune esperienze infantili – e saggiando la gamma di emozioni collegate.

Fare i conti con il proprio passato, oltrepassando il dolore, può indurre la libertà di riaffermare il Vero Sé, in maniera profonda, andando a scovare i talenti che ci sono sempre appartenuti ma, per buone ragioni, lasciati in disparte.

Nel contempo, facilita il compito di mettere i propri figli nelle condizioni di avvertire bisogni e formulare desideri che coinvolgano le loro passioni.

In buona sostanza, è come se testimoniassimo ai nostri figli, e alle generazioni future, che è possibile superare le esperienze avverse, andare oltre, svincolarsi dal fardello che esse rappresentano, affinché s’intraprenda una strada volta alla ricerca vera e profonda di sé. Così facendo, seppur indirettamente, il bambino farà un’esperienza affettiva intensa: vedrà che è possibile non rinunciare alle proprie aspirazioni, affrontare le difficoltà e superarle.

In questo modo, appaiono più chiari gli elementi che possono contraddistinguere una relazione sana e orientata alla sicurezza con i figli:

  • Il bambino va preso sul serio, considerato in ogni circostanza e in ogni momento della sua crescita, per il dono prezioso che rappresenta, facilitando così l’espressione di sensazioni, affetti e sogni;
  • “Tenerlo nella propria mente”; in altre parole offrire uno spazio nel quale sperimentarsi e sul quale contare, al di là dei risultati, fiduciosi sulle ricchezze del mondo interno, sulla creatività e potenzialità di cui è detentore;
  • Incuriosirlo al nuovo e all’incontro con le diversità cosicché esse siano fonte di stimoli, connessioni e reciprocità.

genitori-e-figli (1)Perché si permetta al bambino di spiccare il volo, secondo il suo personale modo di essere, fortunatamente ci viene in aiuto l’amore, inteso come universale fattore di cambiamento, che una madre e un padre sono in grado di donare.

Il senso dell’amore genitoriale consiste nel rendere accessibile l’individuazione soggettiva per mezzo di una separazione reale, non contrastandola apertamente o non divulgandola quasi in maniera superficiale – entrambe modalità inconsapevoli che hanno come denominatore comune il fatto che il bambino non diventi adulto – ma incoraggiandola.

Potrebbe venirci in aiuto l’immagine di un funambolo in equilibrio tra, da un lato, un eccessivo coinvolgimento, ingombrante che non lascia spazio per l’altro, in questo caso i bisogni sembrano più che altro del genitore, e dall’altro un vuoto, una carenza, come se proprio figlio alberghi nella solitudine.

L’essenza verso cui tendere, sembrerebbe piuttosto una presenza di assenza. Il gioco di parole, a mio avviso, raffigura la funzione necessaria perché si lasci all’altro lo spazio per evolvere ed emanciparsi ma, allo stesso tempo, fornendo una vicinanza. L’assenza cui mi riferisco assume i contorni di una partecipazione alla vita dell’altro dolce ed empatica che sembra tanto dire: “Ci sono comunque, qualunque cosa accada”.

Non c’è niente di più bello che avvertire che proprio figlio sia in grado di scegliere e, fare in modo che succedano, i propri intenti, poiché in un certo senso siamo stati capaci di amarlo in misura tale che egli riesca a vivere pienamente il presente e progettare il “suo” futuro.

È un mestiere, appunto, difficile, complesso ma non impossibile. Mi vien da dire che approfondendo la propria interiorità, gettando luce sulle dinamiche più rilevanti del nostro essere e comprendendo i vincoli che hanno avuto ripercussioni sulla nostra soggettività e sulle modalità educative connesse, può accadere che abbia inizio una ricerca di senso individuale e densa.

Una meravigliosa avventura…

 Spunti di riflessione

L’ascolto di questo brano mi ha colpito profondamente; l’ho sentito come intimamente legato: https://www.youtube.com/watch?v=R3Wf53M_YRM

Bibliografia

  • Miller A. (1996), Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Siegel D.J. (1999), La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

 Roberto Doronzo

 

 

 

 

 

 

 

 

Dobbiamo comunicare le “cattive notizie” ai nostri figli?

Quando dobbiamo dare una brutta notizia, in molti casi decidiamo di non coinvolgere i bambini. La loro scarsa esperienza, le difficoltà nello spiegare certe situazioni, un sistema nervoso ancora in crescita, un funzionamento cognitivo non ancora pienamente sviluppato, tutto sembrerebbe giustificare la decisione di non parlare degli eventi negativi prima di una certa età. Solo la consapevolezza di un adulto o di un adolescente maturo giustifica una specifica attenzione nella comunicazione di certe notizie. Oppure no? Un professionista che lavora a contatto con i bambini impara rapidamente che i piccoli possiedono capacità che sembrano quasi sovrannaturali. Essi riescono infatti a comprendere molto più di quanto non sembri. Molto più di quanto, forse, non riesca a fare un adulto, specialmente quando non si usano parole. Malattia-che-succede-se-ti-ammali-durante-le-ferieQuesto è ancora più vero nelle situazioni di grande stress e difficoltà, come possono essere una grave malattia, specialmente se il malato è il bambino stesso, o la morte di un parente stretto. Il vissuto del proprio corpo e il malessere dei propri cari, nonostante sia spesso un tabù di cui non si può parlare, produce delle conseguenze importantissime nella psiche del bambino e dell’adolescente. Qui analizzeremo in particolare queste due situazioni, ma quanto verrà detto rimane valido per tutti quegli eventi che sconvolgono la vita della famiglia.

Parlare ai bambini, anche dei vissuti negativi legati alla malattia, delle loro paure o della morte, è assolutamente fondamentale. Ciò che non vogliamo dire verrà comunque “capito”, ma non potrà essere elaborato proprio per la sua condizione di “segreto” impossibile da condividere, di vissuto inaccettabile che deve essere in qualche modo nascosto perché può far soffrire. Questo messaggio dovrebbe arrivare ai medici, che molto spesso non ritengono i bambini capaci di comprendere la situazione in cui si trovano, così come ai genitori, che spesso non sono in grado di dominare il proprio sconforto e nascondono, negano o svalutano il vissuto di malattia del figlio o non considerano le sue capacità di partecipare a un lutto, di capire il dolore, di accettare la morte di un familiare.

Possiamo dire che l’idea guida di questo approccio deve essere legata all’ignoto. Il bambino, naturalmente, non ha “conoscenza” di cosa sia la morte o la propria malattia, ma la “intuisce”, in quanto il malessere è evidente nel volto dei propri genitori, o permea totalmente il suo corpo. Se non viene informato delle “cattive notizie”, naturalmente nel modo più adeguato alla sua età e alla sua capacità di comprensione, si ritrova davanti a qualcosa di minaccioso e cattivo ma, soprattutto, sconosciuto. Proprio quella dell’ignoto è la paura più ancestrale, che assume in questo caso un valore speciale: come si può elaborare ciò che non si conosce? Come si può pensare che il bambino vinca una malattia di cui non conosce nulla, se non la sofferenza che genera nel suo corpo? Come si può pensare che il bambino dia senso alla sofferenza di chi lo circonda, se non sa cosa è la morte? Il bambino capirà qualcosa riguardo alla sua malattia e penserà a delle spiegazioni per il dolore che percepisce negli altri, anche senza le informazioni dirette dei medici o dei genitori, ma sarà una conoscenza vuota, senza “comprensione”, senza significato. Il non-detto rimarrà, minaccioso, a opprimere il bambino, abbandonato a se stesso. Per dare senso alla malattia o alla morte è necessario l’aiuto di un adulto: il dolore sarà compreso anche dal bambino e si potrà rendere fruttuosa questa conoscenza, alimentando la lotta per la guarigione e la speranza oppure aiutando a elaborare la perdita di un congiunto.

Aumentano-i-casi-di-demenza-i-malati-nascondono-la-malattiaAltro elemento, che a questo si collega, è la necessità di non tacere al bambino gli eventi negativi perché ciò favorisce l’emergere di angosce e fantasie. Queste manifestazioni sono decisamente negative, in quanto rappresentano lo strumento che il bambino utilizza per dare senso alla sua esperienza e colmare il vuoto della sua conoscenza. Spesso l’angoscia diventa opprimente, la fantasia ancora più minacciosa della realtà. Perché allora non cercare di informare il bambino e riflettere con lui su ciò che gli sta accadendo? Perché lasciarlo solo e senza mezzi adeguati ad affrontare un evento più grande di lui? Sarebbe necessario favorire la comunicazione con i genitori e con gli operatori sanitari, così da “distruggere” queste fantasie e angosce e dare significato insieme alla malattia o ai vissuti negativi che il bambino sta provando, denominandoli e rendendoli comprensibili, cercando di evitare distorsioni che aumentano ulteriormente il disagio che il bambino si trova a sperimentare.

Angosce e fantasie non sono però creazioni senza sostanza. Nel caso di una malattia, il bambino le costruisce in relazione al vissuto del suo corpo. Un corpo che provoca dolore, martoriato dalla malattia o dai trattamenti, magari un corpo di cui non si ha più il controllo, tanto che non sembra nemmeno più il proprio corpo. Un tale vissuto scatenerebbe il panico in chiunque. Come si può tacere su ciò che sta accadendo al bambino? Come si può “fingere” che tutto vada bene? Se un certo ammontare di repressione e negazione nel genitore è comprensibile anzi, desiderabile, bisognerebbe considerare come questo entra in rapporto con il vissuto del bambino. Portare avanti comportamenti che “impongono” una visione della malattia in palese conflitto con il vissuto del corpo del bambino, non può avere alcun effetto positivo.

Nel caso di un lutto invece, possono nascere nel bambino delle fantasie angosciose dovute alla scarsa chiarezza sulle ragioni di un decesso o alla parziale comprensione che ha sviluppato della morte e delle sue cause. Potrà quindi sentirsi responsabile della morte del parente, oppure credere che un certo comportamento porterà lui stesso a morire. E’ quindi molto importante esplorare con il bambino l’evento luttuoso e le sue cause, adeguando le parole all’età e alle capacità del piccolo, così da scongiurare l’emergere di fantasie profondamente angosciose e opprimenti. Mantenere il silenzio su un tale evento significa bloccare l’elaborazione del lutto e la ricerca del significato per la scomparsa dell’altro. Il bambino non può esprimere l’angoscia, la frustrazione e l’impotenza di fronte alla morte, sarà costretto a tacere senza possibilità di dare senso alla propria vita e a quella degli altri.

In entrambi i casi la giustificazione è credibile: risparmiare ai bambini un racconto di sofferenza. Ma se non viene detta, se non viene discussa, rimane una sofferenza incomprensibile perché priva di senso, un non-detto, un non-accolto dal genitore, quindi qualcosa che non è “successo”. Il genitore, nascondendo la malattia e il dolore, rimanda al bambino un’immagine di sé profondamente diversa dal suo reale vissuto. Per dimostrare di essere in sintonia, di aver compreso il vissuto del bambino e di saper riconoscere le sue abilità nel “leggerci” è quindi fondamentale parlare con nostro figlio di tutte quelle circostanze, anche negative, che sconvolgono la vita della famiglia. Se non si sa come fare, o mancano le giuste parole, può essere utile consultare un esperto, che aiuterà nel difficile compito di comunicare questi eventi nel modo più adeguato.

Luca Pasquarelli