dicembre 2019


STA ARRIVANDO BABBO NATALE!

di Elisabetta Piola

Le luci e le decorazioni che colorano le città, le canzoncine nei negozi e in televisione, le pubblicità e quell’eccitazione e frenesia quasi palpabili che aleggiano per le strade sembrano volerci ricordare che anche quest’anno sta arrivando Natale con il suo indiscusso protagonista: Babbo Natale!
Per quelli di voi che hanno figli, però, l’entusiasmo per la festa imminente potrebbe essere guastato dalla comparsa di un dubbio comune, su cui almeno una volta ciascuno di noi si sarà fermato a riflettere: è giusto o sbagliato raccontare ai bambini la storia di Babbo Natale? E fino a che età possiamo lasciare che ci credano?

Santa is placing gift boxes under Christmas tree
Il Natale è sicuramente una festa molto amata, in particolare dai bambini.
Ricordiamo tutti con grande nostalgia la trepidante attesa di Babbo Natale, l’entusiasmo nel trovare i regali sotto l’albero, la fretta nello scartarli insieme ai genitori e la gioia di giocarci con fratelli o cuginetti. Probabilmente ricordiamo soprattutto l’atmosfera quasi magica che si creava a Natale quando eravamo bambini, e che ora in qualche modo fatichiamo a rivivere con la stessa intensità.
La storia di Babbo Natale ha molti aspetti positivi, legati a questa sua incredibile capacità di emozionare, di generare stupore ed entusiasmo, così come alla capacità di trasmettere valori importanti, quali la generosità e la condivisione, che riescono a unire le famiglie, attenuare i conflitti e scaldare i cuori almeno in questo periodo dell’anno.
Come ricorda la psicologa Stefania Andreoli in un’intervista per La Stampa, la favola di Babbo Natale ha una straordinaria efficacia nel trasmettere il valore dell’attesa, del dono e della generosità ai bambini, utilizzando, come le altre favole, un linguaggio adatto alla loro età.
Tale racconto, oltre ad aiutarci a dialogare con i nostri figli e a condividere con loro questi valori, ci permette di trasmettere un’immagine del mondo particolarmente positiva, proteggendoli, temporaneamente, dai suoi aspetti negativi.
Il messaggio centrale veicolato dalla storia di Babbo Natale è infatti il seguente: il mondo è un posto bellissimo, fondamentalmente buono, colmo di amore e generosità.
Per quanto sia evidente anche ai più ingenui e sognatori che si tratti di una descrizione poco realistica, il presentare ai bambini un’immagine così positiva, quasi idilliaca, della nostra realtà, concede loro di entrare in contatto in modo graduale con i suoi aspetti meno piacevoli, man mano che acquisiscono le competenze cognitive necessarie per comprenderli (Gill e Papatheodorou, 2002).
Da quanto scritto finora emerge la concreta utilità di questa favola, che ci aiuta a comunicare insegnamenti importanti in modo semplice ed efficace. Tuttavia, il merito maggiore della favola di Babbo Natale è un altro ed è legato proprio al cuore del racconto: la MAGIA.

unknownA lungo gli studiosi si sono concentrati sull’importanza, innegabile, dello sviluppo del pensiero logico nel bambino, a discapito della comprensione di un altro tipo di sviluppo, quello spirituale. La spiritualità, che non coincide necessariamente con la religiosità, va intesa come la capacità di dare un senso più profondo alle cose, di leggere dietro a ciò che è concreto, visibile (Lealman, 1986) e di comprendere appieno il qui ed ora, i misteri ed i valori (Hay, 2000).

Quel senso di stupore, di meraviglia, di entusiasmo che aleggiano intorno a Babbo Natale sono incredibilmente efficaci nel far crescere la spiritualità nei bambini.
Bisogna tenere inoltre presente che i nostri figli fin da piccoli imparano a distinguere realtà e immaginazione. Giocando a “fare finta di” o ascoltando storie di finzione imparano a figurarsi diverse possibili realtà, facendo un esercizio molto importante per il loro sviluppo cognitivo (Palmerini, 2016).
Perché, allora, continuano a credere incondizionatamente ad una storia assurda quale quella di Babbo Natale, anche quando iniziano a diventare più grandicelli?
Come ricordava la psicologa Jacqueline Woolley in un articolo su The Conversation (2016), il motivo è semplice: perché sono proprio i genitori a raccontarla.
I nostri figli ripongono in noi una grande fiducia, che messa insieme alla gioia, allo stupore e a tutte le emozioni e sensazioni positive che la favola di Babbo Natale porta con sé, mette a tacere anche i piccoli dubbi e le perplessità che il bambino già abbastanza presto comincia ad avere. E poi non solo i bambini ma, ammettiamolo, anche noi adulti, abbiamo bisogno di quel pizzico di magia che rende la nostra vita più stimolante.
Raccontare questa bugia però muove spesso vissuti negativi nei genitori, quali il senso di colpa per il tradimento della fiducia che i nostri bambini hanno in noi, e il senso di incoerenza perché mentendo stiamo probabilmente andando contro le stesse regole morali che cerchiamo di insegnare.
I risultati di alcuni studi sul tema sono tuttavia rassicuranti: forse grazie ai piccoli dubbi accumulatisi nel tempo che hanno reso graduale il passaggio verso la verità non sembrano esservi effetti negativi legati alla scoperta della verità su Babbo Natale.
In sintesi, dopo aver considerato alcuni degli aspetti positivi e negativi della favola di Babbo Natale, il nostro consiglio è: non priviamo i nostri bambini di questo entusiasmo, di questa trepidante attesa, di questa enorme gioia; lasciamo che ci credano e che sognino; lasciamo che vivano la magia del Natale e, perché no, magari possiamo tentare di riviverla anche noi!

Buon Natale!

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Bibliografia:
Hay, D. (2000). Spirituality versus individualism: The challenge of relational consciousness, 1st International Conference on Children’s Spirituality, Chichester, UK
Lealman, B. (1986). Grottos, Ghettos and City of Glass: conversations about spirituality. British Journal of Religious Education 8(2), pp.65–71
Palmerini, C. (2016). La psicologia di Babbo Natale. Focus, Italia
Papatheodorou, T. e Gill, J. (2002). Father Christmas: Just a story?. International Journal of Children’s Spirituality, 7:3, 329-344
Salemi, R. (2011). Babbo Natale, è giusto o sbagliato dire ai figli che non esiste?. La Stampa, Italia

Sitografia:

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/buone-feste-la-psicologia-di-babbo-natale

https://www.lastampa.it/cultura/2011/12/19/news/babbo-natale-e-giusto-o-sbagliato-br-dire-

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https://theconversation.com/why-children-believe-or-not-that-santa-claus-exists-70518

I GIOVANI ITALIANI E STRANIERI IN CARCERE

A cura di Elisabetta Piola

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“Giovani ragazzi in carcere: chi sono? Da dove provengono? Quanti sono realmente? Che crimini hanno commesso?

Quello della delinquenza minorile è un tema del quale recentemente si sente molto parlare, in tv e sui social network.

La tendenza più diffusa è quella di additare i ragazzi di oggi, in particolar modo quelli stranieri, giudicandoli irrispettosi, sregolati e violenti.

Nella disapprovazione per questi comportamenti devianti, ben poco spazio è dedicato alle riflessioni su chi siano realmente questi ragazzi e su cosa li abbia condotti sulla strada della delinquenza.

Senza negare la responsabilità individuale per i reati commessi, molti studiosi hanno dimostrato che le esperienze infantili, gli amici e lo status socioeconomico giocano un ruolo importante nell’emergere del comportamento criminale. È inoltre vero che talvolta subentra anche la malattia mentale a complicare il quadro.

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Carcere Uta - Foto Roberto PiliNel corso dell’ultimo decennio il numero dei minorenni e dei giovani adulti entrati in contatto con il sistema penale è effettivamente aumentato, passando dai 14.744 del 2017 ai 21.305 dello scorso anno: numeri alti, con un impatto sulla spesa pubblica che supera i 270 milioni di euro annui!

Ed è effettivamente aumentato, quasi raddoppiato, anche il numero dei giovani stranieri, che costituiscono oggi circa il 26% del totale dei minorenni e giovani adulti nel Sistema di giustizia minorile; i principali Paesi di provenienza sono Romania, Albania e Marocco.

Fortunatamente, in contrasto rispetto a quello che la televisione e i mass media possono far trasparire, i crimini commessi sia dagli italiani che dagli stranieri sono spesso crimini minori, quali furto e rapina (insieme costituiscono circa il 50% del totale dei reati), seguiti poi da possesso e spaccio di stupefacenti e da lesioni personali volontarie.

Dei 21.305 ragazzi entrati in contatto con il sistema penale nel 2018, 1.132 hanno fatto ingresso in carcere (Istituto Penale Minorile, IPM) e 440 vi risiedevano ancora alla fine dell’anno. Nonostante gli stranieri costituiscano circa un quarto (26%) del totale dei minori che delinquono, negli IPM i numeri di  italiani e stranieri giungono quasi a eguagliarsi.

Dovremmo dunque dedurre che gli stranieri commettono crimini più gravi? Per fortuna, sembrerebbe di no.

La spiegazione dell’elevata percentuale di stranieri in carcere consisterebbe infatti in una discriminazioneda parte del sistema di giustizia, che tenderebbe a riservare le misure alternative alla detenzione agli italiani negandole agli stranieri. Parlando di misure alternative si fa riferimento a una serie di provvedimenti accomunati dall’obiettivo di rieducare il minore, quali l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare o la semilibertà. Il sistema di giustizia incontrerebbe inoltre una concreta difficoltà nel fornire ai ragazzi il sostegno, anche a livello sociale, di cui avrebbero bisogno, per la frequente mancanza di adulti di riferimento su cui appoggiarsi (Moro, Maurizio e Belotti, 2006).

Un cattivo ambiente familiare gioca un ruolo importante nell’emergere del comportamento antisociale, costituendo quasi un denominatore comune nelle storie di questi giovani detenuti. Di questi, fino all’80% ha subito nell’infanzia qualche tipo di trauma, solitamente abusi e maltrattamenti avvenuti proprio nel contesto familiare (Widom e Maxfield, 2001; Kerig, 2013).

Queste storie difficili facilitano l’emergere di comportamenti aggressivi e impulsivi, che talvolta sfociano nell’illegalità.

È molto frequente anche che tali violenze portino allo sviluppo di disturbi mentali, tanto che la prevalenza di malattia mentale tra i minori detenuti raggiunge il 60% (Marston et al., 2012), contro il 20% della popolazione generale. Perché è necessario preoccuparsi di fronte a tali numeri? Perché alcuni disturbi mentali, oltre al malessere soggettivo che provocano, sembrano aumentare sia la probabilità di commettere crimini di per sé, che la violenzae la persistenza degli stessi (Moffitt, 2018)! Essi aumentano inoltre fino a quattro volte la probabilità di recidiva.

L’uso di alcol e droghe è presente nella storia di circa la metà dei ragazzi in carcere (ed è spesso ragione d’arresto) e i disturbi comportamentali (Disturbo della Condotta e Disturbo Oppositivo Provocatorio) sono quasi altrettanto diffusi. L’ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) è diagnosticato al 15% dei minori. La prevalenza del Disturbo Post Traumatico da Stress è dalle 2 alle 8 volte superiore (raggiunge il 25%) rispetto a un campione normativo, mentre i  disturbi dell’umore sono presenti in almeno un quarto della popolazione minorile incarcerata.

carcere-73407-660x368Un dato allarmante è quello relativo alla prevalenza dell’autolesionismo, fino a 19 volte maggiore tra i minori detenuti!

Il confronto fra il numero di tentativi di suicidio e di episodi di autolesionismo del 2017 e del 2018 rivela anche che il fenomeno è in crescita: nel 2017 sono stati 19 i tentativi di suicidio e 80 gli episodi di autolesionismo; nel 2018 se ne sono registrati rispettivamente 29 e 97 (SISM, Sistema Informativo dei Servizi Minorili).

L’autolesionismo sembra riguardare più frequentemente i giovani stranieri, forse a causa delle difficoltà aggiuntive che lo status di minore immigrato comporta.

Oltre ad affiancare un percorso rieducativo a quello punitivo del sistema di giustizia, è indispensabile offrire a questi giovani anche il sostegno psicologico, di cui spesso hanno bisogno. La linea psico-educativa è quella attualmente maggiormente seguita anche in Italia.

È giusto continuare in questa direzione per poter ridurre il rischio di recidiva e i tassi di criminalità minorile, oltre che per consentire alla maggior parte  di questi ragazzi di uscire dal terribile ciclo di violenza nel quale talvolta si trovano inconsapevolmente e quasi irrimediabilmente immersi.

Bibliografia e sitografia:

Belotti, V.; Maurizio, R. e Moro, A. C. (2006). Minori stranieri in carcere. Milano: Guerini e Associati

Kerig, P. (2013). Psychological Trauma and Juvenile Delinquency: New Directions in Research and Intervention. Londra: Routledge

Marston, E. G.; Osbuth, I.; Russel, M. A. e Watson, G. K. (2012). Dealing with Double Jeopardy: Mental Health Disorders Among Girls in the Juvenile Justice System. In Miller, S.; Kerig, P. K. e Leve, L. D. (eds.), Delinquent Girls: Contexts, Relationships, and Adaptation, pp. 105-118. New York: Springer Publishing

Moffitt, T. (2018). Male antisocial behaviour in adolescence and beyond. Nature Human Behaviour, 2,177-186

Widom, C. S. e Maxfield, M. G. (2001). An update on the “Cycle of Violence.”Research in brief. Washington DC: National Institute of Justice

https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.page?contentId=SST211865&previsiousPage=mg_1_14

http://basidati.agid.gov.it/catalogo/bd?code=159273