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Genitori e stress ai tempi del Coronavirus: il rischio burn-out è concreto?

di Giulia Perasso

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Essere madri e padri ai tempi del Covid-19 non è affatto semplice: i genitori esercitano il loro complicatissimo “mestiere”, turbati dalla mancanza di tempo libero, da difficoltà lavorative, da un minore supporto della rete sociale di riferimento. Nella “nuova normalità”, genitori e figli – bambini o adolescenti – trascorrono più tempo insieme tra le mura domestiche, nella difficoltà di porre confini tra lo spazio del lavoro e del gioco, tra lo spazio della scuola e gli hobby, tra i momenti insieme e quelli individuali, tra gli spazi dei grandi e quelli dei piccoli. Tale difficoltà è vincolata anche alla grandezza della casa che si condivide, laddove persiste un disagio più marcato in situazioni già segnate da un pregresso svantaggio economico. In più, per le famiglie è diventato più difficile contare su caregiver di supporto, come nonni, zii, babysistter, per la paura del contagio reciproco. A livello psicologico, quali sono i rischi che un genitore corre in questo delicato periodo storico e sociale?

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Un possibile rischio per la salute del genitore è la cosiddetta “sindrome del Burn-out”. Burn-out significa “bruciarsi” ed è un termine coniato dagli psicologi per definire quello stato di affaticamento emotivo nel quale la mamma o il papà è troppo stanca o stanco per svolgere il proprio ruolo di genitore e soprattutto per trarre giovamento dalle interazioni con il bambino. In termini più semplici, essere in Burn-out significa essere troppo stressati per poter fare al meglio la mamma o il papà. coppie_covid_neodemos

La “nuova normalità” determinata dalla pandemia ha tutte le caratteristiche per aumentare i livelli di stress dei genitori (l’isolamento sociale, le difficoltà lavorative, la condivisione protratta degli spazi domestici) e può essere complicata da fattori situazionali come difficoltà pregresse della coppia o la presenza di un figlio con fragilità fisica o psicologica. La letteratura scientifica evidenzia che genitori eccessivamente stressati sono più a rischio di trascurare e maltrattare bambini e adolescenti. Come prevenire tali situazioni?

Uno strumento utile per i genitori può essere proprio la conoscenza del legame tra la salute genitoriale e la salute dei figli. Lo studio di Spinelli e collaboratori (2020), effettuato su un campione di 854 famiglie durante il primo lockdown italiano, ha dimostrato che lo stress genitoriale ha un ruolo chiave nell’insorgenza dei problemi emotivi e comportamentali nei figli (di età compresa tra i 2 e i 14 anni).

Sebbene possa sembrare banale, per i genitori, prendersi cura di sé stessi è il primo elemento per garantire il benessere di tutta la famiglia. È lo stesso principio per cui nella segnaletica di emergenza che osserviamo sugli aerei, in cui viene indicato agli adulti di mettere la propria maschera d’ossigeno come condizione basilare per riuscire a soccorrere i propri bambini!

 

Bibliografia:

  • Jeammet, P. (2009). Adulti senza riserva: quel che aiuta un adolescente. Raffaello Cortina Editore.
  • Spinelli, M., Lionetti, F., Pastore, M., & Fasolo, M. (2020). Parents’ stress and children’s psychological problems in families facing the COVID-19 outbreak in Italy. Frontiers in Psychology, 11, 1713.

MINDFULNESS: come la self-compassion può essere uno strumento d’aiuto contro la “pandemic fatigue”

di Elisa Perusi

Non puoi scegliere come sentirti, che pensieri avere e che emozioni provare. Ma puoi vivere al centro della tua vita, imparando a stare con la loro energia, senza farti travolgere

(Traverso, 2016, p. 155)

pandemic-fatigue Se in questo periodo ti senti stanco, irritabile, più triste e svogliato del solito, non preoccuparti, non sei solo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riassunto questo stato con il termine “pandemic fatigue” e secondo gli esperti più del 60% della popolazione al momento ne soffre. Il protrarsi della pandemia, la quotidianità in continuo cambiamento, l’impossibilità di fare programmi, sono tra le cause principali di queste sensazioni. Ma anche la distanza sociale, il non poter abbracciare amici e parenti, il non poter stare accanto alle molte persone che in questo momento attraversano la sofferenza, sono tutte esperienze che ormai da molto tempo caratterizzano la nostra vita. E diventiamo stanchi, stufi, irritabili. Abbiamo la sensazione di non farcela più, che tutto questo non finirà mai.

Innanzitutto una buona notizia. Tutto questo finirà. Non si sa come, non si sa quando, ma finirà. Il mondo è in continuo divenire e cambiamento.

Ma come possiamo stare all’interno di questo momento? Come possiamo alleggerire il peso di questa pandemia che continua inesorabile a stravolgere l’onda delle nostre vite e della nostra quotidianità?

Negli ultimi anni si è sentito molto parlare di mindfulness e ancor più in questo periodo.

mindfulness_poster_UKLa mindfulness è una pratica che deriva dalla tradizione buddista, ed è stata diffusa in occidente da Jon Kabat-Zinn (se ti interessa iniziare ad approfondire l’argomento, ti consiglio di dare un’occhiata ai suoi libri, puoi trovare alcuni titoli in bibliografia).  È una pratica che si basa sulla riscoperta del momento presente, tramite l’ascolto del proprio respiro. La nostra mente è costantemente bombardata in ogni momento da pensieri, stimoli ed emozioni. Quello che insegna la pratica è di osservare la propria mente in azione per arrivare a fare esperienza che noi non siamo i nostri pensieri, ma possiamo stare fermi, respirare, e osservarli mentre vanno e vengono. L’entrare in contatto con i nostri pensieri senza la necessità di seguirli o aderirvi in modo automatico, ci permette di creare uno spazio di libertà e di consapevolezza, che libera creatività e saggezza che sono già presenti in ognuno di noi, al fine di affrontare le sfide della nostra vita. Tutto questo potrebbe apparirti astratto e artificioso, ma essendo di fatto una pratica, la vera comprensione può arrivare solo tramite l’esperienza diretta di quanto descritto a parole.

Ma ritornando al nostro tema, come la mindfulness può aiutarci ad affrontare i sentimenti della pandemic fatigue?

Uno dei pilastri della mindfulness, che tramite la pratica si impara a sviluppare, è la self-compassion. Per self- compassion si intende, come spiega molto bene nel suo libro Kristin Neff (2019), il praticare la gentilezza amorevole nei confronti di noi stessi.

self-love-picInnanzitutto, il primo atto di gentilezza che possiamo rivolgere nei nostri confronti è la possibilità di osservare e accettare quello che c’è, senza giudicarlo. In una società che si basa sul culto del perfezionismo e della prestazione, del dover stare bene e farcela a tutti i costi, già l’ammettere a noi stessi di sentire emozioni difficili è un atto di forte coraggio. Non possiamo certo cambiare ciò che accade o ciò che è accaduto, ma possiamo prenderci cura di quello che sentiamo. Ovviamente non si tratta di una specie di pozione magica che una volta bevuta ci permetterà di essere invulnerabili per sempre al dolore, anzi, dimorare con la propria sofferenza può essere molto faticoso.

Si tratta quindi di prenderci cura di noi, del nostro sentire, proprio come faremmo con una persona amata. Prova a pensarci. Visualizza la persona che più ami al mondo. È stanca, triste o arrabbiata.  Che cosa fai? Le dici di tacere perché dovrebbe essere in qualche altro modo? Le ricordi che dovrebbe essere perfetta e produttiva? Io penso di no. Penso che il primo atto che compiamo in questi momenti è di metterci in ascolto dell’altro, accogliere e accarezzare i suoi dolori, senza la necessità di doverli risolvere in qualche modo.

Se riusciamo a fare questo nei confronti degli altri, vuol dire che dentro di noi abbiamo questa capacità, che possiamo rivolgere anche nei confronti di noi stessi.   

Accarezzare anche le nostre fatiche, è il primo passo per legittimare e alleggerire le nostre sofferenze.

L’essere gentili con noi stessi ci apre inoltre alla possibilità di essere più gentili anche con l’altro. Spesso quando soffriamo la nostra tendenza è quella di ripiegarci nel nostro dolore e nel nostro mondo interno. Praticando la self-compassion invece ci apriamo alla possibilità di capire che non siamo soli, che quello che stai provando tu, probabilmente lo può provare anche la tua migliore amica, il tuo vicino di casa, il tuo datore di lavoro, il passante che hai intravisto sotto casa accostandoti alla finestra. A maggior ragione in questo periodo, ci aiuta a capire che siamo tutti sulla stessa barca, ci può aiutare a sentirci meno soli, perché noi come tutti vogliamo essere felici, in pace e al sicuro.

 

Sitografia:

Frezza, G., “Cos’è la pandemic fatigue? L’esperto ci spiega perché ne soffre il 60% degli europei, sanità informazione, 23 Ottobre 2020

https://www.sanitainformazione.it/salute/cose-la-pandemic-fatigue-lesperto-ci-spiega-perche-ne-soffre-il-60-degli-europei/

Bibliografia:

Traverso, C., (2016), “mente calma cuore aperto”, Sperling&Kupfer

Neff, K., (2019), “La self-compassion. Il potere dell’essere gentili con se stessi, FrancoAngeli

Per approfondire:

-Sulla mindfulness:

  • Dovunque tu vada ci sei già. Kabat-zinn
  • Metodo Mindfulness, 56 giorni alla felicità
  • Mente calma cuore aperto

-Sulla self-compassion:

  • La self-compassion. Il potere dell’essere gentili con se stessi Krisitin Neff

SOCIAL NETWORK E BENESSERE PSICOLOGICO DEGLI ADOLESCENTI – Un problema di equilibri

di Diana Ciurte

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Il contesto culturale e sociale in cui viviamo è caratterizzato dal crollo delle ideologie, dal primato della scienza e della tecnologia e da un navigare senza bussola in una realtà rapidamente mutevole.

In questo tumultuoso divenire, anche la comunicazione interpersonale si muove oggi su canali profondamente differenti rispetto al passato.

La diffusione su larga scala di Internet, degli smartphone, dei tablet e degli altri moderni strumenti di comunicazione ha cambiato radicalmente il modo di relazionare di tutti noi.

Come in passato, gli adolescenti percepiscono tuttora un bisogno fondamentale di socializzazione, ma, attraverso l’uso delle tecnologie, possono oggi contare su un vissuto di appartenenza al collettivo della loro generazione, sempre più connotata di virtuale.

Lo scopo principale dell’uso dei Social Network è rappresentato dalla possibilità di coltivare relazioni sociali con i propri amici e di ampliare con poco sforzo la propria rete di conoscenze o, in termini sociologici, il proprio “capitale sociale”.

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Dati rilevanti sull’intensità di uso dei Social Network provengono da studi internazionali.

Circa l’87% degli adolescenti tra 12 e 17 anni utilizza internet ed il numero di utilizzatori è in costante crescita. Ogni adolescente spende nel web in media circa 50 minuti al giorno.

La sola piattaforma Facebook conta circa 500 milioni di utenti attivi a livello mondiale e, in realtà culturalmente simili alla nostra, come ad esempio la Spagna, il 78% degli adolescenti con età comprese tra 12 e 17 anni utilizza i Social Network.

Alcuni genitori possono sentirsi preoccupati o addirittura arrabbiati nel vedere i loro figli “sempre connessi”.

img_3314In alcuni casi, effettivamente, esistono delle criticità legate a un uso smodato o inappropriato di Internet o dei Social Network.

Diversi adolescenti trascorrono molte ore della giornata davanti allo schermo, in una sorta di ritiro quasi autistico. Questo fenomeno può in alcuni casi avere pesanti ricadute negative sulla capacità di socializzazione nella vita reale. Paradossalmente, l’uso eccessivo di Internet potrebbe tradursi in solitudine, isolamento e, in estremo, anche nella comparsa di depressione. Talvolta, si può ravvisare il rischio di effetti negativi sul rendimento scolastico.

Un uso inconsapevole di Internet può esporre a fenomeni spaventosi, quali il cyberbullismo o, addirittura, la pedofilia in rete. Il sexting rappresenta l’atto di condividere in rete, immagini o video dal contenuto connotato sessualmente in modo più o meno esplicito. Questa pratica può avere pesanti ricadute proprio sulla dimensione della socializzazione, sfociando spesso nella vergogna e nel ritiro sociale dei soggetti, quando i contenuti sfuggono alla sfera prettamente privata. Ancora, un’altro aspetto problematico connesso alla socializzazione virtuale è rappresentato dal bisogno esasperato di esibirsi, fino a sconfinare nel narcisismo patologico.

Tuttavia, l’affermazione tra gli adolescenti dei Social Network come strumenti di comunicazione testimonia la sussistenza di importanti fenomeni di gratificazione per gli utenti. In effetti, l’utilizzo di Social Network pare associarsi a diversi fenomeni positivi sul piano psicologico!

  • La socializzazione in linea ha un’influenza positiva sulla percezione di benessere  psicologico dell’utente.

In pratica l’aumento della socializzazione on line pare essere in grado di aumentare negli adolescenti i livelli di autostima e di ridurre la paura della solitudine. Diversi lavori ipotizzano un ruolo del supporto sociale percepito dagli utenti in termini di consigli, consensi e “like” quali fattori mediatori di benessere psicologico soggettivo. Tanto più frequente è l’accesso dei giovani ai Social Network, tanto più riceveranno riscontri da terzi. Di norma, la maggior parte dei riscontri sono di natura positiva e, quindi, si traducono nella percezione di supporto sociale. Con questo meccanismo, gli utenti di Social Network paiono ricevere maggiori livelli complessivi di supporto sociale rispetto ai non utenti.

Il supporto sociale ricevuto stimola la richiesta di nuovi consensi, stimolando a sua volta l’uso di Social Network (fenomeno del rinforzo).

Chiaramente questi fenomeni non sono prerogativa del periodo dell’adolescenza, ma nei ragazzi possono rivelarsi estremamente importanti.

  • I giovani preferiscono socializzare più on line che faccia a faccia.

img_3313Il principale motivo per cui le persone utilizzano piattaforme di socializzazione on line è sicuramente la praticità e la semplicità di accesso agli strumenti tecnologici.

Esistono studi che sostengono che: “i legami in Internet sono spesso intimi e confidenziali per la maggior apertura e disponibilità, rispetto ad incontri faccia a faccia e per il minor rischio percepito di disapprovazione sociale”.

Un fattore che incentiva l’uso dei Social Network è la natura dell’ambiente impersonale in linea, che sembra aiutare i giovani utenti a ridurre gli ostacoli pratici e le difficoltà che possono insorgere nel mondo reale in termini di gestione delle relazioni.

L’uso di Social Network pare ridurre le barriere che gli adolescenti percepiscono nella costruzione di ampi gruppi eterogenei, che sono fonte di arricchimento del proprio capitale sociale.

Un altro fattore importante che incide sul rapporto che le persone hanno con i social network è la natura “asincrona” delle piattaforme on line, che permette agli utenti di presentarsi in maniera selettiva. In altri termini, la tecnologia del Social Network permette agli utenti di elaborare dei profili virtuali, tramite cui mostrare gli aspetti di sé stessi che siano più funzionali alla propria immagine.

L’esperienza psicologica mostra che la strategia dell’auto-presentazione positiva possa riflettere la tendenza delle persone a privilegiare convinzioni positive riguardo sé stessi, da cui derivano vantaggi psicologici di auto-promozione.

In conclusione, non bisogna demonizzare la rete e non sottovalutarne i benefici in termini psicologici. Un bilancio tra i rischi e gli effetti positivi di Internet e dei Social Network può dipendere direttamente dalle modalità di uso in termini quantitativi e qualitativi. Se consapevole e moderato, l’uso di Internet e dei Social Network può trasformarsi in una risorsa di benessere psicologico!

 

Bibliografia:

Apaolaza, V., Hartman, P., Medina, E., Barrutia, M.J., Echebarria, C. (2013). The relationship between socializing on the Spanish online networking site Tuenti and teenagers’subjective wellbeing: The roles of self-estreem and lonliness.Computers in Human Behavior, 29(4), (p.1282-1289).

Biolcati, R. (2010) La vita online degli adolescenti: tra sperimentazione e rischio. Psicologia Clinica dello Sviluppo, n.2, (p.267-298)

Faliva, C., Cozzani, B. (2011) Tra normalità e rischio. Manuale di psicologia dello sviluppo e dell’adolescenza (p.75-85)

Fratini, T. (2004) Radici affettive del disagio: esperienza scolastica degli adolescenti (p.1-15)

Kim, J., Lee, R. J. (2010) The Facebook paths to happiness: Effects of the number of Facebook friends and self-presentation of subjective well-being. Cyberpsychology behavior and social networking, 14(6), (p.359-364)

Utz, S., Breuer, J. (2017)

The relationship betweeen use of social network sites, online social support, and well-being: Results from a six-wave longitudinal study. Journal of Media Psychology: Theory methods and Applications 29(3), (p.115-125)

Sitografia:

Carlucci C.(2016) Open school studi cognitivi, san Benedetto del Tronto: Conformismo e bisogno di autonomia negli adolescenti. www.stateofmind.it

Adolescenti e social network, un nuovo modo di relazionarsi- www.aggiornamentisocial.it

SCUOLA E PANDEMIA: CONTINUA LA SFIDA PER I DOCENTI

di Elisabetta Piola

La scuola è sicurainiziomente al centro dei dibattiti dell’ultimo periodo. L’anno scolastico è iniziato in presenza, ma ha subito ben presto una battuta d’arresto a causa del nuovo pericoloso aumento dei contagi. Lo scontro fra chi condanna la decisione del governo di chiudere la maggior parte delle scuole e chi invece sostiene l’adeguatezza e la necessità di tale scelta è particolarmente acceso, come chiaramente dimostrano i numerosi articoli che inondano il web. Già a settembre, nonostante le indicazioni fornite dal Ministero dell’Istruzione, gli interrogativi, i timori e le paure del personale scolastico e delle famiglie erano molteplici: ci saranno spazi sufficienti a garantire il distanziamento? Come saranno regolati gli ingressi scaglionati? Le famiglie seguiranno l’indicazione di rilevare quotidianamente la temperatura corporea dei figli? Quanto spazio sarà effettivamente dedicato alla DaD? Domande che tornano a risuonare ancora oggi.

Alla luce degli accadimenti degli ultimi mesi dobbiamo riconoscere la ragionevolezza di molte di queste preoccupazioni, ma è essenziale impedire a incertezza, paura e sconforto di prendere il sopravvento su di noi, per poter raccogliere la lucidità e le risorse necessarie ad affrontare di nuovo con successo la difficile situazione nella quale ci troviamo.

Mi è capitato di rileggere un articolo pubblicato su L’Espresso circa un anno fa in cui viene raccontata la difficile esperienza da insegnante potenziato di Ottavia Nicolini, che mi ha fatto ripensare all’attuale situazione. Nell’articolo viene raccontato come la docente, rientrata a Roma dopo oltre un decennio in cui ha insegnato etica in una scuola di Francoforte, sia tornata in Italia a lavorare in un istituto tecnico delle periferie di Roma, nel ruolo, appunto, di “potenziato”.

Ma cosa significa, esattamente, essere “insegnante potenziato”?

In linea teorica, un potenziato è parte integrante dell’organico di una scuola grazie alle sue competenze, in grado di potenziarne l’offerta formativa; di fatto, come afferma Nicolini, il suo è un ruolo dai confini indefiniti, senza una classe, né un programma da insegnare, che si sovrappone spesso a quello di supplente. Se vogliamo utilizzare le parole dai ragazzi dell’istituto, Nicolini è “l’insegnante del Gnente”. Ben presto la docente riconosce quello del “Gnente” come un tema di fondo per le classi dell’istituto, restii a impegnarsi in qualsivoglia attività, tantomeno nelle proposte al di fuori dell’attività scolastica, forse anche a fronte di una reale difficoltà nel farlo, riconducibile a un fisiologico bisogno di limiti e direzioni concrete entro cui circoscrivere e verso cui orientare il proprio comportamento.

È un’impresa difficile per Nicolini, conscia dell’opinione che questi studenti hanno di lei e del suo ruolo, quella di instaurare una relazione con loro, un’impresa che la spaventa, ma alla quale sceglie di non rinunciare. Sono state proprio la sua forte motivazione e la sua tenacia a catturare la mia attenzione e a suscitare la mia ammirazione. Nicolini, infatti, è riuscita a realizzare infine il suo obiettivo, coinvolgendo la “classe del gnente” in alcune attività di gruppo, grazie alle quali la loro vitalità, le loro risorse, la loro creatività hanno trovato una strada per esprimersi in tutta la loro intensità; racconta, con soddisfazione di essere anche riuscita a insegnar loro “L’infinito” di Leopardi. In conclusione, la docente dice qualcosa che deve farci riflettere: difficilmente si potrà dimenticare di questi svogliati ragazzi, ai quali alla fine si è affezionata davvero.

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Credo che questa storia possa aiutarci a cogliere le potenzialità insite nel ruolo di insegnante: insegnare è molto più che trasmettere nozioni; insegnare è soprattutto aiutare a crescere, arricchirsi e realizzarsi; è un compito difficile, ma quando esercitato con passione e motivazione, come ha fatto Nicolini, consente di raggiungere obiettivi notevoli e di superare ostacoli apparentemente insormontabili.

Non è facile però essere dei buoni insegnanti. Forse qualcuno riterrà che l’elemento essenziale sia la conoscenza, la preparazione; essa è un aspetto indubbiamente fondamentale, ma perde di rilevanza se vengono a mancare la capacità di instaurare una buona relazione con gli studenti, di saper favorire buone relazioni tra di loro e di stimolare il loro interesse verso la materia (Mariani e Pozzo, 2002). La qualità della relazione con gli studenti è uno dei fattori che maggiormente si associa al successo o al fallimento scolastico (Babaeeroo e Shokrpour, 2017): maggiore è la qualità relazionale, maggiori sono la partecipazione dei ragazzi a scuola, migliori sono i loro risultati e minori le sospensioni e l’abbandono (Quin, 2017; Sparks, 2019).

La scuola ha subito un duro colpo con la pandemia. Il suo scoppio, nel pieno dell’anno scolastico, ha costituito una brusca battuta d’arresto, non solo per il fatto che il programma scolastico è stato temporaneamente sospeso (e poi ripreso con modalità del tutto differenti), ma anche perché si sono interrotti quei processi di socializzazione tra studenti, e fra studenti e insegnanti. E se trasmettere nozioni può tutto sommato essere fatto senza grosse difficoltà anche tramite l’uso di device tecnologici, mantenere vive e coltivare relazioni nella sola dimensione virtuale è un compito non impossibile, ma molto meno semplice.

Nei mesi del lockdown è stato necessario rivedere il modo di fare lezione, passando dalla tradizionale didattica in aula, alla tanto discussa didattica a distanza (DaD), che ha costituito una notevole sfida in particolare per quegli insegnanti, magari con esperienza ventennale fra i banchi, aventi scarsa dimestichezza con l’utilizzo di dispositivi elettronici e di internet.

Un limite intrinseco di questa tipologia di didattica è che essa richiede un maggior utilizzo di risorse cognitive: venendo a mancare la dimensione non verbale della comunicazione, essa diviene più difficile, così come l’apprendimento stesso. Ricerche dimostrano che la comunicazione non verbale è associata a maggiore motivazione allo studio e a successo accademico (Bambaeeroo e Shokrpour, 2017). Ciò ha portato alla decisione di numerosi istituti di ridurre l’altrimenti troppo oneroso numero di ore di lezione frontale, che pur essendo state affiancate ad altre tipologie di attività, ha costretto alla riduzione del programma di diverse materie. La presenza alle lezioni è inoltre diventata più libera, avendo la possibilità di mostrarsi online ed essere in realtà impegnati in attività di tutt’altro genere.

La DaD costituisce un importante passo avanti in termini di rinnovamento della pratica didattica-educativa, ma al contempo sacrifica l’indispensabile dimensione dell’interazione docente-studenti (Rota, 2020), l’essenziale dimensione relazionale. Alcuni docenti raccontano come sia stato strano e spiacevole per loro non poter sentire la presenza della classe, rimpiangendo addirittura il brusio, fastidioso sottofondo delle giornate di lezione a scuola; l’impressione, almeno in principio, è stata quella di non doversi tanto relazionare a una classe, intesa come gruppo, come un’entità che è qualcosa di più della mera somma degli individui che ne fanno parte, quanto più di dover trasmettere nozioni a un pubblico invisibile e passivo, composto da volti, nei casi migliori, e da icone sparse sullo schermo del computer in quelli peggiori.

fineSono state numerose, quindi, le difficoltà e gli ostacoli emersi in questi mesi, ma contrariamente alle pessimistiche previsioni dei più, i nostri docenti sono stati in grado di affrontarli egregiamente, dimostrando la stessa motivazione e la stessa tenacia di Ottavia Nicolini.

Sono stati sorprendenti l’entusiasmo e l’impegno con cui molti docenti si sono adoperati per colmare le loro mancanze nell’utilizzo dei dispositivi tecnologici, fruendo degli svariati corsi predisposti proprio al fine di incrementare le competenze digitali e per realizzare la media education. Si è potuto assistere, in effetti, a una notevole “solidarietà digitale”, un fiorire di iniziative e piattaforme per supportare la DaD, per aiutare a colmare la carenza di competenze di alcuni essa e per facilitare la condivisione delle conoscenze apprese (Bellasia, 2020).

Molti docenti hanno dedicato più attenzioni di quanto non facessero prima ai ragazzi, rompendo la “barriera” dello schermo, ponendo loro frequenti domande su come stessero vivendo questa particolare esperienza e lasciandoli liberi di sfogarsi e confrontarsi, qualora ne dimostrassero il bisogno; e, in effetti, è stato spesso così. Un occhio di riguardo è stato dedicato a chi manifestava segni di disagio, aprendo un dialogo con le famiglie o con altri adulti di riferimento.

Sono stati fatti sforzi d’ogni genere per cercare di continuare a far sentire gli studenti “classe”: è stata sfruttata la DaD come strumento per mantenere comunque una certa stabilità dell’incontro tra docenti e di conseguenza un senso di appartenenza e legame (Rota, 2020), tramite giochi per i più piccoli, e foto di classe (screenshot sugli schermi), attività, sfide e lavori di gruppo anche per i più grandi. In questo rivediamo proprio i tentativi fatti anche da Nicolini, che ha cercato di andare oltre la mera trasmissione di informazioni, impresa ardua con i ragazzi del Gnente, cercando la creazione di conoscenze condivise. Ciò è stato possibile entrando in punta di piedi sempre più nella vita degli studenti, interessandosi alle loro storie, ai loro luoghi di interesse, alle loro canzoni preferite. E mi sembra che questo in fondo sia quanto è stato fatto anche da molti dei nostri insegnanti durante il lockdown.

Trovarsi improvvisamente in una situazione così complessa ha favorito l’emergere del lato più umano di molti di loro, talvolta celato sotto una scorza di autoritarismo che qualcuno ancora ritiene connaturata al ruolo di insegnante, e migliorando la relazione studente-docente, elemento chiave per l’instaurarsi di un buon clima in classe e, di conseguenza, per favorire un maggiore apprendimento degli studenti (Balestra, 2017).

Credo che a questa situazione straordinaria dobbiamo riconoscere un merito, quello di aver permesso alla motivazione degli insegnanti, al loro autentico interesse per i ragazzi, alla loro passione per la loro delicatissima e straordinaria professione, di riemergere, o di emergere con una spinta e una vitalità rinnovata. 

Come Nicolini, tanti insegnanti oggi avranno paura e si sentiranno smarriti. Le incertezze sono ancora molteplici e giustificano il timore di sbagliare, di non essere in grado di gestire la grande responsabilità della quale sentono il peso. È un anno diverso, un’esperienza nuova per tutti e in quanto tale ricca di incognite, ma, soprattutto, è un’ulteriore occasione per migliorarci, per esercitare le risorse che abbiamo dimostrato di avere e per dimostrare che un buon insegnante, cioè un insegnante motivato e appassionato, ha la capacità di affrontare anche situazioni straordinarie.

 

Bibliografia:

Bambaeeroo, F. e Shokrpour, N. (2017). The impact of the teachers’ non-verbal communication on success in teaching. Journal of Advances in Medical Education and Professionalism, 5(2): 51-59

Mariani, L., Pozzo, G. (2002) Stili, strategie e strumenti nell’apprendimento linguistico. Imparare a Imparare, Insegnare a Imparare, Firenze: La Nuova Italia, Firenze.

Quin, D. (2017). Longitudinal and Contextual Associations Between Teacher–Student Relationships and Student Engagement: A Systematic Review. Review of Educational Research, 87(2): 345 –387

Turco, S. (2019). Francoforte-Roma e ritorno: l’anno spericolato della prof nelle classi del Gnente. L’Espresso, 18 Agosto 2019, 84-87

Sitografia:

Balestra, A. “Il benessere scolastico e il clima della classe”. Psicologia 24, 5 Aprile 2017 https://www.psicologia24.it/2017/04/benessere-scolastico-clima-classe/

Bellasia, A. M. “Didattica a distanza, per fortuna c’è: ecco tutti gli aspetti positivi”. Tecnica della Scuola, 21 Marzo 2020. https://www.tecnicadellascuola.it/didattica-a-distanza-per-fortuna-ce-ecco-tutti-gli-aspetti-positivi

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), 2020. https://www.istruzione.it/rientriamoascuola/index.html

Rota, M. “Pro e contro della didattica a distanza”. Crescita Personale, 31 Marzo 2020. https://www.crescita-personale.it/articoli/competenze/formazione/pro-e-contro-didattica-a-distanza.html

Sparks, S. D. “Why Teacher-Student Relationships Matter”. Education Week, 12 Marzo 2019. https://www.edweek.org/ew/articles/2019/03/13/why-teacher-student-relationships-matter.html

 

 

È NATALE

di Sabrina Agostina Amatucci

In questo periodo sentiamo dire ovunque che questo sarà un Natale “diverso”. C’è chi addirittura afferma che “non sembra nemmeno Natale”. Certo, la pandemia ci obbliga a ripensare a questo particolare momento dell’anno, così ancorato a tradizioni che fatichiamo a pensare possano essere modificate. Ma è giusto dire, come fanno alcuni, che le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria stanno privando di senso questo Natale?

Qual è il senso del Natale?

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Il Natale, anche al di là del suo significato religioso, è forse la festa che più di altre si trova radicata nella nostra cultura e tradizione. Persino la scienza sembra offrire evidenze di una “predisposizione” dell’uomo nei confronti di tutte quelle manifestazioni che riconosciamo appartenere a questo speciale periodo dell’anno: secondo un articolo pubblicato qualche anno fa su una rivista scientifica, nel nostro cervello esisterebbe una “rete dello spirito del Natale”, ovvero un insieme di aree cerebrali che si attivano quando le persone che celebrano il Natale vengono poste di fronte a stimoli legati a questa festività (Hougaard et al., 2015).

È quindi comprensibile che, in molte persone, possa generare disagio dover adattare la nostra idea del Natale alle nuove circostanze.

Tuttavia, il periodo natalizio non porta con sé solo sentimenti di benessere e di pace. Per tante persone, questi giorni sono caratterizzati da un forte aumento dello stress, in risposta alle attese che questa festa genera, e da vissuti di depressione, che alcuni clinici hanno definito “Christmas blues” o depressione natalizia.  

Tutti, in misura differente, possiamo sentirci sopraffatti durante i giorni che precedono il Natale: l’ansia di dover scegliere dei regali che piaccimmagine4iano alle persone che li riceveranno, le scadenze pressanti al lavoro prima della chiusura dell’anno, il disagio di dover trascorrere molto tempo in compagnia di parenti e amici che magari non frequentiamo spesso, la nostalgia per le persone che non sono più tra noi, la percezione di dover in qualche modo “nascondere” le preoccupazioni per rispondere a quella che viviamo come una convenzione sociale. Questi sono solo alcuni degli elementi che possono trasformare questa festa in un impegno talvolta faticoso e che può dare origine a malessere. Claudio Mencacci parla di “effetto collaterale del Natale”, riferendosi al senso di frustrazione che può esprimersi in disagi fisici o psicologici.

Il Natale di quest’anno, che indubbiamente non sarà come quelli che lo hanno preceduto, può essere l’occasione per ripensare al significato che questa festa ha assunto per noi e per darle un valore nuovo, più intimo.

Possiamo abbandonare la frenesia del “dover fare”, per trovare momenti da dedicare a noi stessi, rispolverando interessi magari dimenticati, o semplicemente riscoprendo il valore del “tempo vuoto”.

Concentriamo la nostra attenzione sugli affetti più cari e, anche se non ci è possibile, troviamo un’occasione per rivolgere loro un pensiero. La tecnologia può aiutarci nel creare momenti in cui essere vicini a chi vogliamo bene.

Anche se non saremo cocover-blog_post_dicembre-900x900involti in pantagruelici pranzi o cene, facciamo qualcosa di speciale che ci ricordi l’eccezionalità della festa, e concediamoci un piacere con cui rendere speciale la giornata.

Potremmo, infine, ricordarci delle tante persone che, come noi, stanno vivendo un Natale “diverso” e rivolgere a loro il nostro sguardo, in maniera semplice. Perché non suonare il campanello del nostro vicino di casa, anche di quello che tiene sempre la musica ad alto volume, e fargli i nostri auguri?

Due anni fa, durante l’ultima udienza generale prima delle feste, Papa Francesco ha pronunciato le seguenti parole: “Il Natale di Gesù non offre rassicuranti tepori da caminetto, ma il brivido divino che scuote la storia. Natale è la rivincita dell’umiltà sull’arroganza, della semplicità sull’abbondanza, del silenzio sul baccano, della preghiera sul “mio tempo”, di Dio sul mio io”.

Sono parole che, anche per chi non è cristiano, e sebbene pronunciate prima di questa pandemia, offrono una riflessione sul tempo che stiamo vivendo. Quest’anno, abbiamo l’occasione di scendere a patti con il fatto che non siamo invincibili, che fa parte della nostra umanità venire “feriti” da situazioni sulle quali non possiamo esercitare il nostro pieno controllo. Non vergogniamoci delle nostre paure e delle nostre debolezze, ma confidiamo nella nostra capacità di resilienza, in un atteggiamo di attesa che non è accettazione passiva, ma occasione di adattamento e riflessione. La capacità di accettare e adattarci alla nuova condizione, forse, sarà il regalo più duraturo che avremo fatto a noi stessi.

Per approfondire:

Avvenire.it. Udienza. Papa: Natale non è riempirsi di regali, ma accogliere le sorprese di Gesù. 19 dicembre 2018. https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-francesco-udienza-generale

Hougaard A, Lindberg U, Arngrim N, Larsson HBW, Olesen J, Amin FM, Ashina M, Haddock B (2015). Evidence of a Christmas spirit network in the brain: functional MRI study. BMJ. 16: 351.

Kasser T, Sheldon KM (2002). What Makes for a Merry Christmas?. Journal of Happiness Studies, 3(4): 313-329.

Mencacci C. Trasformare queste feste in un’opportunità. Corriere salute. 10 dicembre 2020. https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/20_dicembre_10/trasformare-queste-feste-un-opportunita-e1abd490-3b03-11eb-a316-193bd0f16dd1.shtml

VACANZE FINITE: E ADESSO?

di Elisabetta Piola

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Il mese di Agosto è ormai agli sgoccioli, e con lui se ne stanno andando anche gli ultimi momenti di estate e di vacanza.

Dopo i duri mesi del lockdown, contrariamente ai timori diffusi, è stato possibile per almeno alcuni di noi godere di qualche periodo di ferie: c’è chi è stato al mare, chi in montagna, chi al lago… chi è stato via pochi giorni e chi ha avuto l’occasione di “fuggire” per periodi molto più lunghi. E questo è stato senza alcun dubbio un bene.

Le vacanze ci offrono la possibilità di “staccare la spina”, di prendere temporaneamente le distanze dalle responsabilità e dalle preoccupazioni lavorative, di dedicare del tempo a noi stessi, alle nostre passioni e alla nostra famiglia. In una società prestazionistica come quella in cui viviamo è sano e indispensabile concedersi, di tanto in tanto, l’occasione di fermarci, prendere fiato e alleggerirci almeno in parte dallo stress di cui siamo quotidianamente vittime (e, in parte, fautori).

È chiaro a tutti, ed è ulteriormente confermato dai primi risultati di diversi studi psicologici in corso, che la situazione pandemica e le norme di isolamento che ci ha costretti a rispettare sono state fonte di preoccupazioni, ansia, e malessere psichico in generale (Xiong et al., 2020). I dati dei primi stadi di queste ricerche confermano un generale aumento dei livelli di stress, fino a disturbo post traumatico da stress, di ansia e depressione, anche a causa delle conseguenze economiche della pandemia (con mancati guadagni o perdita del lavoro) e dei lutti che ci siamo trovati a dover elaborare.

Se dunque già in una situazione normale, con le pressanti e incalzanti richieste che ci pone la routine quotidiana, sentiamo a un certo punto il legittimo bisogno di una pausa, è evidente che le estreme condizioni di tensione, stress e costrizione e la sofferenza del lockdown abbiano reso tale bisogno ancora più urgente.

Le vacanze di quest’anno, seppure con mascherina e igienizzante come immancabili compagni di viaggio, sono state ancora più del solito sinonimo di libertà, leggerezza e relax e sono state l’occasione per ritrovare una parte di quella stabilità ed equilibrio psichico perturbate dagli eventi dei mesi passati. L’altra faccia della medaglia è che per molti di noi il rientro si è rivelato ancora più difficile di quanto già normalmente sia.

Ritornare a casa, alla routine, al lavoro, alle responsabilità è spesso una doccia fredda dopo un periodo di ferie e quest’anno il trauma è stato ancora più intenso: siamo stati bruscamente riportati alla realtà, magari già con un tampone in aeroporto (Berberi, Marrone, 2020) che ci ricorda che l’emergenza coronavirus non è ancora superata.

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Ritornare alla normalità oggi significa vivere in modo responsabile mantenendo viva l’attenzione per le norme igieniche che dobbiamo rispettare per ridurre al minimo il rischio di contagi. I media, a cui probabilmente in vacanza abbiamo prestato meno attenzione, anche nell’illusione di prendere almeno temporaneamente le distanze dai problemi, tornano a farci presente che la curva dei contagi è tornata a risalire, che è indispensabile essere cauti e rispettare le regole ormai note, che l’economia è in forte crisi, e i dibattiti sulla riapertura delle scuole e sulla possibilità di una nuova ondata sono più accesi che mai.

Il rischio è dunque quello di farci sopraffare dall’ansia e dalla paura, oltre che dal senso di instabilità generato dalle incertezze di questo periodo.

Come arginare quindi questi spiacevoli sentimenti?

Innanzitutto, occorre tenere presente che avere paura, provare ansia, sentirsi insicuri e frustrati è legittimo data la situazione, è bene dunque autorizzarsi a provare queste emozioni anche se è opportuno affrontarle tenendo i piedi per terra. Attenzione quindi a non lasciarci pervadere da pessimismo o paranoia.  

Potremmo sorprenderci poi dell’enorme impatto che il pensare positivo può avere sul nostro benessere psicofisico. Se ci sforzeremo di troncare le catene di pensieri negativi e catastrofici che spesso si susseguono nella nostra mente, soffermandoci invece sugli aspetti positivi dell’esperienza quotidiana, inizieremo a cambiare il nostro approccio alla vita stessa, il nostro modo di affrontare le esperienze negative: studi dimostrano che un atteggiamento ottimistico e positivo è in grado di ridurre i nostri di livelli di ansia e depressione e l’impatto che gli eventi stressanti hanno su di noi, favorendo l’uso strategie di coping più efficaci, rinforzando il sistema immunitario e facendoci percepire la nostra vita come più ricca di significato (Naseem e Khalid, 2010; Boyra e Lightsey, 2012).

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Ciò si associa a una sensazione di maggiore competenza, autostima e autoefficacia, cioè alla percezione di se stessi come agenti attivi, in grado di organizzare e gestire la propria vita, con i suoi alti e bassi.

Proviamo a riportare insieme il nostro sguardo su quanto di positivo c’è stato nel corso dei duri mesi passati:

  • la quarantena ci ha dato l’opportunità di riscoprire la dimensione domestica, la piacevolezza del condividere del tempo con la nostra famiglia, dell’impegnarci nel fare una torta o del rilassarci guardando un film insieme (Gandino, 2020);
  • accanto alle relazioni familiari, abbiamo riscoperto anche molte amicizie, coltivate nei mesi di lockdown grazie all’aiuto della tecnologia, che sono state una straordinaria risorsa nell’affrontare il diffuso senso di solitudine e isolamento (Mora, 2020);
  • l’emergenza ha stimolato la nostra inventiva e lo spirito d’iniziativa, tanto che è nata l’idea di trasformare maschere da snorkeling in respiratori polmonari (Landoni, 2020) e numerose aziende sono state convertite al fine di produrre i presidi sanitari di cui abbiamo avuto urgente bisogno (Carli, 2020);
  • infine, questa situazione ha fatto emergere il nostro immenso altruismo, esemplificato dalle numerose iniziative solidali di condivisione di beni di prima necessità (Covella, 2020; C.R.G., 2020) o dalle donazioni di pizze e dolci agli operatori sanitari, duramente e incessantemente impegnati in ospedale (Ummarino, 2020).

Al rientro dalle vacanze ci siamo quindi ritrovati nella difficile e incerta situazione dalla quale in fondo una parte di noi sperava di fuggire, ma sebbene l’emergenza non possa dirsi superata, i miglioramenti sono stati notevoli, e la sua risoluzione è sempre più vicina.

Concediamoci, dunque, di sentirci ancora preoccupati, ma cerchiamo anche di sfruttare le potenzialità del pensiero positivo, riconosciamo il nostro potenziale, le nostre capacità di affrontare gli eventi, ripensando a quelle che sono state per noi esperienze critiche, dolorose ma ch  e siamo riusciti a superare. Ricordiamoci che non siamo soli e che gli altri possono rappresentare un sostegno. Questo può concretizzarsi in molti modi e perché si realizzi è necessario a volte riconoscere che ne abbiamo bisogno.  

 

Bibliografia:

Boyraz, G. e Lightsey, O. R., Jr. (2012). Can Positive Thinking Help? Positive Automatic Thoughts as Moderators of the Stress–Meaning Relationship. American Journal of Orthopsychiatry, 82(2): 267-277

Naseem, Z. e Khalid, R. (2010). Positive Thinking in Coping with Stress and Health outcomes: Literature Review. Journal of Research and Reflections in Education, 4(1): 42 -61

Xiong, J.; Lipsitz, O.; Nasri, F.; Lui, L. M. W.; Gill, H.; Phan, L.; Chen-Lo, D.; Iacobucci, M.; Ho, R.; Majeed, A. e McIntyre, R. S. (2020). Impact of COVID-19 pandemic on mental health in the general population: A systematic review. Journal of Affective Disorders, 277, 55-64

Sitografia:

Berberi, L. e Marrone, C. “Covid, il rientro dalle vacanze: le regole, le falle sui controlli e i consigli pratici”. Corriere della Sera, 23 Agosto 2020. https://www.corriere.it/cronache/20_agosto_23/covid-rientro-vacanze-regole-falle-controlli-consigli-pratici-c78914b2-e4b2-11ea-b1e4-bb7479c087c9.shtml

C.R.G. “Coronavirus, lotta a colpi di solidarietà: la brigata che porta cibo a chi “non ha più nulla””. Milano Today, 1 Aprile 2020. http://www.milanotoday.it/attualita/coronavirus/brigata-solidale-cibo-poveri.html

Carli, A. “Mascherine e respiratori, ecco le fabbriche che si riconvertono”. Il Sole 24 Ore, 23 Marzo 2020. https://www.ilsole24ore.com/art/da-miroglio-menarini-fabbriche-che-si-riconvertono-contro-coronavirus-ADLIFdD

Covella, G. “Coronavirus, gemellaggio Napoli-Madrid per i panieri solidali”. Il Mattino, 2 Aprile 2020. https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/covid_gemellaggio_napoli_madrid_panieri_solidali-5149035.html

Intervista a Gandino, G. “L’amore e le relazioni familiari ai tempi del Coronavirus”. UnitoNews, 6 Maggio 2020. https://www.unitonews.it/index.php/it/news_detail/lamore-e-le-relazioni-sentimentali-ai-tempi-del-coronavirus

Landoni, L. “Coronavirus, la maschera da snorkeling diventa respiratore con la stampa 3D: il prototipo testato a Brescia”. La Repubblica, 22 Marzo 2020. https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/03/22/news/coronavirus_maschera_snorkeling_modificata_respiratore_3d_brescia-251963126/

Mora, E. “Covid-19, riscoprire il piacere delle relazioni”. CattolicaNews, 25 Agosto 2020. https://cattolicanews.it/covid-riscoprire-il-piacere-delle-relazioni

Ummarino, F. “Coronavirus, a Milano un pizzaiolo napoletano regala pizze agli infermieri”. Vesuvio Live, 6 Marzo 2020.https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/societa/327912-coronavirus-milano-pizze-gratis/

“SIAMO IN CURA, NON IN GUERRA”

di Bianca Bertetti

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Abbiamo utilizzato questa frase di Guido Dotti, monaco della comunità di Bose, per introdurre una pratica yoga che potrebbe aiutarci in questo difficilissimo e doloroso periodo in cui le conseguenze del covid 19 ci coinvolgono ancora tutti in prima persona.

Per comprendere il significato di “siamo in cura, non in guerra” leggiamo direttamente le bellissime parole che il monaco ha utilizzato.

Guido Dotti ha scritto: “questa non è una guerra, noi non siamo in guerra… cerco una metafora diversa che renda giustizia di quanto stiamo vivendo e soffrendo e che offra elementi di speranza per i giorni che ci attendono…Ma allora, se non siamo in guerra, dove siamo? Siamo in cura!…

Non solo i malati, ma il nostro pianeta, tutti noi non siamo in guerra ma siamo in cura. E la cura abbraccia … ogni aspetto della nostra esistenza, in questo tempo indeterminato della pandemia così come nel dopo…

Sia la guerra che la cura hanno entrambe bisogno di alcune doti: forza (altra cosa dalla violenza), coraggio, risolutezza, tenacia…Poi però si nutrono di alimenti ben diversi. La guerra necessita di nemici, frontiere…armi…, di inganni e menzogne, di spietatezza e denaro… La cura invece si nutre d’altro: solidarietà, compassione…ascolto, autenticità, pazienza

Per questo tutti noi possiamo essere artefici essenziali di questo aver cura dell’altro, del pianeta e di noi stessi con loro… ciascuno per le sue capacità, competenze, principi ispiratori, forze…

La consapevolezza di essere in cura – e non in guerra – è una condizione fondamentale anche per il “dopo”: il futuro sarà segnato da quanto saremo stati capaci di vivere in questi giorni più difficili, sarà determinato dalla nostra capacità di prevenzione e di cura, a cominciare dalla cura dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione. Se sappiamo e sapremo essere custodi della terra, la terra stessa si prenderà cura di noi e custodirà le condizioni indispensabili per la nostra vita.

Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie – la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili.

Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura!

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Questo invito a “curarci insieme” ci ha stimolato a condividere con voi un esercizio di yoga volto a sostenere e “fare fiorire” le tante risorse di cura già presenti in ognuno di noi.

Senza avere la presunzione di indicare “ricette miracolose”, abbiamo pensato di condividere una pratica centrata proprio sulla cura di sé e degli altri.

Le pratiche di consapevolezza, fra le quali quella che presenteremo, sono tratte dalle antiche filosofie orientali, in particolare dal buddhismo zen, riprese e in parte rielaborate dalla recente corrente occidentale della mindfulness.

Le proposte di mindfulness (che significa chiara consapevolezza) aiutano a sviluppare una migliore consapevolezza dei propri bisogni, delle risorse e limiti in campo, dei valori cui si tende per potere operare scelte il più possibile costruttive per sé, per gli altri, per il mondo intero.

Si tratterà di sperimentare una pratica di consapevolezza che farà riferimento a aspetti diversi del nostro accostarci al difficile e complesso momento che stiamo vivendo.

Alcune pratiche di consapevolezza sono principalmente volte a trovare momenti di sollievo e pace pur nella frenesia di situazioni estremamente dolorose e complesse, altre a calmare la mente intrappolata nel turbinio di pensieri angosciosi, altre a affrontare costruttivamente emozioni intense e dolorose, altre a accrescere dentro di noi risorse di forza e determinazione, altre a contattare gli elementi più vitali insiti in ognuno di noi, altre a sviluppare una profonda gentilezza verso noi stessi e verso gli altri, con cui siamo strettamente inter-connessi.

Si tratta dunque di un invito a sperimentare un esercizio di yoga per potenziare l’indispensabile rapporto corpo mente e cuore. Se troverete che questo esercizio risponde alle vostre necessità, potrete liberamente utilizzarlo e ripeterlo.

IL SALUTO ALL’ALBA

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Portati in piedi coi piedi vicini e paralleli, fai retroversione del bacino, tieni le spalle basse, il viso disteso, porta le mani giunte davanti al petto, tenendo i gomiti in fuori e allungati.

All’INSPIRO portati sulle punte dei piedi, tendi le braccia verso l’alto e allungati ancora: lascia entrare la potente energia della natura dentro di te.

TRATTENENDO IL RESPIRO, A PIENO, allarga le braccia orizzontalmente, tenendo i palmi delle mani rivolti verso l’alto: lascia che l’energia della natura si diffonda in tutto il corpo.

All’ESPIRO, mantenendo le braccia tese, ruota i palmi delle mani verso il basso, scendi con le braccia, riunisci le mani davanti al petto e trattieni il respiro, dopo avere espirato per 3 secondi: lascia che quello che non serve, che è stato consumato esca dal tuo corpo e dalla tua mente.

Ripetiamo insieme questo esercizio un paio di volte.

Ora prova a rifare tu, da solo, questo esercizio, lentamente, per altre 4 volte, seguendo il ritmo del respiro. Lascia che sia il respiro a dare il ritmo al movimento del corpo e non viceversa, il respiro è più potente del corpo.

Quando hai terminato il ciclo degli esercizi, resta un momento a osservare l’eco, sul corpo e sulla mente, di questi movimenti ritmati dal respiro.

LA MORTE AI TEMPI DEL COVID-19

di Elisabetta Piola

238.499 e 34.634. Cosa rappresentano questi numeri? Persone. Essi indicano, rispettivamente, il totale delle persone che sono risultate positive al coronavirus ed il numero di coloro che sono deceduti a causa di esso in Italia (Ministero della Salute, dati aggiornati al 21 Giugno 2020).  

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Sono trascorsi ormai tre mesi complessi e lunghi da quando l’OMS ha dichiarato la situazione attuale provocata dal coronavirus una pandemia (Word Health Organization, 11 Marzo 2020), e quasi altrettanto tempo dal momento in cui il governo italiano ha imposto le norme di isolamento e distanziamento sociale al fine di limitare l’impatto del Covid-19, ponendo un freno alla terribile curva dei contagi.

Siamo dunque stati costretti, per poter contenere la situazione emergenziale, a restare in casa, in regime di quarantena, siamo stati a lungo distanti da molti dei nostri affetti più cari e abbiamo dovuto rinunciare a molti dei nostri hobby, alla scuola e qualcuno, purtroppo, anche al lavoro.

Queste misure altamente limitative sono però risultate efficaci e ci stanno permettendo, gradualmente e cautamente, di ritornare alle nostre abitudini.

Ma quali sono i vissuti che abbiamo condiviso maggiormente in questa situazione? Sicuramente stress, tristezza, senso di incertezza, di solitudine, frustrazione, senso di colpa, ansia, e PAURA (Brooks, Webster, Smith, Woodland, Wessely, Greenberg, Rubin, 2020).

Una paura che certamente ha accomunato molti di noi è la PAURA DELLA MORTE.

 

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Tale paura può essere per la propria incolumità, così come per quella di coloro che ci stanno a cuore. La paura della morte è una delle maggiori paure dell’uomo e in questa situazione in cui il tasso di mortalità è cresciuto notevolmente, in cui la morte non avviene più nelle modalità alle quali siamo abituati e in cui essa ha una fortissima risonanza mediatica, diviene ancora più intensa!

Negli anni si è assistito a un progressivo allontanamento dalla morte, che ha condotto a concepirla non più come parte integrante della vita, ma in posizione antitetica ad essa.

Tale presa di distanza è testimoniata dal fatto che non si muore più nella propria casa.

Per quanto l’ospedale garantisca fino alla fine tutte le cure mediche delle quali il malato necessita, esso non costituisce per lui un luogo familiare dove ci si sente comunque protetti.

La morte in ospedale di un proprio caro rende più difficile l’accettazione della perdita e l’elaborazione del lutto, soprattutto da parte dei più piccoli.

Secondo la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross, dalla diagnosi al momento della morte il malato attraversa 5 fasi: negazione, collera, venire a patti, depressione e accettazione.

Quando negare non è più possibile si avvicina la consapevolezza della morte, che può portare a vissuti depressivi reattivi, per i quali sono d’enorme aiuto la presenza, l’attenzione e l’affetto di operatori e familiari. La vicinanza affettiva al malato nella fase terminale, quando la depressione diviene preparatoria alla morte, è necessaria e benefica (Kübler-Ross, 1969)!

Il tempo per prepararsi alla morte è breve in caso di covid, dal momento della diagnosi al decesso passano più o meno 11 giorni (come riportato dal sito EpiCentro, ISS), e sicuramente l’isolamento forzato aumenta nel malato i livelli di distress. Ma anche per i familiari è stata una esperienza particolarmente drammatica.

Infatti, per l’elevato rischio di contagio, non hanno avuto la possibilità di fare visita al proprio caro, di condividere con lui i suoi ultimi momenti, di trasmettergli il proprio affetto con una carezza o di rassicurarlo con uno sguardo, piccoli gesti che hanno un potenziale effetto benefico, se non addirittura curativo (Ripamonti, 2015).

Tuttavia, in questo periodo più che mai, è accorsa in nostro aiuto la tecnologia! tabletSmartphone, tablet, computer ci hanno consentito di mantenere una forma di vicinanza e di comunicazione (Ingravallo, 2020), sebbene virtuale: ci hanno permesso di condividere almeno parole e sguardi che, anche se filtrati attraverso uno schermo, ci hanno consentito di fargli percepire la nostra vicinanza affettiva.

Anche molti operatori sanitari, sebbene stanchi, stressati e frustrati a causa dell’impegno incessante nella cura dei sempre più numerosi pazienti e a causa delle perdite che essi stessi hanno subito, sono riusciti a mantenere la disponibilità affettiva e la capacità d’ascolto di cui i malati hanno un grande bisogno, rendendosi in alcuni casi addirittura disponibili ad offrire loro i propri telefoni (Mondo, 2020), così da garantire la possibilità di condividere con i propri affetti le ultime fasi della vita.

Ci sono state anche alcune associazioni che hanno generosamente donato smartphone e tablet a degli ospedali per consentire ai malati di mantenere i contatti con familiari e amici (Insalaco, 2020)!

A complicare l’elaborazione del lutto durante questa pandemia è stata anche l’impossibilità di celebrare il rito funebre nella modalità canonica.

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In Italia, i funerali sono stati proibiti o ne è stata limitata la partecipazione ai soli familiari più stretti e i cimiteri sono stati chiusi (Ingravallo, 2020). La mancanza o la posticipazione del rito funebre lascia un vuoto, tiene sospeso il nostro dolore rendendo difficile l’accettazione della morte.

Le credenze e le pratiche religiose, così come un atteggiamento spirituale verso la vita offrono un grande aiuto nell’affrontare morte e malattia: riducono i livelli di depressione, migliorano la capacità di affrontare il distress e contribuiscono a dare un senso all’accaduto (Vallurupalli et al., 2012; Ripamonti, 2015). Il funerale costituisce un rituale collettivo che facilita la condivisione del dolore, fornendoci un sollievo, sebbene parziale e temporaneo, che ci dà la possibilità di dire addio al defunto (Hernández e Berman, 2020). Anche a livello neurofisiologico, essere a contatto con amici o altri partecipanti al lutto ci aiuta ad affrontare la situazione, favorendo la produzione di ormoni del benessere come l’ossitocina, la dopamina e la serotonina (Camplone, 2020).

Il dolore per una perdita è un dolore complesso (Verma e Neimeyer, 2020), che coinvolge sentimenti diversi che si alternano o sovrappongono. Un sentimento che emerge in modo particolare in questo periodo è il senso di colpa, legato alla sensazione di aver abbandonato il malato.

In realtà, sebbene le circostanze ci abbiano costretto a rimanere fisicamente distanti dal nostro caro in ospedale, ogni volta che gli abbiamo dedicato un pensiero, ogni occasione in cui abbiamo ardentemente desiderato fargli visita e ogni volta che gli abbiamo fatto una telefonata o una videochiamata abbiamo dato dimostrazione a noi stessi e a lui di essergli estremamente vicini, forse più di quanto non siamo mai stati, dal punto di vista affettivo. Non si è trattato di un abbandono, ma di un affidamento utile e necessario (Papitto, 2020).

Anche in questo caso, l’amore per i nostri cari, la grande generosità di alcuni estranei e la tecnologia ci hanno permesso di trovare un modo per dare dire addio nonostante le limitazioni e gli impedimenti, ricorrendo in alcuni casi a funerali in videoconferenza!

Credo che in questa situazione siamo stati in grado di far emergere un prezioso bagaglio di risorse personali cui possiamo e dobbiamo attingere per riuscire ad accettare la perdita dei nostri cari.

Ciò che è importante riuscire a fare – da soli o con l’aiuto di chi ci è vicino, con il supporto di spiritualità e religione, e, ove necessario, con l’aiuto di professionisti della salute mentale – è DARE UN SENSO a quanto accaduto; dare un senso a queste tragiche perdite e al dolore che esse comportano, dare un senso alle svariate emozioni che proviamo, accettando infine la morte, quale parte integrante della vita.

 

Bibliografia:

Brooks, S. K.; Webster, R., K.; Smith, L. E.; Woodland, L.; Wessely, S.; Greenberg, N. e Rubin, G. J. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet, 395: 912-920.

Kübler-Ross, E. (1969). On Death and Dying. New York: Scribner

Ripamonti, C. A. (2015). Manuale di psicologia della salute. Bologna: Il Mulino

Vallurupalli, M.; Lauderdale, K.; Balboni, M. J.; Phelps, A. C.; Block, S. D.; Ng, A. K.; Kachnic, L. A.; Vanderweele, T. J. e Balboni, A. (2012). The Role of Spirituality and Religious Coping in the Quality of Life of Patients With Advanced Cancer Receiving Palliative Radiation Therapy. The Journal of supportive oncology, 10(2): 81-7

Verma, N. e Neimeyer, R. A. (2020). Grief and Growth. AI Practitioner, 22:2

Sitografia:

Camplone, S. “La Pandemia da Coronavirus e le diverse forme di perdita”. AssoCareNews, 25 Maggio 2020. https://www.assocarenews.it/professioni-sanitarie/psicologi/psicologia-relazionale/la-pandemia-da-coronavirus-e-le-diverse-forme-di-perdita

Hernández, A. R.; Berman, M. “Grief amid the pandemic: Live-streamed funerals, canceled services and mourning left ‘unfinished’”. The Washington Post, 23 Marzo, 2020. https://www.washingtonpost.com/national/grief-amid-the-pandemic-live-streamed-funerals-canceled-services-and-mourning-left-unfinished/2020/03/23/9201e996-6bdf-11ea-abef-020f086a3fab_story.html

Ingravallo, F. “Death in the era of the COVID-19 pandemic”. The Lancet, 2 Aprile 2020. https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667(20)30079-7/fulltext

Insalaco, C. “Coronavirus, cellulari ‘solidali’ agli ospedali per mettere in comunicazione i pazienti con i loro familiari”. La Stampa, 17 Aprile 2020. https://www.lastampa.it/torino/2020/04/17/news/coronavirus-cellulari-solidali-agli-ospedali-per-mettere-in-comunicazione-i-pazienti-con-i-loro-familiari-1.38729502

Mondo, A. “Coronavirus, una videochiamata con il cellulare dei medici per mettere in contatto ricoverati e famiglie”. La Stampa, 26 Marzo 2020. https://www.lastampa.it/torino/2020/03/26/news/coronavirus-una-videochiamata-con-il-cellulare-dei-medici-per-mettere-in-contatto-ricoverati-e-famiglie-1.38640414

Papitto, F. “Videochiamata in giardino o sul sedile dell’auto, la psicoterapia al tempo del Covid”. La Repubblica, 26 Maggio 2020. https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2020/05/26/news/se_lo_psicologo_va_in_quarantena_la_distanza_si_riduce-257657455/

http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?area=nuovoCoronavirus&id=5351&lingua=italiano&menu=vuoto

http://www.euro.who.int/en/health-topics/health-emergencies/coronavirus-covid-19/news/news/2020/3/who-announces-covid-19-outbreak-a-pandemic

https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia

 

“BAMBOCCIONI”? IN BILICO TRA ADOLESCENZA ED ETA’ ADULTA

di Elena Chiara Fumi

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“Alla loro età lavoravo già e avevo una famiglia!” commentano alcune persone in riferimento alle nuove generazioni. Il ritratto che negli ultimi anni è stato fatto dei ventenni e dei trentenni non è particolarmente felice: giovani che vivono ancora con mamma e papà e che non sanno cosa significa essere adulti responsabili. In una trasmissione televisiva una ministra li aveva definiti addirittura choosy”, un termine inglese che indica in modo dispregiativo le persone schizzinose, in questo caso nei confronti delle opportunità lavorative che verrebbero loro offerte.

Consapevoli del fatto che le generalizzazioni siano spesso frutto di pregiudizio e semplificazione, cerchiamo di analizzare più nel dettaglio questa condizione, definita del “giovane-adulto”.

bamboccioniL’espressione “giovane adulto” è stata coniata per indicare coloro che vivono “schiacciati” tra due fasi del ciclo di vita consecutive ma distinte tra loro: l’adolescenza e l’età adulta. L’adolescenza rappresenta etimologicamente la crescita, lo sforzo che bisogna compiere per ricercare la propria identità seguendo un percorso di maturazione biologica, psichica e relazionale. Al contrario, l’adultità è rappresentata da coloro che hanno completato con successo il proprio iter evolutivo, raggiungendo una definizione chiara di sé. Il passaggio da una tappa evolutiva a quella successiva richiede ai soggetti di adempire a dei compiti di sviluppo ben definiti: uscire dal circuito formativo, inserirsi nel mondo del lavoro, raggiungere l’indipendenza abitativa, sposarsi o convivere, costruirsi una famiglia (Buzzi, Cavalli, De Lillo, 2007). Tuttavia, un’indagine dell’Istituto IARD, un network di ricerca sulla condizione e le politiche giovanili, ha dimostrato che i giovani d’oggi sono sempre più spesso incapaci di assolvere a questi compiti, restando imbrigliati in una condizione di dipendenza economica e abitativa dal proprio nucleo familiare, due aspetti ravvisabili soprattutto nei ventenni e trentenni del nostro Paese che, rispetto ai coetanei stranieri, preferiscono permanere in famiglia, godendo di tutte le comodità e ritardando le proprie responsabilità.
In effetti, a chi non piacerebbe tornare a casa e trovare un pasto caldo o le magliette stirate?!
E’ bene sottolineare che se da un lato si tratta di una scelta volontaria – frutto anche della nostra cultura tradizionalmente familiarista – dall’altro lato le gravi condizioni socio-economiche, così come l’inadeguatezza delle politiche di welfare, sono le cause più significative a cui fare riferimento (Schizzerotto, 2002).
Così, il giovane-adulto è colui che staziona a lungo nel circuito formativo, affiancando all’istruzione universitaria percorsi di specializzazione che alimentano il suo desiderio di fare esperienze differenti, di immaginarsi in mille ruoli sociali e che tuttavia posticipano il reale ingresso nel mondo del lavoro, sempre più liquido e incapace di garantire quel senso di sicurezza di reddito e di identità professionali rispetto al passato. Questo senso di precarietà si riflette anche nella sfera privata, come descritto da un fenomeno contemporaneo conosciuto come LAT -Living Apart Together-(Salerno, 2010). Secondo questa teoria molti innamorati, seppur desiderosi di continuare la propria relazione affettiva, non vogliono fare progetti di coppia futuri: il timore di legarsi definitivamente si traduce nella decisione di vivere in abitazioni differenti e di rimandare il giorno in cui diventeranno genitori. Altre volte, l’opportunità di condividere lo stesso tetto è resa possibile dalla propria famiglia che finanzia l’uscita di casa dei figli e contribuisce al loro sostentamento.

in-bilicoIn sintesi, l’incertezza che domina il futuro di questi giovani, il vuoto sociale che li accompagna e che viene colmato da una forma di “iper-protezione” familiare, sono tutti fattori che minano il processo di maturazione di questi soggetti, che preferiscono costruirsi identità intermedie e socialmente poco definite, in bilico tra il ruolo dell’adulto e quello dell’adolescente. L’obiettivo è sostenere questa generazione ad avere fiducia in se stessa e nel domani, aiutando ciascuno a diventare chi vuole realmente essere. Talvolta sarà necessario scendere a dei compromessi ma nessuno ha mai detto che crescere sia facile e la sfida è proprio questa: affrontare la paura e la confusione e fare delle proprie risorse e delle opportunità presenti nel mondo il proprio tesoro.
Quindi, cari “bamboccioni”, fatevi avanti…il futuro è vostro e può riservarvi grandi sorprese. 

 

Bibliografia:

Buzzi, A., Cavalli, A., & De Lillo, A. (2007). Giovani nel nuovo secolo. Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia. Bologna: Il Mulino.

Lancini, M., & Madeddu, F. (2014). Il giovane adulto: la terza nascita. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Malagoli Togliatti, M. & Lubrano Lavadera, A. (2002). Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia.Bologna: Il Mulino.

Schizzerotto, A. (2002). Viete ineguali. Disuguaglianze e corsi di vita nell’Italia contemporanea. Bologna: Il Mulino.

http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2015/11/27/da-padoa-schioppa-a-fornero-da-bamboccioni-a-choosy-archivio-ansa_63fc0ec7-0308-421f-8623-2ea917a4ea93.html

STA ARRIVANDO BABBO NATALE!

di Elisabetta Piola

Le luci e le decorazioni che colorano le città, le canzoncine nei negozi e in televisione, le pubblicità e quell’eccitazione e frenesia quasi palpabili che aleggiano per le strade sembrano volerci ricordare che anche quest’anno sta arrivando Natale con il suo indiscusso protagonista: Babbo Natale!
Per quelli di voi che hanno figli, però, l’entusiasmo per la festa imminente potrebbe essere guastato dalla comparsa di un dubbio comune, su cui almeno una volta ciascuno di noi si sarà fermato a riflettere: è giusto o sbagliato raccontare ai bambini la storia di Babbo Natale? E fino a che età possiamo lasciare che ci credano?

Santa is placing gift boxes under Christmas tree
Il Natale è sicuramente una festa molto amata, in particolare dai bambini.
Ricordiamo tutti con grande nostalgia la trepidante attesa di Babbo Natale, l’entusiasmo nel trovare i regali sotto l’albero, la fretta nello scartarli insieme ai genitori e la gioia di giocarci con fratelli o cuginetti. Probabilmente ricordiamo soprattutto l’atmosfera quasi magica che si creava a Natale quando eravamo bambini, e che ora in qualche modo fatichiamo a rivivere con la stessa intensità.
La storia di Babbo Natale ha molti aspetti positivi, legati a questa sua incredibile capacità di emozionare, di generare stupore ed entusiasmo, così come alla capacità di trasmettere valori importanti, quali la generosità e la condivisione, che riescono a unire le famiglie, attenuare i conflitti e scaldare i cuori almeno in questo periodo dell’anno.
Come ricorda la psicologa Stefania Andreoli in un’intervista per La Stampa, la favola di Babbo Natale ha una straordinaria efficacia nel trasmettere il valore dell’attesa, del dono e della generosità ai bambini, utilizzando, come le altre favole, un linguaggio adatto alla loro età.
Tale racconto, oltre ad aiutarci a dialogare con i nostri figli e a condividere con loro questi valori, ci permette di trasmettere un’immagine del mondo particolarmente positiva, proteggendoli, temporaneamente, dai suoi aspetti negativi.
Il messaggio centrale veicolato dalla storia di Babbo Natale è infatti il seguente: il mondo è un posto bellissimo, fondamentalmente buono, colmo di amore e generosità.
Per quanto sia evidente anche ai più ingenui e sognatori che si tratti di una descrizione poco realistica, il presentare ai bambini un’immagine così positiva, quasi idilliaca, della nostra realtà, concede loro di entrare in contatto in modo graduale con i suoi aspetti meno piacevoli, man mano che acquisiscono le competenze cognitive necessarie per comprenderli (Gill e Papatheodorou, 2002).
Da quanto scritto finora emerge la concreta utilità di questa favola, che ci aiuta a comunicare insegnamenti importanti in modo semplice ed efficace. Tuttavia, il merito maggiore della favola di Babbo Natale è un altro ed è legato proprio al cuore del racconto: la MAGIA.

unknownA lungo gli studiosi si sono concentrati sull’importanza, innegabile, dello sviluppo del pensiero logico nel bambino, a discapito della comprensione di un altro tipo di sviluppo, quello spirituale. La spiritualità, che non coincide necessariamente con la religiosità, va intesa come la capacità di dare un senso più profondo alle cose, di leggere dietro a ciò che è concreto, visibile (Lealman, 1986) e di comprendere appieno il qui ed ora, i misteri ed i valori (Hay, 2000).

Quel senso di stupore, di meraviglia, di entusiasmo che aleggiano intorno a Babbo Natale sono incredibilmente efficaci nel far crescere la spiritualità nei bambini.
Bisogna tenere inoltre presente che i nostri figli fin da piccoli imparano a distinguere realtà e immaginazione. Giocando a “fare finta di” o ascoltando storie di finzione imparano a figurarsi diverse possibili realtà, facendo un esercizio molto importante per il loro sviluppo cognitivo (Palmerini, 2016).
Perché, allora, continuano a credere incondizionatamente ad una storia assurda quale quella di Babbo Natale, anche quando iniziano a diventare più grandicelli?
Come ricordava la psicologa Jacqueline Woolley in un articolo su The Conversation (2016), il motivo è semplice: perché sono proprio i genitori a raccontarla.
I nostri figli ripongono in noi una grande fiducia, che messa insieme alla gioia, allo stupore e a tutte le emozioni e sensazioni positive che la favola di Babbo Natale porta con sé, mette a tacere anche i piccoli dubbi e le perplessità che il bambino già abbastanza presto comincia ad avere. E poi non solo i bambini ma, ammettiamolo, anche noi adulti, abbiamo bisogno di quel pizzico di magia che rende la nostra vita più stimolante.
Raccontare questa bugia però muove spesso vissuti negativi nei genitori, quali il senso di colpa per il tradimento della fiducia che i nostri bambini hanno in noi, e il senso di incoerenza perché mentendo stiamo probabilmente andando contro le stesse regole morali che cerchiamo di insegnare.
I risultati di alcuni studi sul tema sono tuttavia rassicuranti: forse grazie ai piccoli dubbi accumulatisi nel tempo che hanno reso graduale il passaggio verso la verità non sembrano esservi effetti negativi legati alla scoperta della verità su Babbo Natale.
In sintesi, dopo aver considerato alcuni degli aspetti positivi e negativi della favola di Babbo Natale, il nostro consiglio è: non priviamo i nostri bambini di questo entusiasmo, di questa trepidante attesa, di questa enorme gioia; lasciamo che ci credano e che sognino; lasciamo che vivano la magia del Natale e, perché no, magari possiamo tentare di riviverla anche noi!

Buon Natale!

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Bibliografia:
Hay, D. (2000). Spirituality versus individualism: The challenge of relational consciousness, 1st International Conference on Children’s Spirituality, Chichester, UK
Lealman, B. (1986). Grottos, Ghettos and City of Glass: conversations about spirituality. British Journal of Religious Education 8(2), pp.65–71
Palmerini, C. (2016). La psicologia di Babbo Natale. Focus, Italia
Papatheodorou, T. e Gill, J. (2002). Father Christmas: Just a story?. International Journal of Children’s Spirituality, 7:3, 329-344
Salemi, R. (2011). Babbo Natale, è giusto o sbagliato dire ai figli che non esiste?. La Stampa, Italia

Sitografia:

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/buone-feste-la-psicologia-di-babbo-natale

https://www.lastampa.it/cultura/2011/12/19/news/babbo-natale-e-giusto-o-sbagliato-br-dire-

ai-figli-che-non-esiste-1.36914832

https://theconversation.com/why-children-believe-or-not-that-santa-claus-exists-70518