Author: admin


“BAMBOCCIONI”? IN BILICO TRA ADOLESCENZA ED ETA’ ADULTA

di Elena Chiara Fumi

non-chiamateli-bamboccioni

“Alla loro età lavoravo già e avevo una famiglia!” commentano alcune persone in riferimento alle nuove generazioni. Il ritratto che negli ultimi anni è stato fatto dei ventenni e dei trentenni non è particolarmente felice: giovani che vivono ancora con mamma e papà e che non sanno cosa significa essere adulti responsabili. In una trasmissione televisiva una ministra li aveva definiti addirittura choosy”, un termine inglese che indica in modo dispregiativo le persone schizzinose, in questo caso nei confronti delle opportunità lavorative che verrebbero loro offerte.

Consapevoli del fatto che le generalizzazioni siano spesso frutto di pregiudizio e semplificazione, cerchiamo di analizzare più nel dettaglio questa condizione, definita del “giovane-adulto”.

bamboccioniL’espressione “giovane adulto” è stata coniata per indicare coloro che vivono “schiacciati” tra due fasi del ciclo di vita consecutive ma distinte tra loro: l’adolescenza e l’età adulta. L’adolescenza rappresenta etimologicamente la crescita, lo sforzo che bisogna compiere per ricercare la propria identità seguendo un percorso di maturazione biologica, psichica e relazionale. Al contrario, l’adultità è rappresentata da coloro che hanno completato con successo il proprio iter evolutivo, raggiungendo una definizione chiara di sé. Il passaggio da una tappa evolutiva a quella successiva richiede ai soggetti di adempire a dei compiti di sviluppo ben definiti: uscire dal circuito formativo, inserirsi nel mondo del lavoro, raggiungere l’indipendenza abitativa, sposarsi o convivere, costruirsi una famiglia (Buzzi, Cavalli, De Lillo, 2007). Tuttavia, un’indagine dell’Istituto IARD, un network di ricerca sulla condizione e le politiche giovanili, ha dimostrato che i giovani d’oggi sono sempre più spesso incapaci di assolvere a questi compiti, restando imbrigliati in una condizione di dipendenza economica e abitativa dal proprio nucleo familiare, due aspetti ravvisabili soprattutto nei ventenni e trentenni del nostro Paese che, rispetto ai coetanei stranieri, preferiscono permanere in famiglia, godendo di tutte le comodità e ritardando le proprie responsabilità.
In effetti, a chi non piacerebbe tornare a casa e trovare un pasto caldo o le magliette stirate?!
E’ bene sottolineare che se da un lato si tratta di una scelta volontaria – frutto anche della nostra cultura tradizionalmente familiarista – dall’altro lato le gravi condizioni socio-economiche, così come l’inadeguatezza delle politiche di welfare, sono le cause più significative a cui fare riferimento (Schizzerotto, 2002).
Così, il giovane-adulto è colui che staziona a lungo nel circuito formativo, affiancando all’istruzione universitaria percorsi di specializzazione che alimentano il suo desiderio di fare esperienze differenti, di immaginarsi in mille ruoli sociali e che tuttavia posticipano il reale ingresso nel mondo del lavoro, sempre più liquido e incapace di garantire quel senso di sicurezza di reddito e di identità professionali rispetto al passato. Questo senso di precarietà si riflette anche nella sfera privata, come descritto da un fenomeno contemporaneo conosciuto come LAT -Living Apart Together-(Salerno, 2010). Secondo questa teoria molti innamorati, seppur desiderosi di continuare la propria relazione affettiva, non vogliono fare progetti di coppia futuri: il timore di legarsi definitivamente si traduce nella decisione di vivere in abitazioni differenti e di rimandare il giorno in cui diventeranno genitori. Altre volte, l’opportunità di condividere lo stesso tetto è resa possibile dalla propria famiglia che finanzia l’uscita di casa dei figli e contribuisce al loro sostentamento.

in-bilicoIn sintesi, l’incertezza che domina il futuro di questi giovani, il vuoto sociale che li accompagna e che viene colmato da una forma di “iper-protezione” familiare, sono tutti fattori che minano il processo di maturazione di questi soggetti, che preferiscono costruirsi identità intermedie e socialmente poco definite, in bilico tra il ruolo dell’adulto e quello dell’adolescente. L’obiettivo è sostenere questa generazione ad avere fiducia in se stessa e nel domani, aiutando ciascuno a diventare chi vuole realmente essere. Talvolta sarà necessario scendere a dei compromessi ma nessuno ha mai detto che crescere sia facile e la sfida è proprio questa: affrontare la paura e la confusione e fare delle proprie risorse e delle opportunità presenti nel mondo il proprio tesoro.
Quindi, cari “bamboccioni”, fatevi avanti…il futuro è vostro e può riservarvi grandi sorprese. 

 

Bibliografia:

Buzzi, A., Cavalli, A., & De Lillo, A. (2007). Giovani nel nuovo secolo. Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia. Bologna: Il Mulino.

Lancini, M., & Madeddu, F. (2014). Il giovane adulto: la terza nascita. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Malagoli Togliatti, M. & Lubrano Lavadera, A. (2002). Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia.Bologna: Il Mulino.

Schizzerotto, A. (2002). Viete ineguali. Disuguaglianze e corsi di vita nell’Italia contemporanea. Bologna: Il Mulino.

http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2015/11/27/da-padoa-schioppa-a-fornero-da-bamboccioni-a-choosy-archivio-ansa_63fc0ec7-0308-421f-8623-2ea917a4ea93.html

STA ARRIVANDO BABBO NATALE!

di Elisabetta Piola

Le luci e le decorazioni che colorano le città, le canzoncine nei negozi e in televisione, le pubblicità e quell’eccitazione e frenesia quasi palpabili che aleggiano per le strade sembrano volerci ricordare che anche quest’anno sta arrivando Natale con il suo indiscusso protagonista: Babbo Natale!
Per quelli di voi che hanno figli, però, l’entusiasmo per la festa imminente potrebbe essere guastato dalla comparsa di un dubbio comune, su cui almeno una volta ciascuno di noi si sarà fermato a riflettere: è giusto o sbagliato raccontare ai bambini la storia di Babbo Natale? E fino a che età possiamo lasciare che ci credano?

Santa is placing gift boxes under Christmas tree
Il Natale è sicuramente una festa molto amata, in particolare dai bambini.
Ricordiamo tutti con grande nostalgia la trepidante attesa di Babbo Natale, l’entusiasmo nel trovare i regali sotto l’albero, la fretta nello scartarli insieme ai genitori e la gioia di giocarci con fratelli o cuginetti. Probabilmente ricordiamo soprattutto l’atmosfera quasi magica che si creava a Natale quando eravamo bambini, e che ora in qualche modo fatichiamo a rivivere con la stessa intensità.
La storia di Babbo Natale ha molti aspetti positivi, legati a questa sua incredibile capacità di emozionare, di generare stupore ed entusiasmo, così come alla capacità di trasmettere valori importanti, quali la generosità e la condivisione, che riescono a unire le famiglie, attenuare i conflitti e scaldare i cuori almeno in questo periodo dell’anno.
Come ricorda la psicologa Stefania Andreoli in un’intervista per La Stampa, la favola di Babbo Natale ha una straordinaria efficacia nel trasmettere il valore dell’attesa, del dono e della generosità ai bambini, utilizzando, come le altre favole, un linguaggio adatto alla loro età.
Tale racconto, oltre ad aiutarci a dialogare con i nostri figli e a condividere con loro questi valori, ci permette di trasmettere un’immagine del mondo particolarmente positiva, proteggendoli, temporaneamente, dai suoi aspetti negativi.
Il messaggio centrale veicolato dalla storia di Babbo Natale è infatti il seguente: il mondo è un posto bellissimo, fondamentalmente buono, colmo di amore e generosità.
Per quanto sia evidente anche ai più ingenui e sognatori che si tratti di una descrizione poco realistica, il presentare ai bambini un’immagine così positiva, quasi idilliaca, della nostra realtà, concede loro di entrare in contatto in modo graduale con i suoi aspetti meno piacevoli, man mano che acquisiscono le competenze cognitive necessarie per comprenderli (Gill e Papatheodorou, 2002).
Da quanto scritto finora emerge la concreta utilità di questa favola, che ci aiuta a comunicare insegnamenti importanti in modo semplice ed efficace. Tuttavia, il merito maggiore della favola di Babbo Natale è un altro ed è legato proprio al cuore del racconto: la MAGIA.

unknownA lungo gli studiosi si sono concentrati sull’importanza, innegabile, dello sviluppo del pensiero logico nel bambino, a discapito della comprensione di un altro tipo di sviluppo, quello spirituale. La spiritualità, che non coincide necessariamente con la religiosità, va intesa come la capacità di dare un senso più profondo alle cose, di leggere dietro a ciò che è concreto, visibile (Lealman, 1986) e di comprendere appieno il qui ed ora, i misteri ed i valori (Hay, 2000).

Quel senso di stupore, di meraviglia, di entusiasmo che aleggiano intorno a Babbo Natale sono incredibilmente efficaci nel far crescere la spiritualità nei bambini.
Bisogna tenere inoltre presente che i nostri figli fin da piccoli imparano a distinguere realtà e immaginazione. Giocando a “fare finta di” o ascoltando storie di finzione imparano a figurarsi diverse possibili realtà, facendo un esercizio molto importante per il loro sviluppo cognitivo (Palmerini, 2016).
Perché, allora, continuano a credere incondizionatamente ad una storia assurda quale quella di Babbo Natale, anche quando iniziano a diventare più grandicelli?
Come ricordava la psicologa Jacqueline Woolley in un articolo su The Conversation (2016), il motivo è semplice: perché sono proprio i genitori a raccontarla.
I nostri figli ripongono in noi una grande fiducia, che messa insieme alla gioia, allo stupore e a tutte le emozioni e sensazioni positive che la favola di Babbo Natale porta con sé, mette a tacere anche i piccoli dubbi e le perplessità che il bambino già abbastanza presto comincia ad avere. E poi non solo i bambini ma, ammettiamolo, anche noi adulti, abbiamo bisogno di quel pizzico di magia che rende la nostra vita più stimolante.
Raccontare questa bugia però muove spesso vissuti negativi nei genitori, quali il senso di colpa per il tradimento della fiducia che i nostri bambini hanno in noi, e il senso di incoerenza perché mentendo stiamo probabilmente andando contro le stesse regole morali che cerchiamo di insegnare.
I risultati di alcuni studi sul tema sono tuttavia rassicuranti: forse grazie ai piccoli dubbi accumulatisi nel tempo che hanno reso graduale il passaggio verso la verità non sembrano esservi effetti negativi legati alla scoperta della verità su Babbo Natale.
In sintesi, dopo aver considerato alcuni degli aspetti positivi e negativi della favola di Babbo Natale, il nostro consiglio è: non priviamo i nostri bambini di questo entusiasmo, di questa trepidante attesa, di questa enorme gioia; lasciamo che ci credano e che sognino; lasciamo che vivano la magia del Natale e, perché no, magari possiamo tentare di riviverla anche noi!

Buon Natale!

b57b2b5ca9cea9c60f1cf4f29858ded8_e

 

Bibliografia:
Hay, D. (2000). Spirituality versus individualism: The challenge of relational consciousness, 1st International Conference on Children’s Spirituality, Chichester, UK
Lealman, B. (1986). Grottos, Ghettos and City of Glass: conversations about spirituality. British Journal of Religious Education 8(2), pp.65–71
Palmerini, C. (2016). La psicologia di Babbo Natale. Focus, Italia
Papatheodorou, T. e Gill, J. (2002). Father Christmas: Just a story?. International Journal of Children’s Spirituality, 7:3, 329-344
Salemi, R. (2011). Babbo Natale, è giusto o sbagliato dire ai figli che non esiste?. La Stampa, Italia

Sitografia:

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/buone-feste-la-psicologia-di-babbo-natale

https://www.lastampa.it/cultura/2011/12/19/news/babbo-natale-e-giusto-o-sbagliato-br-dire-

ai-figli-che-non-esiste-1.36914832

https://theconversation.com/why-children-believe-or-not-that-santa-claus-exists-70518

La sconfitta della suocera

di Chiara Menescalchi

Quando nasce un bambino, i genitori spesso attraversano un periodo di difficoltà. Nessuno ha insegnato loro come accudire un figlio, come lavarlo, come allattarlo né come consolarlo; anzi forse è il primo neonato che vedono, il primo che tengono davvero in braccio. La genitorialità di oggi è nel segno della solitudine, dell’assenza di radici e di legami. Le famiglie, magari lontano dalla propria città d’origine, si isolano in una felicità tutta privata, per nulla aperta al sociale e alla condivisione. Non che in tutto il mondo sia così: in Africa, ad esempio, la gravidanza è sociale. Le donne del villaggio seguono la donna, la accudiscono, la proteggono. Le radici di quella madre sono profonde, nel compagno, nelle donne della tribù e nella comunità tutta: Per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio, dice un proverbio africano.

images

Da noi invece, le mamme e i papà che incontrano per la prima volta il proprio figlio sono alla prova con qualcosa di grande, molto più grande di loro. Sono terrorizzati e sentono di avere le spalle scoperte… Le loro armi sono deposte, brancolano nel buio: avvertono il bisogno di una guida, prestando ascolto ai pareri di chiunque, davvero chiunque. C’è chi si affida ai consigli dei manuali sull’infanzia e sulla genitorialità, tematiche che oggi reggono da sole le case editrici; chi invece si affida ai consigli delle nonne, dei genitori, delle suocere o anche solo della signora incontrata sul tram.

La giovane mamma troppo spesso è vista come sprovveduta. Tutti faranno a gara a chi dà il consiglio più azzeccato, svilendo magari i tentativi autonomi di una donna che si mette in gioco con la maternità. Se i consigli piombano come massi sulla donna, che si trova naturalmente dopo il parto in un momento di fragilità, il suo senso di colpa la farà sentire inadatta sarà il sasso che la stroncherà. Non seguirà più il suo istinto, non ascolterà più i segnali del suo bambino, ma, cieca, si affiderà al “si fa così” senza domandarsi neppure il perché.

Ma non ci si deve perdere d’animo perché la psicologia perinatale può venire in aiuto.

psicologia-perinatale

SE VUOI SAPERNE DI PIU’

La psicologia perinatale si occupa delle esperienze del neonato e di migliorare la sua relazione con i genitori e in generale con l’ambiente in cui vive; accompagna i genitori verso una genitorialità consapevole, sia quando si progetta una gravidanza sia quando il bambino è già tra noi. “La psicologia perinatale si occupa in specifico della perinatalità psichica e delle problematiche connesse e sottese alle vicissitudini del progetto gestazionale e genitoriale” spiega  Imbasciati (2010), nella fisiologia come nella patologia. La psicologia perinatale gode dello scambio proficuo tra competenze specifiche e professionisti sempre aggiornati, quali ginecologhe, ostetriche, pediatri, psicologhe e neuroscienziati. Le tematiche toccano diverse facce dell’essere genitore: il concepimento, i vissuti psichici della gravidanza, la procreazione medicalmente assistita, il parto, il lutto perinatale, l’allattamento, il sonno del neonato, solo per menzionarne alcuni.

Ci si affida alla scienza, alle ricerche empiriche, alle neuroscienze per conoscere ciò che aiuta lo sviluppo armonico di un genitore e di suo figlio, senza  dover più cadere nelle trappole del marketing o della suocera, senza dar più credito a dicerie e consigli retrogradi (“Lascialo piangere quanto vuole…prima o poi si addormenterà”). Finalmente si potrà dire un secco “no, grazie” assertivo a chiunque vi consigli di non dare sempre il seno, di far voi donne da sole, di non gravare sul marito… “in fin dei conti ci siamo passate tutte; non sarai né la prima né l’ultima”. Mamme avete il diritto di ribellarvi alla tirannia delle suocere.

  • Berry Brazelton, “Nascita di una famiglia”, Ed. Unicopli, 1987.
  • Imbasciati, L. Cena, “Psicologia clinica perinatale nei difficili precorsi della filiazione pretermine”, Nascere, 2010, 111, 9-16.

Parlare di morte nella nostra cultura quando a morire è un bambino

 A cura di Maria Rinaldi

“Va denunciato il silenzio, il disconoscimento, le lusinghe con le quali l’adulto costruisce un muro: fra il bambino e la morte, in verità fra la morte e sé stesso”

Raimbault G., Il bambino e la morte, La Nuova Italia, Firenze, 1978.

In una cultura come la nostra, ossessionata dal benessere, di morte non si parla.

morte

Eppure ci ammaliamo, invecchiamo, moriamo. È l’epoca della morte in diretta, del cordoglio tramite “like”, l’epoca del diritto a morire per scelta. Una società circondata da immagini di morte che si scopre tuttavia sempre più incapace di rapportarsi, parlare e comunicare attorno al morire, quando deve passare al livello dell’esperienza e della coscienza.

Il problema sembra essere sorto nel momento in cui nacque la scommessa moderna di poter combattere la morte anziché accettarla. Un po’ come a dire che si muore in base allo stato delle attuali evoluzioni e non semplicemente perché si è nati. In presenza di malattie con prognosi infausta continuiamo infatti ad affidarci ancora, e in modo pressoché totale, alla capacità curativa del medico, confidando in un “delirio di onnipotenza” che ha visto nel corso dei secoli il divaricarsi del rapporto medico e paziente proprio nel momento del morire, finendo per fare dell’evento “morte” il più grande fallimento della medicina. Questo ha contribuito alla progressiva separazione di quegli aspetti che un tempo erano inscindibili della cura e che appartenevano alla cultura medica: curare per guarire “to cure” ma anche il prendersi cura della persona “to care”.

Come dunque poter sostenerne una disponibilità relazionale e promuovere un sistema che sappia prendersi cura di un uomo che muore se è lo stesso concetto di morte ad essere oggigiorno marginalizzato e rinnegato?

E se quell’ “uomo” fosse un bambino, immortale per logica?

Per anni l’infanzia è infatti stata descritta come il regno dell’inconsapevolezza e il tema del fine vita in età evolutiva è stato relegato, ancor più che quello adulto, ai margini della professione medica.

Una prassi, quella della negazione della malattia e della morte in età evolutiva che è di tutta la società. Solo in Italia si stima che esistano oltre 30.000 bambini (età 0-17 anni) con malattia inguaribile e/o terminale eleggibili alle Cure Palliative Pediatriche (CPP), eppure solo il 15% dei bambini eleggibili ha di fatto effettivo accesso a tali cure.

L’idea che i bambini non debbano morire, e che proprio alla medicina sia affidato il compito di impedirlo, è considerata al giorno d’oggi forse la sfida culturale-concettuale più grossa per chi si occupa della cura nel fine vita.

D’altronde comunicare la morte di un bambino è quanto di più difficile si possa immaginare.

Come dunque poter comunicare una prognosi infausta al bambino e alla sua famiglia?

I bambini sono consapevoli di stare per morire? Quali competenze mettere in campo?

È possibile parlare di morte, nella nostra cultura, quando a morire è un bambino?

imagesAi clinici e a i genitori è affidato il difficile compito di capire quando, come e quanto il bambino vuole essere informato, offrendogli il tempo necessario per metabolizzarne il vissuto.

L’età cronologica non è necessariamente predittiva di ciò che i bambini possono apprendere e l’esperienza personale svolge spesso un ruolo di primaria importanza nel comprendere cosa viene loro comunicato. Se di regola a bambini molto piccoli non bisognerebbe dire che stanno per morire per i bambini più grandi la comunicazione dovrebbe essere valutata caso per caso.

Gli studi e la ricerca clinica sembrano confermare che i bambini siano quasi sempre consapevoli di stare per morire, e questo anche in età precoce e a prescindere dal grado di coinvolgimento nel processo diagnostico.

Questo stato di “aperta consapevolezza” continua tuttavia ad essere il più delle volte ignorato nel corso della malattia da uno qualsiasi della “triade” dei soggetti coinvolti (operatori-genitori-bambino). Il bambino si ritrova così spesso da solo ad affrontare le proprie angosce e può scegliere coscientemente di non rivelare i propri pensieri e l’avvenuta presa di coscienza unendosi al personale sanitario e ai genitori in un gioco di reciproca finzione. Una forma di protezione reciproca che il più delle volte conduce all’isolamento fisico e relazionale.

Ad oggi le linee guida invitano pertanto a un approccio comunicativo al bambino quanto più “aperto” e onesto possibile. Nella pratica clinica, tuttavia, si continuano a riscontrare forme di riluttanza nel discutere la prognosi sia con i genitori che con i bambini, soprattutto se infausta e incerta.

L’invito è pertanto quello di provare a integrare la comunicazione all’interno di un processo relazionale e di usare la relazione stessa come strumento comunicativo: creare un ambiente di verità piuttosto che “dire” la verità, dare tempo all’altro di interiorizzare gli elementi che gli vengono forniti, di digerirli e riproporli, decidere anche di starci in quella relazione (Lonati, 2017).

È importante inoltre creare fin da subito un’alleanza di condivisione e di fiducia con la famiglia. Si può infatti pensare di affrontare un discorso così delicato, come quello della comunicazione della morte di un bambino, solo ed esclusivamente se si è riusciti a creare precedentemente una relazione autentica con la famiglia che ne abbia permesso il dialogo, dialogo che dev’essere continuamente rinnovato. Comunicare, pertanto, significa innanzitutto comprendere un linguaggio, e comprendere un linguaggio significa, in ultima analisi, comprendere una forma di vita, che talvolta può differire anche notevolmente dai propri sistemi valoriali di riferimento.

Sembra tuttavia essere la stessa “cultura della morte” a mancare in termini di formazione medica.  L’Istituto Superiore di Sanità ha evidenziato chiaramente come in Italia, nonostante la presenza di una buona legge (DL.vo 38/2010) ad oggi permane una diffusa idea popolare di onnipotenza della medicina, basata più sul concetto di guarigione che su quello di cura.

Come dunque poter pretendere che il medico possa disporsi a una cura globale se le stesse “questioni di morte” vengono di fatto separate dalla formazione e competenza medica?

Se da una parte la mancanza di una formazione professionale adeguata può comportare il rischio di improvvisare la propria condotta clinica basandosi sulle proprie risorse personali, d’altra parte tuttavia rimane indiscussa la difficoltà insita nella domanda: “come fare a dirglielo?”.

Sembrerebbe che la domanda fondamentale non sia tanto cosa dire o come dirlo, quanto cosa fare dopo averlo detto, come continuare a saper “stare” in quella relazione. E la risposta, in tal caso, si delinea al tempo semplice quanto complessa: esserci. Esserci per il bambino e per la famiglia. Prendersi cura del bambino significa del resto prendersi cura dell’intero nucleo famigliare.

La comunicazione che ruota attorno al concetto di morte è pertanto un processo relazionale continuo che dovrebbe iniziare il prima possibile ed essere rinnovato continuamente all’interno di una più generale cultura alla cura e al sentire.

Prima ancora di incentivare una formazione specifica che sappia rapportarsi al bambino morente, e quindi proporne nuove formule assistenziali, è dunque indispensabile recuperare l’arte medica nella sua accezione più ampia, educando ed educandosi alla morte e al morire, ed includendo in tale educazione anche l’età evolutiva.  La vita, in fondo, come ricorda Marta Verna in “Nessuno esca piangendo”, c’è fino a che c’è, e tutti hanno sempre e comunque qualcosa da fare per quella vita. Quel qualcosa è curare.

 

Bibliografia

Lonati G. (2017) L’ultima cosa bella. Libertà e dignità alla fine della vita, Rizzoli, Milano

Verna M. (2016) Nessuno esca piangendo (Italian Edition) UTET.

 

 

Il rientro dalle vacanze – Come tenere ben saldi in mano i remi della propria barca

 fine-vacanze

Le vacanze estive sono un periodo in cui si interrompono le routine, le abitudini quotidiane, in cui la mente si libera, si possono seguire i propri ritmi e finalmente si mettono  da parte gli impegni lavorativi. Per molti di noi è proprio così, il tempo si dilata e si riesce a godere ogni momento vivendo la libertà di fare ciò che si vuole.

bambini-al-mare493 L’essere rilassati senza la pressione dei doveri quotidiani ha un impatto immediato sui rapporti familiari, le arrabbiature con i figli diminuiscono drasticamente, loro sono più tranquilli e ubbidienti e anche con il coniuge  le cose sembrano funzionare. In vacanza ci si può divertire e coccolare per cui non si hanno sensi di colpa se si spendono tempo e denaro per noi stessi, siamo più spontanei, sorridiamo e ridiamo di più e risulta più facile stringere nuove amicizie.  La mente è libera di vagare e di sperimentare una sensazione di leggerezza, ci si guarda più intorno, si fa più attenzione alle sensazioni.

Per altri invece la vacanza è un periodo faticoso che costringe  ad abbandonare la sicurezza della prevedibilità quotidiana e a passare l’intera giornata in famiglia, con un coniuge con cui si ha ben poco da dire e condividere e dei figli che costringono a non abbassare mai la guardia. La sensazione predominante è sentirsi in gabbia e allora si guarda con invidia chi è single e libero di gestire liberamente il proprio tempo senza dover rendere conto a nessuno o chi è libero addirittura di lavorare in agosto in città.  Non per tutti infatti la vacanza è considerata portatrice di benessere, addirittura può aumentare i livelli di stress.

Arriva comunque per tutti il momento di tornare a casa, da metà agosto sulle riviste si leggono consigli su come affrontare il rientro da tutti i punti di vista: come ritornare in forma dopo i vizi di gola, come non farsi prendere dallo sconforto a dover indossare nuovamente la “divisa da lavoro”, come scendere a patti con il desiderio di passare il resto della vita sull’isoletta greca, mandando all’aria gli innumerevoli compiti a cui la nostra vita abituale ci costringe.

flip-flops-desk-570x225

In realtà il momento del ritorno può essere un momento di riflessione. Rispondere a queste tre domande ti potrà aiutare a capire cosa nella tua vita quotidiana può essere migliorato: non è infatti una buona cosa vivere aspettando di partire per le vacanze, così come stare male all’idea di dovere interrompere il lavoro o di lasciare la propria casa.

1. Come sono stato/a in vacanza?

2. Cosa a contribuito a farti stare come sei stato? La libertà di fare quello che volevo; il tempo libero; lo stare con gli amici; lo stare con il mio compagno/compagna; lo stare con i miei figli, non pensare al lavoro; dedicare energie e tempo a me stesso/a; potere/dovere rompere con la routine quotidiana; non potere/dovere lavorare; non potere/dovere stare con i colleghi

3. Cosa ti preoccupa del rientro a casa? Ricominciare con la routine; non potermi dedicare del tempo; le troppe cose da fare; i doveri familiari; essere nuovamente solo/sola a dovermi occupare della gestione domestica; non riuscire a vedermi con gli amici; il lavoro; i rapporti con i colleghi; la perdita di libertà.

trauma-vacanze-640x342

Renderci conto di cosa ci manca, di quello che non ci sta bene o che vorremmo è il primo passo per poter migliorare il nostro stato psicologico e fisico.  Dopo che avrai fatto chiarezza in questo senso, rispondi a questa domanda:

I miei comportamenti e le mie azioni incidono significativamente sulla mia vita o tutto dipende dal caso, dalla fortuna e dal destino?

Individuare quello di cui hai bisogno non è sufficiente per cambiare il tuo stile di vita, è infatti fondamentale che tu sia in grado  di inserire dei cambiamenti anche piccoli nella tua quotidianità. Se sei convinto di essere tu l’artefice della  tua vita, sei sulla buona strada. Questo significa che sei in grado di intervenire attivamente suoi tuoi comportamenti, azioni e abitudini.  In psicologia, chi ritiene di poter condizionare il proprio futuro attraverso la propria volontà viene definito con  un locus of control interno.  Viceversa se hai difficoltà a pensarti come attore protagonista della tua esistenza e ti poni con un atteggiamento passivo, avrai molte più difficoltà a cercare di migliorare la tua condizione perché vivrai le situazioni come ineluttabili  e indipendenti dalla tua volontà: in questo caso rientri tra coloro che hanno un locus of control esterno.

Ora che sei tornato/a alla tua vita abituale non aspettare con ansia la prossima vacanza, ma cerca di rendere la tua vita più vivibile. Individuate le cose che non vanno, chiediti quali piccoli cambiamenti puoi introdurre per modificarle, ricordando sempre che la costanza possiede una grande forza (come la continua caduta di una goccia d’acqua in una caverna può formare delle incredibili stalagmiti). Non sempre è necessario fare la rivoluzione per ottenere un cambiamento significativo.

E tu, che invece non vedevi l’ora di tornare al lavoro, domandati come mai non riesci a godere della libertà di svestire gli abiti professionali per dare voce e spazio ad altre parti di te che forse hai dimenticato ma che sono comunque presenti.

Comunque sia riprendi i remi della tua barca in mano e decidi tu la rotta!

22-770x425

 Chiara Ripamonti

Adolescenti e web 2.0: istruzioni per genitori

  di Nunzia Mennuni

web-2-0-tag-cloud-10

La frequentazione e l’utilizzo dei Social Networks, in questi ultimi anni, sono diventati un fenomeno globale. I giovani di oggi trascorrono diverse ore al giorno su Facebook, Whatsapp, Instagram e molti altri Social che sono ormai diventati parte integrante della loro vita relazionale e contribuiscono a strutturarne l’identità personale.

img_129939152Il termine “nativi digitali” indica infatti i giovani nati a partire dalla metà degli anni Novanta che hanno sempre vissuto usando internet e i nuovi media, sviluppando quindi un’identità fluida, metafora coniata dal Sociologo e Ricercatore Z.Bauman per descrivere le caratteristiche di incertezza, vulnerabilità e “liquidità” incarnate dai giovani di oggi.

Il villaggio globale in cui i nostri figli navigano è la rete, un vero e proprio luogo comunicativo, relazionale e informativo che, se da un lato offre nuove possibilità di comunicazione e relazione, dall’altro nasconde inevitabili rischi e pericoli, di cui i genitori dovrebbero essere a conoscenza, in particolare, la dipendenza da Social, il disimpegno dalle relazioni e dalle attività scolastiche, la chiusura autistica in un mondo solo virtuale e il cyberbullismo.

Come possono i genitori svolgere il loro compito educativo in questo nuovo e insidioso territorio, quale è quello della rete, fatto di pensieri e azioni potenzialmente rischiose per i propri figli?

aaeaaqaaaaaaaas1aaaajgqzyzqxotuzlwy4mzmtndm5ys1izdrmltg3otmzn2flotexnwCertamente non esistono medicine miracolose né formule magiche che possano proteggere gli adolescenti dai pericoli del web. Tuttavia è possibile prevenire varie forme di disagio, stabilendo con i propri figli una relazione educativa precoce e costante, caratterizzata da una buona sintonia emotiva, dal dedicare loro del tempo, e dal trasmettere loro regole chiare mantenendo un comportamento coerente.

A tal proposito, un aiuto concreto è stato prodotto negli USA dal Seattle Children’s Research Institute (SCRI) che ha redatto un prontuario di consigli per genitori, riassumibile nei seguenti punti:

  • usare le tecnologie come pretesto conversazionale, interessandosi di cosa gli adolescenti fanno su internet attraverso una comunicazione aperta e trasparente;
  • porre loro delle domande specifiche;
  • fornire indicazioni rispetto alle questioni legate alla privacy e all’utilizzo delle informazioni personali diffuse in rete;
  • dare dei limiti rispetto ai tempi e alle modalità di utilizzo;
  • discutere con loro sulle modalità di diffusione e di possibile utilizzo da parte di terzi delle informazioni da loro messe in rete;
  • dare supporto e non criticare in caso di difficoltà relazionali del proprio figlio con i coetanei;
  • creare un proprio profilo sui social network per interagire con i propri figli nelle modalità comunicative da questi preferite, avendo cura di rispettarne la privacy con un atteggiamento non invadente.

E’ bene ricordare che nel caso in cui i genitori avvertissero che il proprio figlio utilizzi internet e i social networks in una modalità coatta e incontrollabile e/o manifesti sintomi psicologici quali tristezza e chiusura emotiva in maniera eccessiva, è importante richiedere un aiuto competente e specifico da parte di uno Psicologo o di uno Psicoterapeuta.

E chi lo avrebbe mai detto: LA MUSICA PUÒ AIUTARE!

Ciò che non si può dire e ciò che non si può tacere, la musica lo esprime.

Victor Hugo

note-fiore

La musica è ormai inserita a pieno titolo all’interno dei nostri valori spirituali, morali ed etici. Può rappresentare un utile veicolo per diffondere significati che appartengono alla nostra cultura da svariati secoli.

È una componente significativa dell’esperienza umana che s’intreccia con le emozioni, con la regolazione degli affetti e con gli scambi interattivi. Ha, senza ombra di dubbio, un ruolo importante nei processi psicologici implicati nei modelli relazionali che usiamo nella nostra vita quotidiana per entrare in contatto con noi stessi e gli altri.

Dneuroscience-of-music1-900x900al punto di vista neurobiologico, sebbene non sia stata identificata una struttura cerebrale specifica, le evidenze scientifiche hanno messo in luce il fatto che la musica eliciti la coordinazione tra aree cerebrali differenti.

Ascoltando musica, sono pertanto implicati meccanismi fisiologici che stimolano e rinforzano processi d’integrazione tra stati fisiologici e realtà emotiva.

Ma in che modo può fornire sussidio nei processi che riguardano la nostra salute fisiologica e psicologica?

La ricerca ha dimostrato che la frequenza nelle melodie di molte composizioni musicali duplica l’effetto della voce umana. Quindi, una volta che le frequenze sonore arrivano al nostro orecchio, esse attivano dei sistemi di elaborazione che sono strettamente associati alla regolazione affettiva, all’ingaggio sociale e agli stati di calma diffusa, proprietà che sappiamo essere alla base di un equilibrio psichico.

È, in effetti, stupefacente apprendere che particolari frequenze sonore, contenute nella voce umana – come ad esempio le intonazioni di una mamma intenta a cantare la ninnananna al proprio bambino –, siano riscontrabili in molti dei brani musicali che colgono la nostra attenzione. Il che può far supporre che tali sequenze siano esplicitamente in relazione con stati di quiete che si propagano nel nostro corpo e nella nostra mente.

Come sappiamo, le situazioni di fragilità – ad esempio traumi, lutti e disagio psichico – abbassano il funzionamento delle strategie volte a mantenere e ricercare benessere, diminuiscono le nostre potenzialità nell’entrare in relazione proficuamente con gli altri e depotenziano le capacità di gestire gli eventi emotivi.

In questo modo, la musica rientra tra gli strumenti che possono andare incontro alle nostre competenze individuali e interpersonali. Può lavorare indirettamente nella direzione di:

  • Aumentare il funzionamento dei sistemi sociali;
  • Migliorare il raggiungimento di stati di sicurezza soggettiva che possono essere mantenuti per più tempo e in maniera autonoma;
  • Favorire l’emergere di strategie individuali per far fronte alle situazioni stressanti.

Così facendo, l’individuo potrà sentirsi padrone delle proprie capacità e avere fiducia nel raggiungere i propri desideri, vivendo in maniera più profonda il presente e progettare un futuro più attinente e praticabile.

E forse raggiungere una risolutezza maggiore per scendere a patti con gli elementi dolorosi del proprio passato?

Provare per credere 

ragazza-ascolta-musica-prato

Quante volte vi sarà capitato di udire un brano alla radio, o sulla vostra playlist, che ha avuto il pregio di diffondere una certa serenità.

Avrete sicuramente sperimentato il fatto di avvertire sensazioni positive, sentendovi in pace con voi stessi e pronti a stare, con piacere, insieme con gli altri.

Suggerirei dunque di dedicarsi qualche minuto, in cui poter assumere una posizione comoda e rilassante, scegliere un buon brano da ascoltare cercando di lasciare da parte i pensieri che vi disturbano.

Qualora voleste sperimentare e saggiare delle composizioni che fanno al caso nostro, più avanti troverete alcuni collegamenti.

Una volta terminato l’ascolto prova a chiederti:

  • Quali sensazioni nel corpo ho avvertito?
  • La mente dove mi portava?
  • Cosa mi ha sollecitato?

Se hai voglia di condividere la tua esperienza, non esitare a scrivere.

Buon “tempo per te”!

Link suggeriti:

https://www.youtube.com/watch?v=LzfpvMe1avk

https://www.youtube.com/watch?v=MTWsc_uic1E

https://www.youtube.com/watch?v=5-MT5zeY6CU

di Roberto Doronzo

Pazzi per Internet

Viviamo in un mondo che non può più fare a meno di vederci connessi a internet: cellulare, email, Facebook, Twitter. L’uso massiccio della rete è solo un nuovo, potentissimo mezzo per comunicare, o può essere il segnale che qualcosa non va?

s-e30de73d63d1ab5e2dd3f96e7c793eeaf00d1918Sicuramente internet permette di colmare grandi distanze in pochi secondi, diventando un utilissimo strumento per scambiarsi notizie, e quando è ben usato è un fantastico mezzo per aumentare la produttività individuale e aziendale. Ma sono molti i racconti di persone che si sono isolate dal mondo, a causa degli eccessi nell’uso del pc, della navigazione, del social networking. Se è vero che si tratta solitamente di casi isolati e, spesso, di soggetti che già avevano delle debolezze psicologiche pregresse, i dati che emergono dalle ricerche più recenti sembrano suggerire che il nostro stile di vita virtuale, sempre connesso, sempre più “sociale”, e sempre più intrusivo possa portarci non solo all’isolamento, ma anche alla depressione, all’ansia e allo sviluppo di veri e propri disturbi mentali.

Il moderno stile di vita sempre “connesso” ci può sembrare normale, ma questo non vuol dire che sia effettivamente sano o sostenibile. Molti di noi fissano uno schermo, piccolo o grande che sia, per più di otto ore al giorno. Mandiamo in media 400 messaggi al mese, ma gli adolescenti possono arrivare anche a 3700. E spesso iniziamo ancora prima di svegliarci, quando ancora siamo stesi a letto. Perché allora usiamo  internet per un tempo superiore a quello che dedichiamo al sonno o a qualsiasi altra attività della giornata?

Peter Whybrow, il direttore dell’Istituto Semel di neuroscienza e comportamento umano dell’Università della California, è stato intervistato questa estate dal giornalista di Newsweek Tony Dokoupil e ha sostenuto che il computer “è come una forma di cocaina elettronica”. Questo perché spinge a comportamenti che ci rendono ansiosi e incoraggia le ossessioni e la dipendenza. Ogni nuova notifica che appare sul telefono o sul PC è un’occasione lavorativa, sociale, sessuale. Talvolta siamo in trepidante attesa di un cenno dall’altro, di una risposta. Vedere il messaggio e rispondere significa ottenere una piccola gratificazione. Queste piccole gratificazioni rinforzano il meccanismo della compulsione, così che attendiamo con ancora più ansia la prossima occasione di ottenere un po’ di piacere, di sentire il brivido alla fine dell’attesa. Non è un caso che la nuova versione del “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, il libro che contiene la classificazione dei principali disturbi psichiatrici e psicologici, conterrà per la prima volta in via sperimentale i disturbi da “dipendenza da internet”.Ricordiamo che nelle prime ricerche la dipendenza era riconosciuta con un uso della rete che superasse le 38 ore settimanali. Molti di noi esauriscono quelle 38 ore in meno di tre giorni. Ma internet è davvero come una droga?

nuove-dipendenze-internet

Il grosso problema è proprio che questi eccessi possono colpire chiunque, anche chi non ha storie di comportamenti a rischio o abusi di altre sostanze. Ma gli effetti sul cervello di un eccesso di internet sono molto simili a quelli dell’abuso di alcol o droghe. Le aree normalmente dedicate al ragionamento, all’attenzione, e al controllo sono sostituite da cellule nervose più utili per la rapidità e l’azione impulsiva. Abusare di internet ci fa quindi perdere la capacità di prestare attenzione e di controllare adeguatamente il nostro comportamento. Gli esempi, in tempi recenti, sono numerosi ed incredibili. Nel 2010, una coppia sudcoreana ha lasciato morire il proprio figlio di fame perché troppo impegnata nel crescere un bambino virtuale. Sempre nel 2010, una ricerca svolta tra gli studenti dell’università del Maryland ha rilevato che una disconnessione di 24 ore da qualsiasi tecnologia mobile faceva emergere un preoccupante quadro in cui tra i termini più usati c’erano “dipendenza” e “droga”. Due ricerche di questo tipo non sono nemmeno iniziate per la mancanza di volontari. Un’altra ricerca di Larry Rosen ha trovato che la maggior parte degli intervistati sotto i 50 anni controllavano sms, email e social network “ogni quarto d’ora” o “continuamente”. Alcuni addirittura non permettevano a nessuno di toccare il proprio cellulare. Ma facciamo un esempio ancora più interessante: vi è mai capitato di percepire il vostro telefono vibrare anche quando non lo ha fatto? Avete provato quello che i ricercatori del Massachusetts Baystate Medical Center chiamano “Sindrome della vibrazione fantasma”.

Ma l’eccesso di internet porta anche alla riduzione del tempo dedicato al sonno, all’attività fisica e alle interazioni faccia a faccia. Non è però un problema esclusivamente legato al tempo. Pensiamo ai casi di cyber-bullismo o anche solo alle situazioni in cui sono stati pubblicati una foto o un messaggio che era meglio rimanessero offline. Le esperienze interpersonali su internet sono spesso negative, imbarazzanti, mortificanti. Il profilo diventa un’ossessione e ci sentiamo definiti da quello che mettiamo online: apparire come si “deve”, farsi piacere le cose giuste, dire quello che gli altri vogliono sentire. E’ difficile stabilire se internet sia la causa di questi disturbi o se chi è predisposto a questi problemi scelga di immergersi nella rete.

depositphotos_29858921-stock-illustration-turn-off-mobile-phones-iconQuello che è certo è che l’abuso, specialmente quello “sociale”, produce una serie di pressioni, di ansie o di esperienze negative che possono sfociare nella depressione, nello stress, in pensieri suicidi o in un vero e proprio distaccamento dal mondo. La psicologa Sherry Turkle riporta nel suo libro Insieme ma soli le parole di un ragazzo per cui la vita è solo “un’altra finestra”, di solito “nemmeno la migliore”.

Questo non significa che dobbiamo smettere di usare internet, al giorno d’oggi sarebbe impensabile. Ma è necessario essere consapevoli dei rischi che può nascondere e sapere come usarlo con maggiore consapevolezza. Spegnendo ogni tanto il telefono e dimenticandoci delle vibrazioni, reali o immaginarie.

di Luca Pasquarelli

Quando in adolescenza i voti a scuola peggiorano

186Può capitare che con l’arrivo dell’adolescenza si presentino dei problemi con la scuola che prima non c’erano. Un buon rendimento, un comportamento adeguato, lasciano spazio a un disinteresse che sembra essere totale. Da cosa nasce? Quando è il segnale di un vero problema?

Bisogna ricordare che le ragazze, solitamente, riescono a seguire meglio le richieste della scuola. Con il passaggio alle scuole secondarie riescono a sviluppare più precocemente una serie di qualità, come la capacità di concentrarsi, l’autonomia, una maggiore responsabilità, che assicurano risultati più brillanti anche a scuola. I ragazzi, invece, hanno difficoltà ad esaudire le richieste di maturità e applicazione, tanto che spesso diventano gli elementi di “disturbo” della classe. Anche perché, a questa età, ha un maggior successo tra i coetanei il “pagliaccio” rispetto al “secchione”. Il passaggio alla scuola secondaria, può quindi rappresentare un momento di grande cambiamento nei figli, cambiamento che si riflette negativamente sul clima familiare.

I genitori, preoccupati dagli insuccessi, concentrano tutti i propri interventi sul versante scolastico, nel tentativo di arginare un cambiamento che, fino all’anno precedente, sembrava impensabile. Il clima familiare, anche a causa degli scarsi risultati che le azioni dei genitori solitamente ottengono, peggiora gradualmente. Anche il rapporto con i figli si fonda sulla preoccupazione dello studio, del voto: le frasi che si usano più spesso sono “Hai studiato?” o “Quanto hai preso?”. Ovviamente, questo comportamento risulta molto stressante per i genitori, costretti a tenere costantemente sott’occhio compiti, voti, orari, interrogazioni, momenti liberi. Ma una simile pressione diventa lentamente insopportabile anche per i figli, che non esistono più come tali, ma sono solo scolari, solo voti. Un brutto voto non è più un giudizio sul lavoro svolto, ma diventa un giudizio su se stessi: si è insufficienti, non si vale abbastanza. Non deve stupire che la strategia scelta da molti sia quella della “fuga” dal mondo scolastico.

Come aiutare i propri figli? I ragazzi, per impegnarsi, devono essere incoraggiati, e i loro sforzi devono essere riconosciuti, quando le cose vanno bene, ma anche quando vanno male. Meglio, di fronte a un brutto voto, prendere il tempo per parlare, per analizzare insieme cosa non ha funzionato. E’ mancato l’impegno? Il tempo? E’ subentrata l’ansia? Non c’è stata la giusta organizzazione?

Rischioso è fare promesse o spingere allo studio con le minacce: maggiore è il “carico affettivo” che mettiamo sui risultati, maggiori sono le possibilità che l’adolescente usi i brutti voti come mezzo per provocare i genitori ed esprimere la propria voglia di distaccarsi. Attenzione però a non sconfinare nella “sostituzione”: fare i compiti al posto suo fa passare il messaggio che non lo crediamo capace di farcela da solo e, col tempo, corriamo il rischio che il figlio, capito il gioco, sfrutti il genitore per non fare alcuna fatica. Meglio allora un brutto voto, con la rassicurazione che esiste il diritto a sbagliare, e che c’è tempo e modo per rimediare. Concentrandosi meno sui risultati, si lascia spazio per variazioni dell’impegno e dei risultati che aiutano nella crescita. Una maggiore fiducia nelle capacità di nostro figlio, lo aiuta anche a trovare il proprio ritmo, le proprie modalità: imporre i nostri tempi, le nostre regole, le nostre modalità di studio, può essere la strategia sbagliata.

Un peggioramento dei voti può anche essere legato a un evento che in qualche modo altera l’equilibrio dell’adolescente o della famiglia: un trasloco, un lutto, una relazione che si chiude. Il peggioramento nei voti è un vero e proprio segnale che i ragazzi mandano per trasmettere un disagio che non sanno altrimenti come esprimere. Attenzione quindi a rispondere nel modo corretto, indagando sulle ragioni che hanno portato al brutto voto, e non con rimproveri o punizioni.

Attenzione deve essere data anche a quegli adolescenti, spesso ragazze, che danno un peso eccessivo alla scuola e ai risultati di compiti ed interrogazioni. Anche questa può essere una fuga, che mette a tacere tutti i turbamenti dell’adolescenza attraverso un mezzo facile da raggiungere e facilmente prevedibile. Se un adolescente rinuncia per la scuola a tutti i “piaceri” tipici della sua età, come uscire con i coetanei, fare attività sportive, creare amicizie, bisogna interrogarsi seriamente.

Infine, se anche arriva la bocciatura, non è la fine del mondo. Alcuni adolescenti hanno bisogno di più tempo per maturare, e la bocciatura può essere l’occasione per colmare le lacune. In qualche caso anzi, è l’adolescente stesso a suggerire questa possibilità. Essere bocciati poi non significa distruggere il proprio futuro: non mancano i casi di persone che, pur bocciate, applicandosi e sfruttando al meglio le proprie capacità (non sempre valorizzate dal sistema scolastico) hanno avuto vite piene di soddisfazioni e successi.

Luca Pasquarelli

ESSERE GENITORI Un mestiere, quasi, impossibile

Queste riflessioni hanno preso vita dall’esperienza personale di diventare genitore. La nascita di mia figlia ha messo in moto, qualche anno or sono, un processo di crescita che mi ha spinto a mettere in discussione alcune personali rappresentazioni.

genitori-e-figli

Per quanto si possa conoscere l’argomento, affrontare la nascita di un figlio implica un cambiamento significativo. Non comporta semplicemente responsabilità e doveri ma anche un’acquisizione di un ruolo. Il che non avviene solo perché, a un certo punto, tuo figlio ti chiama papà ma credo che – o meglio sento di aver fatto un’esperienza in questo senso – accada dall’interno un processo di mutazione, un salto generazionale.

È ormai da tempo appurato che le esperienze soggettive cui andiamo incontro lungo il ciclo vitale forgiano i modelli con i quali ci mettiamo in relazione con il mondo. Pertanto, gli stati mentali, ovvero quel groviglio di sensazioni, emozioni, affetti, percezioni e cognizioni che sperimentiamo fin dai primi anni dalla nascita, sono immagazzinati, soprattutto a livello implicito, nella nostra memoria e danno vita a quel bagaglio di stili da cui attingeremo per definire la nostra identità, attribuire significati all’alterità e strutturare un carattere che ci permetta di entrare in contatto con la vita.

La teoria dell’attaccamento ha tuttavia mostrato un elemento da non sottovalutare. In effetti, siamo a conoscenza che tenderemo a ripetere, al di fuori della nostra consapevolezza, le configurazioni che hanno caratterizzato la nostra infanzia. Nella fattispecie, il clima emotivo e i modi che abbiamo trovato per adattarci alle situazioni del nostro passato nella posizione di figli, saranno riproposti e ricreati, con molta probabilità, questa volta in qualità di genitori nei confronti dei figli.

adozioneIn questo senso, è comprensibile che lo stile genitoriale che adottiamo, il modo di “stare con” i nostri figli e di vederci come genitori, sia inscindibilmente legato alla nostra personale, intima e, talvolta, sofferta esperienza di bambino.

In questo senso, diventare madre o padre assume una valenza differente. C’è il pericolo che, siccome nei primi anni il cucciolo d’uomo dipende in tutto e per tutto dalle cure degli adulti, i figli possano trovarsi in mezzo a quelle isole di sofferenza che appartengono al nostro passato senza esserne consapevoli. E, dunque, il loro processo di sviluppo sia in qualche modo influenzato da nostre personali fragilità. Ciò è possibile sennonché si prenda la briga di andare a fondo, attraversando la rimozione, la negazione o l’idealizzazione – strumenti utili per evitare di rivivere la sofferenza di alcune esperienze infantili – e saggiando la gamma di emozioni collegate.

Fare i conti con il proprio passato, oltrepassando il dolore, può indurre la libertà di riaffermare il Vero Sé, in maniera profonda, andando a scovare i talenti che ci sono sempre appartenuti ma, per buone ragioni, lasciati in disparte.

Nel contempo, facilita il compito di mettere i propri figli nelle condizioni di avvertire bisogni e formulare desideri che coinvolgano le loro passioni.

In buona sostanza, è come se testimoniassimo ai nostri figli, e alle generazioni future, che è possibile superare le esperienze avverse, andare oltre, svincolarsi dal fardello che esse rappresentano, affinché s’intraprenda una strada volta alla ricerca vera e profonda di sé. Così facendo, seppur indirettamente, il bambino farà un’esperienza affettiva intensa: vedrà che è possibile non rinunciare alle proprie aspirazioni, affrontare le difficoltà e superarle.

In questo modo, appaiono più chiari gli elementi che possono contraddistinguere una relazione sana e orientata alla sicurezza con i figli:

  • Il bambino va preso sul serio, considerato in ogni circostanza e in ogni momento della sua crescita, per il dono prezioso che rappresenta, facilitando così l’espressione di sensazioni, affetti e sogni;
  • “Tenerlo nella propria mente”; in altre parole offrire uno spazio nel quale sperimentarsi e sul quale contare, al di là dei risultati, fiduciosi sulle ricchezze del mondo interno, sulla creatività e potenzialità di cui è detentore;
  • Incuriosirlo al nuovo e all’incontro con le diversità cosicché esse siano fonte di stimoli, connessioni e reciprocità.

genitori-e-figli (1)Perché si permetta al bambino di spiccare il volo, secondo il suo personale modo di essere, fortunatamente ci viene in aiuto l’amore, inteso come universale fattore di cambiamento, che una madre e un padre sono in grado di donare.

Il senso dell’amore genitoriale consiste nel rendere accessibile l’individuazione soggettiva per mezzo di una separazione reale, non contrastandola apertamente o non divulgandola quasi in maniera superficiale – entrambe modalità inconsapevoli che hanno come denominatore comune il fatto che il bambino non diventi adulto – ma incoraggiandola.

Potrebbe venirci in aiuto l’immagine di un funambolo in equilibrio tra, da un lato, un eccessivo coinvolgimento, ingombrante che non lascia spazio per l’altro, in questo caso i bisogni sembrano più che altro del genitore, e dall’altro un vuoto, una carenza, come se proprio figlio alberghi nella solitudine.

L’essenza verso cui tendere, sembrerebbe piuttosto una presenza di assenza. Il gioco di parole, a mio avviso, raffigura la funzione necessaria perché si lasci all’altro lo spazio per evolvere ed emanciparsi ma, allo stesso tempo, fornendo una vicinanza. L’assenza cui mi riferisco assume i contorni di una partecipazione alla vita dell’altro dolce ed empatica che sembra tanto dire: “Ci sono comunque, qualunque cosa accada”.

Non c’è niente di più bello che avvertire che proprio figlio sia in grado di scegliere e, fare in modo che succedano, i propri intenti, poiché in un certo senso siamo stati capaci di amarlo in misura tale che egli riesca a vivere pienamente il presente e progettare il “suo” futuro.

È un mestiere, appunto, difficile, complesso ma non impossibile. Mi vien da dire che approfondendo la propria interiorità, gettando luce sulle dinamiche più rilevanti del nostro essere e comprendendo i vincoli che hanno avuto ripercussioni sulla nostra soggettività e sulle modalità educative connesse, può accadere che abbia inizio una ricerca di senso individuale e densa.

Una meravigliosa avventura…

 Spunti di riflessione

L’ascolto di questo brano mi ha colpito profondamente; l’ho sentito come intimamente legato: https://www.youtube.com/watch?v=R3Wf53M_YRM

Bibliografia

  • Miller A. (1996), Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Siegel D.J. (1999), La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

 Roberto Doronzo