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CANNA DI BAMBÙ O CANNA DI VETRO

A cura di Chiara A. Ripamonti

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L’aspettativa di libertà, che naturalmente si accompagna all’idea di vacanza, è dunque amplificata e si accompagna all’idea di riposo, di assenza di tensioni e conflitti, di  mente libera.

Purtroppo però non è facile riuscire a “spegnere l’interruttore” e cambiare – nel breve periodo delle ferie – il proprio modo di essere, pensare e comportarsi, perché, se non siamo in grado di riconoscerle e affrontarle, le nostre tensioni emotive, come quelle familiari ,ci seguono anche in vacanza.

Cinque regole e la volontà di applicarle possono aiutarci ad arginarle. 

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  1. Programmi e aspettative devono essere ritagliati sulla base delle possibilità effettive di realizzarli. Quanto maggiore è la distanza tra ciò che vorreste e ciò che effettivamente potete ottenere, tanto più sarete insoddisfatti e rivendicativi.
  2. Se avete dei bambini, organizzate la vostra giornata tenendo conto anche delle loro esigenze. E’ necessario trovare dei giusti compromessi tra quelli che sono i vostri e i loro bisogni: evitate di lasciarli tutto il giorno al baby club ma trovate il modo di ritagliarvi i vostri spazi.
  3. Dato che conoscete bene le situazioni che fanno scatenare i conflitti in famiglia, siete anche in grado di individuare i segnali che li precedono. Cercate di bloccare schemi comportamentali rigidi e arroccamenti sulle vostre posizioni. Seguendo un detto cinese, di fronte alle intemperie la canna di bambù si piega ma non si spezza, come invece accade alla canna di vetro.
  4. Se avete figli adolescenti, concordate insieme a priori i limiti dello spazio di libertà concesso. Anche in questo caso si tratta di trovare insieme il giusto compromesso tra le loro richieste e le regole che ritenete opportuno siano rispettate.
  5. Non riempitele giornate di cose da fare, con l’illusione che questo vi faccia vivere pienamente le vostre vacanze. Poter coltivare la relazione con l’altro, potersi soffermare ad apprezzare quello che state vivendo, ritrovare la capacità di stupirsi ed entusiasmarsi anche delle piccole cose, sono questi i fattori che contribuiscono al vostro benessere.

 

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Se riuscirete a seguire almeno alcune di queste indicazioni, i benefici che ne trarrete saranno grandi e vi verrà voglia di provare ad applicarle anche al ritorno dalle vacanze, migliorando in questo modo la qualità della vostra vita e delle relazioni familiari.

IDENTITÀ FA RIMA CON LIBERTÀ?

 

di Gaia Giulia Angela Sacco e  Ludovica Modena

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Giugno è il Pride Month, cioè il mese dell’orgoglio LGBTQ+, e il 26 giugno 2021 è stata celebrata in tutta Italia la giornata del Pride, coronamento di un intero mese di incontri, progetti ed eventi legati al tema. Queste iniziative sono dedicate a tutti coloro che, non riconoscendosi nelle tradizionali definizioni di donna o uomo eterosessuale, rientrano nelle categorie definite dall’acronimo LGBTQ+ tra cui, ma non solo, lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e queer. Quest’anno, in particolare, le manifestazioni sono state sentite e numerose anche a causa delle grandi difficoltà che il DDL Zan, dopo l’approvazione alla Camera avvenuta a novembre 2020, sta affrontando per essere approvato al Senato. Il DDL Zan, infatti, si riallaccia alla legge Mancino contro i reati di razzismo, estendendo le pene anche a chi istiga alla violenza omofobica, e prevende una parte che mira a diffondere una cultura della tolleranza. Si vorrebbe infatti istituire una data italiana, 17 maggio, come “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia”. Spesso si sente parlare di identità sessuale ma, purtroppo, ancora ad oggi ben poche persone hanno chiaro il significato e la complessità che questo termine porta con sé.

L’identità sessuale è un costrutto multidimensionale e se ne distinguono diverse componenti:

  • Sesso biologico – è la conformazione sul piano biologico del corpo per come è definita sia in base alle caratteristiche fenotipiche, che contraddistinguono la funzione riproduttiva degli individui, sia in base alle caratteristiche genotipiche. Determina l’appartenenza al sesso maschile (XY), femminile (XX) o a altre varianti dello sviluppo sessuale. 
  • Identità di genere – secondo Batini è “la relazione che un individuo ha con il proprio essere biologico, ovvero a come l’individuo si sente e si percepisce rispetto al proprio sesso biologico, adeguato o inadeguato”. Corrisponde al genere con cui la persona si identifica primariamente e, solitamente, si stabilisce entro il terzo anno di vita. 
  • Ruolo di genere – esprime l’insieme di aspettative e ruoli sociali che definiscono come gli uomini e le donne devono essere, quali caratteristiche esteriori devono presentare e come si devono comportare in una determinata cultura e in uno specifico periodo storico. 
  • Orientamento sessuale – è la tendenza stabile a sentirsi attratto dal punto di vista affettivo-emozionale, sentimentale e sessuale verso uno o più sessi. L’orientamento sessuale non può essere scelto: è una predisposizione strutturale.

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A questi si può poi aggiungere anche l’identità di orientamento sessuale che è la definizione che viene data del proprio orientamento sessuale, che però ha implicazioni a livello di interazioni sociali e, contrariamente all’orientamento sessuale, è in continua evoluzione poiché dipende dal contesto, dalle relazioni e da quanto si impara su se stessi.

L’identità sessuale è l’identità complessiva di una persona, l’insieme dei piani, delle dimensioni e degli aspetti con cui la persona si identifica, viene identificata e si fa identificare dagli altri, è una realtà in continua evoluzione.

È assolutamente centrale, quindi, non fare confusione tra sesso biologico e genere e tra genere/identità di genere e orientamento sessuale.

È evidente come l’essere umano tenda a ragionare per dicotomie (es. giusto/sbagliato, alto/basso, magro/grasso) ma è importante sottolineare che questo non fornisce informazioni in merito alla complessità dell’esperienza soggettiva e che, spesso se non sempre, accanto alla regola binaria si trovano le eccezioni che non la confermano. Questo vale anche per l’identità di genere. È quindi importante fare chiarezza su termini usati nel quotidiano:

  • Cis-gender: donne e uomini che si riconoscono nel genere corrispondente al loro sesso biologico. 
  • Transgender – “Attraverso i generi”: donne e uomini che si riconoscono nel genere opposto al loro sesso biologico o in un genere intermedio, tra il maschile e il femminile. 
  • Transessuale: persone transgender che si sono sottoposte o si stanno sottoponendo a un’operazione di transizione da un sesso all’altro. Nel caso di una persona che ha un’identità di genere maschile ma genere femminile si parlerà di FtM (Female to Male) mentre, in caso contrario, si parlerà di MtF (Male to Female). 
  • Crossdresser: persona a cui piace vestirsi con abiti e accessori che caratterizzano l’opposto ruolo di genere. 
  • Drag queen: uomo che per ragioni di spettacolo assume un’identità femminile.

  • Drag king: donna che per ragioni di spettacolo assume un’identità maschile.

Per quanto riguarda le identità di genere presentate fino a questo momento, inoltre, è importante ricordare che non sono connesse all’orientamento sessuale, che potrebbe essere eterosessuale, omosessuale o bisessuale.

Esistono poi delle persone che hanno un’identità di genere non binaria, cioè che non si riconoscono e non riconoscono la costruzione binaria del genere:

  • Gender queer: persone che si oppongono agli stereotipi sui generi e che ritengono di possedere ed essere meglio descritti da un insieme specifico di caratteristiche, associate al genere femminile o maschile. 
  • Gender fluid: persone che, in base al momento, si riconoscono nel genere femminile o maschile. 
  • Gender questioning: persone che stanno ancora scoprendo la propria identità di genere. 
  • A-gender: coloro che si rifiutano di identificarsi in un genere.

 

È chiaro, data la vastità del panorama legato all’identità di genere, che ci siano numerose sfide da affrontare. Una di queste è fare chiarezza in merito alle differenze tra questi termini ma non si deve dimenticare, tra le altre, le sfide relative alla lingua e alla grammatica. La lingua italiana pone una sfida particolare perché i nomi e gli aggettivi si declinano in modo diverso in base al genere grammaticale. Inoltre, i verbi si coniugano in modo diverso per ogni persona e questo rende più complesso utilizzare il termine “essi” (in inglese “they”) che spesso è preferito al “lei” o “lui”. Esistono alcune realtà particolarmente inclusive e attente, come ad esempio San Francisco, dove le persone possono addirittura chiedere con quale pronome si preferisce essere chiamati, a prescindere dal proprio aspetto. In Italia, ad oggi, non c’è una proposta comune su come si potrebbe affrontare nel concreto il problema grammaticale. Sono stati fatti alcuni tentativi in questa direzione, ad esempio usando in fondo agli aggettivi segni come l’asterisco, la X o la @ al posto delle lettere“a/e”ed“o/i”. Nella lingua parlata, poi, è stato proposto di usare la “u” come vocale finale o la “ə” che, a livello fonetico, è presente in diversi dialetti italiani. A prescindere da quello che si riuscirà o meno a fare a livello linguistico e grammaticale, sarebbe però importante scegliere il giusto pronome con cui rivolgersi alle persone transgender: se l’identità di genere di una persona è femminile ci si deve rivolgere a lei come donna, mentre se è maschile ci si deve rivolgere a lui come uomo. Inoltre, buona norma sarebbe chiedere qual è la preferenza individuale.

BIBLIOGRAFIA:  

American Psychological Association (2009). Report from the APA Task Force on Appropriate Therapeutic Response to Sexual Orientation. Washington, DC.

Connell, R. (2009). Gender, 2nd edition. Traduzione italianaQuestioni di genere. Bologna: Il Mulino.

Cos’è l’identità di genere, spiegato bene. 5 luglio 2017. Articolo pubblicato su: “Il Post”. https://www.ilpost.it/2017/07/05/identita-di-genere/.

Di Ceglie, D., Freedman D. (a cura di) (1998). A Stranger in My Own Body: Atypical Gender Identity Development and Mental Health.London: Karnac Books

Ferrari, F., Ragaglia, E. M., &Rigliano, P. (2015). Il “genere”. Una guida orientativa. http://www.sipsis.it/wpcontent/uploads/2015/10/IL_GENERE_UNA_GUIDA_ORIENTATIVA_def3.pdf.

Stoller, R.J. (1985). Presentations of Gender. London: Yale University Press.

Stoller, R. (1968). Sex and gender. New York: Science House.

GIOVANI E PANDEMIA: QUALI RIPERCUSSIONI E QUALI SOLUZIONI?

di Biancamaria Bellini

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 Le misure di contenimento per far fronte all’emergenza del Covid-19 continuano a condizionare il nostro vivere quotidiano. La Scuola ha risentito in modo particolare della pandemia, trovandosi a dover rivoluzionare il proprio sistema da un giorno all’altro. Sappiamo bene quali sono state le misure adottate nei confronti della didattica in presenza in quest’ultimo anno, così come conosciamo bene cosa si intenda con il termine DAD. Ma quanto sappiamo delle ricadute che la pandemia e, in particolare, la didattica a distanza ha avuto, sta avendo e avrà sulla salute e il futuro dei nostri ragazzi?

Una ricerca condotta dall’Organizzazione Save the Children ha messo in evidenza come l’attuale emergenza educativa non solo abbia aumentato il rischio di dispersione scolastica e la disuguaglianza territoriale, ma abbia anche avuto decisive ripercussioni sull’umore e la capacità di socializzazione dei più giovani.

In queste circostanze, quali sono i rischi e le opportunità per una crescita sana e armoniosa delle nuove generazioni? E quali interventi posso essere attuati per aiutare i giovani a sviluppare delle competenze in termini di resilienza e punti di forza per affrontare il futuro?

La pandemia ha rivoluzionato il sistema scuola, portando a un potenziamento della didattica a distanza. Sarà tuttavia necessario governare le conseguenze e le implicazioni dell’evoluzione tecnologica stessa.

Proprio la scuola, che dovrebbe essere il luogo più aggregativo, dove si insegnano equità, uguaglianza e innovazione, ha portato alla luce un forte senso di disuguaglianza. La DAD è stata una risposta necessaria ed emergenziale che ha messo in luce impreparazione in modelli informativi obsoleti, inadeguata soprattutto per i più piccoli che necessitano di coinvolgimento, interattività e partecipazione. La scuola deve diventare più inclusiva e antropocentrica, sviluppando modelli che integrino umano e digitale, limitando altresì il rischio di infodemia (sovrabbondanza di informazioni di dubbia credibilità).

 

  1. Gli adolescenti ai tempi del Covid

esclusoGli adolescenti sono quasi spariti nel dibattito pubblico. Ci si è ricordati a volte di loro solo come soggetti a rischio per la trasmissione del contagio oppure per la loro diretta mobilitazione a favore della riapertura delle scuole. Eppure, gli effetti duraturi della crisi graveranno molto sul loro futuro. Save the Children ha quindi deciso di dare la parola ai ragazzi e alle ragazze delle scuole superiori attraverso un’indagine condotta da IPSOS, che dal 3 al 5 Dicembre ha coinvolto 1000 studenti tra i 14 e i 18 anni.

 Esperienza della didattica a distanza: Il 62% ha fornito una valutazione positiva della DAD.

  • Difficoltà riportate: fatica a concentrarsi, problemi tecnici, scarsa digitalizzazione dei docenti e noia.
  • Preparazione scolastica: 1 su 3 percepisce un peggioramento
  • Concentrazione e apprendimento di nuovi contenuti: 7 su 10 dichiarano più difficoltà

 Metodologie didattiche: Il 37% dichiara che i propri insegnanti non ha modificato il modo di fare lezione, per il 44% del campione qualche docente ha introdotto delle novità (video, lezioni online, giochi didattici e lavoro in piccoli gruppi)

Rischio della dispersione scolastica: Più di 1 ragazzo su 4 afferma che dal lockdown della scorsa primavera c’è almeno un proprio compagno che ha smesso completamente di frequentare la scuola. Questo dato appare preoccupante in relazione al rischio di un aumento della dispersione scolastica: stando alla percezione degli intervistati, Save the Children ha stimato che circa 34mila studenti delle scuole secondarie di secondo grado potrebbero abbandonare la scuola.

Socialità e sfera emotiva: 6 ragazzi su 10 ritengono che il periodo a casa da scuola abbia avuto e stia avendo ripercussioni negative sulla propria capacità di socializzare e sul proprio umore. Quasi 1 ragazzo su 2considera questo anno di pandemia un anno sprecato.

  • Emozioni più frequentemente riportate: stanchezza, incertezza, preoccupazione, irritabilità, ansia, disorientamento, nervosismo, apatia, scoramento ed esaurimento.

La vita oltre al Covid: Più di 1 ragazzo su 4 afferma di aver cambiato scelta riguardo il proprio percorso di studi/professione

  • Quasi 1 su 10 ha dovuto rivedere i propri piani a causa delle difficoltà economiche della propria famiglia
  • Il 4% ha deciso invece di iscriversi ad un corso di laurea legato alle professioni socio-sanitarie; il 7% proseguirà gli studi in ambito scientifico e l’8%, a seguito della pandemia, ha scelto di approfondire l’ambito di studi legato al digitale

Next generation EU (Recovery Fund): Il Next Generation EU, programma che contribuirà a riparare i danni economici e sociali causati dalla pandemia di COVID-19, raccoglie un forte interesse: gli adolescenti mostrano tutta la loro preoccupazione circa la crisi economica in corso e mettono il lavoro al primo posto, seguito dagli investimenti sull’istruzione 

 

  1. Progetto IN&OUT

Il progetto IN&OUT è stato istituito dalle Cooperative Koinè e Ripari, con l’obiettivo di rimodellare l’intervento durante la pandemia, per non perdere la sfida alla dispersione scolastica.
In particolare, gli interventi promossi dagli operatori si sono rivolti sia alla realtà scolastica che a quella extra-scolastica, in modo da favorire una presa in carico globale dei ragazzi, che tenesse in considerazione sia l’IN, la scuola, che l’OUT, le risorse che il territorio può offrire. Gli operatori che hanno partecipato a questo progetto hanno domandato ai ragazzi come avessero vissuto il lockdown e la DAD e ciò che è emerso è stata la sensazione di confusione. Se pensiamo alla traduzione del termine lockdown pensiamo a “confinamento”; confusione indica invece l’assenza di confini, il dissolversi delle barriere, un po’ il contrario del confinamento. L’alzarsi, il fare colazione, le docce interminabili, i vari “sbrigati che è tardi” sono tutte pratiche che danno un’organizzazione al tempo, danno dei confini. Quello del confinamento è invece stato un vivere che ha dissolto tali confini e che ha generato confusione. La confusione diventa poi panico nel momento in cui si trasforma nel sentimento dell’enormità, della totalità. Pensando in termini educativi, questa totalità che sentiamo schiacciarci è anche una totalità eco-sistemica: dobbiamo essere in relazione e tentare la relazione.

 

  1. Vecchie e nuove competenze digitali nell’anno 0 della DAD

In questo periodo tanti parlano male della DAD. Indubbiamente siamo in una situazione devastante: il futuro non sarà più quello di una volta, non saremo più quelli di prima, nel male e nel bene. Questo anno darà a noi adulti, ai nostri figli e ragazzi nuove competenze e abitudini che saranno da sfruttare. Dovremmo cercare di immagazzinare quante più esperienze possibili e trasformarle in competenze, nel senso di destrezza. Per questo motivo, questo anno in qualche misura è l’anno 0 della DAD. La DAD non è nata quest’anno ma il 2020 segna uno spartiacque: c’è un prima e un poi. Dobbiamo chiederci qual è la scuola che vogliamo, qual è il suo fine. Forse non vogliamo una scuola quantitativa, in cui i ragazzi si lamentano di avere tanti compiti. Forse dovremmo scegliere, nell’assegnare le consegne, qualcosa che non tenga ancora i ragazzi attaccati allo schermo. Dobbiamo immaginare una scuola che non trasloca dall’aula alla camera ma che crea e reinventa nuovi spazi, una scuola più aperta e inclusiva.

 

Discussione finale

genitore-figlioTutti noi abbiamo vissuto qualcosa di estremamente intenso e abbiamo l’impressione che ci saranno delle competenze che ci rimarranno. Ma se pensiamo, oltre alle competenze specifiche, anche a quelle che ci aiutano a vivere, a dare senso a quello che ci sta capitando, a capire come abbiamo affrontato questo periodo, quali competenze si possono sviluppare?

Bisogna reinventarsi, creare qualcosa di nuovo, un futuro che non sarà mai uguale a quello che immaginavamo o che ci potevamo aspettare. Abbiamo imparato a vivere situazioni in cui ci si sente impotenti e arrabbiati ma che ci han fatto toccare con mano condizioni che qualcuno vive cronicamente: diventare poveri, avere qualcuno che decida per noi, ammalarci, perdere delle persone senza poterle salutare. Tutto questo ci ha fatto sentire vulnerabili ma possiamo imparare a sviluppare delle risorse per poter stare in queste condizioni e affrontarle: imparare che si può sempre essere vulnerabili. Ascoltiamo i ragazzi, come ha fatto il progetto IN&OUT out, e camminiamo insieme a loro invece di cercare di trovare subito delle soluzioni. Come facciamo a costruire qualcosa che valorizzi questa esperienza affinché non diventi solo una povertà educativa? Dobbiamo attribuire un senso e un significato a questa situazione, elaborare, cercare insieme un senso per poter divenire padroni di ciò che ci accade.

La vita ai tempi del Coronavirus: una nuova normalità

di Giulia Perasso

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Da un anno ad oggi la nostra quotidianità è profondamente mutata. Stiamo vivendo un’emergenza mai vista prima dal punto di vista scientifico ma anche esistenziale, che impatta sui nostri comportamenti, sulle nostre abitudini e con il modo di relazionarci al prossimo. In molti ci domandiamo se questa nuova normalità possa implicare dei rischi per il nostro benessere psicologico e quello dei nostri cari. In particolar modo, informarsi su temi legati alla salute psicologica in questo delicato periodo storico potrebbe essere un asso nella manica.

A quasi un anno dall’inizio della pandemia di Covid-19 dichiarata dalla World Health Organization, la nostra quotidianità è profondamente cambiata. Distanziamento sociale, restrizioni della mobilità, cambiamenti nella didattica e nelle modalità di lavoro – sempre più radicati nel virtuale – sono diventate parte della nostra vita. Si tratta di una “nuova normalità” a cui il mondo fa fatica a adattarsi. Come bilanciare la speranza che le cose ritornino come prima con l’idea che forse la nuova normalità sarà parte dei nostri giorni ancora per mesi, o forse – per i più pessimisti – per anni? Cosa dobbiamo aspettarci? A quali rischi andiamo incontro, dal punto di vista del benessere psicologico se la situazione si protrae?

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A tutte queste domande non è ancora possibile rispondere: la pandemia di Coronavirus è qualcosa di nuovo per il mondo, una sfida per il positivismo scientifico in ambito non solo medico ma anche psicologico. Gli studi sull’epidemia di SARS – datata tra il 2002 e il 2004 – possono darci un’idea delle conseguenze sul benessere psicologico individuale ma sono basati sui dati di un’epidemia – localizzata nello spazio e nel tempo – e non di una pandemia – che riguarda tutto il modo e che non ha una data di fine definita. Una ricerca evidenzia che i soggetti sottoposti a quarantena per SARS avevano sperimentato – a breve e lungo termine – sintomi depressivi, post-traumatici, ansia e irritabilità. Tuttavia, non sono disponibili dati certi sulle risorse che questi individui hanno messo in atto per ritornare al benessere psicosociale. Dunque, senza possibili linee guida di riferimento da parte della scienza, sorge spontaneo porsi la seguente domanda: riusciremo a mobilitare le nostre risorse più profonde e a trovare gli strumenti per cogliere opportunità nella crisi? E nel caso…Come?

In molti affidano tutte le loro speranze alle future vaccinazioni anti-covid. Eppure, i tempi sono dilatati e nell’attesa di questa svolta ci troviamo a fare i conti con un presente a cui non siamo abituati. Cosa dobbiamo aspettarci nella quotidianità dal punto di vista psicologico?

vaccino_covid19_fgUna delle modalità principali per prevenire i rischi per la propria salute psicologica e per affrontare le difficoltà di adattamento alle nuove routine è sicuramente la conoscenza di tali rischi, per i singoli, ma soprattutto per le famiglie che si ritrovano a condividere quotidianamente vissuti di incertezza e frustrazione.

Ad esempio, è fondamentale considerare che la pandemia ha portato con sé un senso profondo di instabilità professionale e finanziaria, gettando molte famiglie nella precarietà economica. Le stime del Pew Research Centre riportano che 91% degli adulti occidentali ha visto la propria vita totalmente cambiata in seguito all’inizio della pandemia, specialmente dal punto di vista lavorativo. In molti casi, padri e madri con bambini e adolescenti a carico, hanno perso il loro lavoro, sono cassintegrati o hanno visto significativi cambiamenti nella loro vita professionale, con un impatto imprescindibile sul benessere familiare. La doverosa conclusione, dunque, è che il discorso sociale e psicologico, siano imprescindibilmente legati.

Bibliografia:

Hawryluck, L., Gold, W. L., Robinson, S., Pogorski, S., Galea, S., & Styra, R. (2004). SARS control and psychological effects of quarantine, Toronto, Canada. Emerging infectious diseases, 10(7), 1206.

Genitori e stress ai tempi del Coronavirus: il rischio burn-out è concreto?

di Giulia Perasso

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Essere madri e padri ai tempi del Covid-19 non è affatto semplice: i genitori esercitano il loro complicatissimo “mestiere”, turbati dalla mancanza di tempo libero, da difficoltà lavorative, da un minore supporto della rete sociale di riferimento. Nella “nuova normalità”, genitori e figli – bambini o adolescenti – trascorrono più tempo insieme tra le mura domestiche, nella difficoltà di porre confini tra lo spazio del lavoro e del gioco, tra lo spazio della scuola e gli hobby, tra i momenti insieme e quelli individuali, tra gli spazi dei grandi e quelli dei piccoli. Tale difficoltà è vincolata anche alla grandezza della casa che si condivide, laddove persiste un disagio più marcato in situazioni già segnate da un pregresso svantaggio economico. In più, per le famiglie è diventato più difficile contare su caregiver di supporto, come nonni, zii, babysistter, per la paura del contagio reciproco. A livello psicologico, quali sono i rischi che un genitore corre in questo delicato periodo storico e sociale?

Un possibile rischio per la salute del genitore è la cosiddetta “sindrome del Burn-out”. Burn-out significa “bruciarsi” ed è un termine coniato dagli psicologi per definire quello stato di affaticamento emotivo nel quale la mamma o il papà è troppo stanca o stanco per svolgere il proprio ruolo di genitore e soprattutto per trarre giovamento dalle interazioni con il bambino. In termini più semplici, essere in Burn-out significa essere troppo stressati per poter fare al meglio la mamma o il papà. coppie_covid_neodemos

La “nuova normalità” determinata dalla pandemia ha tutte le caratteristiche per aumentare i livelli di stress dei genitori (l’isolamento sociale, le difficoltà lavorative, la condivisione protratta degli spazi domestici) e può essere complicata da fattori situazionali come difficoltà pregresse della coppia o la presenza di un figlio con fragilità fisica o psicologica. La letteratura scientifica evidenzia che genitori eccessivamente stressati sono più a rischio di trascurare e maltrattare bambini e adolescenti. Come prevenire tali situazioni?

Uno strumento utile per i genitori può essere proprio la conoscenza del legame tra la salute genitoriale e la salute dei figli. Lo studio di Spinelli e collaboratori (2020), effettuato su un campione di 854 famiglie durante il primo lockdown italiano, ha dimostrato che lo stress genitoriale ha un ruolo chiave nell’insorgenza dei problemi emotivi e comportamentali nei figli (di età compresa tra i 2 e i 14 anni).

Sebbene possa sembrare banale, per i genitori, prendersi cura di sé stessi è il primo elemento per garantire il benessere di tutta la famiglia. È lo stesso principio per cui nella segnaletica di emergenza che osserviamo sugli aerei, in cui viene indicato agli adulti di mettere la propria maschera d’ossigeno come condizione basilare per riuscire a soccorrere i propri bambini!

 

Bibliografia:

  • Jeammet, P. (2009). Adulti senza riserva: quel che aiuta un adolescente. Raffaello Cortina Editore.
  • Spinelli, M., Lionetti, F., Pastore, M., & Fasolo, M. (2020). Parents’ stress and children’s psychological problems in families facing the COVID-19 outbreak in Italy. Frontiers in Psychology, 11, 1713.

MINDFULNESS: come la self-compassion può essere uno strumento d’aiuto contro la “pandemic fatigue”

di Elisa Perusi

Non puoi scegliere come sentirti, che pensieri avere e che emozioni provare. Ma puoi vivere al centro della tua vita, imparando a stare con la loro energia, senza farti travolgere

(Traverso, 2016, p. 155)

pandemic-fatigue Se in questo periodo ti senti stanco, irritabile, più triste e svogliato del solito, non preoccuparti, non sei solo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riassunto questo stato con il termine “pandemic fatigue” e secondo gli esperti più del 60% della popolazione al momento ne soffre. Il protrarsi della pandemia, la quotidianità in continuo cambiamento, l’impossibilità di fare programmi, sono tra le cause principali di queste sensazioni. Ma anche la distanza sociale, il non poter abbracciare amici e parenti, il non poter stare accanto alle molte persone che in questo momento attraversano la sofferenza, sono tutte esperienze che ormai da molto tempo caratterizzano la nostra vita. E diventiamo stanchi, stufi, irritabili. Abbiamo la sensazione di non farcela più, che tutto questo non finirà mai.

Innanzitutto una buona notizia. Tutto questo finirà. Non si sa come, non si sa quando, ma finirà. Il mondo è in continuo divenire e cambiamento.

Ma come possiamo stare all’interno di questo momento? Come possiamo alleggerire il peso di questa pandemia che continua inesorabile a stravolgere l’onda delle nostre vite e della nostra quotidianità?

Negli ultimi anni si è sentito molto parlare di mindfulness e ancor più in questo periodo.

mindfulness_poster_UKLa mindfulness è una pratica che deriva dalla tradizione buddista, ed è stata diffusa in occidente da Jon Kabat-Zinn (se ti interessa iniziare ad approfondire l’argomento, ti consiglio di dare un’occhiata ai suoi libri, puoi trovare alcuni titoli in bibliografia).  È una pratica che si basa sulla riscoperta del momento presente, tramite l’ascolto del proprio respiro. La nostra mente è costantemente bombardata in ogni momento da pensieri, stimoli ed emozioni. Quello che insegna la pratica è di osservare la propria mente in azione per arrivare a fare esperienza che noi non siamo i nostri pensieri, ma possiamo stare fermi, respirare, e osservarli mentre vanno e vengono. L’entrare in contatto con i nostri pensieri senza la necessità di seguirli o aderirvi in modo automatico, ci permette di creare uno spazio di libertà e di consapevolezza, che libera creatività e saggezza che sono già presenti in ognuno di noi, al fine di affrontare le sfide della nostra vita. Tutto questo potrebbe apparirti astratto e artificioso, ma essendo di fatto una pratica, la vera comprensione può arrivare solo tramite l’esperienza diretta di quanto descritto a parole.

Ma ritornando al nostro tema, come la mindfulness può aiutarci ad affrontare i sentimenti della pandemic fatigue?

Uno dei pilastri della mindfulness, che tramite la pratica si impara a sviluppare, è la self-compassion. Per self- compassion si intende, come spiega molto bene nel suo libro Kristin Neff (2019), il praticare la gentilezza amorevole nei confronti di noi stessi.

self-love-picInnanzitutto, il primo atto di gentilezza che possiamo rivolgere nei nostri confronti è la possibilità di osservare e accettare quello che c’è, senza giudicarlo. In una società che si basa sul culto del perfezionismo e della prestazione, del dover stare bene e farcela a tutti i costi, già l’ammettere a noi stessi di sentire emozioni difficili è un atto di forte coraggio. Non possiamo certo cambiare ciò che accade o ciò che è accaduto, ma possiamo prenderci cura di quello che sentiamo. Ovviamente non si tratta di una specie di pozione magica che una volta bevuta ci permetterà di essere invulnerabili per sempre al dolore, anzi, dimorare con la propria sofferenza può essere molto faticoso.

Si tratta quindi di prenderci cura di noi, del nostro sentire, proprio come faremmo con una persona amata. Prova a pensarci. Visualizza la persona che più ami al mondo. È stanca, triste o arrabbiata.  Che cosa fai? Le dici di tacere perché dovrebbe essere in qualche altro modo? Le ricordi che dovrebbe essere perfetta e produttiva? Io penso di no. Penso che il primo atto che compiamo in questi momenti è di metterci in ascolto dell’altro, accogliere e accarezzare i suoi dolori, senza la necessità di doverli risolvere in qualche modo.

Se riusciamo a fare questo nei confronti degli altri, vuol dire che dentro di noi abbiamo questa capacità, che possiamo rivolgere anche nei confronti di noi stessi.   

Accarezzare anche le nostre fatiche, è il primo passo per legittimare e alleggerire le nostre sofferenze.

L’essere gentili con noi stessi ci apre inoltre alla possibilità di essere più gentili anche con l’altro. Spesso quando soffriamo la nostra tendenza è quella di ripiegarci nel nostro dolore e nel nostro mondo interno. Praticando la self-compassion invece ci apriamo alla possibilità di capire che non siamo soli, che quello che stai provando tu, probabilmente lo può provare anche la tua migliore amica, il tuo vicino di casa, il tuo datore di lavoro, il passante che hai intravisto sotto casa accostandoti alla finestra. A maggior ragione in questo periodo, ci aiuta a capire che siamo tutti sulla stessa barca, ci può aiutare a sentirci meno soli, perché noi come tutti vogliamo essere felici, in pace e al sicuro.

 

Sitografia:

Frezza, G., “Cos’è la pandemic fatigue? L’esperto ci spiega perché ne soffre il 60% degli europei, sanità informazione, 23 Ottobre 2020

https://www.sanitainformazione.it/salute/cose-la-pandemic-fatigue-lesperto-ci-spiega-perche-ne-soffre-il-60-degli-europei/

Bibliografia:

Traverso, C., (2016), “mente calma cuore aperto”, Sperling&Kupfer

Neff, K., (2019), “La self-compassion. Il potere dell’essere gentili con se stessi, FrancoAngeli

Per approfondire:

-Sulla mindfulness:

  • Dovunque tu vada ci sei già. Kabat-zinn
  • Metodo Mindfulness, 56 giorni alla felicità
  • Mente calma cuore aperto

-Sulla self-compassion:

  • La self-compassion. Il potere dell’essere gentili con se stessi Krisitin Neff

SOCIAL NETWORK E BENESSERE PSICOLOGICO DEGLI ADOLESCENTI – Un problema di equilibri

di Diana Ciurte

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Il contesto culturale e sociale in cui viviamo è caratterizzato dal crollo delle ideologie, dal primato della scienza e della tecnologia e da un navigare senza bussola in una realtà rapidamente mutevole.

In questo tumultuoso divenire, anche la comunicazione interpersonale si muove oggi su canali profondamente differenti rispetto al passato.

La diffusione su larga scala di Internet, degli smartphone, dei tablet e degli altri moderni strumenti di comunicazione ha cambiato radicalmente il modo di relazionare di tutti noi.

Come in passato, gli adolescenti percepiscono tuttora un bisogno fondamentale di socializzazione, ma, attraverso l’uso delle tecnologie, possono oggi contare su un vissuto di appartenenza al collettivo della loro generazione, sempre più connotata di virtuale.

Lo scopo principale dell’uso dei Social Network è rappresentato dalla possibilità di coltivare relazioni sociali con i propri amici e di ampliare con poco sforzo la propria rete di conoscenze o, in termini sociologici, il proprio “capitale sociale”.

Dati rilevanti sull’intensità di uso dei Social Network provengono da studi internazionali.

Circa l’87% degli adolescenti tra 12 e 17 anni utilizza internet ed il numero di utilizzatori è in costante crescita. Ogni adolescente spende nel web in media circa 50 minuti al giorno.

La sola piattaforma Facebook conta circa 500 milioni di utenti attivi a livello mondiale e, in realtà culturalmente simili alla nostra, come ad esempio la Spagna, il 78% degli adolescenti con età comprese tra 12 e 17 anni utilizza i Social Network.

Alcuni genitori possono sentirsi preoccupati o addirittura arrabbiati nel vedere i loro figli “sempre connessi”.

img_3314In alcuni casi, effettivamente, esistono delle criticità legate a un uso smodato o inappropriato di Internet o dei Social Network.

Diversi adolescenti trascorrono molte ore della giornata davanti allo schermo, in una sorta di ritiro quasi autistico. Questo fenomeno può in alcuni casi avere pesanti ricadute negative sulla capacità di socializzazione nella vita reale. Paradossalmente, l’uso eccessivo di Internet potrebbe tradursi in solitudine, isolamento e, in estremo, anche nella comparsa di depressione. Talvolta, si può ravvisare il rischio di effetti negativi sul rendimento scolastico.

Un uso inconsapevole di Internet può esporre a fenomeni spaventosi, quali il cyberbullismo o, addirittura, la pedofilia in rete. Il sexting rappresenta l’atto di condividere in rete, immagini o video dal contenuto connotato sessualmente in modo più o meno esplicito. Questa pratica può avere pesanti ricadute proprio sulla dimensione della socializzazione, sfociando spesso nella vergogna e nel ritiro sociale dei soggetti, quando i contenuti sfuggono alla sfera prettamente privata. Ancora, un’altro aspetto problematico connesso alla socializzazione virtuale è rappresentato dal bisogno esasperato di esibirsi, fino a sconfinare nel narcisismo patologico.

Tuttavia, l’affermazione tra gli adolescenti dei Social Network come strumenti di comunicazione testimonia la sussistenza di importanti fenomeni di gratificazione per gli utenti. In effetti, l’utilizzo di Social Network pare associarsi a diversi fenomeni positivi sul piano psicologico!

  • La socializzazione in linea ha un’influenza positiva sulla percezione di benessere  psicologico dell’utente.

In pratica l’aumento della socializzazione on line pare essere in grado di aumentare negli adolescenti i livelli di autostima e di ridurre la paura della solitudine. Diversi lavori ipotizzano un ruolo del supporto sociale percepito dagli utenti in termini di consigli, consensi e “like” quali fattori mediatori di benessere psicologico soggettivo. Tanto più frequente è l’accesso dei giovani ai Social Network, tanto più riceveranno riscontri da terzi. Di norma, la maggior parte dei riscontri sono di natura positiva e, quindi, si traducono nella percezione di supporto sociale. Con questo meccanismo, gli utenti di Social Network paiono ricevere maggiori livelli complessivi di supporto sociale rispetto ai non utenti.

Il supporto sociale ricevuto stimola la richiesta di nuovi consensi, stimolando a sua volta l’uso di Social Network (fenomeno del rinforzo).

Chiaramente questi fenomeni non sono prerogativa del periodo dell’adolescenza, ma nei ragazzi possono rivelarsi estremamente importanti.

  • I giovani preferiscono socializzare più on line che faccia a faccia.

img_3313Il principale motivo per cui le persone utilizzano piattaforme di socializzazione on line è sicuramente la praticità e la semplicità di accesso agli strumenti tecnologici.

Esistono studi che sostengono che: “i legami in Internet sono spesso intimi e confidenziali per la maggior apertura e disponibilità, rispetto ad incontri faccia a faccia e per il minor rischio percepito di disapprovazione sociale”.

Un fattore che incentiva l’uso dei Social Network è la natura dell’ambiente impersonale in linea, che sembra aiutare i giovani utenti a ridurre gli ostacoli pratici e le difficoltà che possono insorgere nel mondo reale in termini di gestione delle relazioni.

L’uso di Social Network pare ridurre le barriere che gli adolescenti percepiscono nella costruzione di ampi gruppi eterogenei, che sono fonte di arricchimento del proprio capitale sociale.

Un altro fattore importante che incide sul rapporto che le persone hanno con i social network è la natura “asincrona” delle piattaforme on line, che permette agli utenti di presentarsi in maniera selettiva. In altri termini, la tecnologia del Social Network permette agli utenti di elaborare dei profili virtuali, tramite cui mostrare gli aspetti di sé stessi che siano più funzionali alla propria immagine.

L’esperienza psicologica mostra che la strategia dell’auto-presentazione positiva possa riflettere la tendenza delle persone a privilegiare convinzioni positive riguardo sé stessi, da cui derivano vantaggi psicologici di auto-promozione.

In conclusione, non bisogna demonizzare la rete e non sottovalutarne i benefici in termini psicologici. Un bilancio tra i rischi e gli effetti positivi di Internet e dei Social Network può dipendere direttamente dalle modalità di uso in termini quantitativi e qualitativi. Se consapevole e moderato, l’uso di Internet e dei Social Network può trasformarsi in una risorsa di benessere psicologico!

 

Bibliografia:

Apaolaza, V., Hartman, P., Medina, E., Barrutia, M.J., Echebarria, C. (2013). The relationship between socializing on the Spanish online networking site Tuenti and teenagers’subjective wellbeing: The roles of self-estreem and lonliness.Computers in Human Behavior, 29(4), (p.1282-1289).

Biolcati, R. (2010) La vita online degli adolescenti: tra sperimentazione e rischio. Psicologia Clinica dello Sviluppo, n.2, (p.267-298)

Faliva, C., Cozzani, B. (2011) Tra normalità e rischio. Manuale di psicologia dello sviluppo e dell’adolescenza (p.75-85)

Fratini, T. (2004) Radici affettive del disagio: esperienza scolastica degli adolescenti (p.1-15)

Kim, J., Lee, R. J. (2010) The Facebook paths to happiness: Effects of the number of Facebook friends and self-presentation of subjective well-being. Cyberpsychology behavior and social networking, 14(6), (p.359-364)

Utz, S., Breuer, J. (2017)

The relationship betweeen use of social network sites, online social support, and well-being: Results from a six-wave longitudinal study. Journal of Media Psychology: Theory methods and Applications 29(3), (p.115-125)

Sitografia:

Carlucci C.(2016) Open school studi cognitivi, san Benedetto del Tronto: Conformismo e bisogno di autonomia negli adolescenti. www.stateofmind.it

Adolescenti e social network, un nuovo modo di relazionarsiwww.aggiornamentisocial.it

SCUOLA E PANDEMIA: CONTINUA LA SFIDA PER I DOCENTI

di Elisabetta Piola

La scuola è sicurainiziomente al centro dei dibattiti dell’ultimo periodo. L’anno scolastico è iniziato in presenza, ma ha subito ben presto una battuta d’arresto a causa del nuovo pericoloso aumento dei contagi. Lo scontro fra chi condanna la decisione del governo di chiudere la maggior parte delle scuole e chi invece sostiene l’adeguatezza e la necessità di tale scelta è particolarmente acceso, come chiaramente dimostrano i numerosi articoli che inondano il web. Già a settembre, nonostante le indicazioni fornite dal Ministero dell’Istruzione, gli interrogativi, i timori e le paure del personale scolastico e delle famiglie erano molteplici: ci saranno spazi sufficienti a garantire il distanziamento? Come saranno regolati gli ingressi scaglionati? Le famiglie seguiranno l’indicazione di rilevare quotidianamente la temperatura corporea dei figli? Quanto spazio sarà effettivamente dedicato alla DaD? Domande che tornano a risuonare ancora oggi.

Alla luce degli accadimenti degli ultimi mesi dobbiamo riconoscere la ragionevolezza di molte di queste preoccupazioni, ma è essenziale impedire a incertezza, paura e sconforto di prendere il sopravvento su di noi, per poter raccogliere la lucidità e le risorse necessarie ad affrontare di nuovo con successo la difficile situazione nella quale ci troviamo.

Mi è capitato di rileggere un articolo pubblicato su L’Espresso circa un anno fa in cui viene raccontata la difficile esperienza da insegnante potenziato di Ottavia Nicolini, che mi ha fatto ripensare all’attuale situazione. Nell’articolo viene raccontato come la docente, rientrata a Roma dopo oltre un decennio in cui ha insegnato etica in una scuola di Francoforte, sia tornata in Italia a lavorare in un istituto tecnico delle periferie di Roma, nel ruolo, appunto, di “potenziato”.

Ma cosa significa, esattamente, essere “insegnante potenziato”?

In linea teorica, un potenziato è parte integrante dell’organico di una scuola grazie alle sue competenze, in grado di potenziarne l’offerta formativa; di fatto, come afferma Nicolini, il suo è un ruolo dai confini indefiniti, senza una classe, né un programma da insegnare, che si sovrappone spesso a quello di supplente. Se vogliamo utilizzare le parole dai ragazzi dell’istituto, Nicolini è “l’insegnante del Gnente”. Ben presto la docente riconosce quello del “Gnente” come un tema di fondo per le classi dell’istituto, restii a impegnarsi in qualsivoglia attività, tantomeno nelle proposte al di fuori dell’attività scolastica, forse anche a fronte di una reale difficoltà nel farlo, riconducibile a un fisiologico bisogno di limiti e direzioni concrete entro cui circoscrivere e verso cui orientare il proprio comportamento.

È un’impresa difficile per Nicolini, conscia dell’opinione che questi studenti hanno di lei e del suo ruolo, quella di instaurare una relazione con loro, un’impresa che la spaventa, ma alla quale sceglie di non rinunciare. Sono state proprio la sua forte motivazione e la sua tenacia a catturare la mia attenzione e a suscitare la mia ammirazione. Nicolini, infatti, è riuscita a realizzare infine il suo obiettivo, coinvolgendo la “classe del gnente” in alcune attività di gruppo, grazie alle quali la loro vitalità, le loro risorse, la loro creatività hanno trovato una strada per esprimersi in tutta la loro intensità; racconta, con soddisfazione di essere anche riuscita a insegnar loro “L’infinito” di Leopardi. In conclusione, la docente dice qualcosa che deve farci riflettere: difficilmente si potrà dimenticare di questi svogliati ragazzi, ai quali alla fine si è affezionata davvero.

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Credo che questa storia possa aiutarci a cogliere le potenzialità insite nel ruolo di insegnante: insegnare è molto più che trasmettere nozioni; insegnare è soprattutto aiutare a crescere, arricchirsi e realizzarsi; è un compito difficile, ma quando esercitato con passione e motivazione, come ha fatto Nicolini, consente di raggiungere obiettivi notevoli e di superare ostacoli apparentemente insormontabili.

Non è facile però essere dei buoni insegnanti. Forse qualcuno riterrà che l’elemento essenziale sia la conoscenza, la preparazione; essa è un aspetto indubbiamente fondamentale, ma perde di rilevanza se vengono a mancare la capacità di instaurare una buona relazione con gli studenti, di saper favorire buone relazioni tra di loro e di stimolare il loro interesse verso la materia (Mariani e Pozzo, 2002). La qualità della relazione con gli studenti è uno dei fattori che maggiormente si associa al successo o al fallimento scolastico (Babaeeroo e Shokrpour, 2017): maggiore è la qualità relazionale, maggiori sono la partecipazione dei ragazzi a scuola, migliori sono i loro risultati e minori le sospensioni e l’abbandono (Quin, 2017; Sparks, 2019).

La scuola ha subito un duro colpo con la pandemia. Il suo scoppio, nel pieno dell’anno scolastico, ha costituito una brusca battuta d’arresto, non solo per il fatto che il programma scolastico è stato temporaneamente sospeso (e poi ripreso con modalità del tutto differenti), ma anche perché si sono interrotti quei processi di socializzazione tra studenti, e fra studenti e insegnanti. E se trasmettere nozioni può tutto sommato essere fatto senza grosse difficoltà anche tramite l’uso di device tecnologici, mantenere vive e coltivare relazioni nella sola dimensione virtuale è un compito non impossibile, ma molto meno semplice.

Nei mesi del lockdown è stato necessario rivedere il modo di fare lezione, passando dalla tradizionale didattica in aula, alla tanto discussa didattica a distanza (DaD), che ha costituito una notevole sfida in particolare per quegli insegnanti, magari con esperienza ventennale fra i banchi, aventi scarsa dimestichezza con l’utilizzo di dispositivi elettronici e di internet.

Un limite intrinseco di questa tipologia di didattica è che essa richiede un maggior utilizzo di risorse cognitive: venendo a mancare la dimensione non verbale della comunicazione, essa diviene più difficile, così come l’apprendimento stesso. Ricerche dimostrano che la comunicazione non verbale è associata a maggiore motivazione allo studio e a successo accademico (Bambaeeroo e Shokrpour, 2017). Ciò ha portato alla decisione di numerosi istituti di ridurre l’altrimenti troppo oneroso numero di ore di lezione frontale, che pur essendo state affiancate ad altre tipologie di attività, ha costretto alla riduzione del programma di diverse materie. La presenza alle lezioni è inoltre diventata più libera, avendo la possibilità di mostrarsi online ed essere in realtà impegnati in attività di tutt’altro genere.

La DaD costituisce un importante passo avanti in termini di rinnovamento della pratica didattica-educativa, ma al contempo sacrifica l’indispensabile dimensione dell’interazione docente-studenti (Rota, 2020), l’essenziale dimensione relazionale. Alcuni docenti raccontano come sia stato strano e spiacevole per loro non poter sentire la presenza della classe, rimpiangendo addirittura il brusio, fastidioso sottofondo delle giornate di lezione a scuola; l’impressione, almeno in principio, è stata quella di non doversi tanto relazionare a una classe, intesa come gruppo, come un’entità che è qualcosa di più della mera somma degli individui che ne fanno parte, quanto più di dover trasmettere nozioni a un pubblico invisibile e passivo, composto da volti, nei casi migliori, e da icone sparse sullo schermo del computer in quelli peggiori.

fineSono state numerose, quindi, le difficoltà e gli ostacoli emersi in questi mesi, ma contrariamente alle pessimistiche previsioni dei più, i nostri docenti sono stati in grado di affrontarli egregiamente, dimostrando la stessa motivazione e la stessa tenacia di Ottavia Nicolini.

Sono stati sorprendenti l’entusiasmo e l’impegno con cui molti docenti si sono adoperati per colmare le loro mancanze nell’utilizzo dei dispositivi tecnologici, fruendo degli svariati corsi predisposti proprio al fine di incrementare le competenze digitali e per realizzare la media education. Si è potuto assistere, in effetti, a una notevole “solidarietà digitale”, un fiorire di iniziative e piattaforme per supportare la DaD, per aiutare a colmare la carenza di competenze di alcuni essa e per facilitare la condivisione delle conoscenze apprese (Bellasia, 2020).

Molti docenti hanno dedicato più attenzioni di quanto non facessero prima ai ragazzi, rompendo la “barriera” dello schermo, ponendo loro frequenti domande su come stessero vivendo questa particolare esperienza e lasciandoli liberi di sfogarsi e confrontarsi, qualora ne dimostrassero il bisogno; e, in effetti, è stato spesso così. Un occhio di riguardo è stato dedicato a chi manifestava segni di disagio, aprendo un dialogo con le famiglie o con altri adulti di riferimento.

Sono stati fatti sforzi d’ogni genere per cercare di continuare a far sentire gli studenti “classe”: è stata sfruttata la DaD come strumento per mantenere comunque una certa stabilità dell’incontro tra docenti e di conseguenza un senso di appartenenza e legame (Rota, 2020), tramite giochi per i più piccoli, e foto di classe (screenshot sugli schermi), attività, sfide e lavori di gruppo anche per i più grandi. In questo rivediamo proprio i tentativi fatti anche da Nicolini, che ha cercato di andare oltre la mera trasmissione di informazioni, impresa ardua con i ragazzi del Gnente, cercando la creazione di conoscenze condivise. Ciò è stato possibile entrando in punta di piedi sempre più nella vita degli studenti, interessandosi alle loro storie, ai loro luoghi di interesse, alle loro canzoni preferite. E mi sembra che questo in fondo sia quanto è stato fatto anche da molti dei nostri insegnanti durante il lockdown.

Trovarsi improvvisamente in una situazione così complessa ha favorito l’emergere del lato più umano di molti di loro, talvolta celato sotto una scorza di autoritarismo che qualcuno ancora ritiene connaturata al ruolo di insegnante, e migliorando la relazione studente-docente, elemento chiave per l’instaurarsi di un buon clima in classe e, di conseguenza, per favorire un maggiore apprendimento degli studenti (Balestra, 2017).

Credo che a questa situazione straordinaria dobbiamo riconoscere un merito, quello di aver permesso alla motivazione degli insegnanti, al loro autentico interesse per i ragazzi, alla loro passione per la loro delicatissima e straordinaria professione, di riemergere, o di emergere con una spinta e una vitalità rinnovata. 

Come Nicolini, tanti insegnanti oggi avranno paura e si sentiranno smarriti. Le incertezze sono ancora molteplici e giustificano il timore di sbagliare, di non essere in grado di gestire la grande responsabilità della quale sentono il peso. È un anno diverso, un’esperienza nuova per tutti e in quanto tale ricca di incognite, ma, soprattutto, è un’ulteriore occasione per migliorarci, per esercitare le risorse che abbiamo dimostrato di avere e per dimostrare che un buon insegnante, cioè un insegnante motivato e appassionato, ha la capacità di affrontare anche situazioni straordinarie.

 

Bibliografia:

Bambaeeroo, F. e Shokrpour, N. (2017). The impact of the teachers’ non-verbal communication on success in teaching. Journal of Advances in Medical Education and Professionalism, 5(2): 51-59

Mariani, L., Pozzo, G. (2002) Stili, strategie e strumenti nell’apprendimento linguistico. Imparare a Imparare, Insegnare a Imparare, Firenze: La Nuova Italia, Firenze.

Quin, D. (2017). Longitudinal and Contextual Associations Between Teacher–Student Relationships and Student Engagement: A Systematic Review. Review of Educational Research, 87(2): 345 –387

Turco, S. (2019). Francoforte-Roma e ritorno: l’anno spericolato della prof nelle classi del Gnente. L’Espresso, 18 Agosto 2019, 84-87

Sitografia:

Balestra, A. “Il benessere scolastico e il clima della classe”. Psicologia 24, 5 Aprile 2017 https://www.psicologia24.it/2017/04/benessere-scolastico-clima-classe/

Bellasia, A. M. “Didattica a distanza, per fortuna c’è: ecco tutti gli aspetti positivi”. Tecnica della Scuola, 21 Marzo 2020. https://www.tecnicadellascuola.it/didattica-a-distanza-per-fortuna-ce-ecco-tutti-gli-aspetti-positivi

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), 2020. https://www.istruzione.it/rientriamoascuola/index.html

Rota, M. “Pro e contro della didattica a distanza”. Crescita Personale, 31 Marzo 2020. https://www.crescita-personale.it/articoli/competenze/formazione/pro-e-contro-didattica-a-distanza.html

Sparks, S. D. “Why Teacher-Student Relationships Matter”. Education Week, 12 Marzo 2019. https://www.edweek.org/ew/articles/2019/03/13/why-teacher-student-relationships-matter.html

 

 

È NATALE

di Sabrina Agostina Amatucci

In questo periodo sentiamo dire ovunque che questo sarà un Natale “diverso”. C’è chi addirittura afferma che “non sembra nemmeno Natale”. Certo, la pandemia ci obbliga a ripensare a questo particolare momento dell’anno, così ancorato a tradizioni che fatichiamo a pensare possano essere modificate. Ma è giusto dire, come fanno alcuni, che le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria stanno privando di senso questo Natale?

Qual è il senso del Natale?

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Il Natale, anche al di là del suo significato religioso, è forse la festa che più di altre si trova radicata nella nostra cultura e tradizione. Persino la scienza sembra offrire evidenze di una “predisposizione” dell’uomo nei confronti di tutte quelle manifestazioni che riconosciamo appartenere a questo speciale periodo dell’anno: secondo un articolo pubblicato qualche anno fa su una rivista scientifica, nel nostro cervello esisterebbe una “rete dello spirito del Natale”, ovvero un insieme di aree cerebrali che si attivano quando le persone che celebrano il Natale vengono poste di fronte a stimoli legati a questa festività (Hougaard et al., 2015).

È quindi comprensibile che, in molte persone, possa generare disagio dover adattare la nostra idea del Natale alle nuove circostanze.

Tuttavia, il periodo natalizio non porta con sé solo sentimenti di benessere e di pace. Per tante persone, questi giorni sono caratterizzati da un forte aumento dello stress, in risposta alle attese che questa festa genera, e da vissuti di depressione, che alcuni clinici hanno definito “Christmas blues” o depressione natalizia.  

Tutti, in misura differente, possiamo sentirci sopraffatti durante i giorni che precedono il Natale: l’ansia di dover scegliere dei regali che piaccimmagine4iano alle persone che li riceveranno, le scadenze pressanti al lavoro prima della chiusura dell’anno, il disagio di dover trascorrere molto tempo in compagnia di parenti e amici che magari non frequentiamo spesso, la nostalgia per le persone che non sono più tra noi, la percezione di dover in qualche modo “nascondere” le preoccupazioni per rispondere a quella che viviamo come una convenzione sociale. Questi sono solo alcuni degli elementi che possono trasformare questa festa in un impegno talvolta faticoso e che può dare origine a malessere. Claudio Mencacci parla di “effetto collaterale del Natale”, riferendosi al senso di frustrazione che può esprimersi in disagi fisici o psicologici.

Il Natale di quest’anno, che indubbiamente non sarà come quelli che lo hanno preceduto, può essere l’occasione per ripensare al significato che questa festa ha assunto per noi e per darle un valore nuovo, più intimo.

Possiamo abbandonare la frenesia del “dover fare”, per trovare momenti da dedicare a noi stessi, rispolverando interessi magari dimenticati, o semplicemente riscoprendo il valore del “tempo vuoto”.

Concentriamo la nostra attenzione sugli affetti più cari e, anche se non ci è possibile, troviamo un’occasione per rivolgere loro un pensiero. La tecnologia può aiutarci nel creare momenti in cui essere vicini a chi vogliamo bene.

Anche se non saremo cocover-blog_post_dicembre-900x900involti in pantagruelici pranzi o cene, facciamo qualcosa di speciale che ci ricordi l’eccezionalità della festa, e concediamoci un piacere con cui rendere speciale la giornata.

Potremmo, infine, ricordarci delle tante persone che, come noi, stanno vivendo un Natale “diverso” e rivolgere a loro il nostro sguardo, in maniera semplice. Perché non suonare il campanello del nostro vicino di casa, anche di quello che tiene sempre la musica ad alto volume, e fargli i nostri auguri?

Due anni fa, durante l’ultima udienza generale prima delle feste, Papa Francesco ha pronunciato le seguenti parole: “Il Natale di Gesù non offre rassicuranti tepori da caminetto, ma il brivido divino che scuote la storia. Natale è la rivincita dell’umiltà sull’arroganza, della semplicità sull’abbondanza, del silenzio sul baccano, della preghiera sul “mio tempo”, di Dio sul mio io”.

Sono parole che, anche per chi non è cristiano, e sebbene pronunciate prima di questa pandemia, offrono una riflessione sul tempo che stiamo vivendo. Quest’anno, abbiamo l’occasione di scendere a patti con il fatto che non siamo invincibili, che fa parte della nostra umanità venire “feriti” da situazioni sulle quali non possiamo esercitare il nostro pieno controllo. Non vergogniamoci delle nostre paure e delle nostre debolezze, ma confidiamo nella nostra capacità di resilienza, in un atteggiamo di attesa che non è accettazione passiva, ma occasione di adattamento e riflessione. La capacità di accettare e adattarci alla nuova condizione, forse, sarà il regalo più duraturo che avremo fatto a noi stessi.

Per approfondire:

Avvenire.it. Udienza. Papa: Natale non è riempirsi di regali, ma accogliere le sorprese di Gesù. 19 dicembre 2018. https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-francesco-udienza-generale

Hougaard A, Lindberg U, Arngrim N, Larsson HBW, Olesen J, Amin FM, Ashina M, Haddock B (2015). Evidence of a Christmas spirit network in the brain: functional MRI study. BMJ. 16: 351.

Kasser T, Sheldon KM (2002). What Makes for a Merry Christmas?. Journal of Happiness Studies, 3(4): 313-329.

Mencacci C. Trasformare queste feste in un’opportunità. Corriere salute. 10 dicembre 2020. https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/20_dicembre_10/trasformare-queste-feste-un-opportunita-e1abd490-3b03-11eb-a316-193bd0f16dd1.shtml

VACANZE FINITE: E ADESSO?

di Elisabetta Piola

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Il mese di Agosto è ormai agli sgoccioli, e con lui se ne stanno andando anche gli ultimi momenti di estate e di vacanza.

Dopo i duri mesi del lockdown, contrariamente ai timori diffusi, è stato possibile per almeno alcuni di noi godere di qualche periodo di ferie: c’è chi è stato al mare, chi in montagna, chi al lago… chi è stato via pochi giorni e chi ha avuto l’occasione di “fuggire” per periodi molto più lunghi. E questo è stato senza alcun dubbio un bene.

Le vacanze ci offrono la possibilità di “staccare la spina”, di prendere temporaneamente le distanze dalle responsabilità e dalle preoccupazioni lavorative, di dedicare del tempo a noi stessi, alle nostre passioni e alla nostra famiglia. In una società prestazionistica come quella in cui viviamo è sano e indispensabile concedersi, di tanto in tanto, l’occasione di fermarci, prendere fiato e alleggerirci almeno in parte dallo stress di cui siamo quotidianamente vittime (e, in parte, fautori).

È chiaro a tutti, ed è ulteriormente confermato dai primi risultati di diversi studi psicologici in corso, che la situazione pandemica e le norme di isolamento che ci ha costretti a rispettare sono state fonte di preoccupazioni, ansia, e malessere psichico in generale (Xiong et al., 2020). I dati dei primi stadi di queste ricerche confermano un generale aumento dei livelli di stress, fino a disturbo post traumatico da stress, di ansia e depressione, anche a causa delle conseguenze economiche della pandemia (con mancati guadagni o perdita del lavoro) e dei lutti che ci siamo trovati a dover elaborare.

Se dunque già in una situazione normale, con le pressanti e incalzanti richieste che ci pone la routine quotidiana, sentiamo a un certo punto il legittimo bisogno di una pausa, è evidente che le estreme condizioni di tensione, stress e costrizione e la sofferenza del lockdown abbiano reso tale bisogno ancora più urgente.

Le vacanze di quest’anno, seppure con mascherina e igienizzante come immancabili compagni di viaggio, sono state ancora più del solito sinonimo di libertà, leggerezza e relax e sono state l’occasione per ritrovare una parte di quella stabilità ed equilibrio psichico perturbate dagli eventi dei mesi passati. L’altra faccia della medaglia è che per molti di noi il rientro si è rivelato ancora più difficile di quanto già normalmente sia.

Ritornare a casa, alla routine, al lavoro, alle responsabilità è spesso una doccia fredda dopo un periodo di ferie e quest’anno il trauma è stato ancora più intenso: siamo stati bruscamente riportati alla realtà, magari già con un tampone in aeroporto (Berberi, Marrone, 2020) che ci ricorda che l’emergenza coronavirus non è ancora superata.

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Ritornare alla normalità oggi significa vivere in modo responsabile mantenendo viva l’attenzione per le norme igieniche che dobbiamo rispettare per ridurre al minimo il rischio di contagi. I media, a cui probabilmente in vacanza abbiamo prestato meno attenzione, anche nell’illusione di prendere almeno temporaneamente le distanze dai problemi, tornano a farci presente che la curva dei contagi è tornata a risalire, che è indispensabile essere cauti e rispettare le regole ormai note, che l’economia è in forte crisi, e i dibattiti sulla riapertura delle scuole e sulla possibilità di una nuova ondata sono più accesi che mai.

Il rischio è dunque quello di farci sopraffare dall’ansia e dalla paura, oltre che dal senso di instabilità generato dalle incertezze di questo periodo.

Come arginare quindi questi spiacevoli sentimenti?

Innanzitutto, occorre tenere presente che avere paura, provare ansia, sentirsi insicuri e frustrati è legittimo data la situazione, è bene dunque autorizzarsi a provare queste emozioni anche se è opportuno affrontarle tenendo i piedi per terra. Attenzione quindi a non lasciarci pervadere da pessimismo o paranoia.  

Potremmo sorprenderci poi dell’enorme impatto che il pensare positivo può avere sul nostro benessere psicofisico. Se ci sforzeremo di troncare le catene di pensieri negativi e catastrofici che spesso si susseguono nella nostra mente, soffermandoci invece sugli aspetti positivi dell’esperienza quotidiana, inizieremo a cambiare il nostro approccio alla vita stessa, il nostro modo di affrontare le esperienze negative: studi dimostrano che un atteggiamento ottimistico e positivo è in grado di ridurre i nostri di livelli di ansia e depressione e l’impatto che gli eventi stressanti hanno su di noi, favorendo l’uso strategie di coping più efficaci, rinforzando il sistema immunitario e facendoci percepire la nostra vita come più ricca di significato (Naseem e Khalid, 2010; Boyra e Lightsey, 2012).

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Ciò si associa a una sensazione di maggiore competenza, autostima e autoefficacia, cioè alla percezione di se stessi come agenti attivi, in grado di organizzare e gestire la propria vita, con i suoi alti e bassi.

Proviamo a riportare insieme il nostro sguardo su quanto di positivo c’è stato nel corso dei duri mesi passati:

  • la quarantena ci ha dato l’opportunità di riscoprire la dimensione domestica, la piacevolezza del condividere del tempo con la nostra famiglia, dell’impegnarci nel fare una torta o del rilassarci guardando un film insieme (Gandino, 2020);
  • accanto alle relazioni familiari, abbiamo riscoperto anche molte amicizie, coltivate nei mesi di lockdown grazie all’aiuto della tecnologia, che sono state una straordinaria risorsa nell’affrontare il diffuso senso di solitudine e isolamento (Mora, 2020);
  • l’emergenza ha stimolato la nostra inventiva e lo spirito d’iniziativa, tanto che è nata l’idea di trasformare maschere da snorkeling in respiratori polmonari (Landoni, 2020) e numerose aziende sono state convertite al fine di produrre i presidi sanitari di cui abbiamo avuto urgente bisogno (Carli, 2020);
  • infine, questa situazione ha fatto emergere il nostro immenso altruismo, esemplificato dalle numerose iniziative solidali di condivisione di beni di prima necessità (Covella, 2020; C.R.G., 2020) o dalle donazioni di pizze e dolci agli operatori sanitari, duramente e incessantemente impegnati in ospedale (Ummarino, 2020).

Al rientro dalle vacanze ci siamo quindi ritrovati nella difficile e incerta situazione dalla quale in fondo una parte di noi sperava di fuggire, ma sebbene l’emergenza non possa dirsi superata, i miglioramenti sono stati notevoli, e la sua risoluzione è sempre più vicina.

Concediamoci, dunque, di sentirci ancora preoccupati, ma cerchiamo anche di sfruttare le potenzialità del pensiero positivo, riconosciamo il nostro potenziale, le nostre capacità di affrontare gli eventi, ripensando a quelle che sono state per noi esperienze critiche, dolorose ma ch  e siamo riusciti a superare. Ricordiamoci che non siamo soli e che gli altri possono rappresentare un sostegno. Questo può concretizzarsi in molti modi e perché si realizzi è necessario a volte riconoscere che ne abbiamo bisogno.  

 

Bibliografia:

Boyraz, G. e Lightsey, O. R., Jr. (2012). Can Positive Thinking Help? Positive Automatic Thoughts as Moderators of the Stress–Meaning Relationship. American Journal of Orthopsychiatry, 82(2): 267-277

Naseem, Z. e Khalid, R. (2010). Positive Thinking in Coping with Stress and Health outcomes: Literature Review. Journal of Research and Reflections in Education, 4(1): 42 -61

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