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Quando in adolescenza i voti a scuola peggiorano

186Può capitare che con l’arrivo dell’adolescenza si presentino dei problemi con la scuola che prima non c’erano. Un buon rendimento, un comportamento adeguato, lasciano spazio a un disinteresse che sembra essere totale. Da cosa nasce? Quando è il segnale di un vero problema?

Bisogna ricordare che le ragazze, solitamente, riescono a seguire meglio le richieste della scuola. Con il passaggio alle scuole secondarie riescono a sviluppare più precocemente una serie di qualità, come la capacità di concentrarsi, l’autonomia, una maggiore responsabilità, che assicurano risultati più brillanti anche a scuola. I ragazzi, invece, hanno difficoltà ad esaudire le richieste di maturità e applicazione, tanto che spesso diventano gli elementi di “disturbo” della classe. Anche perché, a questa età, ha un maggior successo tra i coetanei il “pagliaccio” rispetto al “secchione”. Il passaggio alla scuola secondaria, può quindi rappresentare un momento di grande cambiamento nei figli, cambiamento che si riflette negativamente sul clima familiare.

I genitori, preoccupati dagli insuccessi, concentrano tutti i propri interventi sul versante scolastico, nel tentativo di arginare un cambiamento che, fino all’anno precedente, sembrava impensabile. Il clima familiare, anche a causa degli scarsi risultati che le azioni dei genitori solitamente ottengono, peggiora gradualmente. Anche il rapporto con i figli si fonda sulla preoccupazione dello studio, del voto: le frasi che si usano più spesso sono “Hai studiato?” o “Quanto hai preso?”. Ovviamente, questo comportamento risulta molto stressante per i genitori, costretti a tenere costantemente sott’occhio compiti, voti, orari, interrogazioni, momenti liberi. Ma una simile pressione diventa lentamente insopportabile anche per i figli, che non esistono più come tali, ma sono solo scolari, solo voti. Un brutto voto non è più un giudizio sul lavoro svolto, ma diventa un giudizio su se stessi: si è insufficienti, non si vale abbastanza. Non deve stupire che la strategia scelta da molti sia quella della “fuga” dal mondo scolastico.

Come aiutare i propri figli? I ragazzi, per impegnarsi, devono essere incoraggiati, e i loro sforzi devono essere riconosciuti, quando le cose vanno bene, ma anche quando vanno male. Meglio, di fronte a un brutto voto, prendere il tempo per parlare, per analizzare insieme cosa non ha funzionato. E’ mancato l’impegno? Il tempo? E’ subentrata l’ansia? Non c’è stata la giusta organizzazione?

Rischioso è fare promesse o spingere allo studio con le minacce: maggiore è il “carico affettivo” che mettiamo sui risultati, maggiori sono le possibilità che l’adolescente usi i brutti voti come mezzo per provocare i genitori ed esprimere la propria voglia di distaccarsi. Attenzione però a non sconfinare nella “sostituzione”: fare i compiti al posto suo fa passare il messaggio che non lo crediamo capace di farcela da solo e, col tempo, corriamo il rischio che il figlio, capito il gioco, sfrutti il genitore per non fare alcuna fatica. Meglio allora un brutto voto, con la rassicurazione che esiste il diritto a sbagliare, e che c’è tempo e modo per rimediare. Concentrandosi meno sui risultati, si lascia spazio per variazioni dell’impegno e dei risultati che aiutano nella crescita. Una maggiore fiducia nelle capacità di nostro figlio, lo aiuta anche a trovare il proprio ritmo, le proprie modalità: imporre i nostri tempi, le nostre regole, le nostre modalità di studio, può essere la strategia sbagliata.

Un peggioramento dei voti può anche essere legato a un evento che in qualche modo altera l’equilibrio dell’adolescente o della famiglia: un trasloco, un lutto, una relazione che si chiude. Il peggioramento nei voti è un vero e proprio segnale che i ragazzi mandano per trasmettere un disagio che non sanno altrimenti come esprimere. Attenzione quindi a rispondere nel modo corretto, indagando sulle ragioni che hanno portato al brutto voto, e non con rimproveri o punizioni.

Attenzione deve essere data anche a quegli adolescenti, spesso ragazze, che danno un peso eccessivo alla scuola e ai risultati di compiti ed interrogazioni. Anche questa può essere una fuga, che mette a tacere tutti i turbamenti dell’adolescenza attraverso un mezzo facile da raggiungere e facilmente prevedibile. Se un adolescente rinuncia per la scuola a tutti i “piaceri” tipici della sua età, come uscire con i coetanei, fare attività sportive, creare amicizie, bisogna interrogarsi seriamente.

Infine, se anche arriva la bocciatura, non è la fine del mondo. Alcuni adolescenti hanno bisogno di più tempo per maturare, e la bocciatura può essere l’occasione per colmare le lacune. In qualche caso anzi, è l’adolescente stesso a suggerire questa possibilità. Essere bocciati poi non significa distruggere il proprio futuro: non mancano i casi di persone che, pur bocciate, applicandosi e sfruttando al meglio le proprie capacità (non sempre valorizzate dal sistema scolastico) hanno avuto vite piene di soddisfazioni e successi.

Luca Pasquarelli

ESSERE GENITORI Un mestiere, quasi, impossibile

Queste riflessioni hanno preso vita dall’esperienza personale di diventare genitore. La nascita di mia figlia ha messo in moto, qualche anno or sono, un processo di crescita che mi ha spinto a mettere in discussione alcune personali rappresentazioni.

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Per quanto si possa conoscere l’argomento, affrontare la nascita di un figlio implica un cambiamento significativo. Non comporta semplicemente responsabilità e doveri ma anche un’acquisizione di un ruolo. Il che non avviene solo perché, a un certo punto, tuo figlio ti chiama papà ma credo che – o meglio sento di aver fatto un’esperienza in questo senso – accada dall’interno un processo di mutazione, un salto generazionale.

È ormai da tempo appurato che le esperienze soggettive cui andiamo incontro lungo il ciclo vitale forgiano i modelli con i quali ci mettiamo in relazione con il mondo. Pertanto, gli stati mentali, ovvero quel groviglio di sensazioni, emozioni, affetti, percezioni e cognizioni che sperimentiamo fin dai primi anni dalla nascita, sono immagazzinati, soprattutto a livello implicito, nella nostra memoria e danno vita a quel bagaglio di stili da cui attingeremo per definire la nostra identità, attribuire significati all’alterità e strutturare un carattere che ci permetta di entrare in contatto con la vita.

La teoria dell’attaccamento ha tuttavia mostrato un elemento da non sottovalutare. In effetti, siamo a conoscenza che tenderemo a ripetere, al di fuori della nostra consapevolezza, le configurazioni che hanno caratterizzato la nostra infanzia. Nella fattispecie, il clima emotivo e i modi che abbiamo trovato per adattarci alle situazioni del nostro passato nella posizione di figli, saranno riproposti e ricreati, con molta probabilità, questa volta in qualità di genitori nei confronti dei figli.

adozioneIn questo senso, è comprensibile che lo stile genitoriale che adottiamo, il modo di “stare con” i nostri figli e di vederci come genitori, sia inscindibilmente legato alla nostra personale, intima e, talvolta, sofferta esperienza di bambino.

In questo senso, diventare madre o padre assume una valenza differente. C’è il pericolo che, siccome nei primi anni il cucciolo d’uomo dipende in tutto e per tutto dalle cure degli adulti, i figli possano trovarsi in mezzo a quelle isole di sofferenza che appartengono al nostro passato senza esserne consapevoli. E, dunque, il loro processo di sviluppo sia in qualche modo influenzato da nostre personali fragilità. Ciò è possibile sennonché si prenda la briga di andare a fondo, attraversando la rimozione, la negazione o l’idealizzazione – strumenti utili per evitare di rivivere la sofferenza di alcune esperienze infantili – e saggiando la gamma di emozioni collegate.

Fare i conti con il proprio passato, oltrepassando il dolore, può indurre la libertà di riaffermare il Vero Sé, in maniera profonda, andando a scovare i talenti che ci sono sempre appartenuti ma, per buone ragioni, lasciati in disparte.

Nel contempo, facilita il compito di mettere i propri figli nelle condizioni di avvertire bisogni e formulare desideri che coinvolgano le loro passioni.

In buona sostanza, è come se testimoniassimo ai nostri figli, e alle generazioni future, che è possibile superare le esperienze avverse, andare oltre, svincolarsi dal fardello che esse rappresentano, affinché s’intraprenda una strada volta alla ricerca vera e profonda di sé. Così facendo, seppur indirettamente, il bambino farà un’esperienza affettiva intensa: vedrà che è possibile non rinunciare alle proprie aspirazioni, affrontare le difficoltà e superarle.

In questo modo, appaiono più chiari gli elementi che possono contraddistinguere una relazione sana e orientata alla sicurezza con i figli:

  • Il bambino va preso sul serio, considerato in ogni circostanza e in ogni momento della sua crescita, per il dono prezioso che rappresenta, facilitando così l’espressione di sensazioni, affetti e sogni;
  • “Tenerlo nella propria mente”; in altre parole offrire uno spazio nel quale sperimentarsi e sul quale contare, al di là dei risultati, fiduciosi sulle ricchezze del mondo interno, sulla creatività e potenzialità di cui è detentore;
  • Incuriosirlo al nuovo e all’incontro con le diversità cosicché esse siano fonte di stimoli, connessioni e reciprocità.

genitori-e-figli (1)Perché si permetta al bambino di spiccare il volo, secondo il suo personale modo di essere, fortunatamente ci viene in aiuto l’amore, inteso come universale fattore di cambiamento, che una madre e un padre sono in grado di donare.

Il senso dell’amore genitoriale consiste nel rendere accessibile l’individuazione soggettiva per mezzo di una separazione reale, non contrastandola apertamente o non divulgandola quasi in maniera superficiale – entrambe modalità inconsapevoli che hanno come denominatore comune il fatto che il bambino non diventi adulto – ma incoraggiandola.

Potrebbe venirci in aiuto l’immagine di un funambolo in equilibrio tra, da un lato, un eccessivo coinvolgimento, ingombrante che non lascia spazio per l’altro, in questo caso i bisogni sembrano più che altro del genitore, e dall’altro un vuoto, una carenza, come se proprio figlio alberghi nella solitudine.

L’essenza verso cui tendere, sembrerebbe piuttosto una presenza di assenza. Il gioco di parole, a mio avviso, raffigura la funzione necessaria perché si lasci all’altro lo spazio per evolvere ed emanciparsi ma, allo stesso tempo, fornendo una vicinanza. L’assenza cui mi riferisco assume i contorni di una partecipazione alla vita dell’altro dolce ed empatica che sembra tanto dire: “Ci sono comunque, qualunque cosa accada”.

Non c’è niente di più bello che avvertire che proprio figlio sia in grado di scegliere e, fare in modo che succedano, i propri intenti, poiché in un certo senso siamo stati capaci di amarlo in misura tale che egli riesca a vivere pienamente il presente e progettare il “suo” futuro.

È un mestiere, appunto, difficile, complesso ma non impossibile. Mi vien da dire che approfondendo la propria interiorità, gettando luce sulle dinamiche più rilevanti del nostro essere e comprendendo i vincoli che hanno avuto ripercussioni sulla nostra soggettività e sulle modalità educative connesse, può accadere che abbia inizio una ricerca di senso individuale e densa.

Una meravigliosa avventura…

 Spunti di riflessione

L’ascolto di questo brano mi ha colpito profondamente; l’ho sentito come intimamente legato: https://www.youtube.com/watch?v=R3Wf53M_YRM

Bibliografia

  • Miller A. (1996), Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Siegel D.J. (1999), La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

 Roberto Doronzo

 

 

 

 

 

 

 

 

Dobbiamo comunicare le “cattive notizie” ai nostri figli?

Quando dobbiamo dare una brutta notizia, in molti casi decidiamo di non coinvolgere i bambini. La loro scarsa esperienza, le difficoltà nello spiegare certe situazioni, un sistema nervoso ancora in crescita, un funzionamento cognitivo non ancora pienamente sviluppato, tutto sembrerebbe giustificare la decisione di non parlare degli eventi negativi prima di una certa età. Solo la consapevolezza di un adulto o di un adolescente maturo giustifica una specifica attenzione nella comunicazione di certe notizie. Oppure no? Un professionista che lavora a contatto con i bambini impara rapidamente che i piccoli possiedono capacità che sembrano quasi sovrannaturali. Essi riescono infatti a comprendere molto più di quanto non sembri. Molto più di quanto, forse, non riesca a fare un adulto, specialmente quando non si usano parole. Malattia-che-succede-se-ti-ammali-durante-le-ferieQuesto è ancora più vero nelle situazioni di grande stress e difficoltà, come possono essere una grave malattia, specialmente se il malato è il bambino stesso, o la morte di un parente stretto. Il vissuto del proprio corpo e il malessere dei propri cari, nonostante sia spesso un tabù di cui non si può parlare, produce delle conseguenze importantissime nella psiche del bambino e dell’adolescente. Qui analizzeremo in particolare queste due situazioni, ma quanto verrà detto rimane valido per tutti quegli eventi che sconvolgono la vita della famiglia.

Parlare ai bambini, anche dei vissuti negativi legati alla malattia, delle loro paure o della morte, è assolutamente fondamentale. Ciò che non vogliamo dire verrà comunque “capito”, ma non potrà essere elaborato proprio per la sua condizione di “segreto” impossibile da condividere, di vissuto inaccettabile che deve essere in qualche modo nascosto perché può far soffrire. Questo messaggio dovrebbe arrivare ai medici, che molto spesso non ritengono i bambini capaci di comprendere la situazione in cui si trovano, così come ai genitori, che spesso non sono in grado di dominare il proprio sconforto e nascondono, negano o svalutano il vissuto di malattia del figlio o non considerano le sue capacità di partecipare a un lutto, di capire il dolore, di accettare la morte di un familiare.

Possiamo dire che l’idea guida di questo approccio deve essere legata all’ignoto. Il bambino, naturalmente, non ha “conoscenza” di cosa sia la morte o la propria malattia, ma la “intuisce”, in quanto il malessere è evidente nel volto dei propri genitori, o permea totalmente il suo corpo. Se non viene informato delle “cattive notizie”, naturalmente nel modo più adeguato alla sua età e alla sua capacità di comprensione, si ritrova davanti a qualcosa di minaccioso e cattivo ma, soprattutto, sconosciuto. Proprio quella dell’ignoto è la paura più ancestrale, che assume in questo caso un valore speciale: come si può elaborare ciò che non si conosce? Come si può pensare che il bambino vinca una malattia di cui non conosce nulla, se non la sofferenza che genera nel suo corpo? Come si può pensare che il bambino dia senso alla sofferenza di chi lo circonda, se non sa cosa è la morte? Il bambino capirà qualcosa riguardo alla sua malattia e penserà a delle spiegazioni per il dolore che percepisce negli altri, anche senza le informazioni dirette dei medici o dei genitori, ma sarà una conoscenza vuota, senza “comprensione”, senza significato. Il non-detto rimarrà, minaccioso, a opprimere il bambino, abbandonato a se stesso. Per dare senso alla malattia o alla morte è necessario l’aiuto di un adulto: il dolore sarà compreso anche dal bambino e si potrà rendere fruttuosa questa conoscenza, alimentando la lotta per la guarigione e la speranza oppure aiutando a elaborare la perdita di un congiunto.

Aumentano-i-casi-di-demenza-i-malati-nascondono-la-malattiaAltro elemento, che a questo si collega, è la necessità di non tacere al bambino gli eventi negativi perché ciò favorisce l’emergere di angosce e fantasie. Queste manifestazioni sono decisamente negative, in quanto rappresentano lo strumento che il bambino utilizza per dare senso alla sua esperienza e colmare il vuoto della sua conoscenza. Spesso l’angoscia diventa opprimente, la fantasia ancora più minacciosa della realtà. Perché allora non cercare di informare il bambino e riflettere con lui su ciò che gli sta accadendo? Perché lasciarlo solo e senza mezzi adeguati ad affrontare un evento più grande di lui? Sarebbe necessario favorire la comunicazione con i genitori e con gli operatori sanitari, così da “distruggere” queste fantasie e angosce e dare significato insieme alla malattia o ai vissuti negativi che il bambino sta provando, denominandoli e rendendoli comprensibili, cercando di evitare distorsioni che aumentano ulteriormente il disagio che il bambino si trova a sperimentare.

Angosce e fantasie non sono però creazioni senza sostanza. Nel caso di una malattia, il bambino le costruisce in relazione al vissuto del suo corpo. Un corpo che provoca dolore, martoriato dalla malattia o dai trattamenti, magari un corpo di cui non si ha più il controllo, tanto che non sembra nemmeno più il proprio corpo. Un tale vissuto scatenerebbe il panico in chiunque. Come si può tacere su ciò che sta accadendo al bambino? Come si può “fingere” che tutto vada bene? Se un certo ammontare di repressione e negazione nel genitore è comprensibile anzi, desiderabile, bisognerebbe considerare come questo entra in rapporto con il vissuto del bambino. Portare avanti comportamenti che “impongono” una visione della malattia in palese conflitto con il vissuto del corpo del bambino, non può avere alcun effetto positivo.

Nel caso di un lutto invece, possono nascere nel bambino delle fantasie angosciose dovute alla scarsa chiarezza sulle ragioni di un decesso o alla parziale comprensione che ha sviluppato della morte e delle sue cause. Potrà quindi sentirsi responsabile della morte del parente, oppure credere che un certo comportamento porterà lui stesso a morire. E’ quindi molto importante esplorare con il bambino l’evento luttuoso e le sue cause, adeguando le parole all’età e alle capacità del piccolo, così da scongiurare l’emergere di fantasie profondamente angosciose e opprimenti. Mantenere il silenzio su un tale evento significa bloccare l’elaborazione del lutto e la ricerca del significato per la scomparsa dell’altro. Il bambino non può esprimere l’angoscia, la frustrazione e l’impotenza di fronte alla morte, sarà costretto a tacere senza possibilità di dare senso alla propria vita e a quella degli altri.

In entrambi i casi la giustificazione è credibile: risparmiare ai bambini un racconto di sofferenza. Ma se non viene detta, se non viene discussa, rimane una sofferenza incomprensibile perché priva di senso, un non-detto, un non-accolto dal genitore, quindi qualcosa che non è “successo”. Il genitore, nascondendo la malattia e il dolore, rimanda al bambino un’immagine di sé profondamente diversa dal suo reale vissuto. Per dimostrare di essere in sintonia, di aver compreso il vissuto del bambino e di saper riconoscere le sue abilità nel “leggerci” è quindi fondamentale parlare con nostro figlio di tutte quelle circostanze, anche negative, che sconvolgono la vita della famiglia. Se non si sa come fare, o mancano le giuste parole, può essere utile consultare un esperto, che aiuterà nel difficile compito di comunicare questi eventi nel modo più adeguato.

Luca Pasquarelli

Gli opposti si attraggono?

L’idea che “gli opposti si attraggono” è nella nostra società quasi una convinzione, rafforzata continuamente da serie tv, film, riviste, libri e racconti di amici in cui due persone che all’inizio non si sopportavano, finiscono poi per amarsi alla follia. Ma è proprio così? Vediamo insieme cosa ci dicono le ricerche fatte su questo argomento.

Cominciamo dicendo che la maggior parte delle persone sembra convinta di questa idea. Già nel 1991, quasi l’80% degli studenti universitari intervistati dalla psicologa statunitense Lynn McCutcheon era d’accordo con l’affermazione che nelle relazioni romantiche gli opposti si attraggano. In molti libri e siti internet è suggerito che la somiglianza tra i partner porti alla noia, mentre differenze di personalità, valori e comportamenti siano la base per un’irresistibile attrazione.

78297I risultati di molti studi svolti negli ultimi dieci anni sembrano confermare però non tanto che “gli opposti si attraggono”, ma che “il simile attira il simile”. Normalmente infatti, ci sentiamo più attratti da persone che condividono con noi molte caratteristiche. Riflettiamoci un momento: quando cerchiamo un possibile partner, ad esempio su un sito per incontri o su un social network, da dove iniziamo? Proprio dagli interessi comuni o da caratteristiche condivise: un gruppo musicale, un particolare libro o film, la lingua parlata, i luoghi frequentati, gli hobby, il tipo d’istruzione. Anche quando una persona che conosciamo vuole fare il “cupido”, parte proprio da questo: “Sarebbe perfetta per te! Anche lui/lei…”. Le persone con caratteristiche simili hanno infatti più probabilità di sentire attrazione reciproca rispetto a quelle che non hanno nulla in comune, o che sono agli antipodi.  Nangle (2004) ha scoperto che questo non vale solo per le relazioni romantiche, ma anche per le amicizie. Ma non è tutto: la somiglianza nella personalità è anche un utile elemento per prevedere la stabilità e la felicità della coppia. Possiamo facilmente ricordare situazioni in cui abbiamo creato un miglior rapporto con una persona che condivideva con noi idee politiche, passioni letterarie o sportive. Gli aspetti simili hanno fatto da base per sviluppare un rapporto più profondo e più intenso. Chi la pensava in modo molto diverso da noi ci è invece sembrato subito “antipatico” e non abbiamo avuto modo di conoscerlo meglio, rendendo il rapporto superficiale, magari anche conflittuale.

imagescazxf86tDa dove nasce allora l’idea che gli opposti si attraggono? Forse, almeno all’inizio, era una trama meno prevedibile per film e romanzi. Le differenze iniziali dei protagonisti rendevano difficile pensare che avrebbero finito per mettersi insieme. Oggi questa idea rimane come modello di un “lieto fine” per una situazione iniziale apparentemente impossibile, ci dà la speranza che ci siano soluzioni positive del tutto inaspettate. Un’altra spiegazione è forse legata alla diffusissima idea del partner come di colui che ci “completa”. Deve quindi essere complementare rispetto a noi, per coprire le nostre mancanze, per “incastrarsi” alla perfezione.

Ma è proprio vero allora che gli opposti non si attraggono, anzi, che addirittura si respingono? Non è esattamente così. In primo luogo, dobbiamo dire che non sempre quello che diciamo di volere nel partner è quello che poi ci piace. Quindi possiamo accorgerci che ci piace proprio quello che dicevamo di non volere. Ecco che, finalmente, ci siamo innamorati dell’opposto! Ma non è finita qui. Alcune ricerche suggeriscono che piccole differenze tra partner possano essere stimolanti per la vita della coppia. La situazione ideale potrebbe quindi essere una base comune, con qualche differenza che favorisca la discussione e il dinamismo della coppia, così come la crescita individuale. Gli opposti non si attraggono… Ma qualche differenza è salutare.

Luca Pasquarelli

Disturbi post traumatici da stress. Come affrontarli.

Non si parla più del terremoto di Amatrice sulle prime pagine dei giornali; e, probabilmente, con la prima neve che imbiancherà le montagne e le rovine, ovattando il paesaggio, anche il ricordo di chi non ha vissuto questa tragedia andrà sfumando. Ma i boati delle pareti che crollano, le grida di chi è rimasto intrappolato dietro la porta di casa e lo strazio di chi è sopravvissuto a chi non ce l’ha fatta rimarranno nel cuore e nel corpo di chi è stato svegliato di soprassalto quella notte del 24 agosto.

Disturbo post traumatico da stress è il termine utilizzato dai professionisti della salute mentale per indicare l’espressione della sofferenza psichica di chi è stato vittima di un evento fortemente traumatico, che si esprime con una serie di criteri diagnostici elencati di seguito (secondo il DSM-5):

Terremoto-Amatrice-18-990x641– I ricordi intrusivi ricorrenti che emergono senza che ci sia la volontà della persona

– Sogni angoscianti ricorrenti

– Reazioni dissociative (per esempio flash back) in cui la persona ha delle sensazioni e si comporta  come se stesse rivivendo l’evento traumatico

– Intensa sofferenza psicologica in presenza di stimoli interni o esterni che ricordano l’evento vissuto

– Evitamento degli stimoli associati all’evento per esempio ricordi spiacevoli, pensieri, luoghi, persone, attività

– Alterazioni negative di pensieri ed emozioni associati all’evento, per esempio incapacità di ricordare aspetti  importanti associati all’evento, convinzioni e aspettative esagerate e distorte (la natura è matrigna, nessun luogo è sicuro); vivere in costante stato di allerta, paura, rabbia..; ridotto interesse e partecipazione in attività che un tempo si amava fare; distacco ed estraneamento verso gli altri; incapacità persistente di provare emozioni positive.

– Alterazioni nell’attivazione psichica (arousal) e della reattività per esempio comportamento irritabile ed esplosioni di rabbia di fronte a piccole o a nessuna provocazione; comportamento spericolato o autodistruttivo, ipervigilanza, risposte esagerate di allarme, problemi di concentrazione e problemi del sonno

E’ come se il tempo si fosse fermato a quella notte intrappolando la mente e il corpo di chi l’ha subita non permettendogli di tornare a una condizione di normalità. La quotidianità perde di significato ma soprattutto diventa difficile proiettarsi nel futuro progettando la propria vita.

Questa condizione può essere superata ma per farlo bisogna riconoscere la propria sofferenza e chiedere aiuto a uno psicoterapeuta o a uno psichiatra!

I sintomi che abbiamo elencato riguardano anche i bambini. E’ sbagliato credere che essendo piccoli non si siano resi conto della tragedia e abbiano vissuto il terremoto e le giornate a seguire come un’avventura. Anche i vostri bambini hanno bisogno di essere aiutati a rielaborare questo trauma e a trovare dentro sé stessi le risorse per ritrovare la serenità.

L’unità di ricerca sulla resilienza afferente al dipartimento di psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e diretta dalla Prof.ssa Cristina Castelli organizza interventi formativi di sostegno psico-educativo a seguito di calamità naturali.

Il team costituito da docenti dell’ateneo, psicologi ed educatori interviene direttamente sul territorio per promuovere processi di resilienza che consentano agli utenti di elaborare l’esperienza traumatica vissuta e uscirne vincitori. Le loro azioni sono rivolte a minori delle scuole primarie e secondarie, ai loro genitori, insegnanti e altre figure educative deputate alla loro presa in carico.

Per ulteriori informazioni, visitate il sito https://resilienzarires.wordpress.com o contattare l’indirizzo email riresinfo@gmail.com

La complessità dei sistemi, il contributo di William J. Coburn

William J. Coburn ha tenuto lo scorso marzo all’Università di Milano Bicocca un seminario dal titolo “Il cambiamento in psicoanalisi tra certezze e casualità. I sistemi dinamici non lineari” dando il proprio contributo all’integrazione tra psicoanalisi e neuroscienze attraverso il concetto di “complessità psicoanalitica”.

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La complessità, fin dai tempi di Newton, non poteva essere neanche immaginata. A quell’epoca, il ragionamento era di tipo riduzionistico: la somma delle parti era uguale al tutto e il tutto poteva essere ridotto alle singole parti. Allo stesso modo, sapendo qual era lo stato iniziale, si poteva conoscere qual era quello finale; la variabilità degli esiti era associato a errori di misurazione e osservazione. In realtà, esistono due tipi di sistemi: i sistemi deterministici periodici, prevedibili, e i sistemi deterministici non periodici, imprevedibili. Attenzione, però, un sistema prevedibile, a un certo punto della sua evoluzione, può mostrare un comportamento caotico completamente inatteso per lo scienziato. In altre parole, un sistema può iniziare come periodico e trasformarsi in aperiodico. E’ importante sottolineare che molto del nostro mondo è aperiodico e che, in passato, gli scienziati hanno ignorato questo aspetto. Un esempio concreto di sistema complesso è il comportamento da stormo, che viene usato per capire i tumori: “così come avviene per le cellule tumorali è l’intero stormo che determina la direzione e non il singolo uccello”.

La psicologia e la psicoanalisi, da questo punto di vista, sono arrivate in ritardo: la rivoluzione della complessità avviene all’inizio del XX secolo. C’è stato prima il tentativo riduzionista di classificare la natura umana: in altri termini, l’inusuale e l’anomalo era messo ai margini, come il malato mentale.  “Il paziente era considerato un oggetto da analizzare alla stregua di un campione biologico messo sul vetrino del microscopio, senza considerare che lo psicoanalista avrebbe per esempio potuto starnutire  sul vetrino e che l’impatto dello starnuto sarebbe dipeso dalla loro relazione”.

20160311_155024A questo punto, la domanda è “come può il mondo delle esperienze emotive esser compreso alla luce della complessità? In quale modo l’essere umano può essere riconsiderato, in particolare nel processo di cambiamento nel trattamento?”.

A questa domanda Coburn risponde:

La “complessità” dipende a grandi linee, dalla misura del numero di elementi in un sistema, dalla connessione di questi elementi, dalla loro capacità di adattarsi e auto-organizzarsi e dal loro grado di differenziazione. La complessità la troviamo anche in un sistema aperto che è dunque in grado di modificarsi in seguito a input esterni  ed è caratterizzata dall’impossibilità ad essere compressa, attributo che ha origini nella matematica e nella teoria dell’informazione (nelle quali ridurre e comprimere sono finalizzate a semplificare la rappresentazione). Il mondo esperienziale, complesso e incomprimibile  deve essere considerato nel suo continuo modificarsi ed evolversi.  Per questo è riduttivo volere ricondurre il disagio psicologico a un’etichetta nosografica come fa il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). L’azione terapeutica emerge dall’esplicita accettazione di quest’idea. Questa prospettiva dei sistemi aperti, fluidi, dinamici, intrecciati e relativamente imprevedibili è “rivoluzionaria” così come la sua applicazione in ambito psicoanalitico, che si definisce “complessità psicoanalitica”. La diade psicoterapeuta-paziente è da considerarsi un sistema complesso dove entrambi i componenti agiscono coattivamente, sia il paziente che il terapeuta a loro volta sono da considerarsi dei sistemi complessi in quanto a livello individuale passato, presente e futuro immaginato sono strettamente legati tra loro secondo un rapporto non lineare.

 Emma Caruso, Diana Mabilia, Debora Vivenzi

Fiberart e Psicologia

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   12525312_939873976126597_6218195698212911335_o           12440224_939872859460042_6093553268702829196_o            12419259_939871296126865_7167804858279381098_o

Filare è un’attività antica, che ritroviamo nella storia dell’uomo e nei suoi miti, espressione delle dinamiche profonde della Psiche; nel mito è infatti possibile ritrovare la natura dell’uomo, le sue paure, i suoi complessi, ma anche le sue risorse e la tensione evolutiva che lo proietta verso una continua crescita che affonda le sue radici nel bisogno di consapevolezza.

Attraverso il linguaggio simbolico, il mito permette una comprensione intuitiva e per questo più immediata e per certi versi più profonda dei grandi temi dell’umanità; non è un caso che l’immagine del tessere sia in esso frequente. Dalla classicità sono giunte fino ai nostri giorni le divinità femminili, come le Parche o Moire, che presiedono al destino dell’uomo attraverso quest’arte: Cloto che fila lo “stame” della vita, Lachesi che lo avvolge sul fuso, stabilendo quanto del filo spetti ad ogni uomo e Atropo che ha l’ingrato compito di reciderlo, decretando il momento della morte. In questa sequenza di azioni scandite sono racchiusi il tempo della vita e l’ineluttabilità della morte.

penelope_600x398 Questa sequenza di azioni scandite determina un tempo ritualizzato  custode della memoria intesa nei suoi molteplici significati: non solo la  memoria di schemi di azioni, ma anche una memoria storica intrisa di  sentimento, come quella di Penelope che non voleva cedere all’oblio  dell’amato Ulisse. Il suo tessere una tela che poi la notte disfaceva,  stratagemma per rimanere fedele al suo sposo, è suggestivo di altri      significati. Il gesto del tessere e l’intreccio di trama e ordito  rimandano a  un principio ordinatore che entra in risonanza con il mondo interno di chi  esegue la tessitura, facilitando il cammino riflessivo che porta al riconoscimento e all’affermazione del Sé inteso come unione del mondo inconscio con quello cosciente. C.G. Jung sottolinea nelle sue opere l’importanza di questo processo, che chiama di Individuazione, il cui fine ultimo è il raggiungimento della consapevolezza e dell’accettazione di Sé, dei propri limiti e delle proprie risorse. Non è forse un caso che il tessere sia stato coltivato da mistiche e monache che accompagnavano alla meditazione questa attività, di cui è importante riconoscere il potere creativo e trasformativo, lo stesso che ritroviamo nella Fiber art.  Queste due attività all’apparenza così lontane tra loro attingono dunque alle stesse risorse umane – la capacità creativa e quella trasformativa – e condividono lo stesso obiettivo: il raggiungimento dell’armonia.  Le mani che toccano la materia grezza, la filano, la tessono, la intrecciano, la tingono, la tagliano, fino ad arrivare a un prodotto unico e irripetibile, non solo ripetono gesti che fanno parte della storia dell’uomo, ma rendono concreto un processo trasformativo in cui i diversi elementi si combinano in un tutto armonico. Questo processo può essere inteso come la proiezione delle dinamiche inconsce che portano all’affermazione della individuazione personale, caratterizzata dalla riunificazione in un’unità di tutti gli elementi psichici – consci e inconsci – che, sul piano pratico, su quello cognitivo e su quello affettivo, si erano in precedenza distinti ed erano considerati come contrari o estranei. “L’individuazione è dunque un allargamento della sfera della coscienza e della vita psichica cosciente, che permette all’individuo di emergere dalla collettività”.[1]

12795134_939874082793253_8510610597778197369_oL’intreccio dei fili, le loro diverse consistenze, le infinite forme che possono assumere, i colori e il loro mischiarsi che è all’origine di luci e di ombre danno vita a creazioni artistiche  in cui si intrecciano elementi culturali, personali e archetipici. Di fronte alla spinta creativa che spesso nasce come forza autonoma, l’individuo può reagire in due modi: controllandola entro canoni estetici condivisi, a cui aderisce per realizzare in modo intenzionale un determinato oggetto, oppure abbandonandosi ad essa e lasciando che questa agisca in modo autonomo attingendo a contenuti intrapsichici che trascendono la dimensione personale e che sono da ricondurre all’inconscio collettivo[2]. In questo l’artista dà vita a un’opera visionaria, impregnata di immagini e forme originali, di idee afferrabili solo intuitivamente attraverso un linguaggio simbolico. “L’essenza dell’opera d’arte, infatti, non consiste nell’essere carica di singolarità personali (quanto più questo avviene, tanto meno può parlarsi di arte), ma nel fatto d’innalzarsi al di sopra di ciò che è personale e di parlare con lo spirito e con il cuore al cuore dell’umanità. Ciò che è personale è limitazione, anzi vizio dell’arte”.[3]  L’opera artistica permette dunque di accedere a una realtà psichica più profonda, a uno spirito dell’umanità che consente di osservare la realtà, analizzarla ed elaborarla da prospettive nuove.

E’ dunque auspicabile che il Fiber artist si liberi dai vincoli imposti dalla razionalità e dal giudizio e permetta alle sensazioni che fibre e tessuti gli trasmettono di entrare in risonanza con gli aspetti più profondi della sua anima. Ovviamente, l’utilizzo della Fiber Art è possibile anche in ambito terapeutico con pazienti di varie età, infatti i molteplici modi in cui possono essere lavorate e utilizzate le fibre permettono, grazie al supporto dell’arte-terapeuta, non solo di sviluppare ed esprimere creatività, fantasia e le proprie emozioni, ma anche di migliorare i livelli di autoefficacia percepita e di autostima.

E’ auspicabile dunque che sia sempre più frequente la possibilità di costruire delle solide collaborazioni tra arteterapeuti e psicoterapeuti, tenuto conto delle molteplici implicazioni psicologiche presenti nell’espressività artistica; l’Associazione Psyché Onlus che ha da qualche mese iniziato a operare  sul territorio Lombardo crede a questa sinergia e si adopera affinché possa essere ampiamente condivisa.

Chiara A. Ripamonti

 

[1] Carl Gustav Jung,  Definitions in Psychological types, vol. Vi, pp. 448-450, §761-762

[2] Inconscio collettivo: è da intendersi come un contenitore psichico universale esso contiene gli archetipi.  Da un punto di vista epistemologico l’archetipo rappresenta un modello ipotetico  non evidenziabile, simile al concetto di “modello di comportamento” (pattern of behaviour) presente in biologia. Può anche essere inteso come una rappresentazione mentale primaria.

[3] Carl Gustav Jung,  Psicologia e poesia in Opere, vol. 10-I, Civiltà in transizione: Il periodo fra le due guerre Boringhieri, Torino, 1985, pp. 373-374

L’Ombra

L’OMBRA

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L’Ombra è stata probabilmente una delle più grandi intuizioni dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung. Nella sua psicologia rappresenta una figura del mondo interiore dai tratti oscuri e indesiderati: l’Ombra personale di ciascun individuo è intesa come un insieme di contenuti rimossi, repressi o semplicemente svalutati poiché soggettivamente percepiti come incompatibili con la forma di vita scelta coscientemente. Sebbene tali elementi oscuri bilancino l’unilateralità luminosa della coscienza e proteggano la psiche da sterili irrigidimenti, proprio in quanto elementi d’Ombra, possono essere vissuti come qualcosa di disturbante o pericoloso. Ecco perché di fronte all’emergere di un contenuto umbratile l’Io spesso reagisce difendendosi: desidera sbarazzarsi della minaccia che questo lato oscuro pone alla propria presunta identità.

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Tra i meccanismi difensivi più frequentemente impiegati per gestire questo accadimento c’è la proiezione: attraverso di essa le caratteristiche inferiori o intollerabili, e in generale tutte quelle disposizioni che non vengono vissute coscientemente sono proiettate all’esterno, in contenitori idonei ad accoglierle. Fenomeni come i pregiudizi ingiustificati o le condanne irrazionali sembrano essere tutti riconducibili a meccanismi proiettivi attraverso cui il soggetto materializza nell’ambiente un doppio malvagio che gli consente di mantenere una immagine di sé priva di difetti.

L’Ombra quindi, sebbene largamente inconscia, può esercitare un enorme potere sulla vita ordinaria dell’individuo condizionandone il comportamento e l’affettività. Tenacemente ancorata al suo portatore non può essere eliminata ma progressivamente integrata durante il processo di individuazione, quel percorso che secondo Jung conduce alla realizzazione del proprio Sé come essere singolo. La prospettiva quindi non si riduce alla scelta tra luce e oscurità, ci si deve piuttosto orientare verso il riconoscimento di tutte le istanze psichiche, riequilibrando gli opposti senza asservirsi a nessuno di essi. Dopotutto il lato oscuro dell’uomo è pur sempre di sua appartenenza e integrarlo richiede “risolutezza morale” (Jung, 1951): occorre ammettere ciò che è inammissibile ma tuttavia umano.

Non si tratta di un percorso semplice: riconoscere e accettare le parti più indesiderate della propria Psiche crea una tensione che può destabilizzare e far desistere. Un esempio classico è il personaggio letterario del dottor Jekyll del romanzo di R.L. Stevenson: secondo una interpretazione junghiana di questo racconto, l’Ombra del medico è a tal punto soffocata e rimossa da esteriorizzarsi e divenire una entità autonoma che si aggira nei bassifondi londinesi sotto le sembianze di Mr Hyde. Jekyll combatte il proprio lato oscuro incrementandone l’oscurità con difese inopportune, quando invece sarebbe più produttivo avere il coraggio di prendersene carico. L’energia dell’Ombra deve cioè essere trasformata, non negata, poiché solo così diviene possibile una reale crescita.

ombra_a L’importanza dell’integrazione d’Ombra e il suo legame con la dimensione  etica e morale appare ancora più evidente quando se ne esaminano gli  effetti sul piano collettivo. L’Ombra collettiva è riposta in ciò che il  canone culturale dominante mette al bando e si manifesta nella ricerca di  un capro espiatorio su cui far ricadere la colpa del Male e del disagio  comuni. Integrare l’Ombra è quindi un compito a cui nessun soggetto, in  quanto singolo o membro di un corpo sociale può sottrarsi: in tal modo  infatti la parte inferiore, diventata conscia, si rende disponibile alla  correzione. La sua assimilazione conduce l’essere umano a diventare un individuo più consapevole di sé dei suoi rapporti con gli altri.

Francesco Bisoffi

 

Letture consigliate

Jung, C.G. (1951). Aion, trad. it. in Opere, vol. IX**, Torino: Bollati Boringhieri (1997).

Per ulteriori approfondimenti bibliografici:

Casement, A. (2009). L’Ombra, In R. K. Papadopoulos (a cura di), Manuale di psicologia junghiana. Bergamo: Moretti&Vitali.

Jacobi, J. (1965). La psicologia di C.G. Jung. Trad. it. Torino: Boringhieri.

Mattoon M.A. (Ed.) (1987). The archetype of shadow in a split world, Einsielden: Daimon Verlag.

Trevi, M., & Romano, A. (2009). Studi sull’Ombra. Nuova edizione. Milano: Raffaello Cortina.

 

 

La “competenza” del vostro bimbo c’è anche quando non si vede…

Orario-InfanziaIl periodo di congedo per maternità della mamma di Caterina è giunto al termine e ora la piccola di due anni dovrà andare all’asilo nido. Quando a portarla è la mamma, prima di andare al lavoro, Caterina piange e si dispera; e niente riesce a confortarla. Se invece la porta il papà, sembra tranquilla. E’ un mistero. Perché dovrebbe comportarsi così? I genitori discutono a lungo sia della qualità dell’asilo, sia del loro stesso atteggiamento come genitori: la mamma è troppo protettiva? O il papà non è abbastanza affettuoso?

Nella mamma-e-bambinomaggioranza dei casi, la contentezza o l’infelicità dei bambini che arrivano all’asilo non ha niente a che vedere con quanto pensato dalla mamma e dal papà di Caterina. I bimbi come lei, spesso, piangono quando è presente la mamma perché è lei stessa a non essere emotivamente preparata a separarsi dal proprio figlio/a (e certamente per delle buone ragioni). E’ la mamma di Caterina ad essere ansiosa, triste, nervosa o infelice, seppur, molto probabilmente, non ne è del tutto consapevole. Caterina, però, avverte molto bene queste emozioni e le copia. In altre parole è come se la piccola stesse collaborando con lei, comunicandole con competenza un messaggio che, in altre parole, potrebbe tradursi più o meno in questo modo: “Cara mamma, c’è qualcosa che non va tra noi due, qualcosa che non è chiaro. Ti faccio solo sapere che ho capito e penso che potrai assumerti la responsabilità di risolvere il problema, in modo da poter stare meglio entrambe”.

Forse, se chiedessimo alla mamma di Caterina, uscita dall’asilo, se la sua bimba ha collaborato alla separazione, risponderebbe certamente di no. Questo perché, spesso, il concetto di collaborazione che abbiamo nella mente ha più a che vedere con l’adattamento.

Se invece osserviamo il comportamento dei nostri bambini con un “altro paio d’occhiali”, potremmo accorgerci che sono degli esperti sul come comportarsi in molte circostanze. Quando vedete il vostro bimbo che vi imita, raramente vi sentite indignati o confusi, al contrario, ne siete lusingati. Ma quando i bimbi copiano o esprimono sentimenti o attitudini che noi stessi non accettiamo, allora la reazione sarà negativa. In realtà, i bimbi, specialmente se piccoli, ci studiano per capire i nostri sentimenti prima di esprimere i loro. Seppur difficile, quindi, l’utilizzo da parte del genitore di un “doppio sguardo” (rivolto alle sue emozioni e a quelle del suo bimbo) potrebbe essere un valido aiuto per comprendere situazioni e comportamenti che, altrimenti, risulterebbero incomprensibili e, talvolta, disorientanti.

Eleonora Boni

Noi costruttori di realtà

“L’illusione più pericolosa è quella che esiste soltanto un’unica realtà.” 

PAUL WATZLAWICK

   

263344-1“Questa non è una pipa”.

Così recita la frase lasciata dall’artista.

Ma allora che cos’è?

Eppure sembra proprio una pipa. Linee, forma, colore… tutto fa pensare  che sia    una pipa!

Forse c’è un’illusione ottica, guardandola da una prospettiva diversa si vede qualcos’altro. Provo a girare l’immagine…

Niente, vedo sempre una pipa.

Magari il trabocchetto è nelle parole, ma la frase è talmente semplice che non può essere.

Dove sta allora l’inganno? Perché una pipa non è una pipa?!

Renè Magritte, l’autore dell’opera, ci svela così l’arcano:

fkqq00 “Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe  fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa.”

 Effettivamente ha proprio ragione: lui non sta negando la realtà, nega che la  rappresentazione di un oggetto corrisponda all’oggetto reale.

 Sin dal primo respiro, dal primo sguardo, dal primo suono siamo stati inondati dalla  miriade di stimoli che l’ambiente ci offre. Addirittura alcuni affermano che già nel g  grembo materno i nostri sensi erano attivi e funzionanti. Ciò ci ha permesso e ci  permette di assimilare informazioni di natura uditiva, visiva, olfattiva, gustativa,  tattile sulla realtà che ci circonda. Durante il percorso di elaborazione nel nostro  cervello, queste “immagini sensoriali” si integrano perdendo sempre di più il loro  grado di specificità e separatezza e acquisendo delle nuove proprietà  sovracategoriali  e multidimensionali.

Prendiamo ad esempio la pipa (questa volta proprio l’oggetto pipa). La vedo, nei suoi colori e nelle sue fattezze, posso annusare l’odore di tabacco che si sprigiona dal suo fornello. Prendendola in mano posso sentire sotto i polpastrelli la testura del cannello e portando le labbra al bocchino assaporare il gusto che rilascia. Dopo tale esperienza, nel momento in cui una persona nominerà anche solo la parola “pipa”, sarò in grado di riportare alla mente la fotografia che ho ricavato dal mio primo incontro con quell’oggetto. È venuta così a costituirsi in me la rappresentazione della pipa. Nel corso della mia vita tale rappresentazione potrà essere aggiornata e arricchita, poiché potrei vedere altre pipe, oppure perché ad essa assocerò particolari significati.

Quanto descritto per un semplice oggetto avviene costantemente e inconsapevolmente in ogni momento per ogni esperienza che facciamo del mondo: per le persone che incontriamo, per le relazioni che con esse instauriamo, per le situazioni in cui ci troviamo. Arricchiamo le nostre rappresentazioni di tutte le emozioni e i pensieri che ci suscitano. In pratica, proprio come Magritte ha dipinto la sua pipa, ogni giorno “dipingiamo” dentro di noi ciò che viviamo.

come-dipingere-un-paesaggio-sulla-stoffa_96a630315541e85b6f71d1b53079ffb6Da questa prospettiva è più semplice comprendere quindi come ognuno di noi, scegliendo tra una varietà infinita di tinte e una gamma spropositata di tecniche, possa realizzare un quadro diverso da quello di tutti gli altri sebbene il soggetto sia lo stesso.

Nonostante due persone possano condividere la stessa percezione della realtà, il modo in cui essa verrà rappresentata nella loro mente sarà differente, poiché dipenderà dalla loro storia personale, dalla  loro stato psicologico del momento, dalle credenze pregresse relative a quell’avvenimento, dal loro personale stile utilizzato per conoscere il mondo.

Perché è importante sapere ciò?

Secondo l’approccio teorico denominato “Costruttivismo”, rendersi consapevoli del fatto che esistono tante rappresentazioni diverse quante sono le persone a questo mondo, ci permette di essere attivi protagonisti nella costruzione della nostra realtà.

Infatti possiamo comprendere come gli altri possano avere un punto di vista diverso dal nostro perché hanno un proprio vissuto soggettivo, oppure che ci possano essere delle incomprensioni perché abbiamo modi differenti di leggere gli eventi. Può aiutare a rivalutare un evento passato considerato negativo perché in quel momento i colori della tavolozza disponibili erano solo sfumature di grigio, perché le emozioni e i pensieri erano per lo più pessimistici.

La questione è comprendere che, a partire da una percezione comune del mondo, la ricchezza di ognuno sta nel suo personalissimo modo di dipingerlo, nel particolare significato che ha per lui e solo per lui.  Certo, a volte, riguardando il nostro quadro, ci accorgiamo che non ci piace , che abbiamo tralasciato dei particolari, che ci sono degli errori, che gli altri potranno non apprezzarlo, ma non dimentichiamoci che, essendo noi gli autori, abbiamo sempre la possibilità di poterlo cambiare.

Serena Carpo

 

SE VUOI SAPERNE DI PIU’

Il Costruttivismo

Se sia possibile conoscere oggettivamente la realtà così come essa è e non come appare è una delle questioni che per lungo tempo ha tenuto occupati filosofi ed epistemologi. Secondo l’approccio costruttivista, il punto di vista da cui  l’uomo osserva il mondo è influenzato dalla sua soggettività, ovvero, ciò che viene osservato non può prescindere dalla natura di chi osserva.

In psicologia, in particolare, questa posizione è stata sostenuta a partire dagli anni ’50 da George Kelly che nella sua opera <<Psicologia dei costrutti personali>> (resa nota negli Stati Uniti nel 1955) propone la metafora secondo cui “l’uomo sta alla sua mente come lo scienziato sta alla propria teoria”.  Con ciò egli intende affermare che la conoscenza che l’uomo ha del mondo non è una semplice registrazione delle informazioni raccolte, ma un vero e proprio atto costruttivo ed interpretativo. Ciascuno conosce la realtà non per quella che è, ma per il significato che le attribuisce. In quest’ottica assumono grande importanza le differenze individuali che caratterizzano la storia personale di ognuno.

Jerome Bruner (1990), un altro importante autore, afferma che attribuire un significato a un evento è sempre un atto emotivo, che esso non è conoscibile a priori e che la sua razionalità è narrabile solo a posteriori.

Nella clinica la teoria costruttivista spiega l’insorgere della sofferenza nelle persone con la formazione di pensieri negativi di vario tipo. Essi sono tali poiché è l’individuo stesso ad avere attribuito loro quel significato.  Un evento risulta essere avverso in quanto è il soggetto, per il suo personale modo di vedere le cose, che lo percepisce come avverso.

Questa particolare modalità di funzionamento è stata associata, ad esempio, a stati depressivi in cui attività di pensiero come la ruminazione e il pensiero previsionale  divengono sempre più intrusivi e maladattivi.

Essendo quindi la realtà costruita sulla base della propria soggettività, nel momento in cui tale visione non risulti ottimale, è possibile modificarla elaborando nuove soluzioni e nuove modalità esistenziali, affettive e cognitive.

Questa teoria è stata accolta all’interno delle psicoterapie cognitiviste che, in generale, si pongono l’obiettivo di identificare i principali pensieri disfunzionali dell’individuo, renderlo consapevole della loro presenza e pregnanza, confutarli e sostituirli con pensieri più adeguati.

Ad esempio, uno studente può percepire un esame come un evento ostile poiché genera in lui emozioni come ansia e paura e pensieri di inadeguatezza o inferiorità. Il terapeuta potrebbe aiutare il ragazzo ponendo la sua attenzione sul fatto che, quando non si fa travolgere dalle emozioni e dai pensieri negativi, può raggiungere risultati soddisfacenti. Quindi una strategia efficace per affrontare l’esame potrebbe essere quella di pensarsi come una persona competente nello svolgere i propri compiti o pensare che, eventualmente se l’esame dovesse andare male potrà ripeterlo l’appello successivo.

A partire dall’assunto costruttivista, il lavoro del terapeuta sta quindi nel sostenere ed aiutare il paziente a individuare il proprio stile conoscitivo, con i relativi pensieri disfunzionali, e nell’incoraggiarlo nella costruzione di punti di vista alternativi che possano fornirgli una visione più positiva di sé e della realtà.