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Binge-eating. Quando non si riesce a chiudere la bocca

“…Un pezzo di cioccolato, magari due… Però adesso ho voglia di salato… Ma si qualche fetta di pane non mi farà male… Magari lo mangio con un paio di fette di prosciutto… Tanto a pranzo non ho mangiato… Adesso però mi si è aperto lo stomaco… Che fame! Una fetta me la voglio fare con la nutella… Solo una poi basta… Ormai però ho trasgredito… A questo punto assaggio anche quell’avanzo di pasta nel frigorifero… Forse c’erano in dispensa i biscotti, quelli al cacao, i miei preferiti… La dieta la inizierò domani…”

Ecco quello che penso quando mi succede, quello che mi dico in quei momenti in cui perdo il controllo.

bingeAll’inizio pensavo fosse normale. Magari non mangiavo per qualche giorno, mi dicevo che se non aprivo la bocca al cibo, tutto sarebbe andato bene, ma molte volte non era così semplice. Quei momenti iniziavano sempre allo stesso modo, mi ripetevo che avrei mangiato solo un cubetto di cioccolato per stare in piedi, ma da lì in poi era il buio più totale! L’ansia aumentava, il battito saliva, lo stomaco si apriva, sudavo, la mente si annebbiava, il pensiero non era più lucido, non era più logico e razionale, non era e basta. In quei minuti non pensi, non ragioni.

Come dicevo, inizialmente tutto sembrava nella norma, sotto controllo, ma con il passare del tempo iniziavo a capire che la situazione semplicemente peggiorava… Stava degenerando e usciva dal mio controllo!”.

Questa testimonianza rimanda a una patologia psichiatrica chiamata BED, ovvero disturbo da binge-eating. Letteralmente si potrebbe tradurre con “alimentazione incontrollata”. E’ un disturbo introdotto nel DSM, il manuale diagnostico per i disturbi mentali, solo nella sua ultima edizione; pensare che prima del 2013 non era nemmeno considerato tale! Tra i suoi criteri si può leggere “Ricorrenti episodi di abbuffata […], caratterizzati da […] mangiare, in un determinato periodo di tempo […] una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili.” Gli episodi devono essere accompagnati dalla sensazione di perdita di  controllo. Direi che fin qui la  situazione raccontata poc’anzi calza perfettamente! Altri aspetti interessanti sono quelli che descrivono le percezioni interne come ad esempio “sentirsi sgradevolmente pieni”, “sentirsi disgustati verso se stessi, depressi o molto in colpa dopo l’episodio” e “marcato disagio riguardo alle abbuffate.” Probabilmente leggendo penserete che possa esseresad normale abbuffarsi, dato che viviamo in un paese di abbondanza, di ristoranti e fast food, di app per farsi consegnare la cena preferita a domicili. In realtà in quei momenti, durante le “abbuffate”, come giustamente definite, dentro di noi si innesca una lotta, una battaglia di emozioni e pensieri, si combatte tra il desiderio di dire  “Ok, può bastare, mi devo fermare” e l’insaziabilità di un vuoto che deve essere colmato e che può esserlo solo attraverso l’eccesso. All’inizio ci si sente paradossalmente leggeri, “sto solo facendo uno spuntino”, ma piano piano si sprofonda nel ribrezzo per quello che si sta facendo…

cuando-la-bulimia-entra-en-casa4 E’ un po’ come se dentro noi si scatenasse un demone, fino a quel momento rimasto silente; un demone che accende tutte quelle emozioni negative, che non si vorrebbero mai provare. Credo che il disgusto, così come citato nel manuale, sia la sensazione più caratterizzante quelle situazioni. Ma allora perchè fermarsi? Si raggiunge l’odio verso se stessi e da lì non si può più ritrovare la strada del ritorno… E’ un po’ come smarrirsi in una foresta nera, fredda, alienante… A volte a tutto questo segue un impulso incontrollabile di doversi purificare, ripulire, svuotare. L’unico modo per farlo è indurre il vomito: infilarsi due dita in gola. Questa pratica rende più sopportabile l’ansia e il senso di colpa che ti colpiscono in seguito alle abbuffate, quasi un disperato tentativo di ripristinare un equilibrio interiore, ormai spezzato o di ripercorrere quella foresta all’indietro, per poterne uscire.

Chi non ha mai sofferto di un qualche sintomo di tipo compulsivo, quasi certamente, non riuscirà a capire fino in fondo, la profonda sofferenza e conflittualità interiore, che contraddistinguono questi pazienti. Si chiederà “ma perchè non smette se la fa sentire tanto male?” Purtroppo non si è sempre in grado di controllare gli impulsi, di padroneggiare quel demone.

Giulia Raso

SE VUOI SAPERNE DI PIU’

Questa patologia ha un’eziologia multifattoriale, in cui si intrecciano variabili di tipo ambientale ed aspetti psicologici. Gli ideali di magrezza eccessiva, sempre più insistentemente proposti dai mass media e sempre meno raggiungibili, generano spesso forte insoddisfazione, difficile da sopportare. Gli adolescenti sono i più vulnerabili, in particolare chi ha una bassa autostima, una personalità dipendente o chi sperimenta conflitti e difficoltà nella regolazione emotiva. Diverse correnti hanno provato a dare una spiegazione sul perchè si inneschi questo meccanismo, che dà origine ad un circolo vizioso. Chi soffre di questa patologia tende a regolare i propri stati emotivi, specialmente se negativi, attraverso l’assunzione smisurata di cibo, che almeno temporaneamente, sembra neutralizzare tali sentimenti; il circolo vizioso viene così consolidato e rafforzato. L’individuo cerca disperatamente di “resistere” all’abbuffata, ma quasi sempre è costretto a cedere alla forza della compulsione. Questo non fa altro che provocare e amplificare la sofferenza, che spinge a ripete il comportamento patologico. Secondo alcuni, alla base si trovano le relazioni famigliari disfunzionali. In particolare, gli aspetti che maggiormente influiscono sono: la presenza di forte criticismo in famiglia, livelli bassi di empatia e un coinvolgimento inadeguato da parte dei genitori per esempio avere una madre iperprotettiva. Altri fattori di rischio sono: l’abuso di alcol da parte dei genitori, l’abuso fisico o sessuale subito in infanzia o essere vittime  di bullismo. Per altri invece, il disturbo si presenta quando si è verificato un mancato o insoddisfacente superamento della fase orale dello sviluppo psicosessuale in infanzia. Infatti, ogni fase corrisponde a specifiche pulsioni sessuali parziali e ognuna ha un proprio significato nell’evoluzione individuale. La fase orale rappresenta il primo contatto con il mondo, che avviene attraverso la bocca, zona erogena di questo stadio, connessa alla funzione alimentare. Succhiare, poppare dal seno materno rappresenta la prima esperienza di rapporto con l’altro oltre che di piacere. Se l’appagamento delle pulsioni orali non è soddisfatto si possono instaurare comportamenti patologici che sono legati alle modalità di funzionamento di questo stadio. Ricorrere al cibo dunque, diventa l’unica strategia di adattamento, soprattutto in situazioni problematiche o emotivamente difficili.

Ad alcuni capita con gli alcolici, ad altri con lo shopping, ad altri ancora con il cibo.

Letture consigliate:

Fairburn C.G. 2014. Vincere le abbuffate – _ Quando le emozioni diventano cibo. Psicoterapia cognitiva del beinge eating disorder. Raffaello Cortina

Montecchi F. (a cura di ), 2009. Il cibo-mondo, persecutore minaccioso. I disturbi del comportamento alimentare dell’infanzia e dell’adolescenza. Per comprendere, valutare, curare. Franco Angeli

Piccini A. 2012. Drogati di cibo. Quando mangiare crea dipendenza – Drogati di cibo. Quando mangiare crea dipendenza. Giunti

Todisco, P. Vinai P. (a cura di) La fame infinita. Manuale di diagnosi e terapia del disturbo da alimentazione incontrollata. Libreria Universitaria

 

Mamma, guarda, è per te!

Lucy, tre anni e mezzo, è seduta al tavolo della cucina, in attesa che la mamma torni dal lavoro. Il papà, accanto a lei, le suggerisce di disegnare per far passare un po’ il tempo. Dopo un po’ la mamma rientra a casa e Lucy le corre incontro alla porta e le dà il suo ultimo disegno, dicendo: “Guarda, mamma, è per te!”. La mamma prende il disegno, lo guarda e le dice: “E’ proprio bello. Lucy, sei bravissima a disegnare”.

il-significato-dei-disegni-dei-bambiniProviamo per un attimo a “metterci nei panni” di Lucy…forse è corsa dalla sua mamma non per farsi “valutare” il disegno ma per darle un regalo, perché le vuole molto bene e le è mancata. Possiamo ipotizzare che, se la mamma fosse rientrata mentre Lucy guardava la televisione, le avrebbe detto: “mamma, vieni a vedere!”

Lucy, con queste parole, chiede di poter essere vista e, molto probabilmente, chiede che le sue emozioni possano essere riconosciute (“ho sentito la tua lontananza, mi sei mancata, è bello rivederti!!!”). Certamente, le parole della mamma di Lucy sono state dette con l’intento di rinforzare ciò che Lucy ha fatto per lei ma, con questa comunicazione, è come se avesse collegato “l’essere” di Lucy con il risultato da lei ottenuto. Lucy ha offerto alla mamma se stessa e in cambio ha ottenuto una valutazione. Ed allora che fare? Cosa rispondere?Disegni-festa-donna-16

Se la mamma di Lucy volesse sostenere e incrementare l’autostima e il valore della sua bambina potrebbe provare a dirle: “Oh, grazie Lucy. Non capisco bene cos’è, me lo vuoi spiegare?” oppure: “Ciao, tesoro. Mi sei mancata tanto”. In questo modo, la mamma, dà a sua figlia le parole, con un linguaggio personale, della sua esperienza interiore; interpreta le sue espressioni ed i suoi sentimenti. A suon di metafora, è come se questa modalità d’esprimersi, fosse assimilabile a un evento che accende il combustibile del missile e gli dà la carica per farlo partire!!!

Eleonora Boni

 

Pasticciamo???

Pasticciamo?

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Per alcuni bambini la sensazione dell’avere “le mani in pasta” è particolarmente gradevole e spesso ricercata… E non si tratta semplicemente di un tentativo, a volte un po’ goffo, di voler creare qualcosa “facendo un po’ di pastrocchi” . Invece, rappresenta spesso un modo per produrre e continuare esperienze di apprendimento e di crescita.

Pensiamo, ad esempio, alla plastilina.  Attraverso il movimento della pasta nelle mani c’è la possibilità di dar sfogo alle frustrazioni, alla rabbia; è come fare esperienza di una modulazione del proprio mondo emotivo attraverso il contatto con questo materiale malleabile. All’inizio può accadere che “non si sappia che fare” ma dopo aver reso “più morbida” la pasta, magari anche con l’aiuto delle “formine”, la maggior parte dei bambini crea dei veri e propri “disegni di pongo”, dando così una forma simbolica alle proprie fantasie, desideri, esperienze, creatività.

Possiamo pensare che ogni bambino possieda un “canale privilegiato” attraverso il quale può esprimere sé stesso e le proprie competenze: chi lo fa attraverso la musica o la danza, chi attraverso il disegno e chi modulando e dando forma a materiali ed ingredienti… E a tal proposito come non parlare dell’importanza, per alcuni bambini, di poter cucinare e, dulcis in fundo, impastare? I piatti più gettonati sono i dolci perché il fare un dolce è un po’ come fare una piccola magia. Tutti gli ingredienti separati si uniscono, si gonfiano, e si trasformano in una meravigliosa torta soffice e gustosa!

biscotti-bambiniAnche i biscotti o le pizzette possono essere di grande utilità e ispirazione: per i bambini il chiedere di poter tagliare la pasta in tutte le forme più fantasiose favorisce la possibilità di creare dei veri e propri personaggi (e perché no magari anche delle storie): i wurstel diventano gli occhi, i carciofini le orecchie, il naso un pomodoro è così via…

I bambini, svolgendo queste attività sperimentano l’arte del creare e plasmare con le proprie mani attraverso, comunque, la sicurezza dell’essere guidati e contenuti da mani esperte, quelle di mamma e papà. Il cibo, in questo senso, va ad inserirsi in un’esperienza ampia ed articolata, dove è possibile che metta in moto emozioni e pensieri, fantasie e memorie, oltre che processi legati alle aree percettivo-motorie, cognitive, sociali.

Eleonora Boni