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È NATO PRIMA IL RUOLO DI GENERE O LA GALLINA?

Di Gaia Giulia Angela Sacco

Il presente articolo è un approfondimento di quello precedentemente pubblicato “Identità fa rima con libertà? (nel blog di Psyché, luglio 2021) e prende spunto dal fatto che, come purtroppo la cronaca testimonia quotidianamente, in Italia ci sono forti differenze nel ruolo di genere all’interno della società. Questo solleva quindi una domanda: qual è l’origine delle differenze nelle norme e credenze che caratterizzano il genere femminile?

In un convegno di “studi matriarcali”, tenutosi in Texas nel 2005, archeologi e antropologi da tutto il mondo hanno riconosciuto che la civiltà megalitica del Neolitico era incentrata sulle donne. Ad oggi, poi, ci sono diversi esempi di etnie matriarcali: i Mosuo dello Yunnan cinese, i Bemba e i Lapula delle foreste dell’Africa centrale, gli indiani Cuna “isolati” al largo di Panamá o i Trobriandesi della Melanesia.

Che cosa ha portato, quindi, alla nascita del patriarcato?

Tra il 4500 a. C. al 3000 a. C. popoli guerrieri provenienti dalle pianure del Volga e con divinità maschili e guerriere hanno conquistato molti territori in Oriente e in Occidente. Questo ha comportato un cambiamento radicale nella religione e nelle abitudini delle popolazioni soggiogate, spingendole verso il patriarcato. Nei secoli successivi, l’importanza dell’uomo nelle sempre più numerose guerre e della donna per la maternità, la gestione dei figli e la sussistenza della famiglia hanno ulteriormente spinto verso questa direzione.

Una nuova inversione di “rotta” può essere identificata nel Medioevo, quando la condizione della donna e il suo ruolo vedono un leggero miglioramento rispetto al passato, in cui la donna era riconosciuta unicamente nel ruolo di madre e moglie. Sarà però solo all’inizio del XX secolo, con le Suffragette che si avrà la prima vera ondata del femminismo, il cui ideale si rinforzerà durante le Guerre Mondiali data anche la necessità di forza lavoro femminile. È stato proprio tale movimento a portare alla luce temi come la facoltà di decidere delle proprie relazioni, di divorziare senza colpa, di decidere del proprio corpo e il diritto alla contraccezione e all’aborto. Tutte queste richieste e diritti si fondano, infatti, sul pensiero della differenza: uomini e donne sono naturalmente diversi ed è tale differenza a dover essere rivalutata, riconosciuta e impreziosita.

Non è un caso che il tema sul “maschile”, come genere, e sull’eterosessualità, come orientamento sessuale, siano così poco discussi. Proprio nel suo essere al centro di tutto, il maschile eterosessuale, in quanto dominatore, ha aggirato il problema del definirsi. Non ha mai dovuto farlo in quanto viene dato per scontato nel contesto sociale, storico e culturale, che però non gli ha mai nemmeno fornito gli strumenti per potersi capire e raccontare. Il maschile eterosessuale si è potuto definire e raccontare solo come l’opposto del complemento, il femminile eterosessuale (es. non essere debole, non essere pettegolo, non “fare la femminuccia”). Il maschile eterosessuale però, ad oggi, si deve definire e confrontare dato il suo incontro con l’omosessualità che rifiuta il ruolo di “invertito” (“non maschio” o “non femmina”).

Centrale quindi parlare di “socializzazione del genere”. La socializzazione è un insieme di processi di apprendimento, di valori, norme e competenze sociali che sono interiorizzate e concorrono alla formazione della personalità sociale degli individui. Il bambino, in questo processo, sviluppa delle credenze riguardo al proprio ruolo in base al proprio sesso (ruolo di genere) e sviluppa un’identità in quanto membro del gruppo del proprio sesso (identità di genere). È un processo relazionale.

Nella socializzazione sono coinvolti tre grandi attori:

  1. La famiglia, luogo simbolico e sociale in cui la differenza, soprattutto quella sessuale, è fondamentale per la definizione dei ruoli. La famiglia è agente di socializzazione tramite il gioco, il rispecchiamento, il linguaggio, le emozioni e le attività.
  2. La scuola, attraverso gli insegnati e il personale scolastico, i supporti educativi e i materiali didattici e la relazione con i compagni.
  3. I media, potente mezzo e contenitore di tutte le rappresentazioni, norme e realtà condivise e diffuse. Si pensi, ad esempio, quanto i videogiochi tendano ancora a sessualizzare la figura femminile e a mascolinizzare quella maschile.

I primi studi di genere si sono focalizzati sul ruolo di genere, sulla costruzione sociale del genere e sull’intersezionalità. Il problema, tuttavia, è che col tempo ci si è resi conto che mancavano delle solide basi scientifiche. Per cercare di colmare questa lacuna ci si è quindi spostati su studi fisiologici, che hanno cercato di identificare differenze a livello genetico, ormonale e cerebrale. All’interno della comunità scientifica, poi, si è cercato di dare un’impronta comune e questo è stato possibile grazie alla Teoria delle Configurazioni Sessuali (SCT) che, come si evince dal nome stesso, contempla una configurazione che si traduce in uno spostamento dal concetto di fissità, proposto nei primi studi, a quello di dinamismo. Inoltre, permette di astenersi da giudizi e paragoni.

Purtroppo, il mondo psichiatrico ha guardato con ritardo alla TCS, e per molti anni è andato verso un’idea di patologizzazione. Si pensi, ad esempio, che nel DSM IV si parlava di “Disturbo dell’identità di genere”, inteso come disturbo psicologico legato a un presunto malfunzionamento relativo all’identificazione con l’altro sesso. Solo con la revisione del DSM IV e con il DSM 5 si inizia a parlare di Disforia di genere, descritta come un vissuto di importante insoddisfazione rispetto al genere assegnato alla nascita, a livello sia di pensiero sia di vissuti emotivi e personali. Sicuramente, alla patologizzazione ha contribuito la Teoria del gender che origina da un pensiero fondamentalista.

La ricerca, la psicologia e la psichiatria, ad oggi, dovrebbero focalizzarsi sui diversi aspetti di benessere/malessere psicologico di chi ha un’identità di genere non binaria. Ad esempio, si pensi alle differenze di genere nel benessere psicologico e ruoli di genere, alla grande diffusione dei crimini d’odio e al dilagare del bullismo omotransfobico.

A causa dello stigma, reale o percepito, le persone transgender hanno difficoltà ad accedere ai servizi sanitari. I pazienti transgender si rivolgono al servizio sanitario principalmente per sintomi ansiosi e depressivi, dipendenza da alcol e droga, disturbi somatici, terapie ormonali e interventi chirurgici.

Esistono diverse ragioni per cui i pazienti transgender hanno difficoltà ad accedere alle cure. Tra gli altri, i medici che hanno esperienza nella medicina transgender sono pochi, c’è spesso una mancanza di disponibilità economica e ci si trova frequentemente di fronte a una mancata competenza degli operatori sanitari (documenti e moduli inappropriati).

Proprio per questa ragione, proposte come quella fatta da Amigay nel 2019, “Regolamento ASL per le persone transessuali nel ciclo di vita”, assumono una rilevanza fondamentale. Tra le proposte fatte, assumono particolare rilevanza le seguenti:

  • Garantire l’identità alias dei pazienti
  • Garantire un terzo codice di sesso anagrafico, oltre a M/F
  • Adattare gli interventi sanitari alle necessità della popolazione transgender
  • Tenere in considerazione le diverse esigenze di transizione
  • Fare pubblicità ai progetti attivati presso le ASL per la comunità LGBT+

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Abed, E. C., Schudson, Z. C., Gunther, O. D., Beischel, W. J., & van Anders, S. M. (2019). Sexual and Gender Diversity Among Sexual and Gender/Sex Majorities: Insights via Sexual Configurations Theory. Archives of sexual behavior, 48(5), 1423–1441.

Alesina, A., Giuliano, P., & Nunn, N. (2013). On the Origins of Gender Roles: Women and the Plough. The Quarterly Journal of Economics, 128(2), 469–530.

Burgio, G. (2012). Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione alla maschilità. Milano-Udine: Mimesis.

Capone, F. “La civiltà delle donne”. Focus, 1 marzo 2017. https://www.focus.it/comportamento/psicologia/la-civilta-delle-donne.

Chaplin, T. M., Cole, P. M., & Zahn-Waxler, C. (2005). Parental socialization of emotion expression: gender differences and relations to child adjustment. Emotion, 5(1), 80-88.

Connell, R. (2009). Gender, 2nd edition. Trad. it. Questioni di genere. Il Mulino: Bologna.

Cole, B. P., Baglieri, M., Ploharz, S., Brennan, M., Ternes, M., Patterson, T., & Kuznia, A. (2019). What’s Right With Men? Gender Role Socialization and Men’s Positive Functioning. American journal of men’s health, 13(1).

Duncan, D. T., & Hatzenbuehler, M. L. (2014). Lesbian, gay, bisexual, and transgender hate crimes and suicidality among a population-based sample of sexual-minority adolescents in Boston. American journal of public health, 104(2), 272–278.

Eccles, J. S., Jacobs, J. E., & Harold, R. D. (1990). Gender role stereotypes, expectancy effects, and parents’ socialization of gender differences. Journal of Social Issues, 46(2), 183–201. 

Ferrari, F., Ragaglia, E. M., & Rigliano, P. (2017). Il “genere”. Una guida orientativa.

Fredriksen-Goldsen, K. I., Cook-Daniels, L., Kim, H. J., Erosheva, E. A., Emlet, C. A., Hoy-Ellis, C. P., Goldsen, J., & Muraco, A. (2014). Physical and mental health of transgender older adults: an at-risk and underserved population. The Gerontologist, 54(3), 488–500.

Kelly, J. (1984). Women, History, and Theory. The essay of Joan Kelly. Chicago: The University of Chicago Press.

Priulla, G. (2013). C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole. Milano: Franco Angeli.

Ruspini, E. (2004). Le identità di genere. Roma: Carocci.

Stockard J. (2006) Gender Socialization. In: Handbook of the Sociology of Gender. Handbooks of Sociology and Social Research. Boston, MA: Springer.

SPORTELLI D’ASCOLTO: IL BENESSERE PSICOLOGICO A SCUOLA

 A cura di Elisa Perusi

L’Associazione Pyché onlus da oltre cinque anni si occupa di proporre attività di sportello di supporto psicologico all’interno di alcune scuole di Milano. In particolare opera presso la Scuola Secondaria di primo grado “Colombo” dell’Istituto comprensivo Console Marcello,  l’Istituto professionale B. Cavalieri, la scuola secondaria “Toscanini” dell’ istituto comprensivo F.Filzi.  

Inoltre da quest’anno, grazie al finanziamento del Municipio 5 del Comune di Milano è presente in tutte le scuole di questo territorio.  

Lo sportello nasce dall’esigenza di proporre un supporto psicologico agli adolescenti che frequentano le scuole medie inferiori e superiori, offrendo uno spazio di ascolto e sostegno psicologico con l’obiettivo, tra l’atro, di poter intercettare situazioni di particolare gravità da indirizzare alle strutture socio-sanitarie territoriali. Questo progetto nasce dalla consapevolezza che la scuola debba andare ben oltre il raggiungimento degli obiettivi curriculari e porsi tra gli altri quello di accompagnare gli alunni in un percorso di crescita individuale armonico.  La stretta collaborazione tra coloro che sono coinvolti direttamente (docenti, direttori scolastici, personale ATA) e indirettamente (genitori e caregiver in genere) nelle attività scolastiche e nella cura dell’adolescente è un elemento da cui non si può prescindere. Per questo motivo negli ultimi anni, grazie alla lungimiranza dei dirigenti scolastici, abbiamo potuto aprire lo sportello anche ai genitori e al personale scolastico in generale. La validità delle nostre convinzioni è stata corroborata anche da numerose ricerche, una tra le più significative, quella condotta nel 2018 dal G.D.L (Gruppo di Lavoro Nazionale Psicologia Scolastica) ha evidenziato l’elevato tasso di  gradimento degli sportelli scolastici da parte della comunità scolastica e delle famiglie, stimato intorno al 72%.

Mai come in questo periodo la possibilità di accedere allo sportello ha rappresentato una risorsa fondamentale, tenuto conto che nel corso degli ultimi due anni, la pandemia da Covid-19 e le conseguenze derivanti dai periodi di lockdown, hanno avuto un forte impatto sulla salute psicologica in età evolutiva, oltre che sull’andamento e sulla dispersione scolastica (Filippini, 2015).

Purtroppo,  a causa dell’emergenza sanitaria, l’effettiva fruizione degli sportelli  è  potuta iniziare solo all’inizio del 2021 con incontri fatti sia online che da remoto, tenuto conto delle fasi alterne di chiusura e apertura delle strutture scolastiche.   

Il modello d’intervento di Psyché è quello del counselling, che prevede la focalizzazione su un’area problematica e l’accompagnamento a riconoscere le risorse individuali e sociali disponibili e le strategie di coping più idonee per affrontarla. Il numero di sedute limitato, contemplato da questo tipo di intervento, risponde nel nostro caso anche all’esigenza di contenere gli spazi dedicati a ciascuno studente, dovuta ai limiti imposti dai fondi che solitamente sono stanziati. Nel nostro caso abbiamo dedicato a ciascun individuo in media 4 incontri, solo in un paio di situazioni è stato necessario un numero maggiore di colloqui.

Di seguito alcune informazioni  sull’andamento dello sportello.

Accessi:

  Municipio 5 F.Filzi Secondaria di primo livello Colombo Secondaria di primo livello Cavalieri Secondaria di secondo livello
Alunni 26 22 39 17
Docenti 2 7 9
Genitori 11 5 4
Personale ATA 1

Sul territorio del Municipio 5 sono state accolte 39 richieste, di cui 26 hanno fatto un uso effettivo del servizio. Gli incontri sono stati svolti prevalentemente online.  

Nell’Istituto “F.Filzi” gli accessi sono stati 22 (5 richieste sono arrivate anche da una quinta elementare), mentre negli istituti “Colombo” e “Cavalieri” sono stati rispettivamente 39 e 17. Generalmente i ragazzi sono stati seguiti in media per 3\4 incontri.

Da un confronto dei dati in particolare delle scuole medie inferiori, emerge un maggior numero di accessi tra le classi prime rispetto alle classi seconde e terze. Questo può essere dovuto al fatto che le classi prime hanno avuto una maggiore possibilità di accedere allo sportello in quanto hanno svolto la maggior parte delle lezioni in presenza. Inoltre, sappiamo che il passaggio dalle elementari alle medie è un periodo di transizione particolarmente significativo in quanto rappresenta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Questo comporta cambiamenti da un punto di vista fisico e psicologico, l’individuazione di nuovi obiettivi da raggiungere tra cui quello di una maggiore autonomia e consapevolezza, e una relazione diversa con gli insegnanti.

Gli studenti delle altre classi invece, hanno avuto maggiori difficoltà di accesso al servizio in particolare per due motivi:  innanzitutto  la situazione pandemica, che ha imposto per un periodo prolungato la didattica a distanza, li ha costretti a  rimanere chiusi in casa, con una conseguente difficoltà a trovare degli spazi di intimità dove poter parlare liberamente. La paura di essere ascoltati, magari proprio dalle persone con cui hanno maggiori difficoltà e con cui convivono, è stato probabilmente un forte deterrente. Alcuni ragazzi hanno ad esempio riportato che, l’unico spazio privato disponibile, fosse quello del bagno di casa.

In secondo luogo, a causa dei continui passaggi di apertura e chiusura della scuola, molti studenti si sono sentiti demotivati ad affrontare gli impegni scolastici, le difficoltà e i problemi incontrati durante l’anno (come testimoniato dai numeri casi di assenze e drop-out). L’incapacità di chiedere aiuto, riconducibile anche a una mancanza di speranza e di progettualità per il futuro, può essere stata in parte influenzata anche dal clima sociale generale che si è respirato durante il Covid-19.

Un dato senza dubbio incoraggiante proviene dal numero elevato di incontri rivolti ai genitori (20) e ai docenti (18). La capacità di chiedere aiuto e quindi di essere aperti a un confronto costruttivo è essenziale per potere intervenire sulle situazioni. Troppo spesso il timore di essere giudicati, di mostrare la propria fragilità sono dei forti deterrenti che causano lo sclerotizzarsi di situazioni che potrebbero invece essere affrontate e modificate. Per questo siamo stati molto felici di avere potuto collaborare insieme ai docenti e ai genitori nell’individuare modalità comunicative e di intervento più idonee con i ragazzi. In particolare, alcuni insegnanti, dimostrando sensibilità e attenzione agli aspetti psicologici, hanno chiesto come convincere alcuni alunni a rivolgersi allo sportello. Per quanto riguarda i genitori, in alcuni casi (13) sono stati convocati dallo psicologo con l’obiettivo di condividere la situazione di sofferenza portata dal figlio, creare un’alleanza finalizzata all’individuazione degli obiettivi da raggiungere e, dove necessario, accompagnarli al primo contatto con i servizi territoriali. La funzione di tramite svolta dallo sportello tra la scuola e i servizi territoriali è un aspetto che vogliamo evidenziare, in quanto la collaborazione con i professionisti presenti sul territorio è il terzo elemento che entra in gioco in questo sistema di cui stiamo parlando. Scuola, famiglia e territorio fanno appunto parte di un sistema complesso dove ogni elemento del sistema influenza gli altri e dove, il funzionamento dello stesso sistema, ha delle ricadute su ciascuno degli elementi che lo compongono.

L’incontro con i genitori è sempre stato concordato con l’alunno interessato. Mantenere l’alleanza con l’adolescente, evitando azioni che non tengano conto della sua volontà, è fondamentale per mantenere viva la fiducia necessaria al successo terapeutico. Fortunatamente tutti gli adolescenti per i quali si è ritenuto necessario l’incontro con i genitori hanno accettato la proposta dello psicologo. In linea generale, solo in situazioni di particolare gravità, è possibile prescindere dalla volontà del minore.

Problematiche emerse:

Da un confronto delle problematiche riportate dagli studenti emergono principalmente :

-difficoltà relazionali con amici e compagni;

-problemi relazionali all’interno dell’ambiente familiare;

-alte percentuali di ansia legata sia alla scuola che ad altri ambiti della vita;

-scarsa autostima.

Queste difficoltà sembrano acuirsi nei mesi di ripartenza della scuola in seguito al lockdown, e sono quindi inevitabilmente legate ai disagi e alla situazione di incertezza dovuta al Covid-19.

Rispetto alle motivazioni dei genitori, emergono:

-difficoltà nella gestione dei figli;

-la gestione di dinamiche familiari conflittuali e le difficoltà scolastiche;

-eventi luttuosi e traumatici nati o resi complessi dalla pandemia (si pensi, ad esempio, alle restrizioni riguardanti la partecipazione ai funerali).

Infine, gli interventi con i docenti si sono focalizzati sulla gestione del burn-out scolastico e sul supporto per un lavoro di rete all’interno dei servizi, mentre per quanto riguarda il personale ATA, sono emerse principalmente problematiche relazionali familiari.

Attività nelle classi:

Significativi inoltre sono stati alcuni interventi svolti all’interno di un  gruppo-classe dell’ Istituto “Colombo”, richieste dai docenti in seguito ad alcune situazioni particolarmente critiche .

Tra le principali tematiche trattate ci sono state:

-comprendere i motivi dietro ai comportamenti auto-lesivi;

-individuare strategie alternative di gestione dello stress;

-fornire risorse da utilizzare per poter aiutare i pari in difficoltà.

Abbiamo voluto, con questo breve report sugli sportelli psicologici che Psyché ha gestito quest’anno in diversi istituti milanesi, rendervi partecipi di una esperienza che ancora una volta si è mostrata estremamente stimolante per noi da un punto di vista professionale e umano. 

Vogliamo ringraziare i direttori scolastici che ci hanno accolti e che si sono impegnati a supportare questo progetto, lavorando al nostro fianco. Questo ovviamente ha comportato per loro un impegno ulteriore in quanto sono stati coinvolti direttamente – in alcuni casi più critici – nei colloqui con i docenti, gli alunni e i genitori. Il nostro riconoscimento va anche al Municipio 5, il cui Assessore è stato ideatore dell’idea di un servizio psicologico territoriale aperto a tutte le scuole.

Speriamo quindi di essere riusciti a trasmettere l’importanza e la necessità che tutte le scuole, a partire dalle materne, possano usufruire di un Servizio indispensabile a migliorare il benessere psicologico di coloro che fanno parte di questo sistema complesso il cui funzionamento potrà tendere verso un costante miglioramento grazie al lavoro sinergico di tutte le sue parti.  

BIBLIOGRAFIA:

Amendolia A. S. (2019) PSICOLOGO SCOLASTICO. Una review sul ruolo professionale, sul confronto con gli altri paesi UE e sulla situazione in Italia. (9)

Filippini, L. (2015). Le medie fanno paura? percorso dedicato alla scoperta delle proprie identità competenti in vista dell’inizio della Scuola media (Doctoral dissertation, Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI)).

Minozzi, S., Saulle, R., Amato, L., & Davoli, M. (2021). Impatto del distanziamento sociale per covid-19 sul benessere psicologico dei giovani: una revisione sistematica della letteratura. Recenti Progressi in Medicina112(5), 360-370.

Ripamonti C.A. (2011). La devianza in adolescenza.  Il Mulino

SITOGRAFIA:

Indagine 2018 – Lo psicologo a scuola: il punto di vista dei docenti.  Retrived from

www.gdlpsicologiascolastica.wordpress.com/indagine-2019-2/

I GIOVANI ITALIANI E STRANIERI IN CARCERE

A cura di Elisabetta Piola

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“Giovani ragazzi in carcere: chi sono? Da dove provengono? Quanti sono realmente? Che crimini hanno commesso?

Quello della delinquenza minorile è un tema del quale recentemente si sente molto parlare, in tv e sui social network.

La tendenza più diffusa è quella di additare i ragazzi di oggi, in particolar modo quelli stranieri, giudicandoli irrispettosi, sregolati e violenti.

Nella disapprovazione per questi comportamenti devianti, ben poco spazio è dedicato alle riflessioni su chi siano realmente questi ragazzi e su cosa li abbia condotti sulla strada della delinquenza.

Senza negare la responsabilità individuale per i reati commessi, molti studiosi hanno dimostrato che le esperienze infantili, gli amici e lo status socioeconomico giocano un ruolo importante nell’emergere del comportamento criminale. È inoltre vero che talvolta subentra anche la malattia mentale a complicare il quadro.

Carcere Uta - Foto Roberto Pili

Nel corso dell’ultimo decennio il numero dei minorenni e dei giovani adulti entrati in contatto con il sistema penale è effettivamente aumentato, passando dai 14.744 del 2017 ai 21.305 dello scorso anno: numeri alti, con un impatto sulla spesa pubblica che supera i 270 milioni di euro annui!

Ed è effettivamente aumentato, quasi raddoppiato, anche il numero dei giovani stranieri, che costituiscono oggi circa il 26% del totale dei minorenni e giovani adulti nel Sistema di giustizia minorile; i principali Paesi di provenienza sono Romania, Albania e Marocco.

Fortunatamente, in contrasto rispetto a quello che la televisione e i mass media possono far trasparire, i crimini commessi sia dagli italiani che dagli stranieri sono spesso crimini minori, quali furto e rapina (insieme costituiscono circa il 50% del totale dei reati), seguiti poi da possesso e spaccio di stupefacenti e da lesioni personali volontarie.

Dei 21.305 ragazzi entrati in contatto con il sistema penale nel 2018, 1.132 hanno fatto ingresso in carcere (Istituto Penale Minorile, IPM) e 440 vi risiedevano ancora alla fine dell’anno. Nonostante gli stranieri costituiscano circa un quarto (26%) del totale dei minori che delinquono, negli IPM i numeri di  italiani e stranieri giungono quasi a eguagliarsi.

Dovremmo dunque dedurre che gli stranieri commettono crimini più gravi? Per fortuna, sembrerebbe di no.

La spiegazione dell’elevata percentuale di stranieri in carcere consisterebbe infatti in una discriminazioneda parte del sistema di giustizia, che tenderebbe a riservare le misure alternative alla detenzione agli italiani negandole agli stranieri. Parlando di misure alternative si fa riferimento a una serie di provvedimenti accomunati dall’obiettivo di rieducare il minore, quali l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare o la semilibertà. Il sistema di giustizia incontrerebbe inoltre una concreta difficoltà nel fornire ai ragazzi il sostegno, anche a livello sociale, di cui avrebbero bisogno, per la frequente mancanza di adulti di riferimento su cui appoggiarsi (Moro, Maurizio e Belotti, 2006).

Un cattivo ambiente familiare gioca un ruolo importante nell’emergere del comportamento antisociale, costituendo quasi un denominatore comune nelle storie di questi giovani detenuti. Di questi, fino all’80% ha subito nell’infanzia qualche tipo di trauma, solitamente abusi e maltrattamenti avvenuti proprio nel contesto familiare (Widom e Maxfield, 2001; Kerig, 2013).

Queste storie difficili facilitano l’emergere di comportamenti aggressivi e impulsivi, che talvolta sfociano nell’illegalità.

È molto frequente anche che tali violenze portino allo sviluppo di disturbi mentali, tanto che la prevalenza di malattia mentale tra i minori detenuti raggiunge il 60% (Marston et al., 2012), contro il 20% della popolazione generale. Perché è necessario preoccuparsi di fronte a tali numeri? Perché alcuni disturbi mentali, oltre al malessere soggettivo che provocano, sembrano aumentare sia la probabilità di commettere crimini di per sé, che la violenzae la persistenza degli stessi (Moffitt, 2018)! Essi aumentano inoltre fino a quattro volte la probabilità di recidiva.

L’uso di alcol e droghe è presente nella storia di circa la metà dei ragazzi in carcere (ed è spesso ragione d’arresto) e i disturbi comportamentali (Disturbo della Condotta e Disturbo Oppositivo Provocatorio) sono quasi altrettanto diffusi. L’ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) è diagnosticato al 15% dei minori. La prevalenza del Disturbo Post Traumatico da Stress è dalle 2 alle 8 volte superiore (raggiunge il 25%) rispetto a un campione normativo, mentre i  disturbi dell’umore sono presenti in almeno un quarto della popolazione minorile incarcerata.

carcere-73407-660x368Un dato allarmante è quello relativo alla prevalenza dell’autolesionismo, fino a 19 volte maggiore tra i minori detenuti!

Il confronto fra il numero di tentativi di suicidio e di episodi di autolesionismo del 2017 e del 2018 rivela anche che il fenomeno è in crescita: nel 2017 sono stati 19 i tentativi di suicidio e 80 gli episodi di autolesionismo; nel 2018 se ne sono registrati rispettivamente 29 e 97 (SISM, Sistema Informativo dei Servizi Minorili).

L’autolesionismo sembra riguardare più frequentemente i giovani stranieri, forse a causa delle difficoltà aggiuntive che lo status di minore immigrato comporta.

Oltre ad affiancare un percorso rieducativo a quello punitivo del sistema di giustizia, è indispensabile offrire a questi giovani anche il sostegno psicologico, di cui spesso hanno bisogno. La linea psico-educativa è quella attualmente maggiormente seguita anche in Italia.

È giusto continuare in questa direzione per poter ridurre il rischio di recidiva e i tassi di criminalità minorile, oltre che per consentire alla maggior parte  di questi ragazzi di uscire dal terribile ciclo di violenza nel quale talvolta si trovano inconsapevolmente e quasi irrimediabilmente immersi.

Bibliografia e sitografia:

Belotti, V.; Maurizio, R. e Moro, A. C. (2006). Minori stranieri in carcere. Milano: Guerini e Associati

Kerig, P. (2013). Psychological Trauma and Juvenile Delinquency: New Directions in Research and Intervention. Londra: Routledge

Marston, E. G.; Osbuth, I.; Russel, M. A. e Watson, G. K. (2012). Dealing with Double Jeopardy: Mental Health Disorders Among Girls in the Juvenile Justice System. In Miller, S.; Kerig, P. K. e Leve, L. D. (eds.), Delinquent Girls: Contexts, Relationships, and Adaptation, pp. 105-118. New York: Springer Publishing

Moffitt, T. (2018). Male antisocial behaviour in adolescence and beyond. Nature Human Behaviour, 2,177-186

Widom, C. S. e Maxfield, M. G. (2001). An update on the “Cycle of Violence.”Research in brief. Washington DC: National Institute of Justice

https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.page?contentId=SST211865&previsiousPage=mg_1_14

http://basidati.agid.gov.it/catalogo/bd?code=159273