Category: Psicologia – genitorialità


STA ARRIVANDO BABBO NATALE!

di Elisabetta Piola

Le luci e le decorazioni che colorano le città, le canzoncine nei negozi e in televisione, le pubblicità e quell’eccitazione e frenesia quasi palpabili che aleggiano per le strade sembrano volerci ricordare che anche quest’anno sta arrivando Natale con il suo indiscusso protagonista: Babbo Natale!
Per quelli di voi che hanno figli, però, l’entusiasmo per la festa imminente potrebbe essere guastato dalla comparsa di un dubbio comune, su cui almeno una volta ciascuno di noi si sarà fermato a riflettere: è giusto o sbagliato raccontare ai bambini la storia di Babbo Natale? E fino a che età possiamo lasciare che ci credano?

Santa is placing gift boxes under Christmas tree
Il Natale è sicuramente una festa molto amata, in particolare dai bambini.
Ricordiamo tutti con grande nostalgia la trepidante attesa di Babbo Natale, l’entusiasmo nel trovare i regali sotto l’albero, la fretta nello scartarli insieme ai genitori e la gioia di giocarci con fratelli o cuginetti. Probabilmente ricordiamo soprattutto l’atmosfera quasi magica che si creava a Natale quando eravamo bambini, e che ora in qualche modo fatichiamo a rivivere con la stessa intensità.
La storia di Babbo Natale ha molti aspetti positivi, legati a questa sua incredibile capacità di emozionare, di generare stupore ed entusiasmo, così come alla capacità di trasmettere valori importanti, quali la generosità e la condivisione, che riescono a unire le famiglie, attenuare i conflitti e scaldare i cuori almeno in questo periodo dell’anno.
Come ricorda la psicologa Stefania Andreoli in un’intervista per La Stampa, la favola di Babbo Natale ha una straordinaria efficacia nel trasmettere il valore dell’attesa, del dono e della generosità ai bambini, utilizzando, come le altre favole, un linguaggio adatto alla loro età.
Tale racconto, oltre ad aiutarci a dialogare con i nostri figli e a condividere con loro questi valori, ci permette di trasmettere un’immagine del mondo particolarmente positiva, proteggendoli, temporaneamente, dai suoi aspetti negativi.
Il messaggio centrale veicolato dalla storia di Babbo Natale è infatti il seguente: il mondo è un posto bellissimo, fondamentalmente buono, colmo di amore e generosità.
Per quanto sia evidente anche ai più ingenui e sognatori che si tratti di una descrizione poco realistica, il presentare ai bambini un’immagine così positiva, quasi idilliaca, della nostra realtà, concede loro di entrare in contatto in modo graduale con i suoi aspetti meno piacevoli, man mano che acquisiscono le competenze cognitive necessarie per comprenderli (Gill e Papatheodorou, 2002).
Da quanto scritto finora emerge la concreta utilità di questa favola, che ci aiuta a comunicare insegnamenti importanti in modo semplice ed efficace. Tuttavia, il merito maggiore della favola di Babbo Natale è un altro ed è legato proprio al cuore del racconto: la MAGIA.

unknownA lungo gli studiosi si sono concentrati sull’importanza, innegabile, dello sviluppo del pensiero logico nel bambino, a discapito della comprensione di un altro tipo di sviluppo, quello spirituale. La spiritualità, che non coincide necessariamente con la religiosità, va intesa come la capacità di dare un senso più profondo alle cose, di leggere dietro a ciò che è concreto, visibile (Lealman, 1986) e di comprendere appieno il qui ed ora, i misteri ed i valori (Hay, 2000).

Quel senso di stupore, di meraviglia, di entusiasmo che aleggiano intorno a Babbo Natale sono incredibilmente efficaci nel far crescere la spiritualità nei bambini.
Bisogna tenere inoltre presente che i nostri figli fin da piccoli imparano a distinguere realtà e immaginazione. Giocando a “fare finta di” o ascoltando storie di finzione imparano a figurarsi diverse possibili realtà, facendo un esercizio molto importante per il loro sviluppo cognitivo (Palmerini, 2016).
Perché, allora, continuano a credere incondizionatamente ad una storia assurda quale quella di Babbo Natale, anche quando iniziano a diventare più grandicelli?
Come ricordava la psicologa Jacqueline Woolley in un articolo su The Conversation (2016), il motivo è semplice: perché sono proprio i genitori a raccontarla.
I nostri figli ripongono in noi una grande fiducia, che messa insieme alla gioia, allo stupore e a tutte le emozioni e sensazioni positive che la favola di Babbo Natale porta con sé, mette a tacere anche i piccoli dubbi e le perplessità che il bambino già abbastanza presto comincia ad avere. E poi non solo i bambini ma, ammettiamolo, anche noi adulti, abbiamo bisogno di quel pizzico di magia che rende la nostra vita più stimolante.
Raccontare questa bugia però muove spesso vissuti negativi nei genitori, quali il senso di colpa per il tradimento della fiducia che i nostri bambini hanno in noi, e il senso di incoerenza perché mentendo stiamo probabilmente andando contro le stesse regole morali che cerchiamo di insegnare.
I risultati di alcuni studi sul tema sono tuttavia rassicuranti: forse grazie ai piccoli dubbi accumulatisi nel tempo che hanno reso graduale il passaggio verso la verità non sembrano esservi effetti negativi legati alla scoperta della verità su Babbo Natale.
In sintesi, dopo aver considerato alcuni degli aspetti positivi e negativi della favola di Babbo Natale, il nostro consiglio è: non priviamo i nostri bambini di questo entusiasmo, di questa trepidante attesa, di questa enorme gioia; lasciamo che ci credano e che sognino; lasciamo che vivano la magia del Natale e, perché no, magari possiamo tentare di riviverla anche noi!

Buon Natale!

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Bibliografia:
Hay, D. (2000). Spirituality versus individualism: The challenge of relational consciousness, 1st International Conference on Children’s Spirituality, Chichester, UK
Lealman, B. (1986). Grottos, Ghettos and City of Glass: conversations about spirituality. British Journal of Religious Education 8(2), pp.65–71
Palmerini, C. (2016). La psicologia di Babbo Natale. Focus, Italia
Papatheodorou, T. e Gill, J. (2002). Father Christmas: Just a story?. International Journal of Children’s Spirituality, 7:3, 329-344
Salemi, R. (2011). Babbo Natale, è giusto o sbagliato dire ai figli che non esiste?. La Stampa, Italia

Sitografia:

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/buone-feste-la-psicologia-di-babbo-natale

https://www.lastampa.it/cultura/2011/12/19/news/babbo-natale-e-giusto-o-sbagliato-br-dire-

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https://theconversation.com/why-children-believe-or-not-that-santa-claus-exists-70518

La sconfitta della suocera

di Chiara Menescalchi

Quando nasce un bambino, i genitori spesso attraversano un periodo di difficoltà. Nessuno ha insegnato loro come accudire un figlio, come lavarlo, come allattarlo né come consolarlo; anzi forse è il primo neonato che vedono, il primo che tengono davvero in braccio. La genitorialità di oggi è nel segno della solitudine, dell’assenza di radici e di legami. Le famiglie, magari lontano dalla propria città d’origine, si isolano in una felicità tutta privata, per nulla aperta al sociale e alla condivisione. Non che in tutto il mondo sia così: in Africa, ad esempio, la gravidanza è sociale. Le donne del villaggio seguono la donna, la accudiscono, la proteggono. Le radici di quella madre sono profonde, nel compagno, nelle donne della tribù e nella comunità tutta: Per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio, dice un proverbio africano.

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Da noi invece, le mamme e i papà che incontrano per la prima volta il proprio figlio sono alla prova con qualcosa di grande, molto più grande di loro. Sono terrorizzati e sentono di avere le spalle scoperte… Le loro armi sono deposte, brancolano nel buio: avvertono il bisogno di una guida, prestando ascolto ai pareri di chiunque, davvero chiunque. C’è chi si affida ai consigli dei manuali sull’infanzia e sulla genitorialità, tematiche che oggi reggono da sole le case editrici; chi invece si affida ai consigli delle nonne, dei genitori, delle suocere o anche solo della signora incontrata sul tram.

La giovane mamma troppo spesso è vista come sprovveduta. Tutti faranno a gara a chi dà il consiglio più azzeccato, svilendo magari i tentativi autonomi di una donna che si mette in gioco con la maternità. Se i consigli piombano come massi sulla donna, che si trova naturalmente dopo il parto in un momento di fragilità, il suo senso di colpa la farà sentire inadatta sarà il sasso che la stroncherà. Non seguirà più il suo istinto, non ascolterà più i segnali del suo bambino, ma, cieca, si affiderà al “si fa così” senza domandarsi neppure il perché.

Ma non ci si deve perdere d’animo perché la psicologia perinatale può venire in aiuto.

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SE VUOI SAPERNE DI PIU’

La psicologia perinatale si occupa delle esperienze del neonato e di migliorare la sua relazione con i genitori e in generale con l’ambiente in cui vive; accompagna i genitori verso una genitorialità consapevole, sia quando si progetta una gravidanza sia quando il bambino è già tra noi. “La psicologia perinatale si occupa in specifico della perinatalità psichica e delle problematiche connesse e sottese alle vicissitudini del progetto gestazionale e genitoriale” spiega  Imbasciati (2010), nella fisiologia come nella patologia. La psicologia perinatale gode dello scambio proficuo tra competenze specifiche e professionisti sempre aggiornati, quali ginecologhe, ostetriche, pediatri, psicologhe e neuroscienziati. Le tematiche toccano diverse facce dell’essere genitore: il concepimento, i vissuti psichici della gravidanza, la procreazione medicalmente assistita, il parto, il lutto perinatale, l’allattamento, il sonno del neonato, solo per menzionarne alcuni.

Ci si affida alla scienza, alle ricerche empiriche, alle neuroscienze per conoscere ciò che aiuta lo sviluppo armonico di un genitore e di suo figlio, senza  dover più cadere nelle trappole del marketing o della suocera, senza dar più credito a dicerie e consigli retrogradi (“Lascialo piangere quanto vuole…prima o poi si addormenterà”). Finalmente si potrà dire un secco “no, grazie” assertivo a chiunque vi consigli di non dare sempre il seno, di far voi donne da sole, di non gravare sul marito… “in fin dei conti ci siamo passate tutte; non sarai né la prima né l’ultima”. Mamme avete il diritto di ribellarvi alla tirannia delle suocere.

  • Berry Brazelton, “Nascita di una famiglia”, Ed. Unicopli, 1987.
  • Imbasciati, L. Cena, “Psicologia clinica perinatale nei difficili precorsi della filiazione pretermine”, Nascere, 2010, 111, 9-16.

Adolescenti e web 2.0: istruzioni per genitori

  di Nunzia Mennuni

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La frequentazione e l’utilizzo dei Social Networks, in questi ultimi anni, sono diventati un fenomeno globale. I giovani di oggi trascorrono diverse ore al giorno su Facebook, Whatsapp, Instagram e molti altri Social che sono ormai diventati parte integrante della loro vita relazionale e contribuiscono a strutturarne l’identità personale.

img_129939152Il termine “nativi digitali” indica infatti i giovani nati a partire dalla metà degli anni Novanta che hanno sempre vissuto usando internet e i nuovi media, sviluppando quindi un’identità fluida, metafora coniata dal Sociologo e Ricercatore Z.Bauman per descrivere le caratteristiche di incertezza, vulnerabilità e “liquidità” incarnate dai giovani di oggi.

Il villaggio globale in cui i nostri figli navigano è la rete, un vero e proprio luogo comunicativo, relazionale e informativo che, se da un lato offre nuove possibilità di comunicazione e relazione, dall’altro nasconde inevitabili rischi e pericoli, di cui i genitori dovrebbero essere a conoscenza, in particolare, la dipendenza da Social, il disimpegno dalle relazioni e dalle attività scolastiche, la chiusura autistica in un mondo solo virtuale e il cyberbullismo.

Come possono i genitori svolgere il loro compito educativo in questo nuovo e insidioso territorio, quale è quello della rete, fatto di pensieri e azioni potenzialmente rischiose per i propri figli?

aaeaaqaaaaaaaas1aaaajgqzyzqxotuzlwy4mzmtndm5ys1izdrmltg3otmzn2flotexnwCertamente non esistono medicine miracolose né formule magiche che possano proteggere gli adolescenti dai pericoli del web. Tuttavia è possibile prevenire varie forme di disagio, stabilendo con i propri figli una relazione educativa precoce e costante, caratterizzata da una buona sintonia emotiva, dal dedicare loro del tempo, e dal trasmettere loro regole chiare mantenendo un comportamento coerente.

A tal proposito, un aiuto concreto è stato prodotto negli USA dal Seattle Children’s Research Institute (SCRI) che ha redatto un prontuario di consigli per genitori, riassumibile nei seguenti punti:

  • usare le tecnologie come pretesto conversazionale, interessandosi di cosa gli adolescenti fanno su internet attraverso una comunicazione aperta e trasparente;
  • porre loro delle domande specifiche;
  • fornire indicazioni rispetto alle questioni legate alla privacy e all’utilizzo delle informazioni personali diffuse in rete;
  • dare dei limiti rispetto ai tempi e alle modalità di utilizzo;
  • discutere con loro sulle modalità di diffusione e di possibile utilizzo da parte di terzi delle informazioni da loro messe in rete;
  • dare supporto e non criticare in caso di difficoltà relazionali del proprio figlio con i coetanei;
  • creare un proprio profilo sui social network per interagire con i propri figli nelle modalità comunicative da questi preferite, avendo cura di rispettarne la privacy con un atteggiamento non invadente.

E’ bene ricordare che nel caso in cui i genitori avvertissero che il proprio figlio utilizzi internet e i social networks in una modalità coatta e incontrollabile e/o manifesti sintomi psicologici quali tristezza e chiusura emotiva in maniera eccessiva, è importante richiedere un aiuto competente e specifico da parte di uno Psicologo o di uno Psicoterapeuta.

Quando in adolescenza i voti a scuola peggiorano

186Può capitare che con l’arrivo dell’adolescenza si presentino dei problemi con la scuola che prima non c’erano. Un buon rendimento, un comportamento adeguato, lasciano spazio a un disinteresse che sembra essere totale. Da cosa nasce? Quando è il segnale di un vero problema?

Bisogna ricordare che le ragazze, solitamente, riescono a seguire meglio le richieste della scuola. Con il passaggio alle scuole secondarie riescono a sviluppare più precocemente una serie di qualità, come la capacità di concentrarsi, l’autonomia, una maggiore responsabilità, che assicurano risultati più brillanti anche a scuola. I ragazzi, invece, hanno difficoltà ad esaudire le richieste di maturità e applicazione, tanto che spesso diventano gli elementi di “disturbo” della classe. Anche perché, a questa età, ha un maggior successo tra i coetanei il “pagliaccio” rispetto al “secchione”. Il passaggio alla scuola secondaria, può quindi rappresentare un momento di grande cambiamento nei figli, cambiamento che si riflette negativamente sul clima familiare.

I genitori, preoccupati dagli insuccessi, concentrano tutti i propri interventi sul versante scolastico, nel tentativo di arginare un cambiamento che, fino all’anno precedente, sembrava impensabile. Il clima familiare, anche a causa degli scarsi risultati che le azioni dei genitori solitamente ottengono, peggiora gradualmente. Anche il rapporto con i figli si fonda sulla preoccupazione dello studio, del voto: le frasi che si usano più spesso sono “Hai studiato?” o “Quanto hai preso?”. Ovviamente, questo comportamento risulta molto stressante per i genitori, costretti a tenere costantemente sott’occhio compiti, voti, orari, interrogazioni, momenti liberi. Ma una simile pressione diventa lentamente insopportabile anche per i figli, che non esistono più come tali, ma sono solo scolari, solo voti. Un brutto voto non è più un giudizio sul lavoro svolto, ma diventa un giudizio su se stessi: si è insufficienti, non si vale abbastanza. Non deve stupire che la strategia scelta da molti sia quella della “fuga” dal mondo scolastico.

Come aiutare i propri figli? I ragazzi, per impegnarsi, devono essere incoraggiati, e i loro sforzi devono essere riconosciuti, quando le cose vanno bene, ma anche quando vanno male. Meglio, di fronte a un brutto voto, prendere il tempo per parlare, per analizzare insieme cosa non ha funzionato. E’ mancato l’impegno? Il tempo? E’ subentrata l’ansia? Non c’è stata la giusta organizzazione?

Rischioso è fare promesse o spingere allo studio con le minacce: maggiore è il “carico affettivo” che mettiamo sui risultati, maggiori sono le possibilità che l’adolescente usi i brutti voti come mezzo per provocare i genitori ed esprimere la propria voglia di distaccarsi. Attenzione però a non sconfinare nella “sostituzione”: fare i compiti al posto suo fa passare il messaggio che non lo crediamo capace di farcela da solo e, col tempo, corriamo il rischio che il figlio, capito il gioco, sfrutti il genitore per non fare alcuna fatica. Meglio allora un brutto voto, con la rassicurazione che esiste il diritto a sbagliare, e che c’è tempo e modo per rimediare. Concentrandosi meno sui risultati, si lascia spazio per variazioni dell’impegno e dei risultati che aiutano nella crescita. Una maggiore fiducia nelle capacità di nostro figlio, lo aiuta anche a trovare il proprio ritmo, le proprie modalità: imporre i nostri tempi, le nostre regole, le nostre modalità di studio, può essere la strategia sbagliata.

Un peggioramento dei voti può anche essere legato a un evento che in qualche modo altera l’equilibrio dell’adolescente o della famiglia: un trasloco, un lutto, una relazione che si chiude. Il peggioramento nei voti è un vero e proprio segnale che i ragazzi mandano per trasmettere un disagio che non sanno altrimenti come esprimere. Attenzione quindi a rispondere nel modo corretto, indagando sulle ragioni che hanno portato al brutto voto, e non con rimproveri o punizioni.

Attenzione deve essere data anche a quegli adolescenti, spesso ragazze, che danno un peso eccessivo alla scuola e ai risultati di compiti ed interrogazioni. Anche questa può essere una fuga, che mette a tacere tutti i turbamenti dell’adolescenza attraverso un mezzo facile da raggiungere e facilmente prevedibile. Se un adolescente rinuncia per la scuola a tutti i “piaceri” tipici della sua età, come uscire con i coetanei, fare attività sportive, creare amicizie, bisogna interrogarsi seriamente.

Infine, se anche arriva la bocciatura, non è la fine del mondo. Alcuni adolescenti hanno bisogno di più tempo per maturare, e la bocciatura può essere l’occasione per colmare le lacune. In qualche caso anzi, è l’adolescente stesso a suggerire questa possibilità. Essere bocciati poi non significa distruggere il proprio futuro: non mancano i casi di persone che, pur bocciate, applicandosi e sfruttando al meglio le proprie capacità (non sempre valorizzate dal sistema scolastico) hanno avuto vite piene di soddisfazioni e successi.

Luca Pasquarelli

ESSERE GENITORI Un mestiere, quasi, impossibile

Queste riflessioni hanno preso vita dall’esperienza personale di diventare genitore. La nascita di mia figlia ha messo in moto, qualche anno or sono, un processo di crescita che mi ha spinto a mettere in discussione alcune personali rappresentazioni.

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Per quanto si possa conoscere l’argomento, affrontare la nascita di un figlio implica un cambiamento significativo. Non comporta semplicemente responsabilità e doveri ma anche un’acquisizione di un ruolo. Il che non avviene solo perché, a un certo punto, tuo figlio ti chiama papà ma credo che – o meglio sento di aver fatto un’esperienza in questo senso – accada dall’interno un processo di mutazione, un salto generazionale.

È ormai da tempo appurato che le esperienze soggettive cui andiamo incontro lungo il ciclo vitale forgiano i modelli con i quali ci mettiamo in relazione con il mondo. Pertanto, gli stati mentali, ovvero quel groviglio di sensazioni, emozioni, affetti, percezioni e cognizioni che sperimentiamo fin dai primi anni dalla nascita, sono immagazzinati, soprattutto a livello implicito, nella nostra memoria e danno vita a quel bagaglio di stili da cui attingeremo per definire la nostra identità, attribuire significati all’alterità e strutturare un carattere che ci permetta di entrare in contatto con la vita.

La teoria dell’attaccamento ha tuttavia mostrato un elemento da non sottovalutare. In effetti, siamo a conoscenza che tenderemo a ripetere, al di fuori della nostra consapevolezza, le configurazioni che hanno caratterizzato la nostra infanzia. Nella fattispecie, il clima emotivo e i modi che abbiamo trovato per adattarci alle situazioni del nostro passato nella posizione di figli, saranno riproposti e ricreati, con molta probabilità, questa volta in qualità di genitori nei confronti dei figli.

adozioneIn questo senso, è comprensibile che lo stile genitoriale che adottiamo, il modo di “stare con” i nostri figli e di vederci come genitori, sia inscindibilmente legato alla nostra personale, intima e, talvolta, sofferta esperienza di bambino.

In questo senso, diventare madre o padre assume una valenza differente. C’è il pericolo che, siccome nei primi anni il cucciolo d’uomo dipende in tutto e per tutto dalle cure degli adulti, i figli possano trovarsi in mezzo a quelle isole di sofferenza che appartengono al nostro passato senza esserne consapevoli. E, dunque, il loro processo di sviluppo sia in qualche modo influenzato da nostre personali fragilità. Ciò è possibile sennonché si prenda la briga di andare a fondo, attraversando la rimozione, la negazione o l’idealizzazione – strumenti utili per evitare di rivivere la sofferenza di alcune esperienze infantili – e saggiando la gamma di emozioni collegate.

Fare i conti con il proprio passato, oltrepassando il dolore, può indurre la libertà di riaffermare il Vero Sé, in maniera profonda, andando a scovare i talenti che ci sono sempre appartenuti ma, per buone ragioni, lasciati in disparte.

Nel contempo, facilita il compito di mettere i propri figli nelle condizioni di avvertire bisogni e formulare desideri che coinvolgano le loro passioni.

In buona sostanza, è come se testimoniassimo ai nostri figli, e alle generazioni future, che è possibile superare le esperienze avverse, andare oltre, svincolarsi dal fardello che esse rappresentano, affinché s’intraprenda una strada volta alla ricerca vera e profonda di sé. Così facendo, seppur indirettamente, il bambino farà un’esperienza affettiva intensa: vedrà che è possibile non rinunciare alle proprie aspirazioni, affrontare le difficoltà e superarle.

In questo modo, appaiono più chiari gli elementi che possono contraddistinguere una relazione sana e orientata alla sicurezza con i figli:

  • Il bambino va preso sul serio, considerato in ogni circostanza e in ogni momento della sua crescita, per il dono prezioso che rappresenta, facilitando così l’espressione di sensazioni, affetti e sogni;
  • “Tenerlo nella propria mente”; in altre parole offrire uno spazio nel quale sperimentarsi e sul quale contare, al di là dei risultati, fiduciosi sulle ricchezze del mondo interno, sulla creatività e potenzialità di cui è detentore;
  • Incuriosirlo al nuovo e all’incontro con le diversità cosicché esse siano fonte di stimoli, connessioni e reciprocità.

genitori-e-figli (1)Perché si permetta al bambino di spiccare il volo, secondo il suo personale modo di essere, fortunatamente ci viene in aiuto l’amore, inteso come universale fattore di cambiamento, che una madre e un padre sono in grado di donare.

Il senso dell’amore genitoriale consiste nel rendere accessibile l’individuazione soggettiva per mezzo di una separazione reale, non contrastandola apertamente o non divulgandola quasi in maniera superficiale – entrambe modalità inconsapevoli che hanno come denominatore comune il fatto che il bambino non diventi adulto – ma incoraggiandola.

Potrebbe venirci in aiuto l’immagine di un funambolo in equilibrio tra, da un lato, un eccessivo coinvolgimento, ingombrante che non lascia spazio per l’altro, in questo caso i bisogni sembrano più che altro del genitore, e dall’altro un vuoto, una carenza, come se proprio figlio alberghi nella solitudine.

L’essenza verso cui tendere, sembrerebbe piuttosto una presenza di assenza. Il gioco di parole, a mio avviso, raffigura la funzione necessaria perché si lasci all’altro lo spazio per evolvere ed emanciparsi ma, allo stesso tempo, fornendo una vicinanza. L’assenza cui mi riferisco assume i contorni di una partecipazione alla vita dell’altro dolce ed empatica che sembra tanto dire: “Ci sono comunque, qualunque cosa accada”.

Non c’è niente di più bello che avvertire che proprio figlio sia in grado di scegliere e, fare in modo che succedano, i propri intenti, poiché in un certo senso siamo stati capaci di amarlo in misura tale che egli riesca a vivere pienamente il presente e progettare il “suo” futuro.

È un mestiere, appunto, difficile, complesso ma non impossibile. Mi vien da dire che approfondendo la propria interiorità, gettando luce sulle dinamiche più rilevanti del nostro essere e comprendendo i vincoli che hanno avuto ripercussioni sulla nostra soggettività e sulle modalità educative connesse, può accadere che abbia inizio una ricerca di senso individuale e densa.

Una meravigliosa avventura…

 Spunti di riflessione

L’ascolto di questo brano mi ha colpito profondamente; l’ho sentito come intimamente legato: https://www.youtube.com/watch?v=R3Wf53M_YRM

Bibliografia

  • Miller A. (1996), Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Siegel D.J. (1999), La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

 Roberto Doronzo

 

 

 

 

 

 

 

 

La “competenza” del vostro bimbo c’è anche quando non si vede…

Orario-InfanziaIl periodo di congedo per maternità della mamma di Caterina è giunto al termine e ora la piccola di due anni dovrà andare all’asilo nido. Quando a portarla è la mamma, prima di andare al lavoro, Caterina piange e si dispera; e niente riesce a confortarla. Se invece la porta il papà, sembra tranquilla. E’ un mistero. Perché dovrebbe comportarsi così? I genitori discutono a lungo sia della qualità dell’asilo, sia del loro stesso atteggiamento come genitori: la mamma è troppo protettiva? O il papà non è abbastanza affettuoso?

Nella mamma-e-bambinomaggioranza dei casi, la contentezza o l’infelicità dei bambini che arrivano all’asilo non ha niente a che vedere con quanto pensato dalla mamma e dal papà di Caterina. I bimbi come lei, spesso, piangono quando è presente la mamma perché è lei stessa a non essere emotivamente preparata a separarsi dal proprio figlio/a (e certamente per delle buone ragioni). E’ la mamma di Caterina ad essere ansiosa, triste, nervosa o infelice, seppur, molto probabilmente, non ne è del tutto consapevole. Caterina, però, avverte molto bene queste emozioni e le copia. In altre parole è come se la piccola stesse collaborando con lei, comunicandole con competenza un messaggio che, in altre parole, potrebbe tradursi più o meno in questo modo: “Cara mamma, c’è qualcosa che non va tra noi due, qualcosa che non è chiaro. Ti faccio solo sapere che ho capito e penso che potrai assumerti la responsabilità di risolvere il problema, in modo da poter stare meglio entrambe”.

Forse, se chiedessimo alla mamma di Caterina, uscita dall’asilo, se la sua bimba ha collaborato alla separazione, risponderebbe certamente di no. Questo perché, spesso, il concetto di collaborazione che abbiamo nella mente ha più a che vedere con l’adattamento.

Se invece osserviamo il comportamento dei nostri bambini con un “altro paio d’occhiali”, potremmo accorgerci che sono degli esperti sul come comportarsi in molte circostanze. Quando vedete il vostro bimbo che vi imita, raramente vi sentite indignati o confusi, al contrario, ne siete lusingati. Ma quando i bimbi copiano o esprimono sentimenti o attitudini che noi stessi non accettiamo, allora la reazione sarà negativa. In realtà, i bimbi, specialmente se piccoli, ci studiano per capire i nostri sentimenti prima di esprimere i loro. Seppur difficile, quindi, l’utilizzo da parte del genitore di un “doppio sguardo” (rivolto alle sue emozioni e a quelle del suo bimbo) potrebbe essere un valido aiuto per comprendere situazioni e comportamenti che, altrimenti, risulterebbero incomprensibili e, talvolta, disorientanti.

Eleonora Boni

Mamma, guarda, è per te!

Lucy, tre anni e mezzo, è seduta al tavolo della cucina, in attesa che la mamma torni dal lavoro. Il papà, accanto a lei, le suggerisce di disegnare per far passare un po’ il tempo. Dopo un po’ la mamma rientra a casa e Lucy le corre incontro alla porta e le dà il suo ultimo disegno, dicendo: “Guarda, mamma, è per te!”. La mamma prende il disegno, lo guarda e le dice: “E’ proprio bello. Lucy, sei bravissima a disegnare”.

il-significato-dei-disegni-dei-bambiniProviamo per un attimo a “metterci nei panni” di Lucy…forse è corsa dalla sua mamma non per farsi “valutare” il disegno ma per darle un regalo, perché le vuole molto bene e le è mancata. Possiamo ipotizzare che, se la mamma fosse rientrata mentre Lucy guardava la televisione, le avrebbe detto: “mamma, vieni a vedere!”

Lucy, con queste parole, chiede di poter essere vista e, molto probabilmente, chiede che le sue emozioni possano essere riconosciute (“ho sentito la tua lontananza, mi sei mancata, è bello rivederti!!!”). Certamente, le parole della mamma di Lucy sono state dette con l’intento di rinforzare ciò che Lucy ha fatto per lei ma, con questa comunicazione, è come se avesse collegato “l’essere” di Lucy con il risultato da lei ottenuto. Lucy ha offerto alla mamma se stessa e in cambio ha ottenuto una valutazione. Ed allora che fare? Cosa rispondere?Disegni-festa-donna-16

Se la mamma di Lucy volesse sostenere e incrementare l’autostima e il valore della sua bambina potrebbe provare a dirle: “Oh, grazie Lucy. Non capisco bene cos’è, me lo vuoi spiegare?” oppure: “Ciao, tesoro. Mi sei mancata tanto”. In questo modo, la mamma, dà a sua figlia le parole, con un linguaggio personale, della sua esperienza interiore; interpreta le sue espressioni ed i suoi sentimenti. A suon di metafora, è come se questa modalità d’esprimersi, fosse assimilabile a un evento che accende il combustibile del missile e gli dà la carica per farlo partire!!!

Eleonora Boni

 

Pasticciamo???

Pasticciamo?

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Per alcuni bambini la sensazione dell’avere “le mani in pasta” è particolarmente gradevole e spesso ricercata… E non si tratta semplicemente di un tentativo, a volte un po’ goffo, di voler creare qualcosa “facendo un po’ di pastrocchi” . Invece, rappresenta spesso un modo per produrre e continuare esperienze di apprendimento e di crescita.

Pensiamo, ad esempio, alla plastilina.  Attraverso il movimento della pasta nelle mani c’è la possibilità di dar sfogo alle frustrazioni, alla rabbia; è come fare esperienza di una modulazione del proprio mondo emotivo attraverso il contatto con questo materiale malleabile. All’inizio può accadere che “non si sappia che fare” ma dopo aver reso “più morbida” la pasta, magari anche con l’aiuto delle “formine”, la maggior parte dei bambini crea dei veri e propri “disegni di pongo”, dando così una forma simbolica alle proprie fantasie, desideri, esperienze, creatività.

Possiamo pensare che ogni bambino possieda un “canale privilegiato” attraverso il quale può esprimere sé stesso e le proprie competenze: chi lo fa attraverso la musica o la danza, chi attraverso il disegno e chi modulando e dando forma a materiali ed ingredienti… E a tal proposito come non parlare dell’importanza, per alcuni bambini, di poter cucinare e, dulcis in fundo, impastare? I piatti più gettonati sono i dolci perché il fare un dolce è un po’ come fare una piccola magia. Tutti gli ingredienti separati si uniscono, si gonfiano, e si trasformano in una meravigliosa torta soffice e gustosa!

biscotti-bambiniAnche i biscotti o le pizzette possono essere di grande utilità e ispirazione: per i bambini il chiedere di poter tagliare la pasta in tutte le forme più fantasiose favorisce la possibilità di creare dei veri e propri personaggi (e perché no magari anche delle storie): i wurstel diventano gli occhi, i carciofini le orecchie, il naso un pomodoro è così via…

I bambini, svolgendo queste attività sperimentano l’arte del creare e plasmare con le proprie mani attraverso, comunque, la sicurezza dell’essere guidati e contenuti da mani esperte, quelle di mamma e papà. Il cibo, in questo senso, va ad inserirsi in un’esperienza ampia ed articolata, dove è possibile che metta in moto emozioni e pensieri, fantasie e memorie, oltre che processi legati alle aree percettivo-motorie, cognitive, sociali.

Eleonora Boni