Category: Psicologia


“BAMBOCCIONI”? IN BILICO TRA ADOLESCENZA ED ETA’ ADULTA

di Elena Chiara Fumi

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“Alla loro età lavoravo già e avevo una famiglia!” commentano alcune persone in riferimento alle nuove generazioni. Il ritratto che negli ultimi anni è stato fatto dei ventenni e dei trentenni non è particolarmente felice: giovani che vivono ancora con mamma e papà e che non sanno cosa significa essere adulti responsabili. In una trasmissione televisiva una ministra li aveva definiti addirittura choosy”, un termine inglese che indica in modo dispregiativo le persone schizzinose, in questo caso nei confronti delle opportunità lavorative che verrebbero loro offerte.

Consapevoli del fatto che le generalizzazioni siano spesso frutto di pregiudizio e semplificazione, cerchiamo di analizzare più nel dettaglio questa condizione, definita del “giovane-adulto”.

bamboccioniL’espressione “giovane adulto” è stata coniata per indicare coloro che vivono “schiacciati” tra due fasi del ciclo di vita consecutive ma distinte tra loro: l’adolescenza e l’età adulta. L’adolescenza rappresenta etimologicamente la crescita, lo sforzo che bisogna compiere per ricercare la propria identità seguendo un percorso di maturazione biologica, psichica e relazionale. Al contrario, l’adultità è rappresentata da coloro che hanno completato con successo il proprio iter evolutivo, raggiungendo una definizione chiara di sé. Il passaggio da una tappa evolutiva a quella successiva richiede ai soggetti di adempire a dei compiti di sviluppo ben definiti: uscire dal circuito formativo, inserirsi nel mondo del lavoro, raggiungere l’indipendenza abitativa, sposarsi o convivere, costruirsi una famiglia (Buzzi, Cavalli, De Lillo, 2007). Tuttavia, un’indagine dell’Istituto IARD, un network di ricerca sulla condizione e le politiche giovanili, ha dimostrato che i giovani d’oggi sono sempre più spesso incapaci di assolvere a questi compiti, restando imbrigliati in una condizione di dipendenza economica e abitativa dal proprio nucleo familiare, due aspetti ravvisabili soprattutto nei ventenni e trentenni del nostro Paese che, rispetto ai coetanei stranieri, preferiscono permanere in famiglia, godendo di tutte le comodità e ritardando le proprie responsabilità.
In effetti, a chi non piacerebbe tornare a casa e trovare un pasto caldo o le magliette stirate?!
E’ bene sottolineare che se da un lato si tratta di una scelta volontaria – frutto anche della nostra cultura tradizionalmente familiarista – dall’altro lato le gravi condizioni socio-economiche, così come l’inadeguatezza delle politiche di welfare, sono le cause più significative a cui fare riferimento (Schizzerotto, 2002).
Così, il giovane-adulto è colui che staziona a lungo nel circuito formativo, affiancando all’istruzione universitaria percorsi di specializzazione che alimentano il suo desiderio di fare esperienze differenti, di immaginarsi in mille ruoli sociali e che tuttavia posticipano il reale ingresso nel mondo del lavoro, sempre più liquido e incapace di garantire quel senso di sicurezza di reddito e di identità professionali rispetto al passato. Questo senso di precarietà si riflette anche nella sfera privata, come descritto da un fenomeno contemporaneo conosciuto come LAT -Living Apart Together-(Salerno, 2010). Secondo questa teoria molti innamorati, seppur desiderosi di continuare la propria relazione affettiva, non vogliono fare progetti di coppia futuri: il timore di legarsi definitivamente si traduce nella decisione di vivere in abitazioni differenti e di rimandare il giorno in cui diventeranno genitori. Altre volte, l’opportunità di condividere lo stesso tetto è resa possibile dalla propria famiglia che finanzia l’uscita di casa dei figli e contribuisce al loro sostentamento.

in-bilicoIn sintesi, l’incertezza che domina il futuro di questi giovani, il vuoto sociale che li accompagna e che viene colmato da una forma di “iper-protezione” familiare, sono tutti fattori che minano il processo di maturazione di questi soggetti, che preferiscono costruirsi identità intermedie e socialmente poco definite, in bilico tra il ruolo dell’adulto e quello dell’adolescente. L’obiettivo è sostenere questa generazione ad avere fiducia in se stessa e nel domani, aiutando ciascuno a diventare chi vuole realmente essere. Talvolta sarà necessario scendere a dei compromessi ma nessuno ha mai detto che crescere sia facile e la sfida è proprio questa: affrontare la paura e la confusione e fare delle proprie risorse e delle opportunità presenti nel mondo il proprio tesoro.
Quindi, cari “bamboccioni”, fatevi avanti…il futuro è vostro e può riservarvi grandi sorprese. 

 

Bibliografia:

Buzzi, A., Cavalli, A., & De Lillo, A. (2007). Giovani nel nuovo secolo. Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia. Bologna: Il Mulino.

Lancini, M., & Madeddu, F. (2014). Il giovane adulto: la terza nascita. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Malagoli Togliatti, M. & Lubrano Lavadera, A. (2002). Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia.Bologna: Il Mulino.

Schizzerotto, A. (2002). Viete ineguali. Disuguaglianze e corsi di vita nell’Italia contemporanea. Bologna: Il Mulino.

http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2015/11/27/da-padoa-schioppa-a-fornero-da-bamboccioni-a-choosy-archivio-ansa_63fc0ec7-0308-421f-8623-2ea917a4ea93.html

STA ARRIVANDO BABBO NATALE!

di Elisabetta Piola

Le luci e le decorazioni che colorano le città, le canzoncine nei negozi e in televisione, le pubblicità e quell’eccitazione e frenesia quasi palpabili che aleggiano per le strade sembrano volerci ricordare che anche quest’anno sta arrivando Natale con il suo indiscusso protagonista: Babbo Natale!
Per quelli di voi che hanno figli, però, l’entusiasmo per la festa imminente potrebbe essere guastato dalla comparsa di un dubbio comune, su cui almeno una volta ciascuno di noi si sarà fermato a riflettere: è giusto o sbagliato raccontare ai bambini la storia di Babbo Natale? E fino a che età possiamo lasciare che ci credano?

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Il Natale è sicuramente una festa molto amata, in particolare dai bambini.
Ricordiamo tutti con grande nostalgia la trepidante attesa di Babbo Natale, l’entusiasmo nel trovare i regali sotto l’albero, la fretta nello scartarli insieme ai genitori e la gioia di giocarci con fratelli o cuginetti. Probabilmente ricordiamo soprattutto l’atmosfera quasi magica che si creava a Natale quando eravamo bambini, e che ora in qualche modo fatichiamo a rivivere con la stessa intensità.
La storia di Babbo Natale ha molti aspetti positivi, legati a questa sua incredibile capacità di emozionare, di generare stupore ed entusiasmo, così come alla capacità di trasmettere valori importanti, quali la generosità e la condivisione, che riescono a unire le famiglie, attenuare i conflitti e scaldare i cuori almeno in questo periodo dell’anno.
Come ricorda la psicologa Stefania Andreoli in un’intervista per La Stampa, la favola di Babbo Natale ha una straordinaria efficacia nel trasmettere il valore dell’attesa, del dono e della generosità ai bambini, utilizzando, come le altre favole, un linguaggio adatto alla loro età.
Tale racconto, oltre ad aiutarci a dialogare con i nostri figli e a condividere con loro questi valori, ci permette di trasmettere un’immagine del mondo particolarmente positiva, proteggendoli, temporaneamente, dai suoi aspetti negativi.
Il messaggio centrale veicolato dalla storia di Babbo Natale è infatti il seguente: il mondo è un posto bellissimo, fondamentalmente buono, colmo di amore e generosità.
Per quanto sia evidente anche ai più ingenui e sognatori che si tratti di una descrizione poco realistica, il presentare ai bambini un’immagine così positiva, quasi idilliaca, della nostra realtà, concede loro di entrare in contatto in modo graduale con i suoi aspetti meno piacevoli, man mano che acquisiscono le competenze cognitive necessarie per comprenderli (Gill e Papatheodorou, 2002).
Da quanto scritto finora emerge la concreta utilità di questa favola, che ci aiuta a comunicare insegnamenti importanti in modo semplice ed efficace. Tuttavia, il merito maggiore della favola di Babbo Natale è un altro ed è legato proprio al cuore del racconto: la MAGIA.

unknownA lungo gli studiosi si sono concentrati sull’importanza, innegabile, dello sviluppo del pensiero logico nel bambino, a discapito della comprensione di un altro tipo di sviluppo, quello spirituale. La spiritualità, che non coincide necessariamente con la religiosità, va intesa come la capacità di dare un senso più profondo alle cose, di leggere dietro a ciò che è concreto, visibile (Lealman, 1986) e di comprendere appieno il qui ed ora, i misteri ed i valori (Hay, 2000).

Quel senso di stupore, di meraviglia, di entusiasmo che aleggiano intorno a Babbo Natale sono incredibilmente efficaci nel far crescere la spiritualità nei bambini.
Bisogna tenere inoltre presente che i nostri figli fin da piccoli imparano a distinguere realtà e immaginazione. Giocando a “fare finta di” o ascoltando storie di finzione imparano a figurarsi diverse possibili realtà, facendo un esercizio molto importante per il loro sviluppo cognitivo (Palmerini, 2016).
Perché, allora, continuano a credere incondizionatamente ad una storia assurda quale quella di Babbo Natale, anche quando iniziano a diventare più grandicelli?
Come ricordava la psicologa Jacqueline Woolley in un articolo su The Conversation (2016), il motivo è semplice: perché sono proprio i genitori a raccontarla.
I nostri figli ripongono in noi una grande fiducia, che messa insieme alla gioia, allo stupore e a tutte le emozioni e sensazioni positive che la favola di Babbo Natale porta con sé, mette a tacere anche i piccoli dubbi e le perplessità che il bambino già abbastanza presto comincia ad avere. E poi non solo i bambini ma, ammettiamolo, anche noi adulti, abbiamo bisogno di quel pizzico di magia che rende la nostra vita più stimolante.
Raccontare questa bugia però muove spesso vissuti negativi nei genitori, quali il senso di colpa per il tradimento della fiducia che i nostri bambini hanno in noi, e il senso di incoerenza perché mentendo stiamo probabilmente andando contro le stesse regole morali che cerchiamo di insegnare.
I risultati di alcuni studi sul tema sono tuttavia rassicuranti: forse grazie ai piccoli dubbi accumulatisi nel tempo che hanno reso graduale il passaggio verso la verità non sembrano esservi effetti negativi legati alla scoperta della verità su Babbo Natale.
In sintesi, dopo aver considerato alcuni degli aspetti positivi e negativi della favola di Babbo Natale, il nostro consiglio è: non priviamo i nostri bambini di questo entusiasmo, di questa trepidante attesa, di questa enorme gioia; lasciamo che ci credano e che sognino; lasciamo che vivano la magia del Natale e, perché no, magari possiamo tentare di riviverla anche noi!

Buon Natale!

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Bibliografia:
Hay, D. (2000). Spirituality versus individualism: The challenge of relational consciousness, 1st International Conference on Children’s Spirituality, Chichester, UK
Lealman, B. (1986). Grottos, Ghettos and City of Glass: conversations about spirituality. British Journal of Religious Education 8(2), pp.65–71
Palmerini, C. (2016). La psicologia di Babbo Natale. Focus, Italia
Papatheodorou, T. e Gill, J. (2002). Father Christmas: Just a story?. International Journal of Children’s Spirituality, 7:3, 329-344
Salemi, R. (2011). Babbo Natale, è giusto o sbagliato dire ai figli che non esiste?. La Stampa, Italia

Sitografia:

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/buone-feste-la-psicologia-di-babbo-natale

https://www.lastampa.it/cultura/2011/12/19/news/babbo-natale-e-giusto-o-sbagliato-br-dire-

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https://theconversation.com/why-children-believe-or-not-that-santa-claus-exists-70518

Parlare di morte nella nostra cultura quando a morire è un bambino

 A cura di Maria Rinaldi

“Va denunciato il silenzio, il disconoscimento, le lusinghe con le quali l’adulto costruisce un muro: fra il bambino e la morte, in verità fra la morte e sé stesso”

Raimbault G., Il bambino e la morte, La Nuova Italia, Firenze, 1978.

In una cultura come la nostra, ossessionata dal benessere, di morte non si parla.

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Eppure ci ammaliamo, invecchiamo, moriamo. È l’epoca della morte in diretta, del cordoglio tramite “like”, l’epoca del diritto a morire per scelta. Una società circondata da immagini di morte che si scopre tuttavia sempre più incapace di rapportarsi, parlare e comunicare attorno al morire, quando deve passare al livello dell’esperienza e della coscienza.

Il problema sembra essere sorto nel momento in cui nacque la scommessa moderna di poter combattere la morte anziché accettarla. Un po’ come a dire che si muore in base allo stato delle attuali evoluzioni e non semplicemente perché si è nati. In presenza di malattie con prognosi infausta continuiamo infatti ad affidarci ancora, e in modo pressoché totale, alla capacità curativa del medico, confidando in un “delirio di onnipotenza” che ha visto nel corso dei secoli il divaricarsi del rapporto medico e paziente proprio nel momento del morire, finendo per fare dell’evento “morte” il più grande fallimento della medicina. Questo ha contribuito alla progressiva separazione di quegli aspetti che un tempo erano inscindibili della cura e che appartenevano alla cultura medica: curare per guarire “to cure” ma anche il prendersi cura della persona “to care”.

Come dunque poter sostenerne una disponibilità relazionale e promuovere un sistema che sappia prendersi cura di un uomo che muore se è lo stesso concetto di morte ad essere oggigiorno marginalizzato e rinnegato?

E se quell’ “uomo” fosse un bambino, immortale per logica?

Per anni l’infanzia è infatti stata descritta come il regno dell’inconsapevolezza e il tema del fine vita in età evolutiva è stato relegato, ancor più che quello adulto, ai margini della professione medica.

Una prassi, quella della negazione della malattia e della morte in età evolutiva che è di tutta la società. Solo in Italia si stima che esistano oltre 30.000 bambini (età 0-17 anni) con malattia inguaribile e/o terminale eleggibili alle Cure Palliative Pediatriche (CPP), eppure solo il 15% dei bambini eleggibili ha di fatto effettivo accesso a tali cure.

L’idea che i bambini non debbano morire, e che proprio alla medicina sia affidato il compito di impedirlo, è considerata al giorno d’oggi forse la sfida culturale-concettuale più grossa per chi si occupa della cura nel fine vita.

D’altronde comunicare la morte di un bambino è quanto di più difficile si possa immaginare.

Come dunque poter comunicare una prognosi infausta al bambino e alla sua famiglia?

I bambini sono consapevoli di stare per morire? Quali competenze mettere in campo?

È possibile parlare di morte, nella nostra cultura, quando a morire è un bambino?

imagesAi clinici e a i genitori è affidato il difficile compito di capire quando, come e quanto il bambino vuole essere informato, offrendogli il tempo necessario per metabolizzarne il vissuto.

L’età cronologica non è necessariamente predittiva di ciò che i bambini possono apprendere e l’esperienza personale svolge spesso un ruolo di primaria importanza nel comprendere cosa viene loro comunicato. Se di regola a bambini molto piccoli non bisognerebbe dire che stanno per morire per i bambini più grandi la comunicazione dovrebbe essere valutata caso per caso.

Gli studi e la ricerca clinica sembrano confermare che i bambini siano quasi sempre consapevoli di stare per morire, e questo anche in età precoce e a prescindere dal grado di coinvolgimento nel processo diagnostico.

Questo stato di “aperta consapevolezza” continua tuttavia ad essere il più delle volte ignorato nel corso della malattia da uno qualsiasi della “triade” dei soggetti coinvolti (operatori-genitori-bambino). Il bambino si ritrova così spesso da solo ad affrontare le proprie angosce e può scegliere coscientemente di non rivelare i propri pensieri e l’avvenuta presa di coscienza unendosi al personale sanitario e ai genitori in un gioco di reciproca finzione. Una forma di protezione reciproca che il più delle volte conduce all’isolamento fisico e relazionale.

Ad oggi le linee guida invitano pertanto a un approccio comunicativo al bambino quanto più “aperto” e onesto possibile. Nella pratica clinica, tuttavia, si continuano a riscontrare forme di riluttanza nel discutere la prognosi sia con i genitori che con i bambini, soprattutto se infausta e incerta.

L’invito è pertanto quello di provare a integrare la comunicazione all’interno di un processo relazionale e di usare la relazione stessa come strumento comunicativo: creare un ambiente di verità piuttosto che “dire” la verità, dare tempo all’altro di interiorizzare gli elementi che gli vengono forniti, di digerirli e riproporli, decidere anche di starci in quella relazione (Lonati, 2017).

È importante inoltre creare fin da subito un’alleanza di condivisione e di fiducia con la famiglia. Si può infatti pensare di affrontare un discorso così delicato, come quello della comunicazione della morte di un bambino, solo ed esclusivamente se si è riusciti a creare precedentemente una relazione autentica con la famiglia che ne abbia permesso il dialogo, dialogo che dev’essere continuamente rinnovato. Comunicare, pertanto, significa innanzitutto comprendere un linguaggio, e comprendere un linguaggio significa, in ultima analisi, comprendere una forma di vita, che talvolta può differire anche notevolmente dai propri sistemi valoriali di riferimento.

Sembra tuttavia essere la stessa “cultura della morte” a mancare in termini di formazione medica.  L’Istituto Superiore di Sanità ha evidenziato chiaramente come in Italia, nonostante la presenza di una buona legge (DL.vo 38/2010) ad oggi permane una diffusa idea popolare di onnipotenza della medicina, basata più sul concetto di guarigione che su quello di cura.

Come dunque poter pretendere che il medico possa disporsi a una cura globale se le stesse “questioni di morte” vengono di fatto separate dalla formazione e competenza medica?

Se da una parte la mancanza di una formazione professionale adeguata può comportare il rischio di improvvisare la propria condotta clinica basandosi sulle proprie risorse personali, d’altra parte tuttavia rimane indiscussa la difficoltà insita nella domanda: “come fare a dirglielo?”.

Sembrerebbe che la domanda fondamentale non sia tanto cosa dire o come dirlo, quanto cosa fare dopo averlo detto, come continuare a saper “stare” in quella relazione. E la risposta, in tal caso, si delinea al tempo semplice quanto complessa: esserci. Esserci per il bambino e per la famiglia. Prendersi cura del bambino significa del resto prendersi cura dell’intero nucleo famigliare.

La comunicazione che ruota attorno al concetto di morte è pertanto un processo relazionale continuo che dovrebbe iniziare il prima possibile ed essere rinnovato continuamente all’interno di una più generale cultura alla cura e al sentire.

Prima ancora di incentivare una formazione specifica che sappia rapportarsi al bambino morente, e quindi proporne nuove formule assistenziali, è dunque indispensabile recuperare l’arte medica nella sua accezione più ampia, educando ed educandosi alla morte e al morire, ed includendo in tale educazione anche l’età evolutiva.  La vita, in fondo, come ricorda Marta Verna in “Nessuno esca piangendo”, c’è fino a che c’è, e tutti hanno sempre e comunque qualcosa da fare per quella vita. Quel qualcosa è curare.

 

Bibliografia

Lonati G. (2017) L’ultima cosa bella. Libertà e dignità alla fine della vita, Rizzoli, Milano

Verna M. (2016) Nessuno esca piangendo (Italian Edition) UTET.

 

 

Il rientro dalle vacanze – Come tenere ben saldi in mano i remi della propria barca

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Le vacanze estive sono un periodo in cui si interrompono le routine, le abitudini quotidiane, in cui la mente si libera, si possono seguire i propri ritmi e finalmente si mettono  da parte gli impegni lavorativi. Per molti di noi è proprio così, il tempo si dilata e si riesce a godere ogni momento vivendo la libertà di fare ciò che si vuole.

bambini-al-mare493 L’essere rilassati senza la pressione dei doveri quotidiani ha un impatto immediato sui rapporti familiari, le arrabbiature con i figli diminuiscono drasticamente, loro sono più tranquilli e ubbidienti e anche con il coniuge  le cose sembrano funzionare. In vacanza ci si può divertire e coccolare per cui non si hanno sensi di colpa se si spendono tempo e denaro per noi stessi, siamo più spontanei, sorridiamo e ridiamo di più e risulta più facile stringere nuove amicizie.  La mente è libera di vagare e di sperimentare una sensazione di leggerezza, ci si guarda più intorno, si fa più attenzione alle sensazioni.

Per altri invece la vacanza è un periodo faticoso che costringe  ad abbandonare la sicurezza della prevedibilità quotidiana e a passare l’intera giornata in famiglia, con un coniuge con cui si ha ben poco da dire e condividere e dei figli che costringono a non abbassare mai la guardia. La sensazione predominante è sentirsi in gabbia e allora si guarda con invidia chi è single e libero di gestire liberamente il proprio tempo senza dover rendere conto a nessuno o chi è libero addirittura di lavorare in agosto in città.  Non per tutti infatti la vacanza è considerata portatrice di benessere, addirittura può aumentare i livelli di stress.

Arriva comunque per tutti il momento di tornare a casa, da metà agosto sulle riviste si leggono consigli su come affrontare il rientro da tutti i punti di vista: come ritornare in forma dopo i vizi di gola, come non farsi prendere dallo sconforto a dover indossare nuovamente la “divisa da lavoro”, come scendere a patti con il desiderio di passare il resto della vita sull’isoletta greca, mandando all’aria gli innumerevoli compiti a cui la nostra vita abituale ci costringe.

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In realtà il momento del ritorno può essere un momento di riflessione. Rispondere a queste tre domande ti potrà aiutare a capire cosa nella tua vita quotidiana può essere migliorato: non è infatti una buona cosa vivere aspettando di partire per le vacanze, così come stare male all’idea di dovere interrompere il lavoro o di lasciare la propria casa.

1. Come sono stato/a in vacanza?

2. Cosa a contribuito a farti stare come sei stato? La libertà di fare quello che volevo; il tempo libero; lo stare con gli amici; lo stare con il mio compagno/compagna; lo stare con i miei figli, non pensare al lavoro; dedicare energie e tempo a me stesso/a; potere/dovere rompere con la routine quotidiana; non potere/dovere lavorare; non potere/dovere stare con i colleghi

3. Cosa ti preoccupa del rientro a casa? Ricominciare con la routine; non potermi dedicare del tempo; le troppe cose da fare; i doveri familiari; essere nuovamente solo/sola a dovermi occupare della gestione domestica; non riuscire a vedermi con gli amici; il lavoro; i rapporti con i colleghi; la perdita di libertà.

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Renderci conto di cosa ci manca, di quello che non ci sta bene o che vorremmo è il primo passo per poter migliorare il nostro stato psicologico e fisico.  Dopo che avrai fatto chiarezza in questo senso, rispondi a questa domanda:

I miei comportamenti e le mie azioni incidono significativamente sulla mia vita o tutto dipende dal caso, dalla fortuna e dal destino?

Individuare quello di cui hai bisogno non è sufficiente per cambiare il tuo stile di vita, è infatti fondamentale che tu sia in grado  di inserire dei cambiamenti anche piccoli nella tua quotidianità. Se sei convinto di essere tu l’artefice della  tua vita, sei sulla buona strada. Questo significa che sei in grado di intervenire attivamente suoi tuoi comportamenti, azioni e abitudini.  In psicologia, chi ritiene di poter condizionare il proprio futuro attraverso la propria volontà viene definito con  un locus of control interno.  Viceversa se hai difficoltà a pensarti come attore protagonista della tua esistenza e ti poni con un atteggiamento passivo, avrai molte più difficoltà a cercare di migliorare la tua condizione perché vivrai le situazioni come ineluttabili  e indipendenti dalla tua volontà: in questo caso rientri tra coloro che hanno un locus of control esterno.

Ora che sei tornato/a alla tua vita abituale non aspettare con ansia la prossima vacanza, ma cerca di rendere la tua vita più vivibile. Individuate le cose che non vanno, chiediti quali piccoli cambiamenti puoi introdurre per modificarle, ricordando sempre che la costanza possiede una grande forza (come la continua caduta di una goccia d’acqua in una caverna può formare delle incredibili stalagmiti). Non sempre è necessario fare la rivoluzione per ottenere un cambiamento significativo.

E tu, che invece non vedevi l’ora di tornare al lavoro, domandati come mai non riesci a godere della libertà di svestire gli abiti professionali per dare voce e spazio ad altre parti di te che forse hai dimenticato ma che sono comunque presenti.

Comunque sia riprendi i remi della tua barca in mano e decidi tu la rotta!

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 Chiara Ripamonti

E chi lo avrebbe mai detto: LA MUSICA PUÒ AIUTARE!

Ciò che non si può dire e ciò che non si può tacere, la musica lo esprime.

Victor Hugo

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La musica è ormai inserita a pieno titolo all’interno dei nostri valori spirituali, morali ed etici. Può rappresentare un utile veicolo per diffondere significati che appartengono alla nostra cultura da svariati secoli.

È una componente significativa dell’esperienza umana che s’intreccia con le emozioni, con la regolazione degli affetti e con gli scambi interattivi. Ha, senza ombra di dubbio, un ruolo importante nei processi psicologici implicati nei modelli relazionali che usiamo nella nostra vita quotidiana per entrare in contatto con noi stessi e gli altri.

Dneuroscience-of-music1-900x900al punto di vista neurobiologico, sebbene non sia stata identificata una struttura cerebrale specifica, le evidenze scientifiche hanno messo in luce il fatto che la musica eliciti la coordinazione tra aree cerebrali differenti.

Ascoltando musica, sono pertanto implicati meccanismi fisiologici che stimolano e rinforzano processi d’integrazione tra stati fisiologici e realtà emotiva.

Ma in che modo può fornire sussidio nei processi che riguardano la nostra salute fisiologica e psicologica?

La ricerca ha dimostrato che la frequenza nelle melodie di molte composizioni musicali duplica l’effetto della voce umana. Quindi, una volta che le frequenze sonore arrivano al nostro orecchio, esse attivano dei sistemi di elaborazione che sono strettamente associati alla regolazione affettiva, all’ingaggio sociale e agli stati di calma diffusa, proprietà che sappiamo essere alla base di un equilibrio psichico.

È, in effetti, stupefacente apprendere che particolari frequenze sonore, contenute nella voce umana – come ad esempio le intonazioni di una mamma intenta a cantare la ninnananna al proprio bambino –, siano riscontrabili in molti dei brani musicali che colgono la nostra attenzione. Il che può far supporre che tali sequenze siano esplicitamente in relazione con stati di quiete che si propagano nel nostro corpo e nella nostra mente.

Come sappiamo, le situazioni di fragilità – ad esempio traumi, lutti e disagio psichico – abbassano il funzionamento delle strategie volte a mantenere e ricercare benessere, diminuiscono le nostre potenzialità nell’entrare in relazione proficuamente con gli altri e depotenziano le capacità di gestire gli eventi emotivi.

In questo modo, la musica rientra tra gli strumenti che possono andare incontro alle nostre competenze individuali e interpersonali. Può lavorare indirettamente nella direzione di:

  • Aumentare il funzionamento dei sistemi sociali;
  • Migliorare il raggiungimento di stati di sicurezza soggettiva che possono essere mantenuti per più tempo e in maniera autonoma;
  • Favorire l’emergere di strategie individuali per far fronte alle situazioni stressanti.

Così facendo, l’individuo potrà sentirsi padrone delle proprie capacità e avere fiducia nel raggiungere i propri desideri, vivendo in maniera più profonda il presente e progettare un futuro più attinente e praticabile.

E forse raggiungere una risolutezza maggiore per scendere a patti con gli elementi dolorosi del proprio passato?

Provare per credere 

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Quante volte vi sarà capitato di udire un brano alla radio, o sulla vostra playlist, che ha avuto il pregio di diffondere una certa serenità.

Avrete sicuramente sperimentato il fatto di avvertire sensazioni positive, sentendovi in pace con voi stessi e pronti a stare, con piacere, insieme con gli altri.

Suggerirei dunque di dedicarsi qualche minuto, in cui poter assumere una posizione comoda e rilassante, scegliere un buon brano da ascoltare cercando di lasciare da parte i pensieri che vi disturbano.

Qualora voleste sperimentare e saggiare delle composizioni che fanno al caso nostro, più avanti troverete alcuni collegamenti.

Una volta terminato l’ascolto prova a chiederti:

  • Quali sensazioni nel corpo ho avvertito?
  • La mente dove mi portava?
  • Cosa mi ha sollecitato?

Se hai voglia di condividere la tua esperienza, non esitare a scrivere.

Buon “tempo per te”!

Link suggeriti:

https://www.youtube.com/watch?v=LzfpvMe1avk

https://www.youtube.com/watch?v=MTWsc_uic1E

https://www.youtube.com/watch?v=5-MT5zeY6CU

di Roberto Doronzo

Gli opposti si attraggono?

L’idea che “gli opposti si attraggono” è nella nostra società quasi una convinzione, rafforzata continuamente da serie tv, film, riviste, libri e racconti di amici in cui due persone che all’inizio non si sopportavano, finiscono poi per amarsi alla follia. Ma è proprio così? Vediamo insieme cosa ci dicono le ricerche fatte su questo argomento.

Cominciamo dicendo che la maggior parte delle persone sembra convinta di questa idea. Già nel 1991, quasi l’80% degli studenti universitari intervistati dalla psicologa statunitense Lynn McCutcheon era d’accordo con l’affermazione che nelle relazioni romantiche gli opposti si attraggano. In molti libri e siti internet è suggerito che la somiglianza tra i partner porti alla noia, mentre differenze di personalità, valori e comportamenti siano la base per un’irresistibile attrazione.

78297I risultati di molti studi svolti negli ultimi dieci anni sembrano confermare però non tanto che “gli opposti si attraggono”, ma che “il simile attira il simile”. Normalmente infatti, ci sentiamo più attratti da persone che condividono con noi molte caratteristiche. Riflettiamoci un momento: quando cerchiamo un possibile partner, ad esempio su un sito per incontri o su un social network, da dove iniziamo? Proprio dagli interessi comuni o da caratteristiche condivise: un gruppo musicale, un particolare libro o film, la lingua parlata, i luoghi frequentati, gli hobby, il tipo d’istruzione. Anche quando una persona che conosciamo vuole fare il “cupido”, parte proprio da questo: “Sarebbe perfetta per te! Anche lui/lei…”. Le persone con caratteristiche simili hanno infatti più probabilità di sentire attrazione reciproca rispetto a quelle che non hanno nulla in comune, o che sono agli antipodi.  Nangle (2004) ha scoperto che questo non vale solo per le relazioni romantiche, ma anche per le amicizie. Ma non è tutto: la somiglianza nella personalità è anche un utile elemento per prevedere la stabilità e la felicità della coppia. Possiamo facilmente ricordare situazioni in cui abbiamo creato un miglior rapporto con una persona che condivideva con noi idee politiche, passioni letterarie o sportive. Gli aspetti simili hanno fatto da base per sviluppare un rapporto più profondo e più intenso. Chi la pensava in modo molto diverso da noi ci è invece sembrato subito “antipatico” e non abbiamo avuto modo di conoscerlo meglio, rendendo il rapporto superficiale, magari anche conflittuale.

imagescazxf86tDa dove nasce allora l’idea che gli opposti si attraggono? Forse, almeno all’inizio, era una trama meno prevedibile per film e romanzi. Le differenze iniziali dei protagonisti rendevano difficile pensare che avrebbero finito per mettersi insieme. Oggi questa idea rimane come modello di un “lieto fine” per una situazione iniziale apparentemente impossibile, ci dà la speranza che ci siano soluzioni positive del tutto inaspettate. Un’altra spiegazione è forse legata alla diffusissima idea del partner come di colui che ci “completa”. Deve quindi essere complementare rispetto a noi, per coprire le nostre mancanze, per “incastrarsi” alla perfezione.

Ma è proprio vero allora che gli opposti non si attraggono, anzi, che addirittura si respingono? Non è esattamente così. In primo luogo, dobbiamo dire che non sempre quello che diciamo di volere nel partner è quello che poi ci piace. Quindi possiamo accorgerci che ci piace proprio quello che dicevamo di non volere. Ecco che, finalmente, ci siamo innamorati dell’opposto! Ma non è finita qui. Alcune ricerche suggeriscono che piccole differenze tra partner possano essere stimolanti per la vita della coppia. La situazione ideale potrebbe quindi essere una base comune, con qualche differenza che favorisca la discussione e il dinamismo della coppia, così come la crescita individuale. Gli opposti non si attraggono… Ma qualche differenza è salutare.

Luca Pasquarelli

Disturbi post traumatici da stress. Come affrontarli.

Non si parla più del terremoto di Amatrice sulle prime pagine dei giornali; e, probabilmente, con la prima neve che imbiancherà le montagne e le rovine, ovattando il paesaggio, anche il ricordo di chi non ha vissuto questa tragedia andrà sfumando. Ma i boati delle pareti che crollano, le grida di chi è rimasto intrappolato dietro la porta di casa e lo strazio di chi è sopravvissuto a chi non ce l’ha fatta rimarranno nel cuore e nel corpo di chi è stato svegliato di soprassalto quella notte del 24 agosto.

Disturbo post traumatico da stress è il termine utilizzato dai professionisti della salute mentale per indicare l’espressione della sofferenza psichica di chi è stato vittima di un evento fortemente traumatico, che si esprime con una serie di criteri diagnostici elencati di seguito (secondo il DSM-5):

Terremoto-Amatrice-18-990x641- I ricordi intrusivi ricorrenti che emergono senza che ci sia la volontà della persona

– Sogni angoscianti ricorrenti

– Reazioni dissociative (per esempio flash back) in cui la persona ha delle sensazioni e si comporta  come se stesse rivivendo l’evento traumatico

– Intensa sofferenza psicologica in presenza di stimoli interni o esterni che ricordano l’evento vissuto

– Evitamento degli stimoli associati all’evento per esempio ricordi spiacevoli, pensieri, luoghi, persone, attività

– Alterazioni negative di pensieri ed emozioni associati all’evento, per esempio incapacità di ricordare aspetti  importanti associati all’evento, convinzioni e aspettative esagerate e distorte (la natura è matrigna, nessun luogo è sicuro); vivere in costante stato di allerta, paura, rabbia..; ridotto interesse e partecipazione in attività che un tempo si amava fare; distacco ed estraneamento verso gli altri; incapacità persistente di provare emozioni positive.

– Alterazioni nell’attivazione psichica (arousal) e della reattività per esempio comportamento irritabile ed esplosioni di rabbia di fronte a piccole o a nessuna provocazione; comportamento spericolato o autodistruttivo, ipervigilanza, risposte esagerate di allarme, problemi di concentrazione e problemi del sonno

E’ come se il tempo si fosse fermato a quella notte intrappolando la mente e il corpo di chi l’ha subita non permettendogli di tornare a una condizione di normalità. La quotidianità perde di significato ma soprattutto diventa difficile proiettarsi nel futuro progettando la propria vita.

Questa condizione può essere superata ma per farlo bisogna riconoscere la propria sofferenza e chiedere aiuto a uno psicoterapeuta o a uno psichiatra!

I sintomi che abbiamo elencato riguardano anche i bambini. E’ sbagliato credere che essendo piccoli non si siano resi conto della tragedia e abbiano vissuto il terremoto e le giornate a seguire come un’avventura. Anche i vostri bambini hanno bisogno di essere aiutati a rielaborare questo trauma e a trovare dentro sé stessi le risorse per ritrovare la serenità.

L’unità di ricerca sulla resilienza afferente al dipartimento di psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e diretta dalla Prof.ssa Cristina Castelli organizza interventi formativi di sostegno psico-educativo a seguito di calamità naturali.

Il team costituito da docenti dell’ateneo, psicologi ed educatori interviene direttamente sul territorio per promuovere processi di resilienza che consentano agli utenti di elaborare l’esperienza traumatica vissuta e uscirne vincitori. Le loro azioni sono rivolte a minori delle scuole primarie e secondarie, ai loro genitori, insegnanti e altre figure educative deputate alla loro presa in carico.

Per ulteriori informazioni, visitate il sito https://resilienzarires.wordpress.com o contattare l’indirizzo email riresinfo@gmail.com

La complessità dei sistemi, il contributo di William J. Coburn

William J. Coburn ha tenuto lo scorso marzo all’Università di Milano Bicocca un seminario dal titolo “Il cambiamento in psicoanalisi tra certezze e casualità. I sistemi dinamici non lineari” dando il proprio contributo all’integrazione tra psicoanalisi e neuroscienze attraverso il concetto di “complessità psicoanalitica”.

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La complessità, fin dai tempi di Newton, non poteva essere neanche immaginata. A quell’epoca, il ragionamento era di tipo riduzionistico: la somma delle parti era uguale al tutto e il tutto poteva essere ridotto alle singole parti. Allo stesso modo, sapendo qual era lo stato iniziale, si poteva conoscere qual era quello finale; la variabilità degli esiti era associato a errori di misurazione e osservazione. In realtà, esistono due tipi di sistemi: i sistemi deterministici periodici, prevedibili, e i sistemi deterministici non periodici, imprevedibili. Attenzione, però, un sistema prevedibile, a un certo punto della sua evoluzione, può mostrare un comportamento caotico completamente inatteso per lo scienziato. In altre parole, un sistema può iniziare come periodico e trasformarsi in aperiodico. E’ importante sottolineare che molto del nostro mondo è aperiodico e che, in passato, gli scienziati hanno ignorato questo aspetto. Un esempio concreto di sistema complesso è il comportamento da stormo, che viene usato per capire i tumori: “così come avviene per le cellule tumorali è l’intero stormo che determina la direzione e non il singolo uccello”.

La psicologia e la psicoanalisi, da questo punto di vista, sono arrivate in ritardo: la rivoluzione della complessità avviene all’inizio del XX secolo. C’è stato prima il tentativo riduzionista di classificare la natura umana: in altri termini, l’inusuale e l’anomalo era messo ai margini, come il malato mentale.  “Il paziente era considerato un oggetto da analizzare alla stregua di un campione biologico messo sul vetrino del microscopio, senza considerare che lo psicoanalista avrebbe per esempio potuto starnutire  sul vetrino e che l’impatto dello starnuto sarebbe dipeso dalla loro relazione”.

20160311_155024A questo punto, la domanda è “come può il mondo delle esperienze emotive esser compreso alla luce della complessità? In quale modo l’essere umano può essere riconsiderato, in particolare nel processo di cambiamento nel trattamento?”.

A questa domanda Coburn risponde:

La “complessità” dipende a grandi linee, dalla misura del numero di elementi in un sistema, dalla connessione di questi elementi, dalla loro capacità di adattarsi e auto-organizzarsi e dal loro grado di differenziazione. La complessità la troviamo anche in un sistema aperto che è dunque in grado di modificarsi in seguito a input esterni  ed è caratterizzata dall’impossibilità ad essere compressa, attributo che ha origini nella matematica e nella teoria dell’informazione (nelle quali ridurre e comprimere sono finalizzate a semplificare la rappresentazione). Il mondo esperienziale, complesso e incomprimibile  deve essere considerato nel suo continuo modificarsi ed evolversi.  Per questo è riduttivo volere ricondurre il disagio psicologico a un’etichetta nosografica come fa il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). L’azione terapeutica emerge dall’esplicita accettazione di quest’idea. Questa prospettiva dei sistemi aperti, fluidi, dinamici, intrecciati e relativamente imprevedibili è “rivoluzionaria” così come la sua applicazione in ambito psicoanalitico, che si definisce “complessità psicoanalitica”. La diade psicoterapeuta-paziente è da considerarsi un sistema complesso dove entrambi i componenti agiscono coattivamente, sia il paziente che il terapeuta a loro volta sono da considerarsi dei sistemi complessi in quanto a livello individuale passato, presente e futuro immaginato sono strettamente legati tra loro secondo un rapporto non lineare.

 Emma Caruso, Diana Mabilia, Debora Vivenzi

L’Ombra

L’OMBRA

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L’Ombra è stata probabilmente una delle più grandi intuizioni dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung. Nella sua psicologia rappresenta una figura del mondo interiore dai tratti oscuri e indesiderati: l’Ombra personale di ciascun individuo è intesa come un insieme di contenuti rimossi, repressi o semplicemente svalutati poiché soggettivamente percepiti come incompatibili con la forma di vita scelta coscientemente. Sebbene tali elementi oscuri bilancino l’unilateralità luminosa della coscienza e proteggano la psiche da sterili irrigidimenti, proprio in quanto elementi d’Ombra, possono essere vissuti come qualcosa di disturbante o pericoloso. Ecco perché di fronte all’emergere di un contenuto umbratile l’Io spesso reagisce difendendosi: desidera sbarazzarsi della minaccia che questo lato oscuro pone alla propria presunta identità.

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Tra i meccanismi difensivi più frequentemente impiegati per gestire questo accadimento c’è la proiezione: attraverso di essa le caratteristiche inferiori o intollerabili, e in generale tutte quelle disposizioni che non vengono vissute coscientemente sono proiettate all’esterno, in contenitori idonei ad accoglierle. Fenomeni come i pregiudizi ingiustificati o le condanne irrazionali sembrano essere tutti riconducibili a meccanismi proiettivi attraverso cui il soggetto materializza nell’ambiente un doppio malvagio che gli consente di mantenere una immagine di sé priva di difetti.

L’Ombra quindi, sebbene largamente inconscia, può esercitare un enorme potere sulla vita ordinaria dell’individuo condizionandone il comportamento e l’affettività. Tenacemente ancorata al suo portatore non può essere eliminata ma progressivamente integrata durante il processo di individuazione, quel percorso che secondo Jung conduce alla realizzazione del proprio Sé come essere singolo. La prospettiva quindi non si riduce alla scelta tra luce e oscurità, ci si deve piuttosto orientare verso il riconoscimento di tutte le istanze psichiche, riequilibrando gli opposti senza asservirsi a nessuno di essi. Dopotutto il lato oscuro dell’uomo è pur sempre di sua appartenenza e integrarlo richiede “risolutezza morale” (Jung, 1951): occorre ammettere ciò che è inammissibile ma tuttavia umano.

Non si tratta di un percorso semplice: riconoscere e accettare le parti più indesiderate della propria Psiche crea una tensione che può destabilizzare e far desistere. Un esempio classico è il personaggio letterario del dottor Jekyll del romanzo di R.L. Stevenson: secondo una interpretazione junghiana di questo racconto, l’Ombra del medico è a tal punto soffocata e rimossa da esteriorizzarsi e divenire una entità autonoma che si aggira nei bassifondi londinesi sotto le sembianze di Mr Hyde. Jekyll combatte il proprio lato oscuro incrementandone l’oscurità con difese inopportune, quando invece sarebbe più produttivo avere il coraggio di prendersene carico. L’energia dell’Ombra deve cioè essere trasformata, non negata, poiché solo così diviene possibile una reale crescita.

ombra_a L’importanza dell’integrazione d’Ombra e il suo legame con la dimensione  etica e morale appare ancora più evidente quando se ne esaminano gli  effetti sul piano collettivo. L’Ombra collettiva è riposta in ciò che il  canone culturale dominante mette al bando e si manifesta nella ricerca di  un capro espiatorio su cui far ricadere la colpa del Male e del disagio  comuni. Integrare l’Ombra è quindi un compito a cui nessun soggetto, in  quanto singolo o membro di un corpo sociale può sottrarsi: in tal modo  infatti la parte inferiore, diventata conscia, si rende disponibile alla  correzione. La sua assimilazione conduce l’essere umano a diventare un individuo più consapevole di sé dei suoi rapporti con gli altri.

Francesco Bisoffi

 

Letture consigliate

Jung, C.G. (1951). Aion, trad. it. in Opere, vol. IX**, Torino: Bollati Boringhieri (1997).

Per ulteriori approfondimenti bibliografici:

Casement, A. (2009). L’Ombra, In R. K. Papadopoulos (a cura di), Manuale di psicologia junghiana. Bergamo: Moretti&Vitali.

Jacobi, J. (1965). La psicologia di C.G. Jung. Trad. it. Torino: Boringhieri.

Mattoon M.A. (Ed.) (1987). The archetype of shadow in a split world, Einsielden: Daimon Verlag.

Trevi, M., & Romano, A. (2009). Studi sull’Ombra. Nuova edizione. Milano: Raffaello Cortina.

 

 

Noi costruttori di realtà

“L’illusione più pericolosa è quella che esiste soltanto un’unica realtà.” 

PAUL WATZLAWICK

   

263344-1“Questa non è una pipa”.

Così recita la frase lasciata dall’artista.

Ma allora che cos’è?

Eppure sembra proprio una pipa. Linee, forma, colore… tutto fa pensare  che sia    una pipa!

Forse c’è un’illusione ottica, guardandola da una prospettiva diversa si vede qualcos’altro. Provo a girare l’immagine…

Niente, vedo sempre una pipa.

Magari il trabocchetto è nelle parole, ma la frase è talmente semplice che non può essere.

Dove sta allora l’inganno? Perché una pipa non è una pipa?!

Renè Magritte, l’autore dell’opera, ci svela così l’arcano:

fkqq00 “Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe  fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa.”

 Effettivamente ha proprio ragione: lui non sta negando la realtà, nega che la  rappresentazione di un oggetto corrisponda all’oggetto reale.

 Sin dal primo respiro, dal primo sguardo, dal primo suono siamo stati inondati dalla  miriade di stimoli che l’ambiente ci offre. Addirittura alcuni affermano che già nel g  grembo materno i nostri sensi erano attivi e funzionanti. Ciò ci ha permesso e ci  permette di assimilare informazioni di natura uditiva, visiva, olfattiva, gustativa,  tattile sulla realtà che ci circonda. Durante il percorso di elaborazione nel nostro  cervello, queste “immagini sensoriali” si integrano perdendo sempre di più il loro  grado di specificità e separatezza e acquisendo delle nuove proprietà  sovracategoriali  e multidimensionali.

Prendiamo ad esempio la pipa (questa volta proprio l’oggetto pipa). La vedo, nei suoi colori e nelle sue fattezze, posso annusare l’odore di tabacco che si sprigiona dal suo fornello. Prendendola in mano posso sentire sotto i polpastrelli la testura del cannello e portando le labbra al bocchino assaporare il gusto che rilascia. Dopo tale esperienza, nel momento in cui una persona nominerà anche solo la parola “pipa”, sarò in grado di riportare alla mente la fotografia che ho ricavato dal mio primo incontro con quell’oggetto. È venuta così a costituirsi in me la rappresentazione della pipa. Nel corso della mia vita tale rappresentazione potrà essere aggiornata e arricchita, poiché potrei vedere altre pipe, oppure perché ad essa assocerò particolari significati.

Quanto descritto per un semplice oggetto avviene costantemente e inconsapevolmente in ogni momento per ogni esperienza che facciamo del mondo: per le persone che incontriamo, per le relazioni che con esse instauriamo, per le situazioni in cui ci troviamo. Arricchiamo le nostre rappresentazioni di tutte le emozioni e i pensieri che ci suscitano. In pratica, proprio come Magritte ha dipinto la sua pipa, ogni giorno “dipingiamo” dentro di noi ciò che viviamo.

come-dipingere-un-paesaggio-sulla-stoffa_96a630315541e85b6f71d1b53079ffb6Da questa prospettiva è più semplice comprendere quindi come ognuno di noi, scegliendo tra una varietà infinita di tinte e una gamma spropositata di tecniche, possa realizzare un quadro diverso da quello di tutti gli altri sebbene il soggetto sia lo stesso.

Nonostante due persone possano condividere la stessa percezione della realtà, il modo in cui essa verrà rappresentata nella loro mente sarà differente, poiché dipenderà dalla loro storia personale, dalla  loro stato psicologico del momento, dalle credenze pregresse relative a quell’avvenimento, dal loro personale stile utilizzato per conoscere il mondo.

Perché è importante sapere ciò?

Secondo l’approccio teorico denominato “Costruttivismo”, rendersi consapevoli del fatto che esistono tante rappresentazioni diverse quante sono le persone a questo mondo, ci permette di essere attivi protagonisti nella costruzione della nostra realtà.

Infatti possiamo comprendere come gli altri possano avere un punto di vista diverso dal nostro perché hanno un proprio vissuto soggettivo, oppure che ci possano essere delle incomprensioni perché abbiamo modi differenti di leggere gli eventi. Può aiutare a rivalutare un evento passato considerato negativo perché in quel momento i colori della tavolozza disponibili erano solo sfumature di grigio, perché le emozioni e i pensieri erano per lo più pessimistici.

La questione è comprendere che, a partire da una percezione comune del mondo, la ricchezza di ognuno sta nel suo personalissimo modo di dipingerlo, nel particolare significato che ha per lui e solo per lui.  Certo, a volte, riguardando il nostro quadro, ci accorgiamo che non ci piace , che abbiamo tralasciato dei particolari, che ci sono degli errori, che gli altri potranno non apprezzarlo, ma non dimentichiamoci che, essendo noi gli autori, abbiamo sempre la possibilità di poterlo cambiare.

Serena Carpo

 

SE VUOI SAPERNE DI PIU’

Il Costruttivismo

Se sia possibile conoscere oggettivamente la realtà così come essa è e non come appare è una delle questioni che per lungo tempo ha tenuto occupati filosofi ed epistemologi. Secondo l’approccio costruttivista, il punto di vista da cui  l’uomo osserva il mondo è influenzato dalla sua soggettività, ovvero, ciò che viene osservato non può prescindere dalla natura di chi osserva.

In psicologia, in particolare, questa posizione è stata sostenuta a partire dagli anni ’50 da George Kelly che nella sua opera <<Psicologia dei costrutti personali>> (resa nota negli Stati Uniti nel 1955) propone la metafora secondo cui “l’uomo sta alla sua mente come lo scienziato sta alla propria teoria”.  Con ciò egli intende affermare che la conoscenza che l’uomo ha del mondo non è una semplice registrazione delle informazioni raccolte, ma un vero e proprio atto costruttivo ed interpretativo. Ciascuno conosce la realtà non per quella che è, ma per il significato che le attribuisce. In quest’ottica assumono grande importanza le differenze individuali che caratterizzano la storia personale di ognuno.

Jerome Bruner (1990), un altro importante autore, afferma che attribuire un significato a un evento è sempre un atto emotivo, che esso non è conoscibile a priori e che la sua razionalità è narrabile solo a posteriori.

Nella clinica la teoria costruttivista spiega l’insorgere della sofferenza nelle persone con la formazione di pensieri negativi di vario tipo. Essi sono tali poiché è l’individuo stesso ad avere attribuito loro quel significato.  Un evento risulta essere avverso in quanto è il soggetto, per il suo personale modo di vedere le cose, che lo percepisce come avverso.

Questa particolare modalità di funzionamento è stata associata, ad esempio, a stati depressivi in cui attività di pensiero come la ruminazione e il pensiero previsionale  divengono sempre più intrusivi e maladattivi.

Essendo quindi la realtà costruita sulla base della propria soggettività, nel momento in cui tale visione non risulti ottimale, è possibile modificarla elaborando nuove soluzioni e nuove modalità esistenziali, affettive e cognitive.

Questa teoria è stata accolta all’interno delle psicoterapie cognitiviste che, in generale, si pongono l’obiettivo di identificare i principali pensieri disfunzionali dell’individuo, renderlo consapevole della loro presenza e pregnanza, confutarli e sostituirli con pensieri più adeguati.

Ad esempio, uno studente può percepire un esame come un evento ostile poiché genera in lui emozioni come ansia e paura e pensieri di inadeguatezza o inferiorità. Il terapeuta potrebbe aiutare il ragazzo ponendo la sua attenzione sul fatto che, quando non si fa travolgere dalle emozioni e dai pensieri negativi, può raggiungere risultati soddisfacenti. Quindi una strategia efficace per affrontare l’esame potrebbe essere quella di pensarsi come una persona competente nello svolgere i propri compiti o pensare che, eventualmente se l’esame dovesse andare male potrà ripeterlo l’appello successivo.

A partire dall’assunto costruttivista, il lavoro del terapeuta sta quindi nel sostenere ed aiutare il paziente a individuare il proprio stile conoscitivo, con i relativi pensieri disfunzionali, e nell’incoraggiarlo nella costruzione di punti di vista alternativi che possano fornirgli una visione più positiva di sé e della realtà.