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È NATO PRIMA IL RUOLO DI GENERE O LA GALLINA?

Di Gaia Giulia Angela Sacco

Il presente articolo è un approfondimento di quello precedentemente pubblicato “Identità fa rima con libertà? (nel blog di Psyché, luglio 2021) e prende spunto dal fatto che, come purtroppo la cronaca testimonia quotidianamente, in Italia ci sono forti differenze nel ruolo di genere all’interno della società. Questo solleva quindi una domanda: qual è l’origine delle differenze nelle norme e credenze che caratterizzano il genere femminile?

In un convegno di “studi matriarcali”, tenutosi in Texas nel 2005, archeologi e antropologi da tutto il mondo hanno riconosciuto che la civiltà megalitica del Neolitico era incentrata sulle donne. Ad oggi, poi, ci sono diversi esempi di etnie matriarcali: i Mosuo dello Yunnan cinese, i Bemba e i Lapula delle foreste dell’Africa centrale, gli indiani Cuna “isolati” al largo di Panamá o i Trobriandesi della Melanesia.

Che cosa ha portato, quindi, alla nascita del patriarcato?

Tra il 4500 a. C. al 3000 a. C. popoli guerrieri provenienti dalle pianure del Volga e con divinità maschili e guerriere hanno conquistato molti territori in Oriente e in Occidente. Questo ha comportato un cambiamento radicale nella religione e nelle abitudini delle popolazioni soggiogate, spingendole verso il patriarcato. Nei secoli successivi, l’importanza dell’uomo nelle sempre più numerose guerre e della donna per la maternità, la gestione dei figli e la sussistenza della famiglia hanno ulteriormente spinto verso questa direzione.

Una nuova inversione di “rotta” può essere identificata nel Medioevo, quando la condizione della donna e il suo ruolo vedono un leggero miglioramento rispetto al passato, in cui la donna era riconosciuta unicamente nel ruolo di madre e moglie. Sarà però solo all’inizio del XX secolo, con le Suffragette che si avrà la prima vera ondata del femminismo, il cui ideale si rinforzerà durante le Guerre Mondiali data anche la necessità di forza lavoro femminile. È stato proprio tale movimento a portare alla luce temi come la facoltà di decidere delle proprie relazioni, di divorziare senza colpa, di decidere del proprio corpo e il diritto alla contraccezione e all’aborto. Tutte queste richieste e diritti si fondano, infatti, sul pensiero della differenza: uomini e donne sono naturalmente diversi ed è tale differenza a dover essere rivalutata, riconosciuta e impreziosita.

Non è un caso che il tema sul “maschile”, come genere, e sull’eterosessualità, come orientamento sessuale, siano così poco discussi. Proprio nel suo essere al centro di tutto, il maschile eterosessuale, in quanto dominatore, ha aggirato il problema del definirsi. Non ha mai dovuto farlo in quanto viene dato per scontato nel contesto sociale, storico e culturale, che però non gli ha mai nemmeno fornito gli strumenti per potersi capire e raccontare. Il maschile eterosessuale si è potuto definire e raccontare solo come l’opposto del complemento, il femminile eterosessuale (es. non essere debole, non essere pettegolo, non “fare la femminuccia”). Il maschile eterosessuale però, ad oggi, si deve definire e confrontare dato il suo incontro con l’omosessualità che rifiuta il ruolo di “invertito” (“non maschio” o “non femmina”).

Centrale quindi parlare di “socializzazione del genere”. La socializzazione è un insieme di processi di apprendimento, di valori, norme e competenze sociali che sono interiorizzate e concorrono alla formazione della personalità sociale degli individui. Il bambino, in questo processo, sviluppa delle credenze riguardo al proprio ruolo in base al proprio sesso (ruolo di genere) e sviluppa un’identità in quanto membro del gruppo del proprio sesso (identità di genere). È un processo relazionale.

Nella socializzazione sono coinvolti tre grandi attori:

  1. La famiglia, luogo simbolico e sociale in cui la differenza, soprattutto quella sessuale, è fondamentale per la definizione dei ruoli. La famiglia è agente di socializzazione tramite il gioco, il rispecchiamento, il linguaggio, le emozioni e le attività.
  2. La scuola, attraverso gli insegnati e il personale scolastico, i supporti educativi e i materiali didattici e la relazione con i compagni.
  3. I media, potente mezzo e contenitore di tutte le rappresentazioni, norme e realtà condivise e diffuse. Si pensi, ad esempio, quanto i videogiochi tendano ancora a sessualizzare la figura femminile e a mascolinizzare quella maschile.

I primi studi di genere si sono focalizzati sul ruolo di genere, sulla costruzione sociale del genere e sull’intersezionalità. Il problema, tuttavia, è che col tempo ci si è resi conto che mancavano delle solide basi scientifiche. Per cercare di colmare questa lacuna ci si è quindi spostati su studi fisiologici, che hanno cercato di identificare differenze a livello genetico, ormonale e cerebrale. All’interno della comunità scientifica, poi, si è cercato di dare un’impronta comune e questo è stato possibile grazie alla Teoria delle Configurazioni Sessuali (SCT) che, come si evince dal nome stesso, contempla una configurazione che si traduce in uno spostamento dal concetto di fissità, proposto nei primi studi, a quello di dinamismo. Inoltre, permette di astenersi da giudizi e paragoni.

Purtroppo, il mondo psichiatrico ha guardato con ritardo alla TCS, e per molti anni è andato verso un’idea di patologizzazione. Si pensi, ad esempio, che nel DSM IV si parlava di “Disturbo dell’identità di genere”, inteso come disturbo psicologico legato a un presunto malfunzionamento relativo all’identificazione con l’altro sesso. Solo con la revisione del DSM IV e con il DSM 5 si inizia a parlare di Disforia di genere, descritta come un vissuto di importante insoddisfazione rispetto al genere assegnato alla nascita, a livello sia di pensiero sia di vissuti emotivi e personali. Sicuramente, alla patologizzazione ha contribuito la Teoria del gender che origina da un pensiero fondamentalista.

La ricerca, la psicologia e la psichiatria, ad oggi, dovrebbero focalizzarsi sui diversi aspetti di benessere/malessere psicologico di chi ha un’identità di genere non binaria. Ad esempio, si pensi alle differenze di genere nel benessere psicologico e ruoli di genere, alla grande diffusione dei crimini d’odio e al dilagare del bullismo omotransfobico.

A causa dello stigma, reale o percepito, le persone transgender hanno difficoltà ad accedere ai servizi sanitari. I pazienti transgender si rivolgono al servizio sanitario principalmente per sintomi ansiosi e depressivi, dipendenza da alcol e droga, disturbi somatici, terapie ormonali e interventi chirurgici.

Esistono diverse ragioni per cui i pazienti transgender hanno difficoltà ad accedere alle cure. Tra gli altri, i medici che hanno esperienza nella medicina transgender sono pochi, c’è spesso una mancanza di disponibilità economica e ci si trova frequentemente di fronte a una mancata competenza degli operatori sanitari (documenti e moduli inappropriati).

Proprio per questa ragione, proposte come quella fatta da Amigay nel 2019, “Regolamento ASL per le persone transessuali nel ciclo di vita”, assumono una rilevanza fondamentale. Tra le proposte fatte, assumono particolare rilevanza le seguenti:

  • Garantire l’identità alias dei pazienti
  • Garantire un terzo codice di sesso anagrafico, oltre a M/F
  • Adattare gli interventi sanitari alle necessità della popolazione transgender
  • Tenere in considerazione le diverse esigenze di transizione
  • Fare pubblicità ai progetti attivati presso le ASL per la comunità LGBT+

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