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GLI STILI EDUCATIVI

 da “La devianza in adolescenza – prevenzione e intervento”, Il Mulino
a cura di Chiara A. Ripamonti,

“Educare”, secondo il dizionario Garzanti della lingua italiana significa “sviluppare le facoltà intellettuali, fisiche e morali specifiche dei giovani secondo determinati principi”.   Questo obiettivo può essere raggiunto dai genitori utilizzando atteggiamenti e comportamenti che possiamo immaginare lungo un continuum, a un estremo del quale troviamo la freddezza affettiva e l’imposizione rigida delle regole, all’altro l’affettività e l’autonomia seppur condizionata da regole chiare e congruenti.   A questi poli possono corrispondere due dimensioni: una basata sul porre delle richieste e sull’esercitare il controllo con modalità che non tengono conto delle caratteristiche e dei bisogni del figlio, l’altra caratterizzata da un’educazione improntata su un atteggiamento positivo verso il figlio, che tiene conto della sua individualità e delle sue esigenze.

A partire da queste dimensioni sono stati delineati quattro stili educativi [Maccoby e Martin 1983]:

Permissivo – indulgente: all’affettività dei genitori non si accompagna la capacità di porre delle regole e dei limiti comportamentali, pertanto al figlio sono rivolte poche richieste.   Da questo stile educativo deriva la difficoltà a interiorizzare le norme, a controllare le pulsioni e ad essere in grado di assumersi delle responsabilità.

Permissivo – indifferente: il disinteresse e lo scarso coinvolgimento dei genitori alla vita del figlio sono le caratteristiche che lo connotano.   Il figlio è sostanzialmente abbandonato a sè stesso, privo di guida e di contenimento affettivo, padrone di una libertà che può provocare uno stato di confusione.   Gli effetti di questo stile educativo sono marcatamente negativi, in quanto possono determinare una scarsa capacità di autocontrollo, di autonomia e una condizione ansioso-depressiva. L’autocontrollo scarso o assente, che è uno tra gli effetti a lungo termine dei due stili genitoriali poc’anzi esposti, è uno tra i fattori implicati nello sviluppo del comportamento antisociale; ad esso è associata l’impulsività, che non permette di agire pensando alle conseguenze delle proprie azioni, di accettare i compromessi e di ritardare la ricompensa.


Autoritario: i genitori impongono delle regole senza motivarle e non contemplando la possibilità di metterle in discussione, si aspettano pertanto da parte del figlio un’adesione totale e acritica ai loro desideri; la trasgressione alle regole comporta la punizione immediata.   Questa modalità educativa influisce negativamente sullo sviluppo dell’autonomia, sulle capacità relazionali, sulla percezione della propria autoefficacia.

Autorevole: i genitori che seguono questo modello educativo, oltre a manifestare un sincero interesse per la vita del figlio e a rinforzarne l’autonomia, sono affettuosi, sensibili ai suoi bisogni e alle sue richieste.   Al tempo stesso sono in grado di attuare un controllo attento e rispettoso sulla sua vita e sui suoi comportamenti, di imporre limiti e regole, di chiarire il loro significato e di essere disposti a discuterne la validità (ovviamente quanto più il figlio è immaturo, tanto meno spazio sarà dato alla messa in discussione delle regole).   E’ intuibile che questo è lo stile educativo dagli effetti più positivi, in quanto facilita lo sviluppo dell’autonomia e della fiducia in sè stessi, delle relazioni sociali e del senso di responsabilità.   

Uno stile autoritario accompagnato da punizioni dure e crudeli è un forte predittore di crimini violenti.   Una ricerca condotta negli anni ’90 nello stato di New York su un campione di 900 bambini ha evidenziato risultati allarmanti riguardo alle ricadute che modalità educative particolarmente dure possono avere sullo sviluppo comportamentale. I bambini che, a 8 anni, erano stati educati con metodi eccessivamente rigidi, non solo mostravano al trentesimo anno di vita una storia di incarcerazioni per comportamenti violenti, ma avevano anche l’abitudine di punire severamente i propri figli e di aggredire fisicamente le proprie mogli [Eron, Huesmann e Zelli 1991].

Un importante predittore dello stile educativo che sarà adottato dai genitori è la loro valutazione ai comportamenti dei figli: una valutazione sempre negativa si accompagna a una disciplina rigida, mantenuta nel tempo, che tende ad estremizzarsi.   In questo caso, l’atteggiamento rigido nei confronti del figlio rimarrà tale indipendentemente dalle situazioni o dai cambiamenti comportamentali e contribuirà a mantenere invariati negli anni i problemi comportamentali. Studi longitudinali hanno dimostrato che una valutazione negativa dei comportamenti del bambino data prima del suo ingresso alle elementari predice i successivi problemi della condotta a scuola, che verranno poi esacerbati durante l’adolescenza.

E’ come se questi genitori fossero convinti che sempre e comunque il figlio si comporti, si comporterà male, per cui il loro atteggiamento è spesso irritato, ostile.   L’ipotesi che il comportamento del bambino non sia solo volontario, ma possa anche essere ricondotto a fattori temperamentali, e sia pertanto immodificabile, rafforza questa modalità relazionale disfunzionale; per questo stesso motivo i genitori sono resistenti rispetto alla possibilità di utilizzare strategie educative basate per esempio sul riconoscimento dei punti di forza del figlio, dei suoi comportamenti positivi e sul rinforzo di questi.   

Nel caso in cui i genitori, pur utilizzando strategie disciplinari inefficaci e pur essendo facilmente irritabili, non si pongano in modo ostile, i problemi della condotta tenderanno a diminuire nel tempo.   Questo diverso atteggiamento permette ai genitori di valutare in modo oggettivo i comportamenti del bambino e di essere più sensibili ai suoi miglioramenti [Paradini, Loeber e Stouthamer-Loeber 2005].

Lo stile attributivo condiziona dunque l’atteggiamento, i comportamenti e le reazioni dei genitori verso il figlio, che sono basati su una valutazione generale data a priori.   Le attribuzioni influenzano inoltre la strutturazione degli script sociali che il bambino applicherà alle situazioni extra-familiari.   Questo implica la possibilità di ricadute negative sulla qualità dell’adattamento alla vita scolastica e sulle prestazioni accademiche, che amplificano le problematiche comportamentali [Reid, Webster-Stratton e Hammond 2003]. E’ stato osservato che una genitorialità carente, accompagnata dall’abitudine di valutare negativamente il comportamento dei figli e di sminuirne le competenze, caratterizza quei genitori che manifestano uno scarso interesse verso la vita scolastica e che hanno un rapporto non collaborativo con gli insegnanti.   E’ inoltre da tener presente che il rapporto tra i comportamenti tenuti a casa e a scuola può essere bidirezionale: il comportamento a casa influenza quello a scuola e viceversa; nel caso in cui il bambino manifesti un comportamento aggressivo e oppositivo in entrambi gli ambienti, aumentano le probabilità dello sviluppo di antisocialità in adolescenza [Eaton, Krueger, Johnson, McGue e Iacono 2009].   

Alla rigidità e alla durezza dei metodi educativi è spesso associata l’induzione della paura nel bambino per ottenere l’obbedienza; questa strategia impedisce l’interiorizzazione delle norme, che vengono seguite solo se si è certi del rischio di sanzioni.   A causa degli alti livelli di attivazione che rendono difficile la mentalizzazione dei messaggi genitoriali, questo stile educativo ostacola anche l’interiorizzazione dei valori prosociali.   In questo caso, stimolare nei bambini e negli adolescenti la discussione sugli effetti delle loro azioni può essere un modo per sviluppare la prosocialità.

L’ingresso nella fase adolescenziale comporta la volontà di affermare la propria indipendenza dai modelli genitoriali; i comportamenti e gli atteggiamenti che si accompagnano a questa tendenza possono essere causa di conflitti quotidiani.   In genere, i conflitti familiari tendono a intensificarsi all’inizio dell’adolescenza per tendere lentamente a ridursi dalla metà fino alla tarda adolescenza.   I ragazzi che hanno con i genitori dei rapporti caratterizzati da alta conflittualità, scarso calore e comunicazione povera tendono a sviluppare un atteggiamento tollerante verso la delinquenza, in particolare durante la prima adolescenza. 


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