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ESSERE GENITORI Un mestiere, quasi, impossibile

Queste riflessioni hanno preso vita dall’esperienza personale di diventare genitore. La nascita di mia figlia ha messo in moto, qualche anno or sono, un processo di crescita che mi ha spinto a mettere in discussione alcune personali rappresentazioni.

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Per quanto si possa conoscere l’argomento, affrontare la nascita di un figlio implica un cambiamento significativo. Non comporta semplicemente responsabilità e doveri ma anche un’acquisizione di un ruolo. Il che non avviene solo perché, a un certo punto, tuo figlio ti chiama papà ma credo che – o meglio sento di aver fatto un’esperienza in questo senso – accada dall’interno un processo di mutazione, un salto generazionale.

È ormai da tempo appurato che le esperienze soggettive cui andiamo incontro lungo il ciclo vitale forgiano i modelli con i quali ci mettiamo in relazione con il mondo. Pertanto, gli stati mentali, ovvero quel groviglio di sensazioni, emozioni, affetti, percezioni e cognizioni che sperimentiamo fin dai primi anni dalla nascita, sono immagazzinati, soprattutto a livello implicito, nella nostra memoria e danno vita a quel bagaglio di stili da cui attingeremo per definire la nostra identità, attribuire significati all’alterità e strutturare un carattere che ci permetta di entrare in contatto con la vita.

La teoria dell’attaccamento ha tuttavia mostrato un elemento da non sottovalutare. In effetti, siamo a conoscenza che tenderemo a ripetere, al di fuori della nostra consapevolezza, le configurazioni che hanno caratterizzato la nostra infanzia. Nella fattispecie, il clima emotivo e i modi che abbiamo trovato per adattarci alle situazioni del nostro passato nella posizione di figli, saranno riproposti e ricreati, con molta probabilità, questa volta in qualità di genitori nei confronti dei figli.

adozioneIn questo senso, è comprensibile che lo stile genitoriale che adottiamo, il modo di “stare con” i nostri figli e di vederci come genitori, sia inscindibilmente legato alla nostra personale, intima e, talvolta, sofferta esperienza di bambino.

In questo senso, diventare madre o padre assume una valenza differente. C’è il pericolo che, siccome nei primi anni il cucciolo d’uomo dipende in tutto e per tutto dalle cure degli adulti, i figli possano trovarsi in mezzo a quelle isole di sofferenza che appartengono al nostro passato senza esserne consapevoli. E, dunque, il loro processo di sviluppo sia in qualche modo influenzato da nostre personali fragilità. Ciò è possibile sennonché si prenda la briga di andare a fondo, attraversando la rimozione, la negazione o l’idealizzazione – strumenti utili per evitare di rivivere la sofferenza di alcune esperienze infantili – e saggiando la gamma di emozioni collegate.

Fare i conti con il proprio passato, oltrepassando il dolore, può indurre la libertà di riaffermare il Vero Sé, in maniera profonda, andando a scovare i talenti che ci sono sempre appartenuti ma, per buone ragioni, lasciati in disparte.

Nel contempo, facilita il compito di mettere i propri figli nelle condizioni di avvertire bisogni e formulare desideri che coinvolgano le loro passioni.

In buona sostanza, è come se testimoniassimo ai nostri figli, e alle generazioni future, che è possibile superare le esperienze avverse, andare oltre, svincolarsi dal fardello che esse rappresentano, affinché s’intraprenda una strada volta alla ricerca vera e profonda di sé. Così facendo, seppur indirettamente, il bambino farà un’esperienza affettiva intensa: vedrà che è possibile non rinunciare alle proprie aspirazioni, affrontare le difficoltà e superarle.

In questo modo, appaiono più chiari gli elementi che possono contraddistinguere una relazione sana e orientata alla sicurezza con i figli:

  • Il bambino va preso sul serio, considerato in ogni circostanza e in ogni momento della sua crescita, per il dono prezioso che rappresenta, facilitando così l’espressione di sensazioni, affetti e sogni;
  • “Tenerlo nella propria mente”; in altre parole offrire uno spazio nel quale sperimentarsi e sul quale contare, al di là dei risultati, fiduciosi sulle ricchezze del mondo interno, sulla creatività e potenzialità di cui è detentore;
  • Incuriosirlo al nuovo e all’incontro con le diversità cosicché esse siano fonte di stimoli, connessioni e reciprocità.

genitori-e-figli (1)Perché si permetta al bambino di spiccare il volo, secondo il suo personale modo di essere, fortunatamente ci viene in aiuto l’amore, inteso come universale fattore di cambiamento, che una madre e un padre sono in grado di donare.

Il senso dell’amore genitoriale consiste nel rendere accessibile l’individuazione soggettiva per mezzo di una separazione reale, non contrastandola apertamente o non divulgandola quasi in maniera superficiale – entrambe modalità inconsapevoli che hanno come denominatore comune il fatto che il bambino non diventi adulto – ma incoraggiandola.

Potrebbe venirci in aiuto l’immagine di un funambolo in equilibrio tra, da un lato, un eccessivo coinvolgimento, ingombrante che non lascia spazio per l’altro, in questo caso i bisogni sembrano più che altro del genitore, e dall’altro un vuoto, una carenza, come se proprio figlio alberghi nella solitudine.

L’essenza verso cui tendere, sembrerebbe piuttosto una presenza di assenza. Il gioco di parole, a mio avviso, raffigura la funzione necessaria perché si lasci all’altro lo spazio per evolvere ed emanciparsi ma, allo stesso tempo, fornendo una vicinanza. L’assenza cui mi riferisco assume i contorni di una partecipazione alla vita dell’altro dolce ed empatica che sembra tanto dire: “Ci sono comunque, qualunque cosa accada”.

Non c’è niente di più bello che avvertire che proprio figlio sia in grado di scegliere e, fare in modo che succedano, i propri intenti, poiché in un certo senso siamo stati capaci di amarlo in misura tale che egli riesca a vivere pienamente il presente e progettare il “suo” futuro.

È un mestiere, appunto, difficile, complesso ma non impossibile. Mi vien da dire che approfondendo la propria interiorità, gettando luce sulle dinamiche più rilevanti del nostro essere e comprendendo i vincoli che hanno avuto ripercussioni sulla nostra soggettività e sulle modalità educative connesse, può accadere che abbia inizio una ricerca di senso individuale e densa.

Una meravigliosa avventura…

 Spunti di riflessione

L’ascolto di questo brano mi ha colpito profondamente; l’ho sentito come intimamente legato: https://www.youtube.com/watch?v=R3Wf53M_YRM

Bibliografia

  • Miller A. (1996), Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Siegel D.J. (1999), La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

 Roberto Doronzo