A cura di Elena Chiara Fumi

La famiglia negli ultimi decenni è stata indagata in maniera specifica da discipline differenti ma ciò che accomuna la psicologia, la psicoterapia e la sociologia è l’interesse per il ciclo di vita della famiglia.
Nel 1998 Evelyn Duvall suddivise il ciclo di vita familiare in otto stadi, sostenendo che il soggetto passa da uno a quello successivo solo dopo aver superato degli eventi critici che implicano dei specifici compiti di sviluppo, ovvero compiti psicosociali che il singolo e la famiglia devono affrontare per rispondere alle esigenze micro e macro transizione. Le fasi sono le seguenti: 1. Formazione della coppia; 2. Famiglia con figli (0-2 anni); 3. Famiglia con figli in età prescolare; 4. Famiglia con figli in età scolare; 5. Famiglia con figli adolescenti; 6. Famiglia trampolino di lancio; 7. Famiglia in fase di pensionamento; 8. Famiglia anziana.

All’interno del sesto stadio proposto dalla Duvall, gli autori concordano nell’inserire una coppia genitoriale che ha raggiunto l’età di mezzo e con figli generalmente tra i venti e i trent’anni e che vivono una condizione di disagio: sono i cosiddetti giovani adulti”, riscontrabili soprattutto in culture che hanno un elevato livello di complessità economica e culturale.
L’espressione contiene in sé un ossimoro: il termine giovane fa riferimento ad un soggetto che non ha ancora completato il suo livello di sviluppo mentre il termine adulto indica colui che ha terminato il suo iter evolutivo. Si tratta quindi di un soggetto che si trova “schiacciato” tra queste due condizioni, che vive un periodo postadolescenziale (Blos, 1979) in cui si mostra incapace di assumersi quelle responsabilità che gli sono richieste e di assolvere pienamente e in modo indipendente i suoi compiti di sviluppo[1].
D’altronde, lo scenario economico e sociale non facilita il processo di separazione ed individuazione di questi giovani e a contribuire a queste difficoltà vi può essere anche un tessuto familiare patologico in cui i confini sono invischiati; d’altro canto il desiderio di prolungare il proprio periodo adolescenziale attraverso anni di studio e formazione, di fare numerose esperienze, di sognare ed immaginarsi in mille ruoli sociali ha concorso nel ritardare il proprio ingresso nel mondo del lavoro, nel procrastinare altri progetti di vita e contemporaneamente ha rafforzato la propria dipendenza economica ed abitativa dalla famiglia d’origine.
Se dunque questa situazione possa rappresentare per il giovane e i suoi genitori un vantaggio, essa lo rappresenta solo se persiste per un periodo limitato nel tempo poiché dall’altro lato il rischio è che il giovane ne resti imbrigliato: il blocco evolutivo che egli vive è esplicabile a partire da questa condizione di indefinitezza, di provvisorietà, dalla confusione e dal disorientamento che lo soverchiano. Il giovane che non transita alla fase successiva di adultità è colui che non riesce a progredire nel processo di soggettivazione: crescere significa sia definire il proprio ruolo all’interno della società sia ridefinire il proprio Sé corporeo al fine di mentalizzare ed appropriarsi pienamente della propria sessualità; al contempo il soggetto arricchisce la propria identità mentre abbandona altri aspetti che hanno caratterizzato la propria adolescenza. Ladame (2003) ha sottolineato molto bene questo concetto: il giovane adulto fatica a scendere a compromessi con la realtà, che gli chiede di “abbandonare il proprio Sé ideale grandioso ed onnipotente per lasciare il posto ad un Sé reale”.

L’obiettivo è quello di aiutare questi soggetti a comprendere che diventare adulti implica eseguire un compito lungo ed articolato, in una certa quota parte doloroso ed incerto ma necessario per diventare “qualcos’altro”; disilludersi e rinunciare alla propria parte patetica[2] è l’unica soluzione per traghettare da una condizione patologica di gioventù protratta (Blos) ad una definitiva e matura di adulto.


[1] Si ritiene però opportuno precisare che lo sviluppo, l’evoluzione, dell’individuo prosegue fino alla morte.

[2] Con parte patetica mi riferisco al termine Pathos che, in contrapposizione a Logos, corrisponde alla parte irrazionale dell’animo. Il soggetto, nella fase di transizione da una fase all’altra dello sviluppo, deve essere in grado di non guardare con nostalgia allo stadio precedente.

Bibliografia:

Ladame, F. (2003). Gli eterni adolescenti. Tr.it. Salani editore, Milano 2004.

Lancini, M., Madeddu, F. (2014). Il giovane adulto: la terza nascita. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Malagoli Togliatti, M., Lubrano Lavadera, A. (2002). Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia. Il Mulino, Bologna.


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