Un articolo di Silvia Gobbo
Luigi (nome di fantasia), 14 anni, viene segnalato dalla scuola per comportamenti aggressivi. Spinge i compagni, provoca, fatica a rispettare le regole e viene spesso coinvolto in discussioni accese durante le lezioni. Gli insegnanti lo descrivono come “difficile”, impulsivo, a tratti provocatorio. I genitori invece lo dipingono come “sempre nervoso”, con scoppi di rabbia improvvisi anche a casa, soprattutto di fronte a richieste o frustrazioni. Negli ultimi mesi ha iniziato a isolarsi maggiormente, passando molto tempo da solo e mostrando scarso interesse per attività che prima gli piacevano. Nei primi colloqui Luigi tende a minimizzare gli episodi, dicendo che “stava solo scherzando” o che “sono gli altri a esagerare”. Progressivamente, però, emergono vissuti di esclusione e la sensazione di essere costantemente giudicato e preso di mira dai compagni. Racconta di sentirsi spesso “fuori posto” e di non sapere come inserirsi nel gruppo senza essere deriso. La rabbia, che sembra esplodere all’improvviso, appare come uno dei pochi modi che ha trovato per reagire a queste emozioni e per non sentirsi vulnerabile. In alcuni momenti emerge anche una difficoltà a riconoscere ciò che prova: fatica a distinguere tra rabbia, tristezza e senso di umiliazione, che finiscono per tradursi rapidamente in azione.
L’aggressività è una componente naturale dell’esperienza umana: può emergere come risposta a frustrazione, paura o bisogno di affermazione. Diventa però problematica quando si trasforma in comportamento intenzionale e ripetuto che mira a ferire o dominare l’altro. Nei contesti tra pari, questo può assumere la forma del bullismo, che si definisce in quanto caratterizzato da uno squilibrio di potere e da una ripetizione nel tempo. La ricerca evidenzia come i comportamenti aggressivi siano fortemente influenzati dalle norme del gruppo: quando certe modalità vengono tollerate o minimizzate, tendono a ripetersi e a consolidarsi.
Negli ultimi anni, diversi studi sottolineano come questi fenomeni si inseriscano in un contesto più ampio di violenza diffusa, che può manifestarsi anche in forme quotidiane e apparentemente normalizzate come ad esempio spinte, prese in giro, o fenomeni di esclusione. La ricerca evidenzia infatti come i comportamenti aggressivi siano fortemente influenzati dalle norme del gruppo e dal contesto sociale: quando certe modalità vengono tollerate o minimizzate, tendono a ripetersi e a consolidarsi. Segnali come irritabilità, ritiro sociale, evitamento della scuola o difficoltà nella gestione della rabbia possono indicare un disagio, sia in chi subisce sia in chi agisce. Inoltre, studi sul funzionamento emotivo mostrano come difficoltà nella regolazione delle emozioni possano contribuire sia all’espressione dell’aggressività sia alla vulnerabilità alla vittimizzazione.
In questo senso, tali comportamenti aggressivi possono essere letti anche come un tentativo, seppure disfunzionale, di comunicare un’esperienza interna che non ha ancora trovato parole.
Un primo passo concreto può essere provare a fermarsi e cercare di dare un nome a ciò che si sta provando. Dire a sé stessi “sono arrabbiato”, “mi sento escluso” o “mi sento preso di mira” aiuta a creare uno spazio tra emozione e azione, riducendo l’impulsività.
Anche per le figure adulte che stanno accanto ai ragazzi come genitori, insegnanti o educatori diventa fondamentale intervenire nel modo corretto. Frasi come “non è niente” o “devi reagire” rischiano di chiudere il dialogo, rispettivamente minimizzando i comportamenti o incitando all’aggressività. Può essere più utile invece aprire uno spazio di ascolto: “Vuoi raccontarmi cosa è successo?” oppure “Come ti sei sentito?”. Riconoscere l’emozione non significa giustificare il comportamento, ma creare le condizioni perché possa essere compreso e trasformato. Questa prospettiva può aiutare a spostare lo sguardo: non per giustificare la violenza, ma per comprenderne il significato e intervenire in modo più efficace.
Luigi racconta: “Pensavo fosse normale scherzare così. Poi ho visto che quella persona smetteva di parlare quando arrivavo. Non me ne ero mai accorto davvero.” Piccoli momenti di consapevolezza possono aprire possibilità di cambiamento.
Le ricerche indicano che una quota significativa di adolescenti sperimenta episodi di esclusione o aggressività tra pari almeno una volta nel proprio percorso scolastico. Questo dato evidenzia quanto fenomeni come il bullismo e aggressività diffusa siano comuni e quanto sia importante parlarne.
Forse, allora, la domanda non è solo “come fermare questi comportamenti?”, ma anche: “cosa stanno cercando di comunicare?”
Per chi legge, può essere utile fermarsi un momento:
- Se sei un ragazzo: ti è mai capitato di assistere a una situazione in cui qualcuno veniva preso di mira? Come ti sei sentito?
- Se sei un adulto: quali segnali ti aiutano a capire che un ragazzo sta vivendo una difficoltà nelle relazioni con i pari?
Bibliografia:
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Martínez, V., Jiménez-Molina, Á., & Gerber, M. M. (2023). Social contagion, violence, and suicide among adolescents. Current opinion in psychiatry, 36(3), 237-242.
Menesini, E., & Salmivalli, C. (2017). Bullying in schools: the state of knowledge and effective interventions. Psychology, health & medicine, 22(sup1), 240-253.
Ripamonti, C. A. (2011). La devianza in adolescenza: prevenzione e intervento.
