Un articolo di Sara Pistocchi

Ogni anno, a giugno, si ripete sempre la stessa storia: centinaia di bandierine arcobaleno vengono tirate fuori da ripostigli impolverati ed esposte in strada, nei locali, nelle aziende. Poster e adesivi con le scritte “Love is love” o “Be Yourself” colorano le campagne pubblicitarie e i muri della città. E ogni anno, una domanda sorge spontanea: ha ancora senso celebrare il Pride?

In fondo, alle persone appartenenti a minoranze sessuali e di genere (MSG) oggi sono concessi più diritti rispetto al passato, come le unioni civili, e il dialogo su temi quali l’identità di genere e l’orientamento sessuale è decisamente più diffuso e accettato. Eppure, analizzando la situazione da un punto di vista sociale e clinico, oggi più che mai vi è il rischio di alimentare un mito tanto diffuso quanto pericoloso: l’idea che le discriminazioni verso le persone omosessuali, bisessuali, intersessuali e transgender (termine ombrello utilizzato per indicare tutte le persone con un’identità di genere non conforme al sesso assegnato alla nascita) siano ormai eccezioni isolate o problemi superati.

Il quadro descritto dalla ricerca scientifica è ben diverso. Un dato particolarmente interessante riguarda la salute. La letteratura, infatti, mostra come le persone appartenenti a MSG presentino uno stato di salute fisica e mentale significativamente peggiore rispetto alla popolazione generale, con tassi più elevati di ansia, depressione, autolesionismo, abuso di sostanze e ideazione suicidaria (Reisner et al., 2016; Flentje et al., 2020).

Per spiegare questa disparità di salute si utilizza il modello del Minority Stress di Ilan Meyer (2003), che pone l’attenzione sul fatto che le persone appartenenti a minoranze presentano condizioni di salute peggiori non perché intrinsecamente più deboli o predisposte alla malattia (come si ipotizzava in passato) ma perché esposte agli effetti prolungati di un contesto sociale discriminatorio e stressante. Il contributo di Meyer fu decisivo, perché spostò l’attenzione dalla presunta debolezza delle persone appartenenti a MSG, ai fattori stressanti e discriminatori insiti nelle istituzioni e nella società. Divenne così chiaro come pregiudizi, aspettative di rifiuto e ripetuti tentativi di nascondere la propria identità (fenomeno noto come concealment) abbiano degli effetti tangibili sulla salute mentale e fisica degli individui.

Tornando al mese del Pride e al presunto declino delle discriminazioni nei confronti delle MSG, è interessante osservare come oggi l’omo-bi-transfobia “esplicita” sembra essere ripudiata anche da chi appoggia, ad esempio a livello politico, posizioni chiaramente contrarie alla concessione di diritti. In parole povere: nel 2026 a nessuno conviene più essere etichettato come “omofobo” o “transfobico”, perché queste sono diventate accuse che denotano arretratezza e chiusura mentale (Trappolin & Gusmeroli, 2019). Tuttavia, il rifiuto dell’omo-bi-transfobia “esplicita” non si traduce di per sé in una reale apertura e tutela delle MSG.

Inoltre, i report internazionali dimostrano che, sebbene siano stati fatti passi avanti, gli episodi di violenza oggettiva verso questa popolazione sono ancora frequenti, soprattutto per quanto riguarda le persone transgender e intersessuali (FRA- European Agency for Fundamental Rights, 2024). I fatti di cronaca italiani ed esteri confermano i dati della FRA, mostrando come la violenza omo-lesbo-bi-transfobica ha raggiunto e mantiene livelli allarmanti (TGEU, 2024, 13 novembre; ANSA, 2024, 24 maggio; ANSA, 2025, 26 maggio). Negli ultimi anni, inoltre, il panorama politico e sociale si è progressivamente polarizzato rispetto alle tematiche di genere, e ciò che si osserva è un aumento delle narrazioni che descrivono questi temi come una minaccia ai “valori tradizionali”. A tal proposito, Hark e Villa (2015) utilizzano il termine “anti-genderismo” per indicare proprio quei movimenti ideologici di alcuni partiti che si oppongono alle teorie e politiche di genere, ai diritti delle MSG e al femminismo, istanze etichettate indistintamente sotto l’appellativo di “ideologia di genere”. Come sottolineano le autrici, oggi l’anti-genderismo non si limita più ad essere un mezzo di comunicazione per agitare le masse, ma si è concretizzato in azioni politiche di discriminazione verso le MSG e in particolare verso le persone transgender.

Una parte del carico di stress al quale sono esposte le MSG, dunque, deriva dalle oggettive violenze fisiche, psicologiche e verbali subite nel corso della vita. Tuttavia, non è sufficiente essere “tollerati” e non subire aggressioni fisiche per stare bene. Innanzitutto, ciò che avviene è che le persone appartenenti a MSG (come anche altre categorie che subiscono violenze in modo sistematico, come le donne) anticipano la violenza o il rifiuto, rimanendo costantemente in un faticoso e cronico stato di ipervigilanza (Diamond & Alley, 2022). Ad esempio, quando salgono sul treno passano attentamente in rassegna, spesso senza rendersene conto, tutti passeggeri sul vagone per scorgere eventuali minacce, e valutano attentamente quale posto sia più sicuro.

Inoltre, le persone appartenenti a minoranze sono esposte agli effetti delle cosiddette “microaggressioni”: sottili e quotidiane forme di discriminazione verbale, comportamentale e ambientale che, in modo intenzionale o meno, invalidano e opprimono l’identità degli individui (Vaccaro & Koob, 2018). Un commento apparentemente innocuo come “ormai di cosa vi lamentate che avete tutti i diritti”, uno sguardo di sdegno di fronte a due uomini che si tengono per mano o l’uso deliberato del pronome sbagliato verso una persona trans, sono esempi di microaggressioni (Sue et al., 2007; Nadal et al., 2016). Infine, alcuni autori hanno suggerito che le persone appartenenti a minoranze, oltre a essere esposte al minority stress, sperimentino anche una condizione di insufficiente sicurezza sociale, ovvero quel bisogno essenziale di sperimentare riconoscimento, inclusione, senso di appartenenza, protezione e connessione sociale (Holt-Lunstad et al., 2015; Diamond & Alley, 2022).

La discriminazione, dunque, non avviene solo in modo esplicito e violento, ma passa anche per dinamiche decisamente più sottili e socialmente accettate. Discriminatoria è azienda che si definisce inclusiva ma evita di assumere una persona transgender “per non creare problemi con la clientela”. È il genitore che dice al figlio omosessuale “ti accetto così come sei, ma evita di dirlo troppo in giro”. Ed è anche lo psicologo che riconduce ogni sofferenza di un paziente al suo orientamento sessuale.

Che fare quindi? ognuno di noi può contribuire a rendere i luoghi in cui viviamo e le relazioni che coltiviamo più accoglienti e sicure. Il primo passo, il più importante, consiste chiaramente nell’informarsi, nell’accrescere le proprie conoscenze e condividerle con gli altri. Sulle tematiche di genere, infatti, c’è ancora molta ignoranza, che rischia facilmente di tramutarsi in diffidenza. Molti termini, come sesso e genere sono confusi, altri direttamente ignorati. Un testo accessibile a tutti è “Alleat*: voci trans a dialogo con la psicologia” di Annalisa Anzani (2022). In secondo luogo, ciò che si può fare è sforzarsi di prestare attenzione alle proprie parole e ai propri gesti, e riflettere su quale effetto possono produrre sull’interlocutore. Un altro passo fondamentale e particolarmente “scomodo” è chiaramente quello di intervenire, di prendere una posizione nel momento in cui si assiste a una battuta discriminatoria, a un insulto, a un atto di esclusione o alla diffusione di stereotipi. Il Pride, allora, ha ancora senso? Sì, ma purtroppo non basta.

Il Pride continua ad avere una funzione culturale e psicologica importante, ovvero quella di rendere visibili esperienze che spesso vengono marginalizzate, riconoscendole e creando un senso di appartenenza. Tuttavia, è troppo comodo pensare che questo sia sufficiente.

Bibliografia

Anzani, A. (2022). Alleat: voci trans a dialogo con la psicologia*. Milano. Intra S.r.l.s.

ANSA. (2024, May 24). Allarme omotransfobia, in Italia 149 casi in un anno. Retrieved June 9, 2025, from https://www.ansa.it/europa/notizie/qui_europa/2024/05/29/allarme-omotransfobia-initalia-14 9-casi-in-un-anno_b051fabe-eb95-41ae-be55-5843f03498e9.html

ANSA. (2025, May 26). “Caccia all’Omo”, l’Italia e il dramma dell’omotransfobia. Retrieved June 9, 2025, from https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/2025/05/26/caccia-allomo-litalia-eil-dramma-dell omotransfobia_48283163-f971-48d8-9a0a-e948bf3c279d.html

Diamond, L. M., & Alley, J. (2022). Rethinking Minority Stress: A social safety perspective on the health effects of stigma in sexually-diverse and gender-diverse populations. Neuroscience and Biobehavioural Reviews, 138, 104720

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Flentje, a., Heck, N. C., Brennan, J. M., & Meyer, I. H. (2020). The Relationship between Minority stress and biological Outcomes: A Systematic Review. Journal of Behavioral Medicine, 43(5), 673–694. https://doi.org/10.1007/s10865-019-00120-6

Gusmeroli, P., & Trappolin, L. (2019). Raccontare l’omofobia in Italia: Genesi e sviluppi di una parola chiave. Rosenberg & Sellier. https://doi.org/10.4000/books.res.5146

Hark, S. & Villa P., I. (2015). Anti-Genderismus Sexualität und Geschlecht als Schauplätze aktueller politischer Auseinandersetzungen.

Holt-Lunstad, J., Smith, T. B., Baker, M., Harris, T., & Stephenson, D. (2015). Loneliness and Social isolation as Risk Factors for Mortality: A Meta-Analytic Review. Perspectives on Psychological Science. https://doi.org/10.1177/1745691614568352

Meyer, I. H. (2003). Prejudice, social stress, and mental health in lesbian, gay, and bisexual populations: Conceptual issues and research evidence. Psychology of Sexual Orientation and Gender Diversity, 1(S), 3–26. https://doi.org/10.1037/2329-0382.1.s.3

Nadal, K. L., Whitman, C. N., Davis, L. S., Erazo, T., & Davidoff, K. C. (2016). Microaggressions toward lesbian, gay, bisexual, transgender, queer, and genderqueer people: A Review of the literature. Journal of Sex Research, 53(4-5), 488–508. https://doi.org/10.1080/00224499.2016.1142495

Reisner, S. L., Katz-Wise, S. L., Gordon, A. R., Corliss, H. L., & Austin, S. B. (2016). Social Epidemiology of Depression and Anxiety by gender Identity. Journal of Adolescent Health, 59(2), 203–208. https://doi.org/10.1016/j.jadohealth.2016.04.006

Sue, D. W., Capodilupo, C. M., Torino, G. C., Bucceri, J. M., Holder, a. M., Nadal, K. L., & Esquilin, M. (2007). Racial microaggressions in Everyday life: Implications for clinical practice. The American Psychologist, 62(4), 271–286. https://doi.org/10.1037/0003-066X.62.4.271

TGEU. (2024, November 13). Will the cycle of violence ever end? TGEU’s trans Murder monitoring project crosses 5,000 cases. Retrieved June 9, 2025, from https://tgeu.org/will-the-cycle-ofviolence-ever-end-tgeus-trans-murder-monitoring-project-cr osses-5000-cases/

Vaccaro, A., & Koob, R. M. (2018). A critical and intersectional model of LGBTQ microaggressions: toward a more comprehensive understanding. Journal of Homosexuality, 66(10), 1317–1344. https://doi.org/10.1080/00918369.2018.1539583

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