Un articolo di Rossella Maiuri Meusel in occasione della Festa della Mamma
La festa della mamma rischia, ogni anno, di ridursi a un gesto, un mazzo di fiori, un messaggio, una telefonata. Eppure, se ci fermiamo un momento sotto la superficie di questo rito collettivo, troviamo qualcosa di molto più antico e molto più complesso: il mistero della relazione tra una madre e un figlio, una relazione che non finisce mai davvero, che continua a trasformarsi nel tempo, e che porta in sé luce e ombra.
Dal punto di vista analitico, la madre è forse prima di tutto una presenza psichica, un’immagine interiore, un archetipo. È la prima relazione, quella che plasma tutto ciò che viene dopo. Ed è per questo che parlare della mamma, in senso profondo, significa parlare di come siamo stati accolti nel mondo, di come abbiamo imparato a fidarci, a sentirci degni di amore, a stare con gli altri.
Anna ha quarantadue anni e un figlio di dodici, Noah. Viene in studio con l’aria affaticata, di chi ha pensato troppo. Si siede, si sistema la borsa sulle ginocchia e comincia a parlare.
“Non lo riconosco più,” dice. “Era un bambino così dolce. Adesso è chiuso in camera, sempre con quel telefono. Non mi risponde, non mi guarda. A volte mi parla come se fossi una sconosciuta.”
Mentre parla, noto qualcosa nei suoi occhi, c’è qualcosa che assomiglia a una ferita. Come se l’allontanamento di Noah non fosse solo un problema da risolvere, ma qualcosa che la tocca in un posto molto personale, molto antico.
Le chiedo: “Come si sente quando Noah la ignora?”
Si ferma. Ci pensa davvero.
“Mi sento… inutile. Come se non servissi più a niente. Come se avessi fallito.”
Ecco. Lì c’è tutto.
Winnicott parlava di preoccupazione materna primaria, quella forma di attenzione quasi totalizzante con cui una madre si sintonizza sul figlio nei primi mesi di vita, mettendo da parte se stessa per essere completamente presente a lui. È una forma di amore che non ha paragoni. È anche, però, una forma di amore che deve trasformarsi nel tempo, se vuole continuare a nutrire.
Anna ama suo figlio con questa intensità. Lo ha tenuto al centro del suo mondo, ha imparato a leggere ogni suo segnale, ha costruito una sensibilità finissima verso di lui. E ora Noah, a dodici anni, sta facendo esattamente quello che deve fare: sta cominciando ad allontanarsi. Ma per Anna questo allontanamento non viene vissuto come un segnale di crescita. Viene vissuto come una perdita. Come un rifiuto. Come la prova che qualcosa, da qualche parte, è andato storto.
Dal punto di vista analitico, la preadolescenza è un momento di secondo taglio del cordone ombelicale. Il primo avviene alla nascita, inevitabilmente. Il secondo è più lento, più ambiguo, più doloroso per entrambi. Il figlio comincia a costruire un mondo interiore che non appartiene più alla madre, a sviluppare pensieri che non condivide, a cercare specchi diversi da quelli familiari.
Noah non ha smesso di amare sua madre. Sta semplicemente diventando se stesso e questo processo richiede, temporaneamente, di prendere distanza da lei. È un paradosso evolutivo: per diventare capace di relazione autentica, il ragazzo deve prima sperimentare la separazione.
Il telefono, WhatsApp, i compagni, non sono i nemici di Anna. Sono gli strumenti con cui Noah sta costruendo il suo spazio interiore, il suo senso di appartenenza al di fuori della famiglia. Sono, in un certo senso, i suoi primi passi verso il mondo.
Ma torniamo ad Anna. Quando una madre sente di aver perso il contatto con il figlio, spesso si attiva una voce interiore critica e implacabile: “Non sono abbastanza brava. Ho sbagliato qualcosa. Avrei dovuto fare diversamente.” Questa voce non è la voce della realtà , è la voce di una ferita più antica, riattivata dalla situazione presente.
Riguarda lei, la sua storia, il suo rapporto con il proprio materno, il modo in cui ha interiorizzato l’idea di cosa significa essere una buona madre. Riguarda la sua capacità di tollerare la separazione senza viverla come abbandono, di amare senza trattenere, di restare presente senza essere invadente. Questo è forse il lavoro più difficile e più bello che una madre possa fare: imparare a stare nel cambiamento del figlio senza perdersi, a lasciarlo andare senza smettere di esserci.
Quello che colpisce di Anna e di tante madri che portano in studio le loro preoccupazioni, è la profondità del loro amore. La preoccupazione che esprimono, e’ l’espressione di un legame che non vuole arrendersi, di una presenza che non vuole diventare assenza. Non si tratta di smettere di preoccuparsi. Si tratta di imparare a preoccuparsi in modo diverso, con meno ansia e più curiosità, con meno controllo e più fiducia, con meno paura di perdere il figlio e più capacità di accompagnarlo nel diventare se stesso.
Prima di andarsene, Anna mi chiede: “Ma cosa faccio, concretamente, con Noah?”
Le rispondo: “La prossima volta che è in camera con il telefono, invece di dirgli di spegnerlo, bussi, entri, e chieda semplicemente: ‘Come stai?’ Senza aspettarsi una risposta. Solo per fargli sentire che c’è.”
Mi guarda come se fosse troppo semplice.
“Davvero basta questo?”
“No, non basta. Ma è da lì che si ricomincia.”
Queste madri stanno già facendo qualcosa di importante. Stanno scegliendo di non arrendersi alla distanza. Stanno cercando un modo per restare in relazione, anche quando la relazione è diventata difficile.
Buona Festa della Mamma, a tutte le madri che amano abbastanza da chiedersi come farlo meglio.
