L’ESTATE È FINITA: riflessioni sul rientro a scuola

Articolo di Rossella Maiuri Meusel

La scuola è ricominciata, e con essa il ritorno alla routine quotidiana fatta di libri,
compiti, interrogazioni e verifiche. Ma insieme allo zaino pieno di quaderni, i ragazzi
portano in classe anche un mondo interiore complesso e delicato: emozioni,
entusiasmi, paure e insicurezze che spesso restano invisibili agli adulti. Dopo la
pausa estiva, è ancora più probabile che difficoltà latenti riaffiorino, mettendo in
evidenza fragilità che non si possono ignorare.
Non è sufficiente cercare di affrontare queste fatiche riempiendo il tempo dei giovani
con mille attività. L’iperstimolazione, anzi, rischia di diventare una strategia di
distrazione che non tocca davvero il cuore del problema. I ragazzi hanno bisogno
non solo di essere impegnati, ma soprattutto di avere spazi in cui possano fermarsi,
riconoscere le proprie emozioni e sentirsi ascoltati senza giudizio.
Negli ultimi anni, infatti, i disturbi psicologici tra i giovani sono cresciuti in modo
significativo. In una società che cambia rapidamente, bambini e adolescenti si
trovano ad affrontare nuove forme di solitudine, incertezze e timori che richiedono
ascolto e attenzione. La salute mentale rappresenta oggi un’urgenza silenziosa, che
non può più essere trascurata. Non possiamo permettere che i ragazzi affrontino da
soli problematiche complesse come ansia, depressione o disturbi del
comportamento alimentare, sempre più frequenti.
Proprio durante l’adolescenza, fase cruciale per lo sviluppo personale e relazionale,
è necessario intervenire: perché nessun giovane debba sentirsi abbandonato di
fronte alla propria sofferenza interiore, nemmeno quando si tratta di disagio psichico.
Ecco perché la scuola, dove i ragazzi trascorrono gran parte della giornata, non
deve essere soltanto il luogo della trasmissione di conoscenze, ma anche un
contesto capace di accogliere e dare spazio all’ascolto. Offrire momenti dedicati,
come sportelli psicologici, incontri individuali o collettivi, significa riconoscere che la
crescita non è fatta solo di apprendimento cognitivo, ma anche di benessere
emotivo.

Tra le pratiche più semplici ma preziose c’è il circle time: un momento in cui ogni
studente ha la possibilità di parlare, esprimere ciò che prova, raccontare un pensiero
o un disagio, condividere una gioia o una difficoltà. In questo spazio le gerarchie si
attenuano, l’insegnante diventa facilitatore, e la classe si trasforma in comunità. Non
servono grandi mezzi, ma attenzione, costanza e volontà di ascoltare davvero.
Ancora più importante è il coinvolgimento diretto degli studenti. Chiedere loro come
vorrebbero questi spazi, con quali regole e tempi, significa riconoscere la loro voce e
renderli protagonisti. È un modo per responsabilizzarli, per insegnare loro che il
benessere è un valore collettivo e che ognuno ha diritto a essere ascoltato.
Costruire una scuola che sia anche “scuola dell’ascolto” è ormai una necessità. Solo
così possiamo aiutare i ragazzi a crescere più consapevoli, sicuri e pronti ad
affrontare un mondo che spesso corre più veloce delle loro emozioni.
Una scuola che ascolta è una scuola che educa davvero.

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