Cari colleghi e care colleghe,
ci inseriamo nel dibattito seguito alla comunicazione del Presidente Nazionale del CIPA, dott. Enrico Ferrari, nella speranza che il nostro contributo possa stimolare una discussione serena e favorire riflessioni utili, anche per sciogliere paure e timori che emergono ogni volta che che viene utilizzato il termine genocidio o si parla criticamente di quanto succede a Gaza da ormai quasi due anni.
Il 15 luglio 2025 Omer Bartov, docente israelo-americano tra i massimi esperti nel campo dei
genocide studies e titolare di una cattedra in questa materia alla Brown University, ha scritto un
editoriale sul New York Times in cui ha affermato, con chiarezza e rigore, che l’uso del termine
genocidio è appropriato per descrivere quanto sta accadendo a Gaza. Della stessa opinione è Amos
Goldberg, anch’egli studioso dell’argomento e docente all’Università Ebraica di Gerusalemme,
secondo cui la situazione presenta tutte le caratteristiche ritenute essenziali a livello accademico e
giuridico per poter parlare di un genocidio contro una popolazione o una sua parte.
Spostandoci dal piano internazionale a quello nazionale ricorderete forse l’intervista concessa alcune
settimane fa dallo scrittore israeliano David Grossman a “Repubblica”, in cui dichiara che non è più
possibile evitare l’uso del termine genocidio per descrivere quanto sta accadendo a Gaza. Opinione,
questa, condivisa anche da Anna Foa. Non a caso citiamo voci israeliane e voci della diaspora
ebraica: prospettive che, pur non cancellando l’opinione rispettabile e stimata della senatrice Segre,
mostrano come all’interno del panorama degli studi storici e delle scienze sociali, così come fra
studiosi di origine ebraica ed israeliana, vi sia convergenza sull’opportunità di impiegare questo
termine.
A rafforzare tale quadro, ricordiamo come la più importante associazione internazionale di studi sul
genocidio (l’International Association of Genocide Scholars) ha recentemente approvato una
risoluzione – strumento che in altre contesti storici è stato adottato anche dagli Organismi del diritto
internazionale – che giunge alla medesima conclusione.
Parlando di Istituzioni del diritto internazionale tutti sappiamo che la Corte Internazionale di Giustizia, pur senza pronunciarsi esplicitamente, ha riconosciuto come plausibile l’intento genocidario da parte dello Stato di Israele nei confronti della popolazione palestinese di Gaza, e la Corte Penale Internazionale ha emesso per questa accusa mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa di Israele, Yoav Gallant (così come per i capi militari di Hamas e del Jihadi Islamico, poi eliminati dall’esercito
israeliano). Il parere è del gennaio del 2024, in un quadro già allora catastrofico ma oggi drammaticamente peggiore. È di oggi la pubblicazione di un report delle Nazioni Unite che afferma
che Israele sta commettendo un genocidio.
Rispetto il riconoscimento dell’intento genocidario – che alcuni di noi citato nello scambio mail – la
Corte riporta dichiarazioni di politici israeliani, fra cui l’ordine di Gallant di aver ordinato un “assedio
totale” di Gaza City per cui la città non doveva ricevere “né elettricità né cibo né carburante”.
La corte cita ancora Gallant: “Avete visto contro chi combattiamo. Combattiamo bestie umane. Questo
è l’ISIS di Gaza. Questo è ciò contro cui combattiamo. […]Gaza non tornerà ad essere quello che era
prima. Non ci sarà nessun Hamas. Elimineremo tutto. Se non basterà un giorno, ci vorrà una
settimana, ci vorranno settimane o addirittura mesi, arriveremo in tutti i posti”.
La CIG cita anche Isaac Herzog, presidente di Israele che, è bene sottolinearlo, appartiene ad un altro schieramento politico: “Non è vero questo discorso dei civili che non sapevano, che non sono coinvolti. Non è assolutamente vero. Avrebbero potuto ribellarsi [ …]. Ma noi siamo in guerra. Siamo in guerra.
Stiamo difendendo le nostre case. Stiamo proteggendo le nostre case. Questa è la verità […].Combatteremo finché non gli spezzeremo la schiena”.
Siamo consapevoli, tuttavia, che il ragionamento presenta una falla. Abbiamo infatti citato
esclusivamente voci occidentali israeliane o ebraiche. E questo perché abbiamo la percezione che nel
contesto attuale, anche al CIPA, per legittimare questo discorso sia necessario rivolgersi solo al parere
di studiosi stimati, meglio ancora se residenti in Occidente o occidentali.
Se da un lato affidarsi a voci autorevoli è sicuramente apprezzabile, dall’altro implicitamente si finisce per sminuire i resoconti, i report e le notizie che quotidianamente giungono da Gaza. Dal 7 ottobre 2023 a nessun giornalista è consentito l’ingresso nella Striscia, fatto unico nella storia moderna. I giornalisti uccisi, nel momento in cui scriviamo, è di 24710. In questo contesto, abbiamo l’impressione che il lavoro e la professionalità dei giornalisti palestinesi sia costantemente messa in discussione, al contrario di quella dei colleghi occidentali.
Possiamo forse ritenere che le testimonianze dirette di giornalisti e cittadini palestinesi abbiano meno valore perché considerate di parte, schierate o “poco imparziali”? Sono argomentazioni che respingiamo, ma che sembrano riaffiorare ogni volta che si discute di Palestina, di Gaza e della possibilità di adoperare il termine genocidio. Ci limitiamo a riportare alcuni dei dati che giungono da Gaza.
Il 22 agosto 2025 l’IPC ha dichiarato la carestia a Gaza City e dintorni aggiungendo che questa è interamente “causata dall’uomo”, e cioè dal blocco illegale e disumano degli aiuti imposto alla Striscia da Israele dal 2 marzo di quest’anno.
L’Unicef stima che dall’inizio del genocidio siano stati uccisi, quasi sempre con proiettili al petto o alla testa, più di 18.000 bambini, con una media di 28 bambini al giorno . Secondo l’OMS il 94% delle strutture sanitarie è stata distrutta o danneggiata. Dei 36 ospedali di Gaza, solo 19 sono attualmente funzionanti.
432 strutture scolastiche, il 76,6% del totale, sono state distrutte, lasciando 658.000 bambini senza istruzione. Il 90% delle case sono state distrutte o danneggiate, il 70% delle infrastrutture ha subito la stessa sorte. All’inizio di agosto almeno 859 persone sono state uccise, maggior parte delle ferite al petto o alla testa, mentre si erano recati a ricevere “aiuti umanitari” presso i punti di distribuzione della Gaza
Humanitarian Foundation. La GHF è una ONG israelo-americana che si è sostituita alle Nazioni
Unite ed ai suoi attori nella distribuzione di aiuti umanitari. Questo fatto è stato contestato da tutte le
più autorevoli ONG dell’ambito umanitario e tragicamente smascherato dai fatti.
Il numero totale di morti è arrivato all’incredibile numero di 64.964 di cui 428 morte per malnutrizione (146 erano bambini). Numero verosimilmente sottostimato, come argomentato in un articolo pubblicato su Lancet a luglio 2024.
Dati che trovano conferme anche in dichiarazione dell’IDF20 e nelle stesse statistiche dell’esercito israeliano. In questo contesto è stato esplicitamente dichiarato l’intento di occupare interamente la Striscia, e perfino i piani di pulizia etnica per costruire poi la “riviera di Gaza” sono discussi apertamente e senza pudore, non solo dal governo israeliano, ma anche da quello statunitense.
In considerazione di quanto detto, riteniamo dunque che l’utilizzo del termine genocidio per
descrivere quanto sta accadendo non costituisca una presa di posizione politica. Per un parere
giuridico vincolante, occorrerà attendere il pronunciamento definitivo della CIG. Che arriverà però
solo fra alcuni anni. Ma quando scegliamo, in seno al CIPA, di utilizzare questo termine non
espiriamo un parere di merito in senso giuridico. Scegliamo, piuttosto, di posizionarci rispetto il
mondo in cui viviamo, anche come analisti e come soggettività umane. Ci sembra inoltre che si
verifichi una sovrapposizione fra livelli che andrebbero invece tenuti separati: quello del setting
clinico individuale e quello dell’istituzione. Il CIPA fa parte del dibattito pubblico e dovrebbe, come
associazione ispirata a valori umanistici, poter pensare di posizionarsi in difesa di quegli stessi valori.
Che rischiano, altrimenti, di rimanere parola vuota e di farci ripiegare su una dimensione
eccessivamente isolata e solipsistica.
Se il termine assume un significato politico davanti ai fatti che abbiamo provato a riassumere è
piuttosto perché, ancora oggi, che c’è chi nega spudoratamente la realtà quotidiana dei palestinesi di
Gaza. Esseri umani, non numeri – è bene ricordarlo. Non stiamo, infatti, parlando di opinioni
politiche. Non si tratta di decidere se sia o non sia un genocidio, ma di riconoscere la realtà che osserviamo. Certo, servono cautela ed un pensiero rigoroso e ben informato, ma occorre anche il
coraggio di posizionarsi davanti a ciò che si osserva.
Passando ai fatti: alcuni importanti accademici, tra cui lo storico israeliano Ilan Pappé e il chirurgo
anglo-palestinese Ghassan Abu Sittah, hanno recentemente firmato un appello rivolto alle
istituzioni accademiche – in particolare a quelle della salute e della salute mentale – perché prendano
posizione rispetto a quanto accade a Gaza. Ancora: non si tratta di politica, ma di denunciare l’orrore
e di contribuire, insieme ad altri interventi della società civile, ad arginare la brutale distruzione di
Gaza e della sua popolazione. Il testo è disponibile online, e invitiamo chi non l’avesse fatto a leggerlo
e a sottoscriverlo. È un esempio di come la ricerca possa mettersi al servizio della realtà: non con
retorica o polarizzandosi, ma utilizzando la forza del suo sapere e dei suoi strumenti per promuovere
una posizione informata e attiva nel mondo.
Siamo fermamente convinti che anche la psicoanalisi debba muoversi in questa direzione – come del
resto è avvenuto, giustamente, riguardo all’invasione dell’Ucraina. Il riferimento alla neutralità
psicoanalitica è certamente pertinente, ma va indagato criticamente. Esiste davvero una neutralità
assoluta? Il silenzio di fronte ai traumi raccontati dai pazienti è davvero terapeutico, o rischia piuttosto
di colludere con quella parte traumatizzata che chiede riconoscimento dell’orrore?
Judy Hermann, Philip Bromberg e, in maniera più sistematica, Roberto Beneduce e Didier Fassin hanno
evidenziato come il concetto di neutralità sia problematico. In questo senso, tacere può equivalere a
una forma implicita o esplicita di complicità con la paura di nominare l’orrore e con le difese del
paziente. Inoltre il ricorso al concetto della neutralità nel contesto di questa discussione sembra fare
riferimento al concetto di “innocenza violenta” di C.Bollas, un mezzo per “disconoscere la propria
responsabilità, trasferendo il proprio crimine sull’altro, che ora si sente accusato”.
Secondo Bollas: “Provocando l’altro, l’innocente violento suscita nell’altro angoscia, densità ideativa e
turbolenza emotiva: un sé semplice sostenuto dal sé complesso, sadicamente freddo e ‘oggettivo’,
distaccato dall’angoscia altrui”.
Secondo un altro collega, Stephen Portuges, il ricorso continuo al tema della neutralità analitica “si è rivelato un intervento tecnico che offusca il riconoscimento e la chiarificazione del ruolo dei fattori ideologicamente costruiti nella teoria psicoanalitica del trattamento, i quali contribuiscono alle difficoltà psicologiche dei pazienti”. Il tema della nominabilità dell’indicibile è, come sappiamo, fondativo della nostra disciplina. Ci chiediamo quindi, proprio per questo, come si possa rimanere in silenzio davanti all’orrore di Gaza. E come, rimanendo in silenzio ora, si possa invece non rimanere in silenzio davanti all’orrore di quei pazienti che nei nostri studi ci raccontano dei traumi e delle violenze che hanno subito, chiedendoci così anche di essere testimoni dell’ingiustizia subita.
E qui sta la nostra responsabilità storica e la nostra Ombra istituzionale, indicibile e rimossa. Noi europei siamo eredi, non diretti, della responsabilità del genocidio del popolo ebraico. Oggi assistiamo in silenzio mentre alcuni fra i discendenti di quel popolo ne compiono un altro, contro un altro popolo che nulla ha a che fare con quella persecuzione, ma che da decenni viene disumanizzato e indicato come colpevole. Rimanendo in silenzio, scegliendo di essere neutrali facciamo una scelta di campo. Quella di ignorare le nostre responsabilità, storiche e attuali, e quella di preferire non badare a quella scomoda sensazione che pure sentiamo dentro di noi. Anna Foa lo ha ben espresso: “per un ebreo israeliano evocare quella parola è terribile, spalanca la porta del passato.” Ma non per questo quella porta va tenuta chiusa ad ogni costo.
A 80 anni dalla Shoah e 77 dalla Nakba dovremmo, proprio come analisti, essere pronti a parlarne.
Per questo la lettera del Presidente, che utilizza con toni pacati il termine genocidio – e lo fa dopo 23
mesi dall’inizio dell’offensiva a Gaza – rappresenta ciò che un’istituzione come il CIPA è giusto
faccia. Come analisti, psicologi ed esseri umani, piuttosto che predicare prudenza e scandalizzarci
davanti a chi sceglie, coraggiosamente, di utilizzare il termine genocidio dovremmo chiederci perché
vergogna, paura e agitazione ci paralizzino ogni volta che si prova a esprimere non un’opinione
politica di parte, ma un giudizio ponderato, basato su fatti – non opinioni.
Chiudendo con Jung diremmo che non si tratta di tenere insieme opposti, ma di affrontare quello
“spiacevolissimo dissidio” che nasce dal contatto con ciò che appartiene alla nostra ombra personale
e collettiva: quelle parti spiacevoli di noi che ci rendono complici, anche con il silenzio. Parti che
vorremmo rimuovere o non vedere. Ma che sappiamo bene di dover affrontare per una posizione più
integra, più consapevole e in cui, allora sì, sia davvero possibile avvicinare gli opposti.
Da due anni assistiamo, in diretta, al genocidio di un popolo. Non potremo dire di non aver saputo.
Milano, 16 settembre 2025.
Gabriele Tapella
Psicoterapeuta
