Rossella Maiuri Meusel
Giulia (nome di fantasia), 19 anni, arriva in studio accompagnata dalla madre. Dice di non avere “nulla di grave”, solo un po’ di difficoltà con il cibo.
Mangia pochissimo, evita i pasti in famiglia, passa molto tempo a controllare il proprio corpo allo specchio. È brillante all’università, precisa, affidabile. Non chiede mai aiuto.
Durante i primi colloqui parla soprattutto dell’università, di aspettative, di paura di deludere. Progressivamente emerge un vissuto di solitudine profonda, la difficoltà a esprimere rabbia e il timore che mostrare bisogno significhi perdere valore.
Il comportamento alimentare restrittivo non è solo una questione di peso: è un modo per regolare tensioni interne che non hanno ancora trovato parole, uno spazio interiore dove sentire la propria solitudine e la propria inadeguatezza.
I disturbi del comportamento alimentare comprendono diverse condizioni cliniche, ciascuna con quadri psicopatologici specifici:
- Anoressia nervosa (AN): caratterizzata da restrizione calorica severa, intensa paura di ingrassare e percezione distorta del corpo. In molti casi la perdita di peso e il controllo alimentare diventano centrali nell’identità della persona.
- Bulimia nervosa (BN): episodi ricorrenti di abbuffate seguiti da comportamenti compensatori (come vomito autoindotto, uso eccessivo di lassativi o esercizio fisico compulsivo). La vergogna e il senso di colpa sono spesso profondi.
- Binge Eating Disorder (BED): abbuffate ricorrenti senza comportamenti compensatori, accompagnate da senso di perdita di controllo, angoscia e disagio significativo.
- Altri disturbi specificati (OSFED) e disturbi dell’assunzione selettiva (ARFID): includono sintomi clinicamente significativi che non rientrano esattamente nelle categorie sopra, ma che causano sofferenza e interferiscono con la vita quotidiana.
Queste tipologie si distinguono per modalità comportamentali, ma spesso condividono fattori psicologici profondi come difficoltà nella regolazione emotiva, senso di vuoto, perfezionismo o storia di traumi.
I disturbi alimentari possono manifestarsi in diverse fasi della vita, e non sono esclusivi dell’adolescenza. Tuttavia, la maggior parte dei disturbi si manifesta durante l’infanzia tardiva o l’adolescenza:
- In molte ricerche l’età media di esordio si situa tra i 12 e i 18 anni, con un picco attorno ai 14-18 anni.
- In Italia il fenomeno mostra un abbassamento progressivo dell’età di insorgenza, con casi che emergono già nella fascia di 8-10 anni.
- Alcuni comportamenti alimentari disfunzionali (come rifiuto di alcuni cibi o preoccupazioni per il peso) possono comparire in età preadolescenziale, intorno ai 10-12 anni, e evolvere nel tempo in un disturbo più strutturato.
In Italia si stima che oltre 3 milioni di persone convivano con un disturbo del comportamento alimentare. L’anoressia nervosa interessa circa l’1% della popolazione, con un’alta prevalenza nel sesso femminile, ma i casi tra uomini e adolescenti sono in aumento. L’ età di esordio si colloca prevalentemente tra i 15 e i 25 anni, con segnali di anticipazione dell’insorgenza anche in età preadolescenziale.
Questo sottolinea l’importanza di osservare segnali precoci, cambiamenti nel rapporto con il cibo, rigidità nelle regole alimentari, preoccupazioni per il peso, che possono precedere di mesi o anni una diagnosi formale.
I disturbi del comportamento alimentare, come anoressia nervosa, bulimia nervosa e binge eating disorder, non riguardano semplicemente il nutrimento. In una prospettiva psicoanalitica, il sintomo è una forma di linguaggio e il corpo puo’ diventare teatro di conflitti inconsci quando le emozioni non riescono a essere pensate o simbolizzate. Nel disturbo alimentare il corpo diventa scena psichica: ciò che non può essere detto viene agito. Carl Gustav Jung considerava il sintomo non solo come espressione patologica, ma come tentativo della psiche di autoregolarsi. Nel disturbo alimentare osserviamo spesso un’identità costruita sulla performance e sull’ideale di perfezione e una scissione tra immagine esterna e mondo emotivo interno. Il sintomo, allora, non è solo distruttivo: è un segnale di squilibrio nel processo di costruzione del Sé.
“Ogni sintomo fisico è in realtà un simbolo: il corpo comunica attraverso immagini e comportamenti ciò che la coscienza rifiuta o ignora.”
– Collected Works of C.G. Jung, Vol. 9i, “The Archetypes and the Collective Unconscious”
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th Edition (DSM-5). Arlington, VA: APA.
Favaro, A., Santonastaso, P., & Manara, R. (2023). Disturbi del comportamento alimentare in Italia: epidemiologia e dati clinici. Rivista di Psichiatria, 58(3), 145‑157.
