Perdere i propri simili: il trauma collettivo di Crans-Montana

A cura della Dott.ssa Rossella Maiuri Meusel

L’avvenimento di Crans-Montana ha colpito profondamente l’opinione pubblica non solo per la sua drammaticità, ma per la natura specifica della perdita che ha prodotto: la perdita dei propri simili. Non si tratta semplicemente della morte di individui, ma della scomparsa improvvisa di persone percepite come vicine, portatrici di un’identità condivisa. Quando muoiono i propri simili, ciò che viene colpito non è soltanto l’oggetto del lutto, ma la rappresentazione stessa della continuità della vita.

Dal punto di vista psicoanalitico, eventi di questo tipo riattivano una dimensione traumatica primaria: l’impensabile. La morte sopraggiunge senza mediazioni, scardinando l’illusione di prevedibilità che sostiene l’equilibrio psichico individuale e collettivo. In questi casi, il dolore resta inizialmente senza parole: si manifesta nei corpi, nei silenzi, negli sguardi smarriti.

È in questo vuoto di significato che, frequentemente, si struttura il cosiddetto lutto paradossale del sopravvissuto. Non potendo accettare che la propria salvezza sia stata frutto del caso, il soggetto tende inconsciamente ad attribuirsi una responsabilità. Emergenze come «avrei potuto fare di più», «non dovevo essere io», «non merito di essere qui» rappresentano tentativi difensivi di reinscrivere l’evento in una catena causale, anche a costo di colpevolizzare il sé. Questo meccanismo, noto come Sindrome del Sopravvissuto, non è espressione di una colpa reale, ma di un bisogno di controllo su ciò che controllo non aveva.

I sopravvissuti ricoverati a Niguarda affrontano così non solo le conseguenze fisiche dell’incidente, ma l’impatto di una frattura psichica profonda. In alcuni racconti apparsi di recente nei quotidiani emerge la tendenza spontanea a chiedere notizie degli amici appena le condizioni lo permettono. Questo dato è di grande rilievo clinico. Nel trauma, il legame con l’altro che ha vissuto la stessa esperienza diventa una funzione di contenimento fondamentale. Di fronte alla perdita dei propri simili, è spesso il gruppo, più che il singolo, a farsi primo luogo di cura, permettendo una trasformazione lenta e graduale del terrore in dolore condivisibile.

Qui emerge con forza la dimensione collettiva del trauma di Crans-Montana. Non siamo di fronte a una somma di lutti individuali, ma a una ferita che attraversa un noi psichico. Il lutto collettivo ha infatti una qualità specifica: non riguarda solo l’assenza delle persone perdute, ma la perdita di un assetto condiviso di significati. I luoghi, le abitudini, i progetti comuni diventano improvvisamente segnati dall’assenza. Ciò che prima univa ora richiama la perdita, e la comunità oscilla tra il bisogno di ricordare e il desiderio difensivo di rimuovere. Questa ambivalenza è tipica dei traumi collettivi e richiede tempo affinché possa essere elaborata.

In questo contesto, il sostegno reciproco assume una funzione che potremmo definire di holding winnicottiano su scala sociale. La semplice presenza dell’altro, anche senza parole, contribuisce a ricostruire un contenitore psichico là dove l’evento traumatico ha prodotto una frattura. Seguendo Bion, potremmo dire che la funzione di trasformazione degli elementi traumatici non è più solo individuale, ma distribuita: passa attraverso il riconoscimento reciproco, il non essere soli nell’orrore.

Perdere i propri simili significa anche confrontarsi con un’identificazione spezzata. È in questo punto che il trauma tocca il nucleo dell’identità. Il sopravvissuto, guardando chi non c’è più, non vede soltanto l’altro, ma una possibile versione di sé. La morte dell’altro viene vissuta come la morte di una parte del proprio futuro immaginato. È proprio qui che il lavoro psichico può lentamente trasformarsi: dal vissuto di colpa paralizzante al riconoscimento di una responsabilità possibile. La colpa guarda al passato e immobilizza; la responsabilità, invece, apre al futuro. Sopravvivere non è un torto fatto a chi è morto, ma l’unica possibilità rimasta per custodirne la memoria.

Nel rispecchiamento con l’altro sopravvissuto, il soggetto può lentamente riappropriarsi di una continuità del sé, pur attraversata dalla ferita. Il legame non cancella la perdita, ma rende possibile una riorganizzazione psichica che impedisce al trauma di cristallizzarsi in isolamento e silenzio. Crans-Montana ci ricorda che il trauma non riguarda solo chi muore, ma chi resta. E che, quando vengono meno le parole, è il legame a farsi primo strumento di cura. Non elimina la ferita, ma permette che il dolore trovi un posto nel pensiero collettivo, trasformandosi, nel tempo, da esperienza disgregante a memoria condivisa, consapevole della comune fragilità umana.

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