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Blue Monday

A cura di Sara Zonca

Quante volte, svegliandovi la mattina e vedendo un cielo grigio, vi siete sentiti fiacchi, poco riposati e anche particolarmente tristi? Quante volte avete pensato che una giornata soleggiata vi avrebbe fatto sentire meglio? E quante volte vi siete definiti “meteoropatici”, specie nella stagione invernale?

Nel 2019, un italiano su tre (31%) ha dichiarato di aver notato un peggioramento del proprio stato psicologico (ansia, insonnia, nervosismo o apatia, peggioramento dell’umore) in corrispondenza di un cambiamento meteorologico (fonte YouGov).

E ancora: quante volte, la domenica, il vostro umore si è incupito al pensiero di dover ricominciare nuovamente una settimana lavorativa? Quante volte, svegliandovi presto di lunedì, vi è sembrato che il weekend fosse infinitamente lontano e inarrivabile?

Questo tipo di esperienza iene riconosciuta come “sindrome del lunedì mattina”, una sensazione di malessere diffuso che non ci permette di dare inizio alla settimana nel migliore dei modi.

E se fosse un lunedì particolarmente grigio e freddo che ci riporta alla realtà dopo un periodo di vacanze? Sarebbe il Blue Monday.

In inglese, la parola “blue”, oltre ad indicare il colore, è traducibile anche con gli aggettivi “triste”, “cupo”, “depresso”. Secondo una convenzione ormai diffusa, questa giornata corrisponde al terzo lunedì del mese di gennaio e viene indicata come “il giorno più triste dell’anno”.

È Sky Travel, che nel 2005, individua questa precisa data tramite un “equazione” che prenderebbe in considerazione variabili quali meteo, debiti monetari, livelli di motivazione e giorni trascorsi dal Natale. Chiaramente, essendo il tempo atmosferico, in questo periodo, sfavorevole solo nell’emisfero settentrionale, l’equazione si applicherebbe solamente a questa fetta del mondo.

Capiamo bene che si tratta di conclusioni pseudoscientifiche che attribuiscono al giorno più triste dell’anno le seguenti cause: le festività natalizie sono appena trascorse e quelle pasquali sono ancora lontane; il clima è generalmente freddo e piovoso, le giornate sono ancora corte, la luce naturale è poca e la stagione invernale durerà ancora molto.

Quando la scienza riduce le emozioni e le sensazioni umane a delle formule, si rivela come pseudoscienza. Il Blue Monday è quindi una semplice convenzione ormai entrata nell’immaginario comune. Ma qualcosa di vero c’è.

L’emotività negativa provata in relazione a particolari periodi dell’anno non è cosa rara. In effetti, l’andamento stagionale dei disturbi dell’umore è precisamente indicato nei manuali diagnostici: nel DSM-5 si ritrova come specificatore applicabile al pattern di episodi depressivi maggiori nel disturbo bipolare I (144), nel disturbo bipolare II (154) e nel disturbo depressivo maggiore, ricorrente (296.30); nell’ICD-10 come specificatore applicato al Disturbo depressivo ricorrente non specificato (F33.9).

Si tratta di un tipo di disturbo la cui prevalenza può variare specialmente in base alla latitudine, all’età e al genere. La prevalenza aumenta a latitudini maggiori e nei soggetti più giovani.

Questo tipo di disturbo, indicato in modo informale come Disturbo affettivo stagionale (in inglese SAD, Seasonal Affective Disorder) riconosce un pattern tipico di esordio e remissione dei sintomi affettivi in periodi dell’anno caratteristici: nella maggior parte dei casi, i sintomi compaiono in autunno o inverno e vanno in remissione in primavera o estate. Questa ciclicità dei sintomi a carattere stagionale deve essersi verificata per almeno due anni consecutivi e senza il verificarsi di episodi non stagionali.

Gli episodi depressivi che rientrano in questo specificatore sono spesso caratterizzati da perdita di interesse, energia preminente, minore autostima, ipersonnia, eccesso di cibo, aumento di peso e forte desiderio di carboidrati.

A cosa si deve la ricorrenza stagionale di questi episodi depressivi? Non esiste un’unica causa: le variabili da imputare sarebbero di origine sia neurobiologica (neurotrasmettitori, cicli circadiani) che psicologica (emotività negativa, stress) e in interazione costante tra loro. L’eziologia così variegata del disturbo non può che risultare in trattamenti altrettanto diversificati che prendono in considerazione sia la neurobiologia che la psicologia. Questi trattamenti possono essere riassunti all’interno delle seguenti categorie: terapia della luce, esercizio aerobico, psicoterapia (terapia cognitivo-comportamentale), somministrazione di antidepressivi e somministrazione di vitamina D.

Abbiamo quindi visto che la depressione ad andamento stagionale esiste, è riconosciuta e può essere trattata ricorrendo a soluzioni diverse, mediche, psicoterapeutiche e non. Il consiglio è quindi di rivolgersi al proprio medico qualora la sintomatologia del disturbo risultasse invalidante e impattasse significativamente sulla propria vita quotidiana nei mesi autunnali e invernali. È fondamentale prestare attenzione al proprio vissuto e alle proprie sensazioni, dando importanza ad ognuna di esse anche quando mostrano fluttuazioni temporali e non sono necessariamente costanti.

Bibliografia e sitografia

https://it.yougov.com/news/2019/12/20/meteoropatia-come-cambia-il-percepito-della-propri/ visitato in data 09/01/2023

“Jan. 24 called worst day of the year”. NBC News. 24 January 2005, visitato in data 09/01/2023

Roecklein KA, Rohan KJ. Seasonal affective disorder: an overview and update. Psychiatry (Edgmont). 2005 Jan;2(1):20-6. PMID: 21179639; PMCID: PMC3004726.

https://www.nimh.nih.gov/health/publications/seasonal-affective-disordervisitato in data 11/01/2023

Partonen, T., &Lönnqvist, J. (1998). Seasonal affective disorder. CNS drugs, 9(3), 203-212.

Magnusson, A. (2000). An overview of epidemiological studies on seasonal affective disorder. Acta Psychiatrica Scandinavica, 101(3), 176-184.

Westrin, Å., & Lam, R. W. (2007). Seasonal affective disorder: a clinical update. Annals of Clinical Psychiatry, 19(4), 239-246.

GIOVANI D’OGGI: LA CONDIZIONE DEL “GIOVANE ADULTO”

A cura di Elena Chiara Fumi

La famiglia negli ultimi decenni è stata indagata in maniera specifica da discipline differenti ma ciò che accomuna la psicologia, la psicoterapia e la sociologia è l’interesse per il ciclo di vita della famiglia.
Nel 1998 Evelyn Duvall suddivise il ciclo di vita familiare in otto stadi, sostenendo che il soggetto passa da uno a quello successivo solo dopo aver superato degli eventi critici che implicano dei specifici compiti di sviluppo, ovvero compiti psicosociali che il singolo e la famiglia devono affrontare per rispondere alle esigenze micro e macro transizione. Le fasi sono le seguenti: 1. Formazione della coppia; 2. Famiglia con figli (0-2 anni); 3. Famiglia con figli in età prescolare; 4. Famiglia con figli in età scolare; 5. Famiglia con figli adolescenti; 6. Famiglia trampolino di lancio; 7. Famiglia in fase di pensionamento; 8. Famiglia anziana.

All’interno del sesto stadio proposto dalla Duvall, gli autori concordano nell’inserire una coppia genitoriale che ha raggiunto l’età di mezzo e con figli generalmente tra i venti e i trent’anni e che vivono una condizione di disagio: sono i cosiddetti giovani adulti”, riscontrabili soprattutto in culture che hanno un elevato livello di complessità economica e culturale.
L’espressione contiene in sé un ossimoro: il termine giovane fa riferimento ad un soggetto che non ha ancora completato il suo livello di sviluppo mentre il termine adulto indica colui che ha terminato il suo iter evolutivo. Si tratta quindi di un soggetto che si trova “schiacciato” tra queste due condizioni, che vive un periodo postadolescenziale (Blos, 1979) in cui si mostra incapace di assumersi quelle responsabilità che gli sono richieste e di assolvere pienamente e in modo indipendente i suoi compiti di sviluppo[1].
D’altronde, lo scenario economico e sociale non facilita il processo di separazione ed individuazione di questi giovani e a contribuire a queste difficoltà vi può essere anche un tessuto familiare patologico in cui i confini sono invischiati; d’altro canto il desiderio di prolungare il proprio periodo adolescenziale attraverso anni di studio e formazione, di fare numerose esperienze, di sognare ed immaginarsi in mille ruoli sociali ha concorso nel ritardare il proprio ingresso nel mondo del lavoro, nel procrastinare altri progetti di vita e contemporaneamente ha rafforzato la propria dipendenza economica ed abitativa dalla famiglia d’origine.
Se dunque questa situazione possa rappresentare per il giovane e i suoi genitori un vantaggio, essa lo rappresenta solo se persiste per un periodo limitato nel tempo poiché dall’altro lato il rischio è che il giovane ne resti imbrigliato: il blocco evolutivo che egli vive è esplicabile a partire da questa condizione di indefinitezza, di provvisorietà, dalla confusione e dal disorientamento che lo soverchiano. Il giovane che non transita alla fase successiva di adultità è colui che non riesce a progredire nel processo di soggettivazione: crescere significa sia definire il proprio ruolo all’interno della società sia ridefinire il proprio Sé corporeo al fine di mentalizzare ed appropriarsi pienamente della propria sessualità; al contempo il soggetto arricchisce la propria identità mentre abbandona altri aspetti che hanno caratterizzato la propria adolescenza. Ladame (2003) ha sottolineato molto bene questo concetto: il giovane adulto fatica a scendere a compromessi con la realtà, che gli chiede di “abbandonare il proprio Sé ideale grandioso ed onnipotente per lasciare il posto ad un Sé reale”.

L’obiettivo è quello di aiutare questi soggetti a comprendere che diventare adulti implica eseguire un compito lungo ed articolato, in una certa quota parte doloroso ed incerto ma necessario per diventare “qualcos’altro”; disilludersi e rinunciare alla propria parte patetica[2] è l’unica soluzione per traghettare da una condizione patologica di gioventù protratta (Blos) ad una definitiva e matura di adulto.


[1] Si ritiene però opportuno precisare che lo sviluppo, l’evoluzione, dell’individuo prosegue fino alla morte.

[2] Con parte patetica mi riferisco al termine Pathos che, in contrapposizione a Logos, corrisponde alla parte irrazionale dell’animo. Il soggetto, nella fase di transizione da una fase all’altra dello sviluppo, deve essere in grado di non guardare con nostalgia allo stadio precedente.

Bibliografia:

Ladame, F. (2003). Gli eterni adolescenti. Tr.it. Salani editore, Milano 2004.

Lancini, M., Madeddu, F. (2014). Il giovane adulto: la terza nascita. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Malagoli Togliatti, M., Lubrano Lavadera, A. (2002). Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia. Il Mulino, Bologna.


Ritiro sociale: Hikikomori in Italia

A cura di Diana Turner

Il fenomeno degli hikikomori trova le sue radici nella cultura giapponese degli anni 80’, in cui adolescenti e giovani adulti, sentendosi schiacciati dal peso delle richieste da parte del sistema sociale, hanno deciso di chiudersi in casa confinandosi nella propria stanza.

Ma chi sono gli hikikomori? Il termine è stato introdotto per la prima volta nel 1998 da uno psichiatra giapponese di nome Tamaki Saitō che ha notato negli adolescenti e nei giovani adulti della sua cultura una particolare forma di ritiro sociale volontario in cui ragazzi, perlopiù maschi, tendevano a isolarsi dalla loro comunità.

Il passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta, in cui si presuppone che il giovane adulto entri a far parte nel mondo del lavoro, si dimostra il momento più critico e fragile che acuisce queste difficoltà dal punto di vista sociale, causando come risultato estremo il ritiro.

Quali sono le principali caratteristiche che contraddistinguono questa figura?

In primo luogo, come abbiamo detto, troviamo l’isolamento sociale volontario della durata di almeno sei mesi da parte dei ragazzi che, progressivamente, tendono a lasciare le compagnie di amici e a frequentare sempre meno la scuola, fino all’abbandono scolastico, spesso associato a forme di fobia scolare.

In secondo luogo, è presente un’importante inversione dei ritmi circadiani per cui questi ragazzi tendono a dormire di giorno e a restare svegli di notte. Questo secondo aspetto sembrerebbe essere causato dalla difficoltà dei ragazzi nel mettersi a confronto con il resto della società che, appunto, durante la giornata è produttiva e indaffarata. Dormire di giorno permette loro infatti di non affrontare la quotidianità e le piccole e grandi sfide che questa comporta.

Questo fenomeno col tempo si è esteso interessando, oltre il Giappone e alcune altre parti del mondo, anche l’Italia. Ma quanti sono effettivamente questi giovani che decidono volontariamente di allontanarsi dalla società? Purtroppo la risposta a questo interrogativo non è semplice proprio a causa delle caratteristiche peculiari del fenomeno, che spesso resta sommerso. Le famiglie che decidono di intervenire, rivolgendosi a uno psicoterapeuta e/o a uno psichiatra o a un’associazione, sono ancora poche rispetto a quelle interessate da tale condizione. Ciononostante, ad oggi sappiamo che nella nostra società questo fenomeno non interessa più solamente gli adolescenti: la fascia di età coinvolta si è estesa fino ai trentenni, che vivono un forte senso di inadeguatezza e non si sentono all’altezza né di proseguire il percorso di studi né di entrare nel mondo lavorativo. E’ indubbio che le restrizioni e l’isolamento forzati, che si sono resi necessari durante l’emergenza Covid 19, abbiano slatentizzato condizioni pregresse di sofferenza psicologica che, in taluni casi, hanno contribuito a incrementare il fenomeno. Talvolta questa condizione viene erroneamente confusa con il disturbo da dipendenza da Internet (IAD), ma i due fenomeni, nonostante siano spesso correlati in quanto solitamente i rapporti sociali diretti sono sostituiti con quelli mediati via Internet, non sono necessariamente compresenti.

Come intervenire? La risposta si può trovare nella combinazione di diverse tipologie di intervento che, insieme, permettono di creare una rete di supporto in grado di promuovere le risorse del soggetto e della sua famiglia. Ad esempio l’Associazione Psyché offre un tipo di intervento che prevede la possibilità di visite domiciliari da parte degli psicoterapeuti, in modo che questi possano incontrare i ragazzi che non riescono a uscire di casa, oltre che consultazioni con i loro genitori.

In generale, dovremmo fare tutti più attenzione ai comportamenti degli adolescenti e dei giovani adulti che segnalano vissuti di disagio e inadeguatezza, accompagnati da difficoltà di socializzazione se non addirittura ritiro sociale. Questa condizione non riguarda solamente i ragazzi coinvolti in prima persona nell’auto isolamento, ma investe anche le loro famiglie: i genitori spesso vivono un profondo senso di sconforto e inadeguatezza in quanto non sanno come rapportarsi ai propri figli che si sono chiusi in loro stessi fisicamente e psicologicamente.

Il fenomeno degli hikikomori è senza dubbio un fenomeno complesso che richiederebbe una maggiore attenzione da parte delle politiche sociali che dovrebbero adoperarsi per attivare risorse territoriali in grado di rispondere ai particolari bisogni che ad esso si accompagnano.

Bibliografia

Lancini M., Madeddu F. (2014). Giovane adulto. La terza nascita. Raffaello Cortina

Lancini M. (2010). Cent’anni di adolescenza. Contributi psicoanalitici. Milano: Franco Angeli.

Lancini M. (2019). Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa. Raffaello Cortina.

La guerra e il disturbo da stress post-traumatico

Di Alessandra Giacumbo

PROMEMORIA

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio la guerra.

Gianni Rodari (2003)

Con poche e semplici parole, Gianni Rodari spiega al suo pubblico preferito, i bambini, cosa si dovrebbe e non si dovrebbe fare. Non c’è tempo né luogo (e né motivazione) che possa mai giustificare il verificarsi della guerra; eppure, nella storia dell’umanità, continuiamo a vedere molti conflitti protrarsi e altri iniziare. 

Già dopo la Prima Guerra mondiale, la psichiatria ha cercato di approfondire le conseguenze della guerra sul benessere psicofisico di chi vi prendeva parte. A proposito delle conseguenze psicologiche, soprattutto nei militari che facevano ritorno dal fronte vi erano evidenti difficoltà. Le denominazioni sono state molteplici: a partire dalla “febbre delle trincee” che ha caratterizzato i primi conflitti, passando per la “nevrosi traumatica” o “sindrome del Vietnam”, che riprendeva il luogo del conflitto stesso. È a partire dal 1980 che viene coniata l’espressione “disturbo da stress post-traumatico” e inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (meglio noto come Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, DSM) redatto dall’American Psychiatric Association (APA). 

Nella quinta edizione del DSM (2013), troviamo il disturbo post-traumatico da stress all’interno dei Disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti, con una serie di criteri che aiutano a stabilirne la diagnosi. Al di là dell’accertamento diagnostico di tale disturbo, ciò che colpisce sono i vissuti e i sintomi altamente intrusivi e disturbanti riscontrabili nei reduci di guerra.

Non c’è dubbio che costituiscano un trauma l’esposizione a una situazione in cui si rischia la propria vita, assistere alla morte di altre persone e vivere in vista di un costante e possibile pericolo,Dopo tale esposizione, si potranno riscontrare sintomi da evitamento circa gli stimoli, i luoghi o le persone che potrebbero elicitare aspetti legati all’evento traumatico, fino a condizionare notevolmente la vita della persona interessata.

Per quanto i militari possano superare il periodo della guerra, è spesso dopo il loro rientro a casa che si riscontrano alterazioni negative di pensieri ed emozioni proprio in riferimento alla guerra stessa, così come un’anomala attivazione e reattività a eventi pressoché neutri. Non sono rari, poi, i sensi di colpa per essere sopravvissuti, per aver avuto la possibilità di tornare dalle proprie famiglie, a differenza di molti compagni. 

Non basta allontanarsi dai luoghi di combattimento per lasciarsi alle spalle ciò che è accaduto. Infatti, i ricordi intrusivi e ricorrenti, gli incubi e le allucinazioni circa gli eventi bellici, continuano a essere intrusivi nella mente degli ex soldati, non permettendo loro di vivere il presente e di distaccarsi da quanto di terribile hanno dovuto affrontare. 

Accanto ai reduci di guerra vi sono familiari e amici che spesso riferiscono l’impressione che il loro caro non sia davvero tornato, perché la sua mente è ancora altrove, in balia del terrore e della sofferenza che è stata ed è la guerra. 

SAN MARTINO DEL CARSO

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

Ungaretti (1916)

BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta edizione. DSM-5. Tr.it.

G. Rodari (2003). “Promemoria”. Raccolta di poesie sulla Pace. Oca Blu: Omegna.

G. Ungaretti (1916). “San Martino del Carso”. Raccolta di poesie Porto Sepolto. Stabilimento Tipografico Friulano: Udine. 

Tatuaggi e piercing: perché?

a cura di Luca Pasquarelli

Può apparire strana ed incomprensibile ad un adulto la volontà di un adolescente di sottoporsi a pratiche di modifica del proprio corpo, spesso anche molto dolorose, come tatuaggi e piercing. Che valore hanno queste scelte, che a volte possono cambiare radicalmente il proprio aspetto? Possono nascondere un malessere? Cerchiamo di capire insieme quali sono i motivi alla base di una scelta sempre più comune tra i ragazzi.

L’adolescenza si presenta come una fase di transizione in cui i ragazzi devono rielaborare la propria immagine di sé, passando dall’idea di sé come bambini a quella di sé come adulti. Certamente, uno dei cambiamenti maggiori avviene proprio nel corpo, che durante questi anni cresce e matura, fino a diventare il corpo dei “grandi”. Proprio la necessità di riappropriarsi del nuovo corpo diventa uno dei compiti fondamentali che l’adolescente deve affrontare per poter dire concluso il suo percorso, per poter diventare un adulto completo e consapevole. Ma non sempre è facile accettare ciò che sta cambiando così rapidamente e, in qualche caso, che sta diventando qualcosa che non ci piace. Dopo aver registrato i cambiamenti fisici, dobbiamo infatti imparare anche ad accettarci mentalmente per come siamo diventati.

Generalmente, il conflitto con il nuovo corpo si conclude in maniera positiva, dopo periodi più o meno lunghi in cui il nuovo corpo viene messo alla prova, mostrato, nascosto, modificato. In molti casi vediamo infatti adolescenti che sembrano quasi “mascherati” da abiti larghissimi o, al contrario, che mostrano senza alcun timore il proprio corpo. Non mancano poi quelli che usano un pesante trucco, o che cambiano colore dei capelli quasi quotidianamente. Molto spesso si tratta di sperimentazioni innocue, in linea con un particolare momento che i ragazzi vivono, con una specifica attitudine che in quel momento sentono verso il proprio corpo: brutto, inguardabile e sgraziato; bellissimo e da ammirare; che ha qualche piccolo difetto, facilmente aggiustabile.

A volte però, le sperimentazioni cominciano a diventare pericolose: il corpo diventa il bersaglio dell’odio e del rancore, la sofferenza e il blocco nel proprio processo evolutivo vengono trasportati e riflessi sul corpo. Diete estreme, atti aggressivi, autolesionismo,  dismorfofobia – l’idea che una parte del nostro corpo sia del tutto impresentabile e “mostruosa” -, malattie psicosomatiche. Non a caso, queste manifestazioni si associano solitamente a un blocco del pensiero, a difficoltà nell’entrare in empatia, a ricordare il passato. Il mondo psichico è allontanato, rimane insanabile la distanza tra il corpo desiderato e quello che si ha, che viene attaccato perché è inaccettabile.

Ma ci sono strumenti l’adolescente può usare per mentalizzare il proprio corpo, cioè per accogliere psichicamente il suo nuovo fisico? Fondamentale è il gruppo dei compagni, che diventa un vero e proprio laboratorio dove sperimentarsi, dove vedere modi diversi di portare avanti un compito evolutivo fondamentale, in cui è possibile anche incontrare un corpo diverso, ed iniziare ad esplorare il mondo della sessualità. Allo stesso modo, il tatuaggio e il piercing diventano un modo per aiutare nella mentalizzazione del corpo, per “abbellirsi”, presentandosi in un modo che l’adolescente vive come più in linea con il suo vero modo di essere. Al contrario delle altre condotte aggressive, manca in questo caso la volontà di ferirsi o di mostrare il disagio, sostituita dalla voglia di raccontarsi, di fissare in modo indelebile un momento, una persona fondamentale, una passione, una propria caratteristica, la conquista della libertà.

I tatuaggi o i piercing possono quindi diventare uno strumento utile, se non fondamentale, per riappacificarsi con il proprio corpo. Proprio come una casa viene ristrutturata per essere resa più gradevole, così il corpo è modificato per raccontarci meglio e per diventare un luogo in cui siamo a nostro agio, che ci sentiamo liberi e orgogliosi di mostrare al mondo.

GLI STILI EDUCATIVI

 da “La devianza in adolescenza – prevenzione e intervento”, Il Mulino
a cura di Chiara A. Ripamonti,

“Educare”, secondo il dizionario Garzanti della lingua italiana significa “sviluppare le facoltà intellettuali, fisiche e morali specifiche dei giovani secondo determinati principi”.   Questo obiettivo può essere raggiunto dai genitori utilizzando atteggiamenti e comportamenti che possiamo immaginare lungo un continuum, a un estremo del quale troviamo la freddezza affettiva e l’imposizione rigida delle regole, all’altro l’affettività e l’autonomia seppur condizionata da regole chiare e congruenti.   A questi poli possono corrispondere due dimensioni: una basata sul porre delle richieste e sull’esercitare il controllo con modalità che non tengono conto delle caratteristiche e dei bisogni del figlio, l’altra caratterizzata da un’educazione improntata su un atteggiamento positivo verso il figlio, che tiene conto della sua individualità e delle sue esigenze.

A partire da queste dimensioni sono stati delineati quattro stili educativi [Maccoby e Martin 1983]:

Permissivo – indulgente: all’affettività dei genitori non si accompagna la capacità di porre delle regole e dei limiti comportamentali, pertanto al figlio sono rivolte poche richieste.   Da questo stile educativo deriva la difficoltà a interiorizzare le norme, a controllare le pulsioni e ad essere in grado di assumersi delle responsabilità.

Permissivo – indifferente: il disinteresse e lo scarso coinvolgimento dei genitori alla vita del figlio sono le caratteristiche che lo connotano.   Il figlio è sostanzialmente abbandonato a sè stesso, privo di guida e di contenimento affettivo, padrone di una libertà che può provocare uno stato di confusione.   Gli effetti di questo stile educativo sono marcatamente negativi, in quanto possono determinare una scarsa capacità di autocontrollo, di autonomia e una condizione ansioso-depressiva. L’autocontrollo scarso o assente, che è uno tra gli effetti a lungo termine dei due stili genitoriali poc’anzi esposti, è uno tra i fattori implicati nello sviluppo del comportamento antisociale; ad esso è associata l’impulsività, che non permette di agire pensando alle conseguenze delle proprie azioni, di accettare i compromessi e di ritardare la ricompensa.


Autoritario: i genitori impongono delle regole senza motivarle e non contemplando la possibilità di metterle in discussione, si aspettano pertanto da parte del figlio un’adesione totale e acritica ai loro desideri; la trasgressione alle regole comporta la punizione immediata.   Questa modalità educativa influisce negativamente sullo sviluppo dell’autonomia, sulle capacità relazionali, sulla percezione della propria autoefficacia.

Autorevole: i genitori che seguono questo modello educativo, oltre a manifestare un sincero interesse per la vita del figlio e a rinforzarne l’autonomia, sono affettuosi, sensibili ai suoi bisogni e alle sue richieste.   Al tempo stesso sono in grado di attuare un controllo attento e rispettoso sulla sua vita e sui suoi comportamenti, di imporre limiti e regole, di chiarire il loro significato e di essere disposti a discuterne la validità (ovviamente quanto più il figlio è immaturo, tanto meno spazio sarà dato alla messa in discussione delle regole).   E’ intuibile che questo è lo stile educativo dagli effetti più positivi, in quanto facilita lo sviluppo dell’autonomia e della fiducia in sè stessi, delle relazioni sociali e del senso di responsabilità.   

Uno stile autoritario accompagnato da punizioni dure e crudeli è un forte predittore di crimini violenti.   Una ricerca condotta negli anni ’90 nello stato di New York su un campione di 900 bambini ha evidenziato risultati allarmanti riguardo alle ricadute che modalità educative particolarmente dure possono avere sullo sviluppo comportamentale. I bambini che, a 8 anni, erano stati educati con metodi eccessivamente rigidi, non solo mostravano al trentesimo anno di vita una storia di incarcerazioni per comportamenti violenti, ma avevano anche l’abitudine di punire severamente i propri figli e di aggredire fisicamente le proprie mogli [Eron, Huesmann e Zelli 1991].

Un importante predittore dello stile educativo che sarà adottato dai genitori è la loro valutazione ai comportamenti dei figli: una valutazione sempre negativa si accompagna a una disciplina rigida, mantenuta nel tempo, che tende ad estremizzarsi.   In questo caso, l’atteggiamento rigido nei confronti del figlio rimarrà tale indipendentemente dalle situazioni o dai cambiamenti comportamentali e contribuirà a mantenere invariati negli anni i problemi comportamentali. Studi longitudinali hanno dimostrato che una valutazione negativa dei comportamenti del bambino data prima del suo ingresso alle elementari predice i successivi problemi della condotta a scuola, che verranno poi esacerbati durante l’adolescenza.

E’ come se questi genitori fossero convinti che sempre e comunque il figlio si comporti, si comporterà male, per cui il loro atteggiamento è spesso irritato, ostile.   L’ipotesi che il comportamento del bambino non sia solo volontario, ma possa anche essere ricondotto a fattori temperamentali, e sia pertanto immodificabile, rafforza questa modalità relazionale disfunzionale; per questo stesso motivo i genitori sono resistenti rispetto alla possibilità di utilizzare strategie educative basate per esempio sul riconoscimento dei punti di forza del figlio, dei suoi comportamenti positivi e sul rinforzo di questi.   

Nel caso in cui i genitori, pur utilizzando strategie disciplinari inefficaci e pur essendo facilmente irritabili, non si pongano in modo ostile, i problemi della condotta tenderanno a diminuire nel tempo.   Questo diverso atteggiamento permette ai genitori di valutare in modo oggettivo i comportamenti del bambino e di essere più sensibili ai suoi miglioramenti [Paradini, Loeber e Stouthamer-Loeber 2005].

Lo stile attributivo condiziona dunque l’atteggiamento, i comportamenti e le reazioni dei genitori verso il figlio, che sono basati su una valutazione generale data a priori.   Le attribuzioni influenzano inoltre la strutturazione degli script sociali che il bambino applicherà alle situazioni extra-familiari.   Questo implica la possibilità di ricadute negative sulla qualità dell’adattamento alla vita scolastica e sulle prestazioni accademiche, che amplificano le problematiche comportamentali [Reid, Webster-Stratton e Hammond 2003]. E’ stato osservato che una genitorialità carente, accompagnata dall’abitudine di valutare negativamente il comportamento dei figli e di sminuirne le competenze, caratterizza quei genitori che manifestano uno scarso interesse verso la vita scolastica e che hanno un rapporto non collaborativo con gli insegnanti.   E’ inoltre da tener presente che il rapporto tra i comportamenti tenuti a casa e a scuola può essere bidirezionale: il comportamento a casa influenza quello a scuola e viceversa; nel caso in cui il bambino manifesti un comportamento aggressivo e oppositivo in entrambi gli ambienti, aumentano le probabilità dello sviluppo di antisocialità in adolescenza [Eaton, Krueger, Johnson, McGue e Iacono 2009].   

Alla rigidità e alla durezza dei metodi educativi è spesso associata l’induzione della paura nel bambino per ottenere l’obbedienza; questa strategia impedisce l’interiorizzazione delle norme, che vengono seguite solo se si è certi del rischio di sanzioni.   A causa degli alti livelli di attivazione che rendono difficile la mentalizzazione dei messaggi genitoriali, questo stile educativo ostacola anche l’interiorizzazione dei valori prosociali.   In questo caso, stimolare nei bambini e negli adolescenti la discussione sugli effetti delle loro azioni può essere un modo per sviluppare la prosocialità.

L’ingresso nella fase adolescenziale comporta la volontà di affermare la propria indipendenza dai modelli genitoriali; i comportamenti e gli atteggiamenti che si accompagnano a questa tendenza possono essere causa di conflitti quotidiani.   In genere, i conflitti familiari tendono a intensificarsi all’inizio dell’adolescenza per tendere lentamente a ridursi dalla metà fino alla tarda adolescenza.   I ragazzi che hanno con i genitori dei rapporti caratterizzati da alta conflittualità, scarso calore e comunicazione povera tendono a sviluppare un atteggiamento tollerante verso la delinquenza, in particolare durante la prima adolescenza. 


DECALOGO CON CONSIGLI PRATICI PER RAGGIUNGERE IL BENESSERE DIGITALE


1. Acquisisci le competenze che ti permettano di usare il cellulare e la rete in modo consapevole    

  • Gli algoritmi regolano gli stimoli che ricevi dalla rete. Tutto è uniformato sulla base dei nostri gusti e caratteristiche.
  • Usa motori di ricerca alternativi (es. Duckduckgo che non salva i tuoi dati di navigazione).
  • Attenzione che gli algoritmi possono aumentare odio e discriminazione.

2. Evita di passare troppo tempo online  

  • Controlla quanto tempo passi sulle varie piattaforme, questo ti permetterà di riflettere su quello che avresti potuto fare in alternativa. 
  • Disconnetti la funzione notifiche che è una fonte di grande distrazione.
  • Troppe ore connesso ti portano ad essere più facilmente irritabile.

3. Disconnettiti per poterti riconnettere con te stesso e con la realtà

  • Sì te stesso e non volerti adeguare ai profili irrealistici che la rete ti propone.
  • Riconosci le tue risorse e i tuoi limiti, non cadere nella trappola delle immagini accattivanti che la rete ti propone, ma che sono distanti dalla realtà e dalla normalità della vita.
  • Non temere la noia, perchè può spronarti a far emergere nuove idee, pensieri e creatività.

4. Bisogna crescere con i social e non nei social

  • Dai la priorità alla realtà, osservando il mondo che ti sta intorno, questo ti permetterà di fare nuove esperienze e socializzare con più facilità.
  • Se sei con qualcuno prestagli attenzione e metti da parte il cellulare.
  • La Rete è una grande risorsa se la utilizzi in modo consapevole.

5. Nella realtà virtuale tutto è possibile e talvolta ti viene mostrato come vero e reale ciò che non lo è  

  • Fai attenzione ai profili che incontri, non fidarti di chiunque.
  • La rete ha una grande potenzialità di trasmissione di informazioni, ma non credere a tutto ciò che vedi o leggi, molti sono fotoritocchi o fake news.
  • I modelli virtuali proposti dalla Rete sono illusori. 

6. Rispetta la privacy tua e degli altri

  • Prima di pubblicare/inviare una tua foto con qualcun altro o foto di altri chiedi sempre il permesso.
  • Quando scarichi un’App o apri un sito, fai attenzione alle clausole sulla privacy.
  • Tutti i dati che metti in rete vengono utilizzati in vario modo senza che tu ne sia consapevole.

7. Non essere multitasking

  • Il cellulare ti abitua a passare rapidamente da una esperienza a un’altra; questo comportamento diviene una abitudine anche nella vita quotidiana.
  • Non studiare con il telefono acceso vicino, le notifiche e le chat ti fanno perdere tempo e concentrazione.
  • Non parlare con qualcuno guardando il cellulare.

8. Usare il cellulare ha un impatto negativo sul tuo benessere fisico e psichico

  • E’ un attimo perdere la cognizione del tempo quando si “scrolla” a discapito del tuo riposo.
  • Tieni il cellulare lontano quando vai a dormire, così diminuisci la tentazione di prenderlo in mano per controllarlo.
  • edica meno ore alla rete e più ore ad altre attività tra cui lo sport.

9. I rischi della Rete, anche se virtuali, sono reali

  • Quando succede o vedi qualcosa di brutto online, chiedi aiuto, denuncialo.
  • Non dare il tuo numero a persone in Rete che non conosci.
  • Il razzismo, l’omofobia, la misoginia, l’odio all’interno della Rete non sono meno nocivi.

PER I GENITORI

10. Non avere un atteggiamento giudicante e di rifiuto a priori nei confronti della Rete. La condivisione aiuta a controllare.

  • Informati sulla cultura della Rete, prova a entrarci, conoscerla e a essere disponibile a parlarne con tuo figlio con curiosità e interesse.
  • Riconosci la funzione di socializzazione, di sostegno nella costruzione della propria identità e di prove di espressioni creative di sé.
  • Parla con tuo figlio del pericolo del plagio, della pornografia online, del cyberbullismo che si possono incontrare in Rete, e dell’importanza di tutelare la propria privacy 
  • Valuta se installare dei programmi di protezione sul suo telefonino

GIOVANI ADULTI E LA PRECARIETÀ DELLE SPERANZE: UN PROBLEMA DA NON SOTTOVALUTARE

A cura di Alessandra Giacumbo

Per molti l’espressione “giovane adulto” può risultare nuova, ma con tale denominazione ci si riferisce a quei giovani che hanno terminato il percorso formativo nelle scuole secondarie di secondo grado e si affacciano al mondo del lavoro. Questo è un passaggio cruciale, che pone simbolicamente le basi per la costruzione del proprio futuro. Proprio per questo, le aspettative che accompagnano il cambiamento sono tante, a volte troppe, costringendo i giovani a fare i conti con una realtà molto più difficile di quella immaginata.
La vita, come ci direbbe Van Gennep (1909), è un continuo susseguirsi di tappe, di fasi diverse, che richiedono, di volta in volta, degli aggiustamenti non solo da parte del singolo, ma anche della famiglia o della rete sociale che lo circonda. Infatti, nell’affrontare il difficile passaggio dalla coabitazione con i propri caregiver all’indipendenza abitativa (ed economica), non tutti possono contare sul sostegno della famiglia d’origine o di un contesto sociale supportivo.

Proprio a causa di questi ostacoli, spesso, i giovani adulti finiscono per prolungare la permanenza
abitativa nella casa della propria famiglia di origine, continuando a sperare di poter, prima o poi, rendersi indipendenti sotto tutti i punti di vista. Cavalli e Galland (1996) hanno descritto tre modelli diversi, che indicano altrettante modalità di affrontare questa fase evolutiva.
– Il primo è il modello mediterraneo, la cui caratteristica peculiare è data dal prolungamento della permanenza nella famiglia d’origine;
– Segue il modello inglese, che si caratterizza, al contrario, per il raggiungimento di una precoce indipendenza abitativa;
– Infine, il modello francese o nordeuropeo prevede un periodo piuttosto lungo che intercorre tra l’indipendenza abitativa e la formazione di una nuova famiglia.


Come si evince dai tre modelli, ci sono tempi e modi diversi per raggiungere le tappe evolutive caratterizzanti la fase del giovane adulto che, oltre al compimento della formazione superiore e l’indipendenza abitativa, sono l’ingresso nel mondo del lavoro, il matrimonio o la convivenza e la nascita di un figlio. Quest’ultima tappa, secondo molti, sancirebbe l’ingresso nell’età adulta.

L’Italia, che rientrerebbe appunto nel modello mediterraneo, vede da diversi anni un prolungarsi della situazione di dipendenza abitativa ed economica, a scapito di una progettualità di indipendenza che,
seppur presente nella mente di molti, rimane comunque irrealizzabile. Cosa potrebbe succedere quando un giovane deve fare i conti con la precarietà dei suoi progetti e delle sue speranze? Cosa significa, oggi, dover rinunciare ai propri sogni?
Per molti giovani, infatti, non vi è possibilità di scegliere e di coltivare le proprie passioni. Il mondo del lavoro mostra sempre più come siano indispensabili alcune figure professionali e non altre, costringendo molti a rinunciare a quello che hanno sperato di diventare o che, a fatica, hanno raggiunto. Ed è così che, in molti casi, si finisce per fare quello che “offre il mercato”, quello che permette di vivere e di progettare un futuro, scevro da qualsiasi spinta motivazionale.
Il crollo delle aspettative e delle speranze, di fronte alla cruda realtà e all’esperienza, è un problema da non sottovalutare. Viviamo in un’epoca in cui il fallimento è sempre meno tollerato, dagli altri e soprattutto da sé stessi. Misurarsi con il fatto che non si sia riusciti a compiere quello che ci si era preposti comporta, spesso, un crollo narcisistico importante, difficile da tollerare. Il rischio è che, sentendosi vittime di una terribile ingiustizia operata dalla società, i giovani adulti perdano qualsiasi speranza in un futuro migliore e vedano come unica soluzione quella di rinunciare a tutto, a volte anche alla vita.
Le politiche a sostegno dei giovani dovrebbero tentare di arginare questo rischio, proponendo non solo delle possibilità lavorative e dei sussidi economici, ma anche degli sportelli di ascolto e sostegno psicologico, indispensabili quando le strategie di coping non sono più in grado di fronteggiare la situazione.

BIBLIOGRAFIA

Cavalli A., Galland O., (1996), Senza fretta di crescere. L’ingresso difficile nella vita adulta. (tr. it Della Porta B.). Napoli: Liguori Editore.

Lancini M., Madeddu F., (2014), Giovane adulto. La terza nascita. Milano: Raffaello Cortina Editore.


Van Gennep A., (1909), I riti di passaggio (tr. it. Remotti M. L., 2012). Torino: Bollati Boringhieri.

IL FENOMENO DEI NO-VAX IN PERIODO DI PANDEMIA

di Rosa Gravagnuolo

In questi ultimi due anni, la diffusione del virus è stata arginata da misure di sicurezza che hanno scandito come delle fasi. In una prima fase, abbiamo adottato azioni prettamente difensive, ci siamo barricati all’interno delle nostre case cercando di evitare più possibile il contatto con il virus.  Tuttavia, se nei primi mesi del 2020 la reazione più immediata è stata di chiusura e protezione, adesso notiamo come con la distribuzione dei vaccini gradualmente ci siamo spostati verso un approccio di sfida.

Nonostante la Word Health Organization (WHO, 2019) consideri l’essere esitanti verso il vaccino uno dei 10 rischi più pericolosi per la salute pubblica globale, ancora molte persone sono incerte rispetto alla somministrazione. Chi manifesta delle resistenze afferma che il vaccino faccia più male che bene, tipicamente per quattro ragioni (Whitehead et al., 2019):

  • I vaccini sono inefficaci;
  • I vaccini contengono sostanze tossiche e non naturali;
  • I vaccini causano effetti collaterali o la malattia stessa che il vaccino dovrebbe prevenire;
  • Le persone vaccinate possono portare alla mutazione del virus e diffondere nuovamente la malattia.

Alcuni argomentano anche che, se pure efficace, la vaccinazione non dovrebbe essere forzata perché viola la libertà di scelta.

Uno studio (Roberts et al., 2022) ha esaminato i correlati demografici, psicologici, politici e comportamentali degli atteggiamenti anti-vax e dell’esitazione al vaccino COVID-19 in un campione composto da adulti americani. Sono stati evidenziati una serie di fattori correlati agli atteggiamenti anti-vax in generale e all’esitazione al vaccino COVID-19 in particolare, quali: la giovane età, l’essere di razza non caucasica, l’avere livelli di reddito e istruzione bassi, l’avere atteggiamenti sociali più conservatori e meno liberali, l’essere meno aderenti ai comportamenti di sicurezza COVID-19 e il manifestare una minore approvazione delle restrizioni governative.

Internet ha assunto un’enorme influenza sulla conoscenza delle persone dei vaccini (Kata, 2012). Sui social media è rapidamente nata una vasta comunità che permette la discussione e lo scambio di informazioni tra più persone in modo istantaneo ma, tuttavia, con scarsa attendibilità e poca affidabilità sulle fonti delle informazioni reperite.  In questo modo, la conoscenza sui vaccini, sia vera che falsa, può essere facilmente accessibile ma anche facilmente confusa. È evidente che, coloro che si affidano a internet per le informazioni sui vaccini sono esposti più di altri ai rischi della disinformazione.

Ci può essere una strada per affrontare la disinformazione su internet sfruttando positivamente questa fonte di fiducia rispetto alle informazioni recuperate online e che potrebbe essere attraverso i medici influencer dei social media (Benoit e Mauldin, 2021), ovvero la tendenza di molti medici di porsi come influencer del benessere, fornendo informazioni e indicazioni supportate da valore scientifico.

I social media hanno dato alle persone la possibilità raggiungere facilmente fonti affidabili quelle condivise dall’OMS sulle piattaforme più diffuse oggi, come Facebook e Instagram (Brindha, Jayaseelan e Kadeswaran, 2020). Queste nuove strategie di diffusione delle informazioni ha favorito la diffusione a tappeto delle nozioni fondamentali per la prevenzione ed il contenimento del contagio. È auspicabile che queste nuove modalità di comunicazione diventino parte integrante del modo in cui le autorità competenti condividono messaggi indicazioni necessarie alla tutela della salute pubblica. In tal modo, avendo accesso a contenuti sicuri e dalle fonti chiaramente definite, ognuno potrà avere la possibilità di informarsi e farsi una opinione consapevole rispetto alle tematiche più salienti.

BIBLIOGRAFIA

Benoit, S. L., & Mauldin, R. F. (2021). The “anti-vax” movement: a quantitative report on vaccine beliefs and knowledge across social media. BMC public health21(1), 1-11Brindha, D., Jayaseelan, R., & Kadeswaran, S. (2020). Social media reigned by information or misinformation about COVID-19: a phenomenological study.

Kata, A. (2012). Anti-vaccine activists, Web 2.0, and the postmodern paradigm–An overview of tactics and tropes used online by the anti-vaccination movement. Vaccine30(25), 3778-3789.

Roberts, H. A., Clark, D. A., & Hicks, B. M. (2022). To vax or not to vax: Predictors of anti-vax attitudes and COVID-19 vaccine hesitancy prior to widespread vaccine availability.

Whitehead, M., Taylor, N., Gough, A., Chambers, D., Jessop, M., & Hyde, P. (2019). The anti-vax phenomenon. The Veterinary Record184(24), 744.

WHO. Top ten threats to global health in 2019. www.who.int/emergencies/ten- threats-to-global-health-in-2019 (accessed 27 May 2019)

I MIGRANTI: LA FUNZIONE DEL CAPRO ESPIATORIO

di Eleonora Giannelli

Nel mondo contemporaneo sono compresenti i due “ingredienti” essenziali che permettono il verificarsi della dinamica del “capro espiatorio”: una situazione di crisi e una vittima facilmente designabile come “capro”, che ha la funzione di espiazione dei mali di un popolo. Ora, se pensiamo ai nostri tempi entrambe le condizioni sono presenti. Questa situazione ci pone di fronte ad alcuni interrogativi complessi, ai quali diverse discipline, tra cui la psicologia, cercano di dare una risposta. E’ infatti utile comprendere quali siano i meccanismi psicologici individuali e collettivi che sono coinvolti nel considerare l’altro diverso da noi come un nemico pericoloso da allontanare o sconfiggere. La maggiore consapevolezza può aiutarci a controllare la rivendicatività, l’aggressività e la rabbia.

Perché proprio i migranti ricoprono questo ingrato compito? Il capro espiatorio deve essere riconoscibile e differenziato dalla massa omologata, è facile che venga identificato in minoranze etniche o religiose. I migranti possiedono una cultura e una lingua diversa dalla nostra, in certi casi anche il colore della pelle è differente.  Questa alterità genera diffidenza verso il non noto. In situazione di instabilità, precarietà e crisi, difficilmente si supera la barriera della prima titubanza, anzi il “diverso” assume il compito di liberarci dal peso che stiamo vivendo. La rabbia, l’aggressività, la frustrazione, il senso di inferiorità, l’inadeguatezza, la vergogna rappresentano il “bagaglio” che un popolo possiede nel proprio collettivo, che ha un peso sempre più greve in situazione di crisi. Il passo che porta alla “liberazione”, anche se illusoria, è semplice, e ben studiato dalla psicologia analitica, e si attua attraverso il noto meccanismo della proiezione, tramite il quale riversiamo tutto ciò che non riusciamo ad accettare di noi allontanandolo dalla nostra coscienza, reprimendolo o rimuovendolo. Secondo la psicologia analitica, negare i nostri aspetti negativi e quelli del gruppo al quale apparteniamo genera senso di colpa e disagio inconscio. Il “male” viene vissuto come estraneo e diverso da sé e viene espulso, proiettato sul nemico. Noi vediamo nel capro espiatorio aspetti di noi che gli abbiamo attribuito. Il senso di colpa trova così una via di uscita e il male può assumere una forma e un corpo; liberandoci del nemico alimentiamo la vana speranza di liberarci del male che ci opprime. Ma sarà vero? Non è possibile eliminare ciò che è dentro di noi “buttandolo via”, all’esterno. Un semplice esempio è l’attribuzione di tratti di aggressività e violenza, che fanno parte della nostra identità e che vengono proiettati sul migrante che viene visto come pericoloso, aggressivo, possibile stupratore o ladro.

Che ruolo ha la crisi nella definizione di un nemico? La “crisi migratoria” tanto discussa dai media si inserisce in un contesto di crisi economica, politica e sociale (Graziano, 2018); il termine “crisi” indica uno stato di alterazione di un equilibrio. Pensando alla crisi “economica” del 2008, l’intensità e il suo protrarsi nel tempo, ha portato un nuovo assetto economico globale, caratterizzato da maggiore povertà e precarietà. La crisi, intesa su un piano “politico”, invece, è dovuta in particolare alle difficoltà delle istituzioni a essere rappresentative di bisogni e necessità del popolo; è in questo contesto sociale che i movimenti e partiti populisti hanno “facile presa” sul popolo. Infine, siamo immersi in una crisi “culturale” dovuta, in gran misura, all’incontro delle società occidentale con un flusso migratorio significativo che ha portato una trasformazione culturale.

Tali “crisi” generano un senso di precarietà e rovina che si concretizza in un popolo che ha perso il senso di empowerment, ossia ha perduto il senso di controllo delle proprie decisioni, azioni e della capacità di gestire quello che nella vita accade. Le popolazioni sono caratterizzate da una perdita di autostima e da sentimenti di frustrazione e insoddisfazione; tutto questo genera rabbia e aggressività. In questo terreno è facile rivolgersi a leader forti e carismatici, con tratti autoritari, per farsi guidare nell’incertezza, e vengono scelte delle vittime designate, che diventano i consueti nemici.

Qual è la funzione del nemico nel nostro contesto sociopolitico attuale? La visibilità del migrante favorisce la sua definizione come nemico e facilmente viene utilizzato per slogan politici che alimentano emozioni di paura. È meglio se i migranti “si mettono in mostra” chiedendo l’elemosina agli angoli delle strade, nelle vie principali o arrivando ammassati su barconi di fortuna; notiamo tanto la loro presenza quanto la loro “invadenza” (Reitano, 2018). È da notare, come la politica attuale induca di continuo la distorsione nella percezione della presenza di migranti, nel nostro e in altri paesi, attraverso la diffusione di “paure pubbliche” (Bauman, 2016). L’idea di essere nel mezzo di un’invasione, diffusa attraverso i mass media, porta le nazioni a difendere i propri confini nazionali e culturali, quasi fosse necessario tenere lontano l’“altro”, al fine di evitare contaminazioni identitarie e mantenere una purezza originale (Perera, 1993). A livello politico, il bisogno del nemico e l’utilizzo del meccanismo del capro espiatorio, assume quindi la dimensione di necessità, utile ad attivare la macchina dei consensi e a rafforzare il legame del popolo, disgregato e fragile per la crisi che vive, rafforzando il suo senso identitario. Non dobbiamo però scordare che ciò che attribuiamo al nemico ci appartiene, e che, ben lontani dall’innocenza, siamo “tutti noi” responsabili di tali contenuti.

BIBLIOGRAFIA

Bauman, Z. (2016). Stranieri alle porte. Bari: Editori Laterza.

Graziano, P. (2018). Neopopulismi: Perché sono destinati a durare. Bologna: ilMulino.

Perera, B. S. (1993). Capro espiatorio. Come l’emarginazione di pochi, maschera le responsabilità collettive. Como: Red.

Reitano, P (2018). Il capro espiatorio e la macchina del consenso. In Facchini, D. (cur). Alla deriva. Milano: Altra Economia.