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SCUOLA E PANDEMIA: CONTINUA LA SFIDA PER I DOCENTI

di Elisabetta Piola

La scuola è sicurainiziomente al centro dei dibattiti dell’ultimo periodo. L’anno scolastico è iniziato in presenza, ma ha subito ben presto una battuta d’arresto a causa del nuovo pericoloso aumento dei contagi. Lo scontro fra chi condanna la decisione del governo di chiudere la maggior parte delle scuole e chi invece sostiene l’adeguatezza e la necessità di tale scelta è particolarmente acceso, come chiaramente dimostrano i numerosi articoli che inondano il web. Già a settembre, nonostante le indicazioni fornite dal Ministero dell’Istruzione, gli interrogativi, i timori e le paure del personale scolastico e delle famiglie erano molteplici: ci saranno spazi sufficienti a garantire il distanziamento? Come saranno regolati gli ingressi scaglionati? Le famiglie seguiranno l’indicazione di rilevare quotidianamente la temperatura corporea dei figli? Quanto spazio sarà effettivamente dedicato alla DaD? Domande che tornano a risuonare ancora oggi.

Alla luce degli accadimenti degli ultimi mesi dobbiamo riconoscere la ragionevolezza di molte di queste preoccupazioni, ma è essenziale impedire a incertezza, paura e sconforto di prendere il sopravvento su di noi, per poter raccogliere la lucidità e le risorse necessarie ad affrontare di nuovo con successo la difficile situazione nella quale ci troviamo.

Mi è capitato di rileggere un articolo pubblicato su L’Espresso circa un anno fa in cui viene raccontata la difficile esperienza da insegnante potenziato di Ottavia Nicolini, che mi ha fatto ripensare all’attuale situazione. Nell’articolo viene raccontato come la docente, rientrata a Roma dopo oltre un decennio in cui ha insegnato etica in una scuola di Francoforte, sia tornata in Italia a lavorare in un istituto tecnico delle periferie di Roma, nel ruolo, appunto, di “potenziato”.

Ma cosa significa, esattamente, essere “insegnante potenziato”?

In linea teorica, un potenziato è parte integrante dell’organico di una scuola grazie alle sue competenze, in grado di potenziarne l’offerta formativa; di fatto, come afferma Nicolini, il suo è un ruolo dai confini indefiniti, senza una classe, né un programma da insegnare, che si sovrappone spesso a quello di supplente. Se vogliamo utilizzare le parole dai ragazzi dell’istituto, Nicolini è “l’insegnante del Gnente”. Ben presto la docente riconosce quello del “Gnente” come un tema di fondo per le classi dell’istituto, restii a impegnarsi in qualsivoglia attività, tantomeno nelle proposte al di fuori dell’attività scolastica, forse anche a fronte di una reale difficoltà nel farlo, riconducibile a un fisiologico bisogno di limiti e direzioni concrete entro cui circoscrivere e verso cui orientare il proprio comportamento.

È un’impresa difficile per Nicolini, conscia dell’opinione che questi studenti hanno di lei e del suo ruolo, quella di instaurare una relazione con loro, un’impresa che la spaventa, ma alla quale sceglie di non rinunciare. Sono state proprio la sua forte motivazione e la sua tenacia a catturare la mia attenzione e a suscitare la mia ammirazione. Nicolini, infatti, è riuscita a realizzare infine il suo obiettivo, coinvolgendo la “classe del gnente” in alcune attività di gruppo, grazie alle quali la loro vitalità, le loro risorse, la loro creatività hanno trovato una strada per esprimersi in tutta la loro intensità; racconta, con soddisfazione di essere anche riuscita a insegnar loro “L’infinito” di Leopardi. In conclusione, la docente dice qualcosa che deve farci riflettere: difficilmente si potrà dimenticare di questi svogliati ragazzi, ai quali alla fine si è affezionata davvero.

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Credo che questa storia possa aiutarci a cogliere le potenzialità insite nel ruolo di insegnante: insegnare è molto più che trasmettere nozioni; insegnare è soprattutto aiutare a crescere, arricchirsi e realizzarsi; è un compito difficile, ma quando esercitato con passione e motivazione, come ha fatto Nicolini, consente di raggiungere obiettivi notevoli e di superare ostacoli apparentemente insormontabili.

Non è facile però essere dei buoni insegnanti. Forse qualcuno riterrà che l’elemento essenziale sia la conoscenza, la preparazione; essa è un aspetto indubbiamente fondamentale, ma perde di rilevanza se vengono a mancare la capacità di instaurare una buona relazione con gli studenti, di saper favorire buone relazioni tra di loro e di stimolare il loro interesse verso la materia (Mariani e Pozzo, 2002). La qualità della relazione con gli studenti è uno dei fattori che maggiormente si associa al successo o al fallimento scolastico (Babaeeroo e Shokrpour, 2017): maggiore è la qualità relazionale, maggiori sono la partecipazione dei ragazzi a scuola, migliori sono i loro risultati e minori le sospensioni e l’abbandono (Quin, 2017; Sparks, 2019).

La scuola ha subito un duro colpo con la pandemia. Il suo scoppio, nel pieno dell’anno scolastico, ha costituito una brusca battuta d’arresto, non solo per il fatto che il programma scolastico è stato temporaneamente sospeso (e poi ripreso con modalità del tutto differenti), ma anche perché si sono interrotti quei processi di socializzazione tra studenti, e fra studenti e insegnanti. E se trasmettere nozioni può tutto sommato essere fatto senza grosse difficoltà anche tramite l’uso di device tecnologici, mantenere vive e coltivare relazioni nella sola dimensione virtuale è un compito non impossibile, ma molto meno semplice.

Nei mesi del lockdown è stato necessario rivedere il modo di fare lezione, passando dalla tradizionale didattica in aula, alla tanto discussa didattica a distanza (DaD), che ha costituito una notevole sfida in particolare per quegli insegnanti, magari con esperienza ventennale fra i banchi, aventi scarsa dimestichezza con l’utilizzo di dispositivi elettronici e di internet.

Un limite intrinseco di questa tipologia di didattica è che essa richiede un maggior utilizzo di risorse cognitive: venendo a mancare la dimensione non verbale della comunicazione, essa diviene più difficile, così come l’apprendimento stesso. Ricerche dimostrano che la comunicazione non verbale è associata a maggiore motivazione allo studio e a successo accademico (Bambaeeroo e Shokrpour, 2017). Ciò ha portato alla decisione di numerosi istituti di ridurre l’altrimenti troppo oneroso numero di ore di lezione frontale, che pur essendo state affiancate ad altre tipologie di attività, ha costretto alla riduzione del programma di diverse materie. La presenza alle lezioni è inoltre diventata più libera, avendo la possibilità di mostrarsi online ed essere in realtà impegnati in attività di tutt’altro genere.

La DaD costituisce un importante passo avanti in termini di rinnovamento della pratica didattica-educativa, ma al contempo sacrifica l’indispensabile dimensione dell’interazione docente-studenti (Rota, 2020), l’essenziale dimensione relazionale. Alcuni docenti raccontano come sia stato strano e spiacevole per loro non poter sentire la presenza della classe, rimpiangendo addirittura il brusio, fastidioso sottofondo delle giornate di lezione a scuola; l’impressione, almeno in principio, è stata quella di non doversi tanto relazionare a una classe, intesa come gruppo, come un’entità che è qualcosa di più della mera somma degli individui che ne fanno parte, quanto più di dover trasmettere nozioni a un pubblico invisibile e passivo, composto da volti, nei casi migliori, e da icone sparse sullo schermo del computer in quelli peggiori.

fineSono state numerose, quindi, le difficoltà e gli ostacoli emersi in questi mesi, ma contrariamente alle pessimistiche previsioni dei più, i nostri docenti sono stati in grado di affrontarli egregiamente, dimostrando la stessa motivazione e la stessa tenacia di Ottavia Nicolini.

Sono stati sorprendenti l’entusiasmo e l’impegno con cui molti docenti si sono adoperati per colmare le loro mancanze nell’utilizzo dei dispositivi tecnologici, fruendo degli svariati corsi predisposti proprio al fine di incrementare le competenze digitali e per realizzare la media education. Si è potuto assistere, in effetti, a una notevole “solidarietà digitale”, un fiorire di iniziative e piattaforme per supportare la DaD, per aiutare a colmare la carenza di competenze di alcuni essa e per facilitare la condivisione delle conoscenze apprese (Bellasia, 2020).

Molti docenti hanno dedicato più attenzioni di quanto non facessero prima ai ragazzi, rompendo la “barriera” dello schermo, ponendo loro frequenti domande su come stessero vivendo questa particolare esperienza e lasciandoli liberi di sfogarsi e confrontarsi, qualora ne dimostrassero il bisogno; e, in effetti, è stato spesso così. Un occhio di riguardo è stato dedicato a chi manifestava segni di disagio, aprendo un dialogo con le famiglie o con altri adulti di riferimento.

Sono stati fatti sforzi d’ogni genere per cercare di continuare a far sentire gli studenti “classe”: è stata sfruttata la DaD come strumento per mantenere comunque una certa stabilità dell’incontro tra docenti e di conseguenza un senso di appartenenza e legame (Rota, 2020), tramite giochi per i più piccoli, e foto di classe (screenshot sugli schermi), attività, sfide e lavori di gruppo anche per i più grandi. In questo rivediamo proprio i tentativi fatti anche da Nicolini, che ha cercato di andare oltre la mera trasmissione di informazioni, impresa ardua con i ragazzi del Gnente, cercando la creazione di conoscenze condivise. Ciò è stato possibile entrando in punta di piedi sempre più nella vita degli studenti, interessandosi alle loro storie, ai loro luoghi di interesse, alle loro canzoni preferite. E mi sembra che questo in fondo sia quanto è stato fatto anche da molti dei nostri insegnanti durante il lockdown.

Trovarsi improvvisamente in una situazione così complessa ha favorito l’emergere del lato più umano di molti di loro, talvolta celato sotto una scorza di autoritarismo che qualcuno ancora ritiene connaturata al ruolo di insegnante, e migliorando la relazione studente-docente, elemento chiave per l’instaurarsi di un buon clima in classe e, di conseguenza, per favorire un maggiore apprendimento degli studenti (Balestra, 2017).

Credo che a questa situazione straordinaria dobbiamo riconoscere un merito, quello di aver permesso alla motivazione degli insegnanti, al loro autentico interesse per i ragazzi, alla loro passione per la loro delicatissima e straordinaria professione, di riemergere, o di emergere con una spinta e una vitalità rinnovata. 

Come Nicolini, tanti insegnanti oggi avranno paura e si sentiranno smarriti. Le incertezze sono ancora molteplici e giustificano il timore di sbagliare, di non essere in grado di gestire la grande responsabilità della quale sentono il peso. È un anno diverso, un’esperienza nuova per tutti e in quanto tale ricca di incognite, ma, soprattutto, è un’ulteriore occasione per migliorarci, per esercitare le risorse che abbiamo dimostrato di avere e per dimostrare che un buon insegnante, cioè un insegnante motivato e appassionato, ha la capacità di affrontare anche situazioni straordinarie.

 

Bibliografia:

Bambaeeroo, F. e Shokrpour, N. (2017). The impact of the teachers’ non-verbal communication on success in teaching. Journal of Advances in Medical Education and Professionalism, 5(2): 51-59

Mariani, L., Pozzo, G. (2002) Stili, strategie e strumenti nell’apprendimento linguistico. Imparare a Imparare, Insegnare a Imparare, Firenze: La Nuova Italia, Firenze.

Quin, D. (2017). Longitudinal and Contextual Associations Between Teacher–Student Relationships and Student Engagement: A Systematic Review. Review of Educational Research, 87(2): 345 –387

Turco, S. (2019). Francoforte-Roma e ritorno: l’anno spericolato della prof nelle classi del Gnente. L’Espresso, 18 Agosto 2019, 84-87

Sitografia:

Balestra, A. “Il benessere scolastico e il clima della classe”. Psicologia 24, 5 Aprile 2017 https://www.psicologia24.it/2017/04/benessere-scolastico-clima-classe/

Bellasia, A. M. “Didattica a distanza, per fortuna c’è: ecco tutti gli aspetti positivi”. Tecnica della Scuola, 21 Marzo 2020. https://www.tecnicadellascuola.it/didattica-a-distanza-per-fortuna-ce-ecco-tutti-gli-aspetti-positivi

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), 2020. https://www.istruzione.it/rientriamoascuola/index.html

Rota, M. “Pro e contro della didattica a distanza”. Crescita Personale, 31 Marzo 2020. https://www.crescita-personale.it/articoli/competenze/formazione/pro-e-contro-didattica-a-distanza.html

Sparks, S. D. “Why Teacher-Student Relationships Matter”. Education Week, 12 Marzo 2019. https://www.edweek.org/ew/articles/2019/03/13/why-teacher-student-relationships-matter.html

 

 

È NATALE

di Sabrina Agostina Amatucci

In questo periodo sentiamo dire ovunque che questo sarà un Natale “diverso”. C’è chi addirittura afferma che “non sembra nemmeno Natale”. Certo, la pandemia ci obbliga a ripensare a questo particolare momento dell’anno, così ancorato a tradizioni che fatichiamo a pensare possano essere modificate. Ma è giusto dire, come fanno alcuni, che le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria stanno privando di senso questo Natale?

Qual è il senso del Natale?

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Il Natale, anche al di là del suo significato religioso, è forse la festa che più di altre si trova radicata nella nostra cultura e tradizione. Persino la scienza sembra offrire evidenze di una “predisposizione” dell’uomo nei confronti di tutte quelle manifestazioni che riconosciamo appartenere a questo speciale periodo dell’anno: secondo un articolo pubblicato qualche anno fa su una rivista scientifica, nel nostro cervello esisterebbe una “rete dello spirito del Natale”, ovvero un insieme di aree cerebrali che si attivano quando le persone che celebrano il Natale vengono poste di fronte a stimoli legati a questa festività (Hougaard et al., 2015).

È quindi comprensibile che, in molte persone, possa generare disagio dover adattare la nostra idea del Natale alle nuove circostanze.

Tuttavia, il periodo natalizio non porta con sé solo sentimenti di benessere e di pace. Per tante persone, questi giorni sono caratterizzati da un forte aumento dello stress, in risposta alle attese che questa festa genera, e da vissuti di depressione, che alcuni clinici hanno definito “Christmas blues” o depressione natalizia.  

Tutti, in misura differente, possiamo sentirci sopraffatti durante i giorni che precedono il Natale: l’ansia di dover scegliere dei regali che piaccimmagine4iano alle persone che li riceveranno, le scadenze pressanti al lavoro prima della chiusura dell’anno, il disagio di dover trascorrere molto tempo in compagnia di parenti e amici che magari non frequentiamo spesso, la nostalgia per le persone che non sono più tra noi, la percezione di dover in qualche modo “nascondere” le preoccupazioni per rispondere a quella che viviamo come una convenzione sociale. Questi sono solo alcuni degli elementi che possono trasformare questa festa in un impegno talvolta faticoso e che può dare origine a malessere. Claudio Mencacci parla di “effetto collaterale del Natale”, riferendosi al senso di frustrazione che può esprimersi in disagi fisici o psicologici.

Il Natale di quest’anno, che indubbiamente non sarà come quelli che lo hanno preceduto, può essere l’occasione per ripensare al significato che questa festa ha assunto per noi e per darle un valore nuovo, più intimo.

Possiamo abbandonare la frenesia del “dover fare”, per trovare momenti da dedicare a noi stessi, rispolverando interessi magari dimenticati, o semplicemente riscoprendo il valore del “tempo vuoto”.

Concentriamo la nostra attenzione sugli affetti più cari e, anche se non ci è possibile, troviamo un’occasione per rivolgere loro un pensiero. La tecnologia può aiutarci nel creare momenti in cui essere vicini a chi vogliamo bene.

Anche se non saremo cocover-blog_post_dicembre-900x900involti in pantagruelici pranzi o cene, facciamo qualcosa di speciale che ci ricordi l’eccezionalità della festa, e concediamoci un piacere con cui rendere speciale la giornata.

Potremmo, infine, ricordarci delle tante persone che, come noi, stanno vivendo un Natale “diverso” e rivolgere a loro il nostro sguardo, in maniera semplice. Perché non suonare il campanello del nostro vicino di casa, anche di quello che tiene sempre la musica ad alto volume, e fargli i nostri auguri?

Due anni fa, durante l’ultima udienza generale prima delle feste, Papa Francesco ha pronunciato le seguenti parole: “Il Natale di Gesù non offre rassicuranti tepori da caminetto, ma il brivido divino che scuote la storia. Natale è la rivincita dell’umiltà sull’arroganza, della semplicità sull’abbondanza, del silenzio sul baccano, della preghiera sul “mio tempo”, di Dio sul mio io”.

Sono parole che, anche per chi non è cristiano, e sebbene pronunciate prima di questa pandemia, offrono una riflessione sul tempo che stiamo vivendo. Quest’anno, abbiamo l’occasione di scendere a patti con il fatto che non siamo invincibili, che fa parte della nostra umanità venire “feriti” da situazioni sulle quali non possiamo esercitare il nostro pieno controllo. Non vergogniamoci delle nostre paure e delle nostre debolezze, ma confidiamo nella nostra capacità di resilienza, in un atteggiamo di attesa che non è accettazione passiva, ma occasione di adattamento e riflessione. La capacità di accettare e adattarci alla nuova condizione, forse, sarà il regalo più duraturo che avremo fatto a noi stessi.

Per approfondire:

Avvenire.it. Udienza. Papa: Natale non è riempirsi di regali, ma accogliere le sorprese di Gesù. 19 dicembre 2018. https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-francesco-udienza-generale

Hougaard A, Lindberg U, Arngrim N, Larsson HBW, Olesen J, Amin FM, Ashina M, Haddock B (2015). Evidence of a Christmas spirit network in the brain: functional MRI study. BMJ. 16: 351.

Kasser T, Sheldon KM (2002). What Makes for a Merry Christmas?. Journal of Happiness Studies, 3(4): 313-329.

Mencacci C. Trasformare queste feste in un’opportunità. Corriere salute. 10 dicembre 2020. https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/20_dicembre_10/trasformare-queste-feste-un-opportunita-e1abd490-3b03-11eb-a316-193bd0f16dd1.shtml

VACANZE FINITE: E ADESSO?

di Elisabetta Piola

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Il mese di Agosto è ormai agli sgoccioli, e con lui se ne stanno andando anche gli ultimi momenti di estate e di vacanza.

Dopo i duri mesi del lockdown, contrariamente ai timori diffusi, è stato possibile per almeno alcuni di noi godere di qualche periodo di ferie: c’è chi è stato al mare, chi in montagna, chi al lago… chi è stato via pochi giorni e chi ha avuto l’occasione di “fuggire” per periodi molto più lunghi. E questo è stato senza alcun dubbio un bene.

Le vacanze ci offrono la possibilità di “staccare la spina”, di prendere temporaneamente le distanze dalle responsabilità e dalle preoccupazioni lavorative, di dedicare del tempo a noi stessi, alle nostre passioni e alla nostra famiglia. In una società prestazionistica come quella in cui viviamo è sano e indispensabile concedersi, di tanto in tanto, l’occasione di fermarci, prendere fiato e alleggerirci almeno in parte dallo stress di cui siamo quotidianamente vittime (e, in parte, fautori).

È chiaro a tutti, ed è ulteriormente confermato dai primi risultati di diversi studi psicologici in corso, che la situazione pandemica e le norme di isolamento che ci ha costretti a rispettare sono state fonte di preoccupazioni, ansia, e malessere psichico in generale (Xiong et al., 2020). I dati dei primi stadi di queste ricerche confermano un generale aumento dei livelli di stress, fino a disturbo post traumatico da stress, di ansia e depressione, anche a causa delle conseguenze economiche della pandemia (con mancati guadagni o perdita del lavoro) e dei lutti che ci siamo trovati a dover elaborare.

Se dunque già in una situazione normale, con le pressanti e incalzanti richieste che ci pone la routine quotidiana, sentiamo a un certo punto il legittimo bisogno di una pausa, è evidente che le estreme condizioni di tensione, stress e costrizione e la sofferenza del lockdown abbiano reso tale bisogno ancora più urgente.

Le vacanze di quest’anno, seppure con mascherina e igienizzante come immancabili compagni di viaggio, sono state ancora più del solito sinonimo di libertà, leggerezza e relax e sono state l’occasione per ritrovare una parte di quella stabilità ed equilibrio psichico perturbate dagli eventi dei mesi passati. L’altra faccia della medaglia è che per molti di noi il rientro si è rivelato ancora più difficile di quanto già normalmente sia.

Ritornare a casa, alla routine, al lavoro, alle responsabilità è spesso una doccia fredda dopo un periodo di ferie e quest’anno il trauma è stato ancora più intenso: siamo stati bruscamente riportati alla realtà, magari già con un tampone in aeroporto (Berberi, Marrone, 2020) che ci ricorda che l’emergenza coronavirus non è ancora superata.

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Ritornare alla normalità oggi significa vivere in modo responsabile mantenendo viva l’attenzione per le norme igieniche che dobbiamo rispettare per ridurre al minimo il rischio di contagi. I media, a cui probabilmente in vacanza abbiamo prestato meno attenzione, anche nell’illusione di prendere almeno temporaneamente le distanze dai problemi, tornano a farci presente che la curva dei contagi è tornata a risalire, che è indispensabile essere cauti e rispettare le regole ormai note, che l’economia è in forte crisi, e i dibattiti sulla riapertura delle scuole e sulla possibilità di una nuova ondata sono più accesi che mai.

Il rischio è dunque quello di farci sopraffare dall’ansia e dalla paura, oltre che dal senso di instabilità generato dalle incertezze di questo periodo.

Come arginare quindi questi spiacevoli sentimenti?

Innanzitutto, occorre tenere presente che avere paura, provare ansia, sentirsi insicuri e frustrati è legittimo data la situazione, è bene dunque autorizzarsi a provare queste emozioni anche se è opportuno affrontarle tenendo i piedi per terra. Attenzione quindi a non lasciarci pervadere da pessimismo o paranoia.  

Potremmo sorprenderci poi dell’enorme impatto che il pensare positivo può avere sul nostro benessere psicofisico. Se ci sforzeremo di troncare le catene di pensieri negativi e catastrofici che spesso si susseguono nella nostra mente, soffermandoci invece sugli aspetti positivi dell’esperienza quotidiana, inizieremo a cambiare il nostro approccio alla vita stessa, il nostro modo di affrontare le esperienze negative: studi dimostrano che un atteggiamento ottimistico e positivo è in grado di ridurre i nostri di livelli di ansia e depressione e l’impatto che gli eventi stressanti hanno su di noi, favorendo l’uso strategie di coping più efficaci, rinforzando il sistema immunitario e facendoci percepire la nostra vita come più ricca di significato (Naseem e Khalid, 2010; Boyra e Lightsey, 2012).

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Ciò si associa a una sensazione di maggiore competenza, autostima e autoefficacia, cioè alla percezione di se stessi come agenti attivi, in grado di organizzare e gestire la propria vita, con i suoi alti e bassi.

Proviamo a riportare insieme il nostro sguardo su quanto di positivo c’è stato nel corso dei duri mesi passati:

  • la quarantena ci ha dato l’opportunità di riscoprire la dimensione domestica, la piacevolezza del condividere del tempo con la nostra famiglia, dell’impegnarci nel fare una torta o del rilassarci guardando un film insieme (Gandino, 2020);
  • accanto alle relazioni familiari, abbiamo riscoperto anche molte amicizie, coltivate nei mesi di lockdown grazie all’aiuto della tecnologia, che sono state una straordinaria risorsa nell’affrontare il diffuso senso di solitudine e isolamento (Mora, 2020);
  • l’emergenza ha stimolato la nostra inventiva e lo spirito d’iniziativa, tanto che è nata l’idea di trasformare maschere da snorkeling in respiratori polmonari (Landoni, 2020) e numerose aziende sono state convertite al fine di produrre i presidi sanitari di cui abbiamo avuto urgente bisogno (Carli, 2020);
  • infine, questa situazione ha fatto emergere il nostro immenso altruismo, esemplificato dalle numerose iniziative solidali di condivisione di beni di prima necessità (Covella, 2020; C.R.G., 2020) o dalle donazioni di pizze e dolci agli operatori sanitari, duramente e incessantemente impegnati in ospedale (Ummarino, 2020).

Al rientro dalle vacanze ci siamo quindi ritrovati nella difficile e incerta situazione dalla quale in fondo una parte di noi sperava di fuggire, ma sebbene l’emergenza non possa dirsi superata, i miglioramenti sono stati notevoli, e la sua risoluzione è sempre più vicina.

Concediamoci, dunque, di sentirci ancora preoccupati, ma cerchiamo anche di sfruttare le potenzialità del pensiero positivo, riconosciamo il nostro potenziale, le nostre capacità di affrontare gli eventi, ripensando a quelle che sono state per noi esperienze critiche, dolorose ma ch  e siamo riusciti a superare. Ricordiamoci che non siamo soli e che gli altri possono rappresentare un sostegno. Questo può concretizzarsi in molti modi e perché si realizzi è necessario a volte riconoscere che ne abbiamo bisogno.  

 

Bibliografia:

Boyraz, G. e Lightsey, O. R., Jr. (2012). Can Positive Thinking Help? Positive Automatic Thoughts as Moderators of the Stress–Meaning Relationship. American Journal of Orthopsychiatry, 82(2): 267-277

Naseem, Z. e Khalid, R. (2010). Positive Thinking in Coping with Stress and Health outcomes: Literature Review. Journal of Research and Reflections in Education, 4(1): 42 -61

Xiong, J.; Lipsitz, O.; Nasri, F.; Lui, L. M. W.; Gill, H.; Phan, L.; Chen-Lo, D.; Iacobucci, M.; Ho, R.; Majeed, A. e McIntyre, R. S. (2020). Impact of COVID-19 pandemic on mental health in the general population: A systematic review. Journal of Affective Disorders, 277, 55-64

Sitografia:

Berberi, L. e Marrone, C. “Covid, il rientro dalle vacanze: le regole, le falle sui controlli e i consigli pratici”. Corriere della Sera, 23 Agosto 2020. https://www.corriere.it/cronache/20_agosto_23/covid-rientro-vacanze-regole-falle-controlli-consigli-pratici-c78914b2-e4b2-11ea-b1e4-bb7479c087c9.shtml

C.R.G. “Coronavirus, lotta a colpi di solidarietà: la brigata che porta cibo a chi “non ha più nulla””. Milano Today, 1 Aprile 2020. http://www.milanotoday.it/attualita/coronavirus/brigata-solidale-cibo-poveri.html

Carli, A. “Mascherine e respiratori, ecco le fabbriche che si riconvertono”. Il Sole 24 Ore, 23 Marzo 2020. https://www.ilsole24ore.com/art/da-miroglio-menarini-fabbriche-che-si-riconvertono-contro-coronavirus-ADLIFdD

Covella, G. “Coronavirus, gemellaggio Napoli-Madrid per i panieri solidali”. Il Mattino, 2 Aprile 2020. https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/covid_gemellaggio_napoli_madrid_panieri_solidali-5149035.html

Intervista a Gandino, G. “L’amore e le relazioni familiari ai tempi del Coronavirus”. UnitoNews, 6 Maggio 2020. https://www.unitonews.it/index.php/it/news_detail/lamore-e-le-relazioni-sentimentali-ai-tempi-del-coronavirus

Landoni, L. “Coronavirus, la maschera da snorkeling diventa respiratore con la stampa 3D: il prototipo testato a Brescia”. La Repubblica, 22 Marzo 2020. https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/03/22/news/coronavirus_maschera_snorkeling_modificata_respiratore_3d_brescia-251963126/

Mora, E. “Covid-19, riscoprire il piacere delle relazioni”. CattolicaNews, 25 Agosto 2020. https://cattolicanews.it/covid-riscoprire-il-piacere-delle-relazioni

Ummarino, F. “Coronavirus, a Milano un pizzaiolo napoletano regala pizze agli infermieri”. Vesuvio Live, 6 Marzo 2020.https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/societa/327912-coronavirus-milano-pizze-gratis/

“SIAMO IN CURA, NON IN GUERRA”

di Bianca Bertetti

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Abbiamo utilizzato questa frase di Guido Dotti, monaco della comunità di Bose, per introdurre una pratica yoga che potrebbe aiutarci in questo difficilissimo e doloroso periodo in cui le conseguenze del covid 19 ci coinvolgono ancora tutti in prima persona.

Per comprendere il significato di “siamo in cura, non in guerra” leggiamo direttamente le bellissime parole che il monaco ha utilizzato.

Guido Dotti ha scritto: “questa non è una guerra, noi non siamo in guerra… cerco una metafora diversa che renda giustizia di quanto stiamo vivendo e soffrendo e che offra elementi di speranza per i giorni che ci attendono…Ma allora, se non siamo in guerra, dove siamo? Siamo in cura!…

Non solo i malati, ma il nostro pianeta, tutti noi non siamo in guerra ma siamo in cura. E la cura abbraccia … ogni aspetto della nostra esistenza, in questo tempo indeterminato della pandemia così come nel dopo…

Sia la guerra che la cura hanno entrambe bisogno di alcune doti: forza (altra cosa dalla violenza), coraggio, risolutezza, tenacia…Poi però si nutrono di alimenti ben diversi. La guerra necessita di nemici, frontiere…armi…, di inganni e menzogne, di spietatezza e denaro… La cura invece si nutre d’altro: solidarietà, compassione…ascolto, autenticità, pazienza

Per questo tutti noi possiamo essere artefici essenziali di questo aver cura dell’altro, del pianeta e di noi stessi con loro… ciascuno per le sue capacità, competenze, principi ispiratori, forze…

La consapevolezza di essere in cura – e non in guerra – è una condizione fondamentale anche per il “dopo”: il futuro sarà segnato da quanto saremo stati capaci di vivere in questi giorni più difficili, sarà determinato dalla nostra capacità di prevenzione e di cura, a cominciare dalla cura dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione. Se sappiamo e sapremo essere custodi della terra, la terra stessa si prenderà cura di noi e custodirà le condizioni indispensabili per la nostra vita.

Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie – la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili.

Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura!

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Questo invito a “curarci insieme” ci ha stimolato a condividere con voi un esercizio di yoga volto a sostenere e “fare fiorire” le tante risorse di cura già presenti in ognuno di noi.

Senza avere la presunzione di indicare “ricette miracolose”, abbiamo pensato di condividere una pratica centrata proprio sulla cura di sé e degli altri.

Le pratiche di consapevolezza, fra le quali quella che presenteremo, sono tratte dalle antiche filosofie orientali, in particolare dal buddhismo zen, riprese e in parte rielaborate dalla recente corrente occidentale della mindfulness.

Le proposte di mindfulness (che significa chiara consapevolezza) aiutano a sviluppare una migliore consapevolezza dei propri bisogni, delle risorse e limiti in campo, dei valori cui si tende per potere operare scelte il più possibile costruttive per sé, per gli altri, per il mondo intero.

Si tratterà di sperimentare una pratica di consapevolezza che farà riferimento a aspetti diversi del nostro accostarci al difficile e complesso momento che stiamo vivendo.

Alcune pratiche di consapevolezza sono principalmente volte a trovare momenti di sollievo e pace pur nella frenesia di situazioni estremamente dolorose e complesse, altre a calmare la mente intrappolata nel turbinio di pensieri angosciosi, altre a affrontare costruttivamente emozioni intense e dolorose, altre a accrescere dentro di noi risorse di forza e determinazione, altre a contattare gli elementi più vitali insiti in ognuno di noi, altre a sviluppare una profonda gentilezza verso noi stessi e verso gli altri, con cui siamo strettamente inter-connessi.

Si tratta dunque di un invito a sperimentare un esercizio di yoga per potenziare l’indispensabile rapporto corpo mente e cuore. Se troverete che questo esercizio risponde alle vostre necessità, potrete liberamente utilizzarlo e ripeterlo.

IL SALUTO ALL’ALBA

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Portati in piedi coi piedi vicini e paralleli, fai retroversione del bacino, tieni le spalle basse, il viso disteso, porta le mani giunte davanti al petto, tenendo i gomiti in fuori e allungati.

All’INSPIRO portati sulle punte dei piedi, tendi le braccia verso l’alto e allungati ancora: lascia entrare la potente energia della natura dentro di te.

TRATTENENDO IL RESPIRO, A PIENO, allarga le braccia orizzontalmente, tenendo i palmi delle mani rivolti verso l’alto: lascia che l’energia della natura si diffonda in tutto il corpo.

All’ESPIRO, mantenendo le braccia tese, ruota i palmi delle mani verso il basso, scendi con le braccia, riunisci le mani davanti al petto e trattieni il respiro, dopo avere espirato per 3 secondi: lascia che quello che non serve, che è stato consumato esca dal tuo corpo e dalla tua mente.

Ripetiamo insieme questo esercizio un paio di volte.

Ora prova a rifare tu, da solo, questo esercizio, lentamente, per altre 4 volte, seguendo il ritmo del respiro. Lascia che sia il respiro a dare il ritmo al movimento del corpo e non viceversa, il respiro è più potente del corpo.

Quando hai terminato il ciclo degli esercizi, resta un momento a osservare l’eco, sul corpo e sulla mente, di questi movimenti ritmati dal respiro.

LA MORTE AI TEMPI DEL COVID-19

di Elisabetta Piola

238.499 e 34.634. Cosa rappresentano questi numeri? Persone. Essi indicano, rispettivamente, il totale delle persone che sono risultate positive al coronavirus ed il numero di coloro che sono deceduti a causa di esso in Italia (Ministero della Salute, dati aggiornati al 21 Giugno 2020).  

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Sono trascorsi ormai tre mesi complessi e lunghi da quando l’OMS ha dichiarato la situazione attuale provocata dal coronavirus una pandemia (Word Health Organization, 11 Marzo 2020), e quasi altrettanto tempo dal momento in cui il governo italiano ha imposto le norme di isolamento e distanziamento sociale al fine di limitare l’impatto del Covid-19, ponendo un freno alla terribile curva dei contagi.

Siamo dunque stati costretti, per poter contenere la situazione emergenziale, a restare in casa, in regime di quarantena, siamo stati a lungo distanti da molti dei nostri affetti più cari e abbiamo dovuto rinunciare a molti dei nostri hobby, alla scuola e qualcuno, purtroppo, anche al lavoro.

Queste misure altamente limitative sono però risultate efficaci e ci stanno permettendo, gradualmente e cautamente, di ritornare alle nostre abitudini.

Ma quali sono i vissuti che abbiamo condiviso maggiormente in questa situazione? Sicuramente stress, tristezza, senso di incertezza, di solitudine, frustrazione, senso di colpa, ansia, e PAURA (Brooks, Webster, Smith, Woodland, Wessely, Greenberg, Rubin, 2020).

Una paura che certamente ha accomunato molti di noi è la PAURA DELLA MORTE.

 

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Tale paura può essere per la propria incolumità, così come per quella di coloro che ci stanno a cuore. La paura della morte è una delle maggiori paure dell’uomo e in questa situazione in cui il tasso di mortalità è cresciuto notevolmente, in cui la morte non avviene più nelle modalità alle quali siamo abituati e in cui essa ha una fortissima risonanza mediatica, diviene ancora più intensa!

Negli anni si è assistito a un progressivo allontanamento dalla morte, che ha condotto a concepirla non più come parte integrante della vita, ma in posizione antitetica ad essa.

Tale presa di distanza è testimoniata dal fatto che non si muore più nella propria casa.

Per quanto l’ospedale garantisca fino alla fine tutte le cure mediche delle quali il malato necessita, esso non costituisce per lui un luogo familiare dove ci si sente comunque protetti.

La morte in ospedale di un proprio caro rende più difficile l’accettazione della perdita e l’elaborazione del lutto, soprattutto da parte dei più piccoli.

Secondo la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross, dalla diagnosi al momento della morte il malato attraversa 5 fasi: negazione, collera, venire a patti, depressione e accettazione.

Quando negare non è più possibile si avvicina la consapevolezza della morte, che può portare a vissuti depressivi reattivi, per i quali sono d’enorme aiuto la presenza, l’attenzione e l’affetto di operatori e familiari. La vicinanza affettiva al malato nella fase terminale, quando la depressione diviene preparatoria alla morte, è necessaria e benefica (Kübler-Ross, 1969)!

Il tempo per prepararsi alla morte è breve in caso di covid, dal momento della diagnosi al decesso passano più o meno 11 giorni (come riportato dal sito EpiCentro, ISS), e sicuramente l’isolamento forzato aumenta nel malato i livelli di distress. Ma anche per i familiari è stata una esperienza particolarmente drammatica.

Infatti, per l’elevato rischio di contagio, non hanno avuto la possibilità di fare visita al proprio caro, di condividere con lui i suoi ultimi momenti, di trasmettergli il proprio affetto con una carezza o di rassicurarlo con uno sguardo, piccoli gesti che hanno un potenziale effetto benefico, se non addirittura curativo (Ripamonti, 2015).

Tuttavia, in questo periodo più che mai, è accorsa in nostro aiuto la tecnologia! tabletSmartphone, tablet, computer ci hanno consentito di mantenere una forma di vicinanza e di comunicazione (Ingravallo, 2020), sebbene virtuale: ci hanno permesso di condividere almeno parole e sguardi che, anche se filtrati attraverso uno schermo, ci hanno consentito di fargli percepire la nostra vicinanza affettiva.

Anche molti operatori sanitari, sebbene stanchi, stressati e frustrati a causa dell’impegno incessante nella cura dei sempre più numerosi pazienti e a causa delle perdite che essi stessi hanno subito, sono riusciti a mantenere la disponibilità affettiva e la capacità d’ascolto di cui i malati hanno un grande bisogno, rendendosi in alcuni casi addirittura disponibili ad offrire loro i propri telefoni (Mondo, 2020), così da garantire la possibilità di condividere con i propri affetti le ultime fasi della vita.

Ci sono state anche alcune associazioni che hanno generosamente donato smartphone e tablet a degli ospedali per consentire ai malati di mantenere i contatti con familiari e amici (Insalaco, 2020)!

A complicare l’elaborazione del lutto durante questa pandemia è stata anche l’impossibilità di celebrare il rito funebre nella modalità canonica.

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In Italia, i funerali sono stati proibiti o ne è stata limitata la partecipazione ai soli familiari più stretti e i cimiteri sono stati chiusi (Ingravallo, 2020). La mancanza o la posticipazione del rito funebre lascia un vuoto, tiene sospeso il nostro dolore rendendo difficile l’accettazione della morte.

Le credenze e le pratiche religiose, così come un atteggiamento spirituale verso la vita offrono un grande aiuto nell’affrontare morte e malattia: riducono i livelli di depressione, migliorano la capacità di affrontare il distress e contribuiscono a dare un senso all’accaduto (Vallurupalli et al., 2012; Ripamonti, 2015). Il funerale costituisce un rituale collettivo che facilita la condivisione del dolore, fornendoci un sollievo, sebbene parziale e temporaneo, che ci dà la possibilità di dire addio al defunto (Hernández e Berman, 2020). Anche a livello neurofisiologico, essere a contatto con amici o altri partecipanti al lutto ci aiuta ad affrontare la situazione, favorendo la produzione di ormoni del benessere come l’ossitocina, la dopamina e la serotonina (Camplone, 2020).

Il dolore per una perdita è un dolore complesso (Verma e Neimeyer, 2020), che coinvolge sentimenti diversi che si alternano o sovrappongono. Un sentimento che emerge in modo particolare in questo periodo è il senso di colpa, legato alla sensazione di aver abbandonato il malato.

In realtà, sebbene le circostanze ci abbiano costretto a rimanere fisicamente distanti dal nostro caro in ospedale, ogni volta che gli abbiamo dedicato un pensiero, ogni occasione in cui abbiamo ardentemente desiderato fargli visita e ogni volta che gli abbiamo fatto una telefonata o una videochiamata abbiamo dato dimostrazione a noi stessi e a lui di essergli estremamente vicini, forse più di quanto non siamo mai stati, dal punto di vista affettivo. Non si è trattato di un abbandono, ma di un affidamento utile e necessario (Papitto, 2020).

Anche in questo caso, l’amore per i nostri cari, la grande generosità di alcuni estranei e la tecnologia ci hanno permesso di trovare un modo per dare dire addio nonostante le limitazioni e gli impedimenti, ricorrendo in alcuni casi a funerali in videoconferenza!

Credo che in questa situazione siamo stati in grado di far emergere un prezioso bagaglio di risorse personali cui possiamo e dobbiamo attingere per riuscire ad accettare la perdita dei nostri cari.

Ciò che è importante riuscire a fare – da soli o con l’aiuto di chi ci è vicino, con il supporto di spiritualità e religione, e, ove necessario, con l’aiuto di professionisti della salute mentale – è DARE UN SENSO a quanto accaduto; dare un senso a queste tragiche perdite e al dolore che esse comportano, dare un senso alle svariate emozioni che proviamo, accettando infine la morte, quale parte integrante della vita.

 

Bibliografia:

Brooks, S. K.; Webster, R., K.; Smith, L. E.; Woodland, L.; Wessely, S.; Greenberg, N. e Rubin, G. J. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet, 395: 912-920.

Kübler-Ross, E. (1969). On Death and Dying. New York: Scribner

Ripamonti, C. A. (2015). Manuale di psicologia della salute. Bologna: Il Mulino

Vallurupalli, M.; Lauderdale, K.; Balboni, M. J.; Phelps, A. C.; Block, S. D.; Ng, A. K.; Kachnic, L. A.; Vanderweele, T. J. e Balboni, A. (2012). The Role of Spirituality and Religious Coping in the Quality of Life of Patients With Advanced Cancer Receiving Palliative Radiation Therapy. The Journal of supportive oncology, 10(2): 81-7

Verma, N. e Neimeyer, R. A. (2020). Grief and Growth. AI Practitioner, 22:2

Sitografia:

Camplone, S. “La Pandemia da Coronavirus e le diverse forme di perdita”. AssoCareNews, 25 Maggio 2020. https://www.assocarenews.it/professioni-sanitarie/psicologi/psicologia-relazionale/la-pandemia-da-coronavirus-e-le-diverse-forme-di-perdita

Hernández, A. R.; Berman, M. “Grief amid the pandemic: Live-streamed funerals, canceled services and mourning left ‘unfinished’”. The Washington Post, 23 Marzo, 2020. https://www.washingtonpost.com/national/grief-amid-the-pandemic-live-streamed-funerals-canceled-services-and-mourning-left-unfinished/2020/03/23/9201e996-6bdf-11ea-abef-020f086a3fab_story.html

Ingravallo, F. “Death in the era of the COVID-19 pandemic”. The Lancet, 2 Aprile 2020. https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667(20)30079-7/fulltext

Insalaco, C. “Coronavirus, cellulari ‘solidali’ agli ospedali per mettere in comunicazione i pazienti con i loro familiari”. La Stampa, 17 Aprile 2020. https://www.lastampa.it/torino/2020/04/17/news/coronavirus-cellulari-solidali-agli-ospedali-per-mettere-in-comunicazione-i-pazienti-con-i-loro-familiari-1.38729502

Mondo, A. “Coronavirus, una videochiamata con il cellulare dei medici per mettere in contatto ricoverati e famiglie”. La Stampa, 26 Marzo 2020. https://www.lastampa.it/torino/2020/03/26/news/coronavirus-una-videochiamata-con-il-cellulare-dei-medici-per-mettere-in-contatto-ricoverati-e-famiglie-1.38640414

Papitto, F. “Videochiamata in giardino o sul sedile dell’auto, la psicoterapia al tempo del Covid”. La Repubblica, 26 Maggio 2020. https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2020/05/26/news/se_lo_psicologo_va_in_quarantena_la_distanza_si_riduce-257657455/

http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?area=nuovoCoronavirus&id=5351&lingua=italiano&menu=vuoto

http://www.euro.who.int/en/health-topics/health-emergencies/coronavirus-covid-19/news/news/2020/3/who-announces-covid-19-outbreak-a-pandemic

https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia

 

Pazzi per Internet

Viviamo in un mondo che non può più fare a meno di vederci connessi a internet: cellulare, email, Facebook, Twitter. L’uso massiccio della rete è solo un nuovo, potentissimo mezzo per comunicare, o può essere il segnale che qualcosa non va?

s-e30de73d63d1ab5e2dd3f96e7c793eeaf00d1918Sicuramente internet permette di colmare grandi distanze in pochi secondi, diventando un utilissimo strumento per scambiarsi notizie, e quando è ben usato è un fantastico mezzo per aumentare la produttività individuale e aziendale. Ma sono molti i racconti di persone che si sono isolate dal mondo, a causa degli eccessi nell’uso del pc, della navigazione, del social networking. Se è vero che si tratta solitamente di casi isolati e, spesso, di soggetti che già avevano delle debolezze psicologiche pregresse, i dati che emergono dalle ricerche più recenti sembrano suggerire che il nostro stile di vita virtuale, sempre connesso, sempre più “sociale”, e sempre più intrusivo possa portarci non solo all’isolamento, ma anche alla depressione, all’ansia e allo sviluppo di veri e propri disturbi mentali.

Il moderno stile di vita sempre “connesso” ci può sembrare normale, ma questo non vuol dire che sia effettivamente sano o sostenibile. Molti di noi fissano uno schermo, piccolo o grande che sia, per più di otto ore al giorno. Mandiamo in media 400 messaggi al mese, ma gli adolescenti possono arrivare anche a 3700. E spesso iniziamo ancora prima di svegliarci, quando ancora siamo stesi a letto. Perché allora usiamo  internet per un tempo superiore a quello che dedichiamo al sonno o a qualsiasi altra attività della giornata?

Peter Whybrow, il direttore dell’Istituto Semel di neuroscienza e comportamento umano dell’Università della California, è stato intervistato questa estate dal giornalista di Newsweek Tony Dokoupil e ha sostenuto che il computer “è come una forma di cocaina elettronica”. Questo perché spinge a comportamenti che ci rendono ansiosi e incoraggia le ossessioni e la dipendenza. Ogni nuova notifica che appare sul telefono o sul PC è un’occasione lavorativa, sociale, sessuale. Talvolta siamo in trepidante attesa di un cenno dall’altro, di una risposta. Vedere il messaggio e rispondere significa ottenere una piccola gratificazione. Queste piccole gratificazioni rinforzano il meccanismo della compulsione, così che attendiamo con ancora più ansia la prossima occasione di ottenere un po’ di piacere, di sentire il brivido alla fine dell’attesa. Non è un caso che la nuova versione del “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, il libro che contiene la classificazione dei principali disturbi psichiatrici e psicologici, conterrà per la prima volta in via sperimentale i disturbi da “dipendenza da internet”.Ricordiamo che nelle prime ricerche la dipendenza era riconosciuta con un uso della rete che superasse le 38 ore settimanali. Molti di noi esauriscono quelle 38 ore in meno di tre giorni. Ma internet è davvero come una droga?

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Il grosso problema è proprio che questi eccessi possono colpire chiunque, anche chi non ha storie di comportamenti a rischio o abusi di altre sostanze. Ma gli effetti sul cervello di un eccesso di internet sono molto simili a quelli dell’abuso di alcol o droghe. Le aree normalmente dedicate al ragionamento, all’attenzione, e al controllo sono sostituite da cellule nervose più utili per la rapidità e l’azione impulsiva. Abusare di internet ci fa quindi perdere la capacità di prestare attenzione e di controllare adeguatamente il nostro comportamento. Gli esempi, in tempi recenti, sono numerosi ed incredibili. Nel 2010, una coppia sudcoreana ha lasciato morire il proprio figlio di fame perché troppo impegnata nel crescere un bambino virtuale. Sempre nel 2010, una ricerca svolta tra gli studenti dell’università del Maryland ha rilevato che una disconnessione di 24 ore da qualsiasi tecnologia mobile faceva emergere un preoccupante quadro in cui tra i termini più usati c’erano “dipendenza” e “droga”. Due ricerche di questo tipo non sono nemmeno iniziate per la mancanza di volontari. Un’altra ricerca di Larry Rosen ha trovato che la maggior parte degli intervistati sotto i 50 anni controllavano sms, email e social network “ogni quarto d’ora” o “continuamente”. Alcuni addirittura non permettevano a nessuno di toccare il proprio cellulare. Ma facciamo un esempio ancora più interessante: vi è mai capitato di percepire il vostro telefono vibrare anche quando non lo ha fatto? Avete provato quello che i ricercatori del Massachusetts Baystate Medical Center chiamano “Sindrome della vibrazione fantasma”.

Ma l’eccesso di internet porta anche alla riduzione del tempo dedicato al sonno, all’attività fisica e alle interazioni faccia a faccia. Non è però un problema esclusivamente legato al tempo. Pensiamo ai casi di cyber-bullismo o anche solo alle situazioni in cui sono stati pubblicati una foto o un messaggio che era meglio rimanessero offline. Le esperienze interpersonali su internet sono spesso negative, imbarazzanti, mortificanti. Il profilo diventa un’ossessione e ci sentiamo definiti da quello che mettiamo online: apparire come si “deve”, farsi piacere le cose giuste, dire quello che gli altri vogliono sentire. E’ difficile stabilire se internet sia la causa di questi disturbi o se chi è predisposto a questi problemi scelga di immergersi nella rete.

depositphotos_29858921-stock-illustration-turn-off-mobile-phones-iconQuello che è certo è che l’abuso, specialmente quello “sociale”, produce una serie di pressioni, di ansie o di esperienze negative che possono sfociare nella depressione, nello stress, in pensieri suicidi o in un vero e proprio distaccamento dal mondo. La psicologa Sherry Turkle riporta nel suo libro Insieme ma soli le parole di un ragazzo per cui la vita è solo “un’altra finestra”, di solito “nemmeno la migliore”.

Questo non significa che dobbiamo smettere di usare internet, al giorno d’oggi sarebbe impensabile. Ma è necessario essere consapevoli dei rischi che può nascondere e sapere come usarlo con maggiore consapevolezza. Spegnendo ogni tanto il telefono e dimenticandoci delle vibrazioni, reali o immaginarie.

di Luca Pasquarelli

Dobbiamo comunicare le “cattive notizie” ai nostri figli?

Quando dobbiamo dare una brutta notizia, in molti casi decidiamo di non coinvolgere i bambini. La loro scarsa esperienza, le difficoltà nello spiegare certe situazioni, un sistema nervoso ancora in crescita, un funzionamento cognitivo non ancora pienamente sviluppato, tutto sembrerebbe giustificare la decisione di non parlare degli eventi negativi prima di una certa età. Solo la consapevolezza di un adulto o di un adolescente maturo giustifica una specifica attenzione nella comunicazione di certe notizie. Oppure no? Un professionista che lavora a contatto con i bambini impara rapidamente che i piccoli possiedono capacità che sembrano quasi sovrannaturali. Essi riescono infatti a comprendere molto più di quanto non sembri. Molto più di quanto, forse, non riesca a fare un adulto, specialmente quando non si usano parole. Malattia-che-succede-se-ti-ammali-durante-le-ferieQuesto è ancora più vero nelle situazioni di grande stress e difficoltà, come possono essere una grave malattia, specialmente se il malato è il bambino stesso, o la morte di un parente stretto. Il vissuto del proprio corpo e il malessere dei propri cari, nonostante sia spesso un tabù di cui non si può parlare, produce delle conseguenze importantissime nella psiche del bambino e dell’adolescente. Qui analizzeremo in particolare queste due situazioni, ma quanto verrà detto rimane valido per tutti quegli eventi che sconvolgono la vita della famiglia.

Parlare ai bambini, anche dei vissuti negativi legati alla malattia, delle loro paure o della morte, è assolutamente fondamentale. Ciò che non vogliamo dire verrà comunque “capito”, ma non potrà essere elaborato proprio per la sua condizione di “segreto” impossibile da condividere, di vissuto inaccettabile che deve essere in qualche modo nascosto perché può far soffrire. Questo messaggio dovrebbe arrivare ai medici, che molto spesso non ritengono i bambini capaci di comprendere la situazione in cui si trovano, così come ai genitori, che spesso non sono in grado di dominare il proprio sconforto e nascondono, negano o svalutano il vissuto di malattia del figlio o non considerano le sue capacità di partecipare a un lutto, di capire il dolore, di accettare la morte di un familiare.

Possiamo dire che l’idea guida di questo approccio deve essere legata all’ignoto. Il bambino, naturalmente, non ha “conoscenza” di cosa sia la morte o la propria malattia, ma la “intuisce”, in quanto il malessere è evidente nel volto dei propri genitori, o permea totalmente il suo corpo. Se non viene informato delle “cattive notizie”, naturalmente nel modo più adeguato alla sua età e alla sua capacità di comprensione, si ritrova davanti a qualcosa di minaccioso e cattivo ma, soprattutto, sconosciuto. Proprio quella dell’ignoto è la paura più ancestrale, che assume in questo caso un valore speciale: come si può elaborare ciò che non si conosce? Come si può pensare che il bambino vinca una malattia di cui non conosce nulla, se non la sofferenza che genera nel suo corpo? Come si può pensare che il bambino dia senso alla sofferenza di chi lo circonda, se non sa cosa è la morte? Il bambino capirà qualcosa riguardo alla sua malattia e penserà a delle spiegazioni per il dolore che percepisce negli altri, anche senza le informazioni dirette dei medici o dei genitori, ma sarà una conoscenza vuota, senza “comprensione”, senza significato. Il non-detto rimarrà, minaccioso, a opprimere il bambino, abbandonato a se stesso. Per dare senso alla malattia o alla morte è necessario l’aiuto di un adulto: il dolore sarà compreso anche dal bambino e si potrà rendere fruttuosa questa conoscenza, alimentando la lotta per la guarigione e la speranza oppure aiutando a elaborare la perdita di un congiunto.

Aumentano-i-casi-di-demenza-i-malati-nascondono-la-malattiaAltro elemento, che a questo si collega, è la necessità di non tacere al bambino gli eventi negativi perché ciò favorisce l’emergere di angosce e fantasie. Queste manifestazioni sono decisamente negative, in quanto rappresentano lo strumento che il bambino utilizza per dare senso alla sua esperienza e colmare il vuoto della sua conoscenza. Spesso l’angoscia diventa opprimente, la fantasia ancora più minacciosa della realtà. Perché allora non cercare di informare il bambino e riflettere con lui su ciò che gli sta accadendo? Perché lasciarlo solo e senza mezzi adeguati ad affrontare un evento più grande di lui? Sarebbe necessario favorire la comunicazione con i genitori e con gli operatori sanitari, così da “distruggere” queste fantasie e angosce e dare significato insieme alla malattia o ai vissuti negativi che il bambino sta provando, denominandoli e rendendoli comprensibili, cercando di evitare distorsioni che aumentano ulteriormente il disagio che il bambino si trova a sperimentare.

Angosce e fantasie non sono però creazioni senza sostanza. Nel caso di una malattia, il bambino le costruisce in relazione al vissuto del suo corpo. Un corpo che provoca dolore, martoriato dalla malattia o dai trattamenti, magari un corpo di cui non si ha più il controllo, tanto che non sembra nemmeno più il proprio corpo. Un tale vissuto scatenerebbe il panico in chiunque. Come si può tacere su ciò che sta accadendo al bambino? Come si può “fingere” che tutto vada bene? Se un certo ammontare di repressione e negazione nel genitore è comprensibile anzi, desiderabile, bisognerebbe considerare come questo entra in rapporto con il vissuto del bambino. Portare avanti comportamenti che “impongono” una visione della malattia in palese conflitto con il vissuto del corpo del bambino, non può avere alcun effetto positivo.

Nel caso di un lutto invece, possono nascere nel bambino delle fantasie angosciose dovute alla scarsa chiarezza sulle ragioni di un decesso o alla parziale comprensione che ha sviluppato della morte e delle sue cause. Potrà quindi sentirsi responsabile della morte del parente, oppure credere che un certo comportamento porterà lui stesso a morire. E’ quindi molto importante esplorare con il bambino l’evento luttuoso e le sue cause, adeguando le parole all’età e alle capacità del piccolo, così da scongiurare l’emergere di fantasie profondamente angosciose e opprimenti. Mantenere il silenzio su un tale evento significa bloccare l’elaborazione del lutto e la ricerca del significato per la scomparsa dell’altro. Il bambino non può esprimere l’angoscia, la frustrazione e l’impotenza di fronte alla morte, sarà costretto a tacere senza possibilità di dare senso alla propria vita e a quella degli altri.

In entrambi i casi la giustificazione è credibile: risparmiare ai bambini un racconto di sofferenza. Ma se non viene detta, se non viene discussa, rimane una sofferenza incomprensibile perché priva di senso, un non-detto, un non-accolto dal genitore, quindi qualcosa che non è “successo”. Il genitore, nascondendo la malattia e il dolore, rimanda al bambino un’immagine di sé profondamente diversa dal suo reale vissuto. Per dimostrare di essere in sintonia, di aver compreso il vissuto del bambino e di saper riconoscere le sue abilità nel “leggerci” è quindi fondamentale parlare con nostro figlio di tutte quelle circostanze, anche negative, che sconvolgono la vita della famiglia. Se non si sa come fare, o mancano le giuste parole, può essere utile consultare un esperto, che aiuterà nel difficile compito di comunicare questi eventi nel modo più adeguato.

Luca Pasquarelli