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Tatuaggi e piercing: perché?

a cura di Luca Pasquarelli

Può apparire strana ed incomprensibile ad un adulto la volontà di un adolescente di sottoporsi a pratiche di modifica del proprio corpo, spesso anche molto dolorose, come tatuaggi e piercing. Che valore hanno queste scelte, che a volte possono cambiare radicalmente il proprio aspetto? Possono nascondere un malessere? Cerchiamo di capire insieme quali sono i motivi alla base di una scelta sempre più comune tra i ragazzi.

L’adolescenza si presenta come una fase di transizione in cui i ragazzi devono rielaborare la propria immagine di sé, passando dall’idea di sé come bambini a quella di sé come adulti. Certamente, uno dei cambiamenti maggiori avviene proprio nel corpo, che durante questi anni cresce e matura, fino a diventare il corpo dei “grandi”. Proprio la necessità di riappropriarsi del nuovo corpo diventa uno dei compiti fondamentali che l’adolescente deve affrontare per poter dire concluso il suo percorso, per poter diventare un adulto completo e consapevole. Ma non sempre è facile accettare ciò che sta cambiando così rapidamente e, in qualche caso, che sta diventando qualcosa che non ci piace. Dopo aver registrato i cambiamenti fisici, dobbiamo infatti imparare anche ad accettarci mentalmente per come siamo diventati.

Generalmente, il conflitto con il nuovo corpo si conclude in maniera positiva, dopo periodi più o meno lunghi in cui il nuovo corpo viene messo alla prova, mostrato, nascosto, modificato. In molti casi vediamo infatti adolescenti che sembrano quasi “mascherati” da abiti larghissimi o, al contrario, che mostrano senza alcun timore il proprio corpo. Non mancano poi quelli che usano un pesante trucco, o che cambiano colore dei capelli quasi quotidianamente. Molto spesso si tratta di sperimentazioni innocue, in linea con un particolare momento che i ragazzi vivono, con una specifica attitudine che in quel momento sentono verso il proprio corpo: brutto, inguardabile e sgraziato; bellissimo e da ammirare; che ha qualche piccolo difetto, facilmente aggiustabile.

A volte però, le sperimentazioni cominciano a diventare pericolose: il corpo diventa il bersaglio dell’odio e del rancore, la sofferenza e il blocco nel proprio processo evolutivo vengono trasportati e riflessi sul corpo. Diete estreme, atti aggressivi, autolesionismo,  dismorfofobia – l’idea che una parte del nostro corpo sia del tutto impresentabile e “mostruosa” -, malattie psicosomatiche. Non a caso, queste manifestazioni si associano solitamente a un blocco del pensiero, a difficoltà nell’entrare in empatia, a ricordare il passato. Il mondo psichico è allontanato, rimane insanabile la distanza tra il corpo desiderato e quello che si ha, che viene attaccato perché è inaccettabile.

Ma ci sono strumenti l’adolescente può usare per mentalizzare il proprio corpo, cioè per accogliere psichicamente il suo nuovo fisico? Fondamentale è il gruppo dei compagni, che diventa un vero e proprio laboratorio dove sperimentarsi, dove vedere modi diversi di portare avanti un compito evolutivo fondamentale, in cui è possibile anche incontrare un corpo diverso, ed iniziare ad esplorare il mondo della sessualità. Allo stesso modo, il tatuaggio e il piercing diventano un modo per aiutare nella mentalizzazione del corpo, per “abbellirsi”, presentandosi in un modo che l’adolescente vive come più in linea con il suo vero modo di essere. Al contrario delle altre condotte aggressive, manca in questo caso la volontà di ferirsi o di mostrare il disagio, sostituita dalla voglia di raccontarsi, di fissare in modo indelebile un momento, una persona fondamentale, una passione, una propria caratteristica, la conquista della libertà.

I tatuaggi o i piercing possono quindi diventare uno strumento utile, se non fondamentale, per riappacificarsi con il proprio corpo. Proprio come una casa viene ristrutturata per essere resa più gradevole, così il corpo è modificato per raccontarci meglio e per diventare un luogo in cui siamo a nostro agio, che ci sentiamo liberi e orgogliosi di mostrare al mondo.

GLI STILI EDUCATIVI

 da “La devianza in adolescenza – prevenzione e intervento”, Il Mulino
a cura di Chiara A. Ripamonti,

“Educare”, secondo il dizionario Garzanti della lingua italiana significa “sviluppare le facoltà intellettuali, fisiche e morali specifiche dei giovani secondo determinati principi”.   Questo obiettivo può essere raggiunto dai genitori utilizzando atteggiamenti e comportamenti che possiamo immaginare lungo un continuum, a un estremo del quale troviamo la freddezza affettiva e l’imposizione rigida delle regole, all’altro l’affettività e l’autonomia seppur condizionata da regole chiare e congruenti.   A questi poli possono corrispondere due dimensioni: una basata sul porre delle richieste e sull’esercitare il controllo con modalità che non tengono conto delle caratteristiche e dei bisogni del figlio, l’altra caratterizzata da un’educazione improntata su un atteggiamento positivo verso il figlio, che tiene conto della sua individualità e delle sue esigenze.

A partire da queste dimensioni sono stati delineati quattro stili educativi [Maccoby e Martin 1983]:

Permissivo – indulgente: all’affettività dei genitori non si accompagna la capacità di porre delle regole e dei limiti comportamentali, pertanto al figlio sono rivolte poche richieste.   Da questo stile educativo deriva la difficoltà a interiorizzare le norme, a controllare le pulsioni e ad essere in grado di assumersi delle responsabilità.

Permissivo – indifferente: il disinteresse e lo scarso coinvolgimento dei genitori alla vita del figlio sono le caratteristiche che lo connotano.   Il figlio è sostanzialmente abbandonato a sè stesso, privo di guida e di contenimento affettivo, padrone di una libertà che può provocare uno stato di confusione.   Gli effetti di questo stile educativo sono marcatamente negativi, in quanto possono determinare una scarsa capacità di autocontrollo, di autonomia e una condizione ansioso-depressiva. L’autocontrollo scarso o assente, che è uno tra gli effetti a lungo termine dei due stili genitoriali poc’anzi esposti, è uno tra i fattori implicati nello sviluppo del comportamento antisociale; ad esso è associata l’impulsività, che non permette di agire pensando alle conseguenze delle proprie azioni, di accettare i compromessi e di ritardare la ricompensa.


Autoritario: i genitori impongono delle regole senza motivarle e non contemplando la possibilità di metterle in discussione, si aspettano pertanto da parte del figlio un’adesione totale e acritica ai loro desideri; la trasgressione alle regole comporta la punizione immediata.   Questa modalità educativa influisce negativamente sullo sviluppo dell’autonomia, sulle capacità relazionali, sulla percezione della propria autoefficacia.

Autorevole: i genitori che seguono questo modello educativo, oltre a manifestare un sincero interesse per la vita del figlio e a rinforzarne l’autonomia, sono affettuosi, sensibili ai suoi bisogni e alle sue richieste.   Al tempo stesso sono in grado di attuare un controllo attento e rispettoso sulla sua vita e sui suoi comportamenti, di imporre limiti e regole, di chiarire il loro significato e di essere disposti a discuterne la validità (ovviamente quanto più il figlio è immaturo, tanto meno spazio sarà dato alla messa in discussione delle regole).   E’ intuibile che questo è lo stile educativo dagli effetti più positivi, in quanto facilita lo sviluppo dell’autonomia e della fiducia in sè stessi, delle relazioni sociali e del senso di responsabilità.   

Uno stile autoritario accompagnato da punizioni dure e crudeli è un forte predittore di crimini violenti.   Una ricerca condotta negli anni ’90 nello stato di New York su un campione di 900 bambini ha evidenziato risultati allarmanti riguardo alle ricadute che modalità educative particolarmente dure possono avere sullo sviluppo comportamentale. I bambini che, a 8 anni, erano stati educati con metodi eccessivamente rigidi, non solo mostravano al trentesimo anno di vita una storia di incarcerazioni per comportamenti violenti, ma avevano anche l’abitudine di punire severamente i propri figli e di aggredire fisicamente le proprie mogli [Eron, Huesmann e Zelli 1991].

Un importante predittore dello stile educativo che sarà adottato dai genitori è la loro valutazione ai comportamenti dei figli: una valutazione sempre negativa si accompagna a una disciplina rigida, mantenuta nel tempo, che tende ad estremizzarsi.   In questo caso, l’atteggiamento rigido nei confronti del figlio rimarrà tale indipendentemente dalle situazioni o dai cambiamenti comportamentali e contribuirà a mantenere invariati negli anni i problemi comportamentali. Studi longitudinali hanno dimostrato che una valutazione negativa dei comportamenti del bambino data prima del suo ingresso alle elementari predice i successivi problemi della condotta a scuola, che verranno poi esacerbati durante l’adolescenza.

E’ come se questi genitori fossero convinti che sempre e comunque il figlio si comporti, si comporterà male, per cui il loro atteggiamento è spesso irritato, ostile.   L’ipotesi che il comportamento del bambino non sia solo volontario, ma possa anche essere ricondotto a fattori temperamentali, e sia pertanto immodificabile, rafforza questa modalità relazionale disfunzionale; per questo stesso motivo i genitori sono resistenti rispetto alla possibilità di utilizzare strategie educative basate per esempio sul riconoscimento dei punti di forza del figlio, dei suoi comportamenti positivi e sul rinforzo di questi.   

Nel caso in cui i genitori, pur utilizzando strategie disciplinari inefficaci e pur essendo facilmente irritabili, non si pongano in modo ostile, i problemi della condotta tenderanno a diminuire nel tempo.   Questo diverso atteggiamento permette ai genitori di valutare in modo oggettivo i comportamenti del bambino e di essere più sensibili ai suoi miglioramenti [Paradini, Loeber e Stouthamer-Loeber 2005].

Lo stile attributivo condiziona dunque l’atteggiamento, i comportamenti e le reazioni dei genitori verso il figlio, che sono basati su una valutazione generale data a priori.   Le attribuzioni influenzano inoltre la strutturazione degli script sociali che il bambino applicherà alle situazioni extra-familiari.   Questo implica la possibilità di ricadute negative sulla qualità dell’adattamento alla vita scolastica e sulle prestazioni accademiche, che amplificano le problematiche comportamentali [Reid, Webster-Stratton e Hammond 2003]. E’ stato osservato che una genitorialità carente, accompagnata dall’abitudine di valutare negativamente il comportamento dei figli e di sminuirne le competenze, caratterizza quei genitori che manifestano uno scarso interesse verso la vita scolastica e che hanno un rapporto non collaborativo con gli insegnanti.   E’ inoltre da tener presente che il rapporto tra i comportamenti tenuti a casa e a scuola può essere bidirezionale: il comportamento a casa influenza quello a scuola e viceversa; nel caso in cui il bambino manifesti un comportamento aggressivo e oppositivo in entrambi gli ambienti, aumentano le probabilità dello sviluppo di antisocialità in adolescenza [Eaton, Krueger, Johnson, McGue e Iacono 2009].   

Alla rigidità e alla durezza dei metodi educativi è spesso associata l’induzione della paura nel bambino per ottenere l’obbedienza; questa strategia impedisce l’interiorizzazione delle norme, che vengono seguite solo se si è certi del rischio di sanzioni.   A causa degli alti livelli di attivazione che rendono difficile la mentalizzazione dei messaggi genitoriali, questo stile educativo ostacola anche l’interiorizzazione dei valori prosociali.   In questo caso, stimolare nei bambini e negli adolescenti la discussione sugli effetti delle loro azioni può essere un modo per sviluppare la prosocialità.

L’ingresso nella fase adolescenziale comporta la volontà di affermare la propria indipendenza dai modelli genitoriali; i comportamenti e gli atteggiamenti che si accompagnano a questa tendenza possono essere causa di conflitti quotidiani.   In genere, i conflitti familiari tendono a intensificarsi all’inizio dell’adolescenza per tendere lentamente a ridursi dalla metà fino alla tarda adolescenza.   I ragazzi che hanno con i genitori dei rapporti caratterizzati da alta conflittualità, scarso calore e comunicazione povera tendono a sviluppare un atteggiamento tollerante verso la delinquenza, in particolare durante la prima adolescenza. 


DECALOGO CON CONSIGLI PRATICI PER RAGGIUNGERE IL BENESSERE DIGITALE


1. Acquisisci le competenze che ti permettano di usare il cellulare e la rete in modo consapevole    

  • Gli algoritmi regolano gli stimoli che ricevi dalla rete. Tutto è uniformato sulla base dei nostri gusti e caratteristiche.
  • Usa motori di ricerca alternativi (es. Duckduckgo che non salva i tuoi dati di navigazione).
  • Attenzione che gli algoritmi possono aumentare odio e discriminazione.

2. Evita di passare troppo tempo online  

  • Controlla quanto tempo passi sulle varie piattaforme, questo ti permetterà di riflettere su quello che avresti potuto fare in alternativa. 
  • Disconnetti la funzione notifiche che è una fonte di grande distrazione.
  • Troppe ore connesso ti portano ad essere più facilmente irritabile.

3. Disconnettiti per poterti riconnettere con te stesso e con la realtà

  • Sì te stesso e non volerti adeguare ai profili irrealistici che la rete ti propone.
  • Riconosci le tue risorse e i tuoi limiti, non cadere nella trappola delle immagini accattivanti che la rete ti propone, ma che sono distanti dalla realtà e dalla normalità della vita.
  • Non temere la noia, perchè può spronarti a far emergere nuove idee, pensieri e creatività.

4. Bisogna crescere con i social e non nei social

  • Dai la priorità alla realtà, osservando il mondo che ti sta intorno, questo ti permetterà di fare nuove esperienze e socializzare con più facilità.
  • Se sei con qualcuno prestagli attenzione e metti da parte il cellulare.
  • La Rete è una grande risorsa se la utilizzi in modo consapevole.

5. Nella realtà virtuale tutto è possibile e talvolta ti viene mostrato come vero e reale ciò che non lo è  

  • Fai attenzione ai profili che incontri, non fidarti di chiunque.
  • La rete ha una grande potenzialità di trasmissione di informazioni, ma non credere a tutto ciò che vedi o leggi, molti sono fotoritocchi o fake news.
  • I modelli virtuali proposti dalla Rete sono illusori. 

6. Rispetta la privacy tua e degli altri

  • Prima di pubblicare/inviare una tua foto con qualcun altro o foto di altri chiedi sempre il permesso.
  • Quando scarichi un’App o apri un sito, fai attenzione alle clausole sulla privacy.
  • Tutti i dati che metti in rete vengono utilizzati in vario modo senza che tu ne sia consapevole.

7. Non essere multitasking

  • Il cellulare ti abitua a passare rapidamente da una esperienza a un’altra; questo comportamento diviene una abitudine anche nella vita quotidiana.
  • Non studiare con il telefono acceso vicino, le notifiche e le chat ti fanno perdere tempo e concentrazione.
  • Non parlare con qualcuno guardando il cellulare.

8. Usare il cellulare ha un impatto negativo sul tuo benessere fisico e psichico

  • E’ un attimo perdere la cognizione del tempo quando si “scrolla” a discapito del tuo riposo.
  • Tieni il cellulare lontano quando vai a dormire, così diminuisci la tentazione di prenderlo in mano per controllarlo.
  • edica meno ore alla rete e più ore ad altre attività tra cui lo sport.

9. I rischi della Rete, anche se virtuali, sono reali

  • Quando succede o vedi qualcosa di brutto online, chiedi aiuto, denuncialo.
  • Non dare il tuo numero a persone in Rete che non conosci.
  • Il razzismo, l’omofobia, la misoginia, l’odio all’interno della Rete non sono meno nocivi.

PER I GENITORI

10. Non avere un atteggiamento giudicante e di rifiuto a priori nei confronti della Rete. La condivisione aiuta a controllare.

  • Informati sulla cultura della Rete, prova a entrarci, conoscerla e a essere disponibile a parlarne con tuo figlio con curiosità e interesse.
  • Riconosci la funzione di socializzazione, di sostegno nella costruzione della propria identità e di prove di espressioni creative di sé.
  • Parla con tuo figlio del pericolo del plagio, della pornografia online, del cyberbullismo che si possono incontrare in Rete, e dell’importanza di tutelare la propria privacy 
  • Valuta se installare dei programmi di protezione sul suo telefonino

GIOVANI ADULTI E LA PRECARIETÀ DELLE SPERANZE: UN PROBLEMA DA NON SOTTOVALUTARE

A cura di Alessandra Giacumbo

Per molti l’espressione “giovane adulto” può risultare nuova, ma con tale denominazione ci si riferisce a quei giovani che hanno terminato il percorso formativo nelle scuole secondarie di secondo grado e si affacciano al mondo del lavoro. Questo è un passaggio cruciale, che pone simbolicamente le basi per la costruzione del proprio futuro. Proprio per questo, le aspettative che accompagnano il cambiamento sono tante, a volte troppe, costringendo i giovani a fare i conti con una realtà molto più difficile di quella immaginata.
La vita, come ci direbbe Van Gennep (1909), è un continuo susseguirsi di tappe, di fasi diverse, che richiedono, di volta in volta, degli aggiustamenti non solo da parte del singolo, ma anche della famiglia o della rete sociale che lo circonda. Infatti, nell’affrontare il difficile passaggio dalla coabitazione con i propri caregiver all’indipendenza abitativa (ed economica), non tutti possono contare sul sostegno della famiglia d’origine o di un contesto sociale supportivo.

Proprio a causa di questi ostacoli, spesso, i giovani adulti finiscono per prolungare la permanenza
abitativa nella casa della propria famiglia di origine, continuando a sperare di poter, prima o poi, rendersi indipendenti sotto tutti i punti di vista. Cavalli e Galland (1996) hanno descritto tre modelli diversi, che indicano altrettante modalità di affrontare questa fase evolutiva.
– Il primo è il modello mediterraneo, la cui caratteristica peculiare è data dal prolungamento della permanenza nella famiglia d’origine;
– Segue il modello inglese, che si caratterizza, al contrario, per il raggiungimento di una precoce indipendenza abitativa;
– Infine, il modello francese o nordeuropeo prevede un periodo piuttosto lungo che intercorre tra l’indipendenza abitativa e la formazione di una nuova famiglia.


Come si evince dai tre modelli, ci sono tempi e modi diversi per raggiungere le tappe evolutive caratterizzanti la fase del giovane adulto che, oltre al compimento della formazione superiore e l’indipendenza abitativa, sono l’ingresso nel mondo del lavoro, il matrimonio o la convivenza e la nascita di un figlio. Quest’ultima tappa, secondo molti, sancirebbe l’ingresso nell’età adulta.

L’Italia, che rientrerebbe appunto nel modello mediterraneo, vede da diversi anni un prolungarsi della situazione di dipendenza abitativa ed economica, a scapito di una progettualità di indipendenza che,
seppur presente nella mente di molti, rimane comunque irrealizzabile. Cosa potrebbe succedere quando un giovane deve fare i conti con la precarietà dei suoi progetti e delle sue speranze? Cosa significa, oggi, dover rinunciare ai propri sogni?
Per molti giovani, infatti, non vi è possibilità di scegliere e di coltivare le proprie passioni. Il mondo del lavoro mostra sempre più come siano indispensabili alcune figure professionali e non altre, costringendo molti a rinunciare a quello che hanno sperato di diventare o che, a fatica, hanno raggiunto. Ed è così che, in molti casi, si finisce per fare quello che “offre il mercato”, quello che permette di vivere e di progettare un futuro, scevro da qualsiasi spinta motivazionale.
Il crollo delle aspettative e delle speranze, di fronte alla cruda realtà e all’esperienza, è un problema da non sottovalutare. Viviamo in un’epoca in cui il fallimento è sempre meno tollerato, dagli altri e soprattutto da sé stessi. Misurarsi con il fatto che non si sia riusciti a compiere quello che ci si era preposti comporta, spesso, un crollo narcisistico importante, difficile da tollerare. Il rischio è che, sentendosi vittime di una terribile ingiustizia operata dalla società, i giovani adulti perdano qualsiasi speranza in un futuro migliore e vedano come unica soluzione quella di rinunciare a tutto, a volte anche alla vita.
Le politiche a sostegno dei giovani dovrebbero tentare di arginare questo rischio, proponendo non solo delle possibilità lavorative e dei sussidi economici, ma anche degli sportelli di ascolto e sostegno psicologico, indispensabili quando le strategie di coping non sono più in grado di fronteggiare la situazione.

BIBLIOGRAFIA

Cavalli A., Galland O., (1996), Senza fretta di crescere. L’ingresso difficile nella vita adulta. (tr. it Della Porta B.). Napoli: Liguori Editore.

Lancini M., Madeddu F., (2014), Giovane adulto. La terza nascita. Milano: Raffaello Cortina Editore.


Van Gennep A., (1909), I riti di passaggio (tr. it. Remotti M. L., 2012). Torino: Bollati Boringhieri.

IL FENOMENO DEI NO-VAX IN PERIODO DI PANDEMIA

di Rosa Gravagnuolo

In questi ultimi due anni, la diffusione del virus è stata arginata da misure di sicurezza che hanno scandito come delle fasi. In una prima fase, abbiamo adottato azioni prettamente difensive, ci siamo barricati all’interno delle nostre case cercando di evitare più possibile il contatto con il virus.  Tuttavia, se nei primi mesi del 2020 la reazione più immediata è stata di chiusura e protezione, adesso notiamo come con la distribuzione dei vaccini gradualmente ci siamo spostati verso un approccio di sfida.

Nonostante la Word Health Organization (WHO, 2019) consideri l’essere esitanti verso il vaccino uno dei 10 rischi più pericolosi per la salute pubblica globale, ancora molte persone sono incerte rispetto alla somministrazione. Chi manifesta delle resistenze afferma che il vaccino faccia più male che bene, tipicamente per quattro ragioni (Whitehead et al., 2019):

  • I vaccini sono inefficaci;
  • I vaccini contengono sostanze tossiche e non naturali;
  • I vaccini causano effetti collaterali o la malattia stessa che il vaccino dovrebbe prevenire;
  • Le persone vaccinate possono portare alla mutazione del virus e diffondere nuovamente la malattia.

Alcuni argomentano anche che, se pure efficace, la vaccinazione non dovrebbe essere forzata perché viola la libertà di scelta.

Uno studio (Roberts et al., 2022) ha esaminato i correlati demografici, psicologici, politici e comportamentali degli atteggiamenti anti-vax e dell’esitazione al vaccino COVID-19 in un campione composto da adulti americani. Sono stati evidenziati una serie di fattori correlati agli atteggiamenti anti-vax in generale e all’esitazione al vaccino COVID-19 in particolare, quali: la giovane età, l’essere di razza non caucasica, l’avere livelli di reddito e istruzione bassi, l’avere atteggiamenti sociali più conservatori e meno liberali, l’essere meno aderenti ai comportamenti di sicurezza COVID-19 e il manifestare una minore approvazione delle restrizioni governative.

Internet ha assunto un’enorme influenza sulla conoscenza delle persone dei vaccini (Kata, 2012). Sui social media è rapidamente nata una vasta comunità che permette la discussione e lo scambio di informazioni tra più persone in modo istantaneo ma, tuttavia, con scarsa attendibilità e poca affidabilità sulle fonti delle informazioni reperite.  In questo modo, la conoscenza sui vaccini, sia vera che falsa, può essere facilmente accessibile ma anche facilmente confusa. È evidente che, coloro che si affidano a internet per le informazioni sui vaccini sono esposti più di altri ai rischi della disinformazione.

Ci può essere una strada per affrontare la disinformazione su internet sfruttando positivamente questa fonte di fiducia rispetto alle informazioni recuperate online e che potrebbe essere attraverso i medici influencer dei social media (Benoit e Mauldin, 2021), ovvero la tendenza di molti medici di porsi come influencer del benessere, fornendo informazioni e indicazioni supportate da valore scientifico.

I social media hanno dato alle persone la possibilità raggiungere facilmente fonti affidabili quelle condivise dall’OMS sulle piattaforme più diffuse oggi, come Facebook e Instagram (Brindha, Jayaseelan e Kadeswaran, 2020). Queste nuove strategie di diffusione delle informazioni ha favorito la diffusione a tappeto delle nozioni fondamentali per la prevenzione ed il contenimento del contagio. È auspicabile che queste nuove modalità di comunicazione diventino parte integrante del modo in cui le autorità competenti condividono messaggi indicazioni necessarie alla tutela della salute pubblica. In tal modo, avendo accesso a contenuti sicuri e dalle fonti chiaramente definite, ognuno potrà avere la possibilità di informarsi e farsi una opinione consapevole rispetto alle tematiche più salienti.

BIBLIOGRAFIA

Benoit, S. L., & Mauldin, R. F. (2021). The “anti-vax” movement: a quantitative report on vaccine beliefs and knowledge across social media. BMC public health21(1), 1-11Brindha, D., Jayaseelan, R., & Kadeswaran, S. (2020). Social media reigned by information or misinformation about COVID-19: a phenomenological study.

Kata, A. (2012). Anti-vaccine activists, Web 2.0, and the postmodern paradigm–An overview of tactics and tropes used online by the anti-vaccination movement. Vaccine30(25), 3778-3789.

Roberts, H. A., Clark, D. A., & Hicks, B. M. (2022). To vax or not to vax: Predictors of anti-vax attitudes and COVID-19 vaccine hesitancy prior to widespread vaccine availability.

Whitehead, M., Taylor, N., Gough, A., Chambers, D., Jessop, M., & Hyde, P. (2019). The anti-vax phenomenon. The Veterinary Record184(24), 744.

WHO. Top ten threats to global health in 2019. www.who.int/emergencies/ten- threats-to-global-health-in-2019 (accessed 27 May 2019)

I MIGRANTI: LA FUNZIONE DEL CAPRO ESPIATORIO

di Eleonora Giannelli

Nel mondo contemporaneo sono compresenti i due “ingredienti” essenziali che permettono il verificarsi della dinamica del “capro espiatorio”: una situazione di crisi e una vittima facilmente designabile come “capro”, che ha la funzione di espiazione dei mali di un popolo. Ora, se pensiamo ai nostri tempi entrambe le condizioni sono presenti. Questa situazione ci pone di fronte ad alcuni interrogativi complessi, ai quali diverse discipline, tra cui la psicologia, cercano di dare una risposta. E’ infatti utile comprendere quali siano i meccanismi psicologici individuali e collettivi che sono coinvolti nel considerare l’altro diverso da noi come un nemico pericoloso da allontanare o sconfiggere. La maggiore consapevolezza può aiutarci a controllare la rivendicatività, l’aggressività e la rabbia.

Perché proprio i migranti ricoprono questo ingrato compito? Il capro espiatorio deve essere riconoscibile e differenziato dalla massa omologata, è facile che venga identificato in minoranze etniche o religiose. I migranti possiedono una cultura e una lingua diversa dalla nostra, in certi casi anche il colore della pelle è differente.  Questa alterità genera diffidenza verso il non noto. In situazione di instabilità, precarietà e crisi, difficilmente si supera la barriera della prima titubanza, anzi il “diverso” assume il compito di liberarci dal peso che stiamo vivendo. La rabbia, l’aggressività, la frustrazione, il senso di inferiorità, l’inadeguatezza, la vergogna rappresentano il “bagaglio” che un popolo possiede nel proprio collettivo, che ha un peso sempre più greve in situazione di crisi. Il passo che porta alla “liberazione”, anche se illusoria, è semplice, e ben studiato dalla psicologia analitica, e si attua attraverso il noto meccanismo della proiezione, tramite il quale riversiamo tutto ciò che non riusciamo ad accettare di noi allontanandolo dalla nostra coscienza, reprimendolo o rimuovendolo. Secondo la psicologia analitica, negare i nostri aspetti negativi e quelli del gruppo al quale apparteniamo genera senso di colpa e disagio inconscio. Il “male” viene vissuto come estraneo e diverso da sé e viene espulso, proiettato sul nemico. Noi vediamo nel capro espiatorio aspetti di noi che gli abbiamo attribuito. Il senso di colpa trova così una via di uscita e il male può assumere una forma e un corpo; liberandoci del nemico alimentiamo la vana speranza di liberarci del male che ci opprime. Ma sarà vero? Non è possibile eliminare ciò che è dentro di noi “buttandolo via”, all’esterno. Un semplice esempio è l’attribuzione di tratti di aggressività e violenza, che fanno parte della nostra identità e che vengono proiettati sul migrante che viene visto come pericoloso, aggressivo, possibile stupratore o ladro.

Che ruolo ha la crisi nella definizione di un nemico? La “crisi migratoria” tanto discussa dai media si inserisce in un contesto di crisi economica, politica e sociale (Graziano, 2018); il termine “crisi” indica uno stato di alterazione di un equilibrio. Pensando alla crisi “economica” del 2008, l’intensità e il suo protrarsi nel tempo, ha portato un nuovo assetto economico globale, caratterizzato da maggiore povertà e precarietà. La crisi, intesa su un piano “politico”, invece, è dovuta in particolare alle difficoltà delle istituzioni a essere rappresentative di bisogni e necessità del popolo; è in questo contesto sociale che i movimenti e partiti populisti hanno “facile presa” sul popolo. Infine, siamo immersi in una crisi “culturale” dovuta, in gran misura, all’incontro delle società occidentale con un flusso migratorio significativo che ha portato una trasformazione culturale.

Tali “crisi” generano un senso di precarietà e rovina che si concretizza in un popolo che ha perso il senso di empowerment, ossia ha perduto il senso di controllo delle proprie decisioni, azioni e della capacità di gestire quello che nella vita accade. Le popolazioni sono caratterizzate da una perdita di autostima e da sentimenti di frustrazione e insoddisfazione; tutto questo genera rabbia e aggressività. In questo terreno è facile rivolgersi a leader forti e carismatici, con tratti autoritari, per farsi guidare nell’incertezza, e vengono scelte delle vittime designate, che diventano i consueti nemici.

Qual è la funzione del nemico nel nostro contesto sociopolitico attuale? La visibilità del migrante favorisce la sua definizione come nemico e facilmente viene utilizzato per slogan politici che alimentano emozioni di paura. È meglio se i migranti “si mettono in mostra” chiedendo l’elemosina agli angoli delle strade, nelle vie principali o arrivando ammassati su barconi di fortuna; notiamo tanto la loro presenza quanto la loro “invadenza” (Reitano, 2018). È da notare, come la politica attuale induca di continuo la distorsione nella percezione della presenza di migranti, nel nostro e in altri paesi, attraverso la diffusione di “paure pubbliche” (Bauman, 2016). L’idea di essere nel mezzo di un’invasione, diffusa attraverso i mass media, porta le nazioni a difendere i propri confini nazionali e culturali, quasi fosse necessario tenere lontano l’“altro”, al fine di evitare contaminazioni identitarie e mantenere una purezza originale (Perera, 1993). A livello politico, il bisogno del nemico e l’utilizzo del meccanismo del capro espiatorio, assume quindi la dimensione di necessità, utile ad attivare la macchina dei consensi e a rafforzare il legame del popolo, disgregato e fragile per la crisi che vive, rafforzando il suo senso identitario. Non dobbiamo però scordare che ciò che attribuiamo al nemico ci appartiene, e che, ben lontani dall’innocenza, siamo “tutti noi” responsabili di tali contenuti.

BIBLIOGRAFIA

Bauman, Z. (2016). Stranieri alle porte. Bari: Editori Laterza.

Graziano, P. (2018). Neopopulismi: Perché sono destinati a durare. Bologna: ilMulino.

Perera, B. S. (1993). Capro espiatorio. Come l’emarginazione di pochi, maschera le responsabilità collettive. Como: Red.

Reitano, P (2018). Il capro espiatorio e la macchina del consenso. In Facchini, D. (cur). Alla deriva. Milano: Altra Economia.

COVID 19 E SALUTE MENTALE

A cura di Rosa Gravagnuolo

Il 2020 può essere descritto come l’anno che più di tutti ha segnato le nostre vite. Con la pandemia e le diverse quarantene che si sono succedute nel corso dei mesi, le nostre abitudini sono dovute cambiare e, insieme a loro, anche la relazione con il benessere e la salute mentale. Le attività della vita quotidiana si sono ridotte allo spazio di casa o del luogo di lavoro e la vita sociale è stata necessariamente dovuta mettere in secondo piano per poter rispettare le nuove norme imposte dal Governo per arginare la diffusione del virus.

Il COVID-19 ha messo a dura prova tutti noi e, così, alla pandemia da coronavirus si è sovrapposta una nuova pandemia di disagio psicologico. Le persone tendono a sentirsi ansiose e in pericolo quando l’ambiente attorno a loro cambia. Gli studi hanno, infatti, riportato che il distanziamento sociale, l’isolamento, la quarantena, il passaggio di informazioni distorte (in particolare dai media) e le difficoltà sociali ed economiche sono stati tra i maggiori fattori che hanno contribuito all’aumento di sintomi psicopatologici (Ahorsu et al. 2020). Depressione e ansia, sentimenti di disperazione e mancanza di speranza per il futuro, paura e frustrazione possono essere descritti come i sintomi più comuni che si sono presentati durante la pandemia, ma nei casi più estremi, anche pensieri autolesivi o tentativi di suicidio (Bhuiyan et al., 2020).

Gli esiti del Covid-19 possono avere un impatto sul lungo termine e non devono essere considerati come un effetto negativo temporaneo o reversibile. Come evidenziato dalle ricerche del 2009 focalizzate sulla Sindrome Respiratoria acuta grave (SARS) e sulla Sindrome respiratoria merio-orientale (Merc-CoV), questo tipo di infezioni possono influenzare la salute delle persone anche a distanza di molti anni dal contagio (Lam et al., 2009; Mak, Chu, Pan, Yiu & Chan, 2009).

Per queste ragioni, Boden et al. (2021) hanno illustrato alcuni dei fattori di rischio da considerare quando si parla delle conseguenze della pandemia sulla salute mentale degli individui.

I fattori sociali incisivi della salute mentale e i fattori di rischio sociale, le caratteristiche socio-demografiche e la vulnerabilità clinica, oltre che i fattori di stress pandemico possono aumentare il rischio di esiti negativi per la salute mentale. Come rappresentato dalla freccia grigia, gli esiti della salute mentale possono persistere indefinitamente.

Secondo l’autore, la pandemia in realtà presenta un’opportunità senza precedenti per implementare modelli di intervento che possono aiutare le persone fornendo loro cure specifiche per i loro bisogni. La valutazione continua dell’implementazione degli interventi  e dell’efficacia di questi ultimi  sarà fondamentale per perfezionare i nostri sforzi per aumentare la portata delle risorse di intervento e per migliorare la nostra comprensione di come rispondere alle future pandemie. Ora è il momento di mobilitare le comunità e le popolazioni per mitigare una prossima pandemia di salute mentale negativa.

BIBLIOGRAFIA

Ahorsu, D. K., Lin, C. Y., Imani, V., Saffari, M., Griffiths, M. D., & Pakpour, A. H. (2020). The fear of COVID-19 scale: Development and initial validation. International Journal of Mental Health and Addiction

Bhuiyan, A. K. M. I., Sakib, N., Pakpour, A., Griffiths, M. D., & Mamun, M. A. (2020). COVID-19 related suicides in Bangladesh due to lockdown and economic factors: Case study evidence. International Journal of Mental Health and Addiction

Boden, M., Zimmerman, L., Azevedo, K. J., Ruzek, J. I., Gala, S., Magid, H. S. A., … & McLean, C. P. (2021). Addressing the mental health impact of COVID-19 through population health. Clinical psychology review, 102006.

Lam, M. H.-B., Wing, Y.-K., Yu, M. W.-M., Leung, C.-M., Ma, R. C., Kong, A. P., … Lam, S.- P. (2009). Mental morbidities and chronic fatigue in severe acute respiratory syndrome survivors: Long-term follow-up. Archives of Internal Medicine, 169(22), 2142–2147.

Mak, I. W. C., Chu, C. M., Pan, P. C., Yiu, M. G. C., & Chan, V. L. (2009). Long-term psychiatric morbidities among SARS survivors. General Hospital Psychiatry, 31, 318–326.

STRATEGIE DI PREVENZIONE ALLA VIOLENZA DI GENERE

A cura di Rosa Gravagnuolo

Oltre che essere un rischio per la salute fisica e psicologica, la violenza di genere è innanzitutto una pericolosa forma di discriminazione che si manifesta quando un uomo agisce violenza contro la donna in quanto donna. Se, poi, la violenza si manifesta all’interno di una coppia questo fenomeno prende il nome di Intimate Partner Violence (IPV).

La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani che danneggia la salute della donna e dei suoi figli, con costi elevati per la salute pubblica e per la società.

Nella relazione, la violenza è utilizzata come una strategia per affrontare i conflitti, soprattutto in quei rapporti dove l’ostilità è innescata da problemi economici, gelosia o trasgressioni da parte delle donne rispetto al proprio ruolo di genere. Povertà o patriarcato, alcol o aggressività; le cause della IPV sono complesse e di diversa natura, eppure due fattori sembrano essere necessari affinché l’IPV si manifesti: una posizione ineguale per la donna in una particolare relazione (e nella società) e la normalizzazione dell’uso della violenza nei conflitti (Jewkes, 2002). Infatti, i comportamenti aggressivi contro la donna sono particolarmente frequenti in quei contesti dove l’uso di violenza è accettato da parte della società, tanto più che in questi ambienti le sanzioni contro gli abusatori sono solitamente molto basse.

Per affrontare efficacemente questo fenomeno è necessario che il tema diventi un punto di primaria rilevanza per la salute pubblica. Le istituzioni dovrebbero fornire le informazioni e l’educazione necessaria a favorire una maggiore consapevolezza rispetto a questo tipo di violenza. A tal proposito, è possibile descrivere una serie di strategie di prevenzione dell’Intimate Partner Violence. In prima analisi, è importante comprendere che soltanto creando un clima di intolleranza dei confronti della violenza di genere è possibile arginare concretamente questo fenomeno. Le leggi contro ogni forma di abuso, aggressione e violenza dovrebbero essere riviste e rese più severe, in modo da salvaguardare al meglio la salute delle donne. È necessario, inoltre, lavorare sulla consapevolezza e la sensibilità dei social media, poiché ancora troppo frequentemente giornalisti e personaggi pubblici divulgano informazioni ambigue e confuse, che lasciano passare messaggi sbagliati rispetto a come interpretare e affrontare la violenza di genere. Ogni forma di accanimento contro la donna è inaccettabile, questo messaggio deve passare in modo chiaro e semplice in modo che qualsiasi donna possa sentirsi protetta, se non a casa propria almeno all’interno di un contesto sociale giusto. In tal senso, un’altra importante strategia preventiva riguarda l’importanza di implementare lo status delle donne nella società, aumentando le opportunità lavorative e formative per le donne, promuovendo la parità di genere e favorendo le leggi che facilitano l’accesso al divorzio per le donne. Un altro aspetto di particolare rilevanza ha a che fare con la ricerca. Finanziando i progetti di ricerca volti a collezionare dati epidemiologici della violenza e a sviluppare programmi di assessment e interventi specifici, sarà possibile giungere a una maggiore comprensione del fenomeno e a interventi mirati e efficaci volti a diminuire quanto più possibile i danni fisici e psicologici per chi ha subito violenza.

Riconoscendo che le donne non sono responsabili per gli abusi subiti e favorendo una politica decisa di intolleranza verso la violenza sarà possibile arginare efficacemente questo problema e migliorare le condizioni di salute fisiche e psicologiche per le donne e i loro figli che vivono situazioni rischiose come nell’Intimate Partner Violence.

BIBLIOGRAFIA

Jewkes, R. (2002). Intimate partner violence: causes and prevention. The lancet359(9315), 1423-1429.

BAMBOLE REBORN: LIMITI E SPERANZE

A cura di Selene Scaramuzza

Sarà capitato a tutti gli assidui frequentatori dei social network di incappare in post che parlano delle cosiddette “Mamme Pancine”, ovvero donne che mettono al centro della loro vita la maternità, la famiglia e i figli, condividendo e scambiandosi consigli, foto e storie incentrati su questi argomenti. Il nome “Mamme Pancine” potrebbe trarre in inganno, in quanto non tutte le donne che appartengono a questa categoria sono mamme: alcune stanno per diventare tali, ma altre sono donne che non possono avere figli o che ne hanno perso uno. La vita di queste persone viene raccontata da loro stesse in gruppi chiusi, in particolar modo su Facebook, e personaggi come Vincenzo Maisto (in arte “Signor Distruggere”) rendono pubblici i loro post, condividendo così storie alquanto raccapriccianti e che lasciano i lettori sgomenti (per un approfondimento sui temi trattati dalle Mamme Pancine e sulle dinamiche che si instaurano nei loro gruppi, consiglio la lettura del seguente articolo di Gabriella Lanza: https://www.nostrofiglio.it/gravidanza/le-mamme-pancine-chi-sono-il-signor-distruggere).

Tra tutte le stranezze che possiamo trovare in gruppi come “Pancine, Mamme & Bimbi” ne spicca una in particolare: le bambole reborn. Cosa sono? A cosa servono?

Le bambole reborn sono dei bambolotti dall’aspetto talmente umano da sembrare reali, hanno le fattezze di un neonato e come tali possono essere trattati. Non pensate al classico Cicciobello che ci regalavano da bambini, ma a delle vere e proprie opere d’arte create da artigiani esperti. Queste bambole possono essere acquistate per vari scopi, tra cui il collezionismo, l’educazione alla maternità e la terapia. Esiste infatti una tecnica terapeutica chiamata Doll Therapy o Empathy Doll, teorizzata alla fine degli anni Novanta dalla psicoterapeuta svedese Britt Marie Egidius Jakobsson, che prevede l’utilizzo delle bambole come un aiuto per le persone affette da demenza, da problemi cognitivi o per coloro che hanno subito precocemente la perdita di un figlio. Interagire con una bambola reborn indurrebbe infatti delle emozioni positive, riattiverebbe quei legami di attaccamento che sono stati persi e aiuterebbe inoltre a esprimere i propri bisogni insoddisfatti.

Per quanto riguarda le demenze e i problemi cognitivi, l’approccio con queste bambole ridurrebbe l’aggressività, l’apatia e la depressione, portando i pazienti a sperimentare gioia e calma, oltre che una riattivazione dell’empatia e della loro vita emozionale, facendoli sentire di nuovo vivi e utili.

Il discorso dell’utilizzo delle bambole dopo un aborto o successivamente alla perdita precoce di un figlio è invece alquanto controverso. Secondo alcuni autori la bambola aiuterebbe a gestire la perdita, facendo da “surrogato” a un figlio che tanto si desiderava accudire e in questo modo aiuterebbe nella soddisfazione di bisogni frustrati. D’altro canto, la bambola potrebbe venire trattata come un figlio vero, in carne ed ossa, non facendo mai superare la perdita del figlio reale, ostacolando l’elaborazione del lutto e creando anche problemi di tipo psicologico. Non di rado negli ultimi tempi le cosiddette “Mamme Reborn” si dirigono dal medico per far visitare le bambole, le portano a passeggio e pretendono che persone estranee alla famiglia le trattino come bambini veri. Tutto l’amore che non possono offrire a un bambino reale viene quindi proiettato sulle bambole reborn in modo morboso, tanto da creare uno scollamento con la realtà, un vero e proprio stato di delirio in cui queste donne arrivano anche a cercare una babysitter per la bambola e la nutrono con omogeneizzati. Ad oggi, ci sono ditte che rilasciano addirittura certificati di nascita e di adozione per queste bambole, andando così ad accrescere sia il “giro di affari” che sta dietro il loro acquisto, sia gli aspetti patologici che ne conseguono. Sembra quindi che il disagio psicologico di alcune Mamme Pancine non solo venga oscurato dal loro involontario successo mediatico, ma venga anche alimentato per meri scopi di lucro.

Il confine tra aiuto concreto e pericolo potenziale offerto dalle bambole reborn è quindi molto labile, ma resta indubbio il fatto che la Doll Therapy sia una terapia innovativa e che potrebbe avere sviluppi futuri interessanti in molti campi.

SITOGRAFIA

La terapia della bambola nelle demenze – Annalisa Scarpini (27 luglio 2015):

https://www.psicologo-ancona.com/psicologiaanzianodemenzaancona/la-terapia-della-bambola-nelle-demenze#:~:text=La%20terapia%20che%2

Cosa sono le Mamme Pancine e perché ne stanno parlando tutti – Simone Stefanini (22 settembre 2017):

https://www.dailybest.it/social-network/mamme-pancine-ossessione-maternita/

Bambole reborn: disturbo o distrazione? – Carmelo Mulone (20 Maggio 2019):

https://www.cineworldcorporation.it/2019/05/20/bambole-reborn-disturbo-o-distrazione/

Doll Therapy: una bambola contro la demenza senile – Maria Grazia Piemontese (21 giugno 2013):

http://www.abcsalute.it/blog/doll-teraphy-una-bambola-contro-la-demenza-senile/?refresh_cens

Il fenomeno delle Reborn Dolls, madri rinate – Ilaria Zeoli (01 settembre 2020):

https://www.stateofmind.it/2020/09/reborn-dolls-psicologia/

IL NOSTRO “AMICO” DIGITALE

A cura di Alessandra Giacumbo

I “nativi digitali”, secondo il nostro vocabolario, sono coloro che vengono esposti e quindi abituati all’uso delle nuove tecnologie fin dalle primissime fasi di vita. Oggi potremmo riconoscere in questa definizione una buona fetta della popolazione e, in particolare, la fascia d’età che va dai 9 ai 16 anni, che inizia ad avere sempre più accesso al mondo online, è quella che desta maggiore preoccupazione in chi è lontano dal poter essere definito un “nativo digitale”.

Sarà capitato a tutti di assistere alla scena di un bambino intento a guardare i cartoni allo smartphone, oppure di un ragazzo che chatta mentre raggiunge la fermata del tram. Se dovessimo quantificare il tempo che trascorriamo con i nostri device digitali in mano, probabilmente le stime circa le ore di connessione mostrerebbero dei numeri molto elevati e, se la diagnosi di “Internet Addiction Disorder” (IAD) dipendesse solo da questo, la maggior parte della popolazione rientrerebbe in questa etichetta diagnostica.

Più che sulla ricerca di un’inquadratura diagnostica, dovremmo concentrarci sul significato che tali strumenti rivestono nella vita di ognuno di noi e, quindi, sull’uso che ne viene fatto. Il mondo di internet offre molteplici possibilità ai nativi digitali: tutte le informazioni di cui si ha bisogno sono facilmente reperibili; mantenersi in contatto, anche senza doversi incontrare, è molto semplice grazie ai social network e alle applicazioni adibite alla comunicazione; è possibile accedere a streaming di contenuti video e audio di qualsiasi tipo, sulle apposite piattaforme; inoltre, si possono seguire corsi online, imparare lingue straniere e, in tempo di COVID, ha permesso di continuare a frequentare scuole, università e lavoro. Proprio durante la situazione emergenziale legata al COVID-19, che ci ha costretti a casa e ha rivoluzionato la routine di tutti, sono stati i giovani ad andare in soccorso degli adulti, diventando i loro “tutor digitali” e aiutandoli a impratichirsi nell’uso di vari strumenti online. Questo divario tra il mondo dei grandi e quello dei nativi digitali, quindi, ha trovato dei primi punti di contatto. Questi, però, non sono ancora sufficienti.

Se pensiamo alla rete come a un mezzo di socializzazione e a una risorsa per la crescita delle nuove generazioni, possiamo facilmente intuire come i divieti, le restrizioni e le punizioni legati all’utilizzo del digitale siano spesso vissuti con estrema sofferenza. Essere tagliati fuori dal mondo social è fonte di preoccupazione per i giovani e dovrebbe esserlo anche per i genitori. Infatti, è attraverso i social network che oggi, soprattutto gli adolescenti, affrontano la difficile fase di transizione che li mette difronte a uno dei compiti più difficili: la costruzione dell’identità (Erikson, 1968). Questo compito evolutivo (Havighurst, 1952) porta a vivere degli sconvolgimenti consistenti, spingendo l’adolescente a procedere per prove ed errori, identificazioni e controidentificazioni, anche in base al modello dei pari. Come potrebbe sentirsi, allora, un adolescente che non può accedere ai social, mentre tutti i suoi coetanei lo fanno?

La conoscenza della vita online e del significato che questa riveste per le nuove generazioni potrebbe aiutare gli adulti a creare un ponte, piuttosto che ad alzare muri. È necessario che i genitori accompagnino i figli nel tortuoso mondo di internet, che lo conoscano a fondo, in modo tale da poter parlare di opportunità e rischi in maniera costruttiva. Infatti, oltre alle opportunità e alle risorse offerte da internet precedentemente elencate, il genitore dovrebbe promuovere un uso consapevole e controllato di internet. Un uso consapevole deve contemplare anche l’essere coscienti che i social non sono l’unico modo di vivere e guardare al mondo che ci circonda. Il modo in cui questi sono costruiti, cioè gli algoritmi che ne regolano la fruizione, fanno in modo che i contenuti siano in linea con gli interessi di chi naviga e con ciò per cui ha espresso apprezzamento attraverso i “like”. Sapere che il mondo non si ferma a ciò che ci viene proposto sulla base dei nostri interessi, essere a conoscenza che i modelli propagandati online non sempre sono autentici, così come la possibilità di approfondire dei contenuti e saper discernere una fonte attendibile da una meno affidabile sono solo alcune delle dritte che un genitore potrebbe o dovrebbe dare a suo figlio durante la navigazione.

Pensiamo al digitale come a un amico, che ci accompagna da diversi anni e continuerà a farlo, rivestendo un’importanza diversa a seconda dell’utente, della fase del ciclo di vita in cui si trova e anche della cultura di riferimento. Non possiamo, però, guardare al mondo digitale come a qualcosa da tenere a distanza o da temere. Lasciare fuori i giovani da internet e dai social network, ad oggi, è più rischioso di entrarvi insieme a loro.

BIBLIOGRAFIA

Erikson E. H., (1968), Identity: Youth and Crisis, New York: W. W. Norton (tr. it. Gioventù e crisi d’identità, Roma: Armando Editore, 1995).

Havighurst R. J., (1952), Developmental tasks and education, New York: Longman.

Lancini M., Cirillo L., Scodeggio T., Zanella T. (2020). L’adolescente. Psicopatologia e psicoterapia evolutiva. Raffaello Cortina.

Smahel, D., Machackova, H., Mascheroni, G., Dedkova, L., Staksrud, E., Ólafsson, K., Livingstone, S., and Hasebrink, U. (2020). EU Kids Online 2020: Survey results from 19 countries. EU Kids Online.

SITOGRAFIA

https://www.treccani.it/vocabolario/nativo-digitale_%28Neologismi%29/

https://www.istitutopsicoterapie.com/dsm-5-dipendenze-da-non-sostanze-linternet-addiction-disorder/