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È NATO PRIMA IL RUOLO DI GENERE O LA GALLINA?

Di Gaia Giulia Angela Sacco

Il presente articolo è un approfondimento di quello precedentemente pubblicato “Identità fa rima con libertà? (nel blog di Psyché, luglio 2021) e prende spunto dal fatto che, come purtroppo la cronaca testimonia quotidianamente, in Italia ci sono forti differenze nel ruolo di genere all’interno della società. Questo solleva quindi una domanda: qual è l’origine delle differenze nelle norme e credenze che caratterizzano il genere femminile?

In un convegno di “studi matriarcali”, tenutosi in Texas nel 2005, archeologi e antropologi da tutto il mondo hanno riconosciuto che la civiltà megalitica del Neolitico era incentrata sulle donne. Ad oggi, poi, ci sono diversi esempi di etnie matriarcali: i Mosuo dello Yunnan cinese, i Bemba e i Lapula delle foreste dell’Africa centrale, gli indiani Cuna “isolati” al largo di Panamá o i Trobriandesi della Melanesia.

Che cosa ha portato, quindi, alla nascita del patriarcato?

Tra il 4500 a. C. al 3000 a. C. popoli guerrieri provenienti dalle pianure del Volga e con divinità maschili e guerriere hanno conquistato molti territori in Oriente e in Occidente. Questo ha comportato un cambiamento radicale nella religione e nelle abitudini delle popolazioni soggiogate, spingendole verso il patriarcato. Nei secoli successivi, l’importanza dell’uomo nelle sempre più numerose guerre e della donna per la maternità, la gestione dei figli e la sussistenza della famiglia hanno ulteriormente spinto verso questa direzione.

Una nuova inversione di “rotta” può essere identificata nel Medioevo, quando la condizione della donna e il suo ruolo vedono un leggero miglioramento rispetto al passato, in cui la donna era riconosciuta unicamente nel ruolo di madre e moglie. Sarà però solo all’inizio del XX secolo, con le Suffragette che si avrà la prima vera ondata del femminismo, il cui ideale si rinforzerà durante le Guerre Mondiali data anche la necessità di forza lavoro femminile. È stato proprio tale movimento a portare alla luce temi come la facoltà di decidere delle proprie relazioni, di divorziare senza colpa, di decidere del proprio corpo e il diritto alla contraccezione e all’aborto. Tutte queste richieste e diritti si fondano, infatti, sul pensiero della differenza: uomini e donne sono naturalmente diversi ed è tale differenza a dover essere rivalutata, riconosciuta e impreziosita.

Non è un caso che il tema sul “maschile”, come genere, e sull’eterosessualità, come orientamento sessuale, siano così poco discussi. Proprio nel suo essere al centro di tutto, il maschile eterosessuale, in quanto dominatore, ha aggirato il problema del definirsi. Non ha mai dovuto farlo in quanto viene dato per scontato nel contesto sociale, storico e culturale, che però non gli ha mai nemmeno fornito gli strumenti per potersi capire e raccontare. Il maschile eterosessuale si è potuto definire e raccontare solo come l’opposto del complemento, il femminile eterosessuale (es. non essere debole, non essere pettegolo, non “fare la femminuccia”). Il maschile eterosessuale però, ad oggi, si deve definire e confrontare dato il suo incontro con l’omosessualità che rifiuta il ruolo di “invertito” (“non maschio” o “non femmina”).

Centrale quindi parlare di “socializzazione del genere”. La socializzazione è un insieme di processi di apprendimento, di valori, norme e competenze sociali che sono interiorizzate e concorrono alla formazione della personalità sociale degli individui. Il bambino, in questo processo, sviluppa delle credenze riguardo al proprio ruolo in base al proprio sesso (ruolo di genere) e sviluppa un’identità in quanto membro del gruppo del proprio sesso (identità di genere). È un processo relazionale.

Nella socializzazione sono coinvolti tre grandi attori:

  1. La famiglia, luogo simbolico e sociale in cui la differenza, soprattutto quella sessuale, è fondamentale per la definizione dei ruoli. La famiglia è agente di socializzazione tramite il gioco, il rispecchiamento, il linguaggio, le emozioni e le attività.
  2. La scuola, attraverso gli insegnati e il personale scolastico, i supporti educativi e i materiali didattici e la relazione con i compagni.
  3. I media, potente mezzo e contenitore di tutte le rappresentazioni, norme e realtà condivise e diffuse. Si pensi, ad esempio, quanto i videogiochi tendano ancora a sessualizzare la figura femminile e a mascolinizzare quella maschile.

I primi studi di genere si sono focalizzati sul ruolo di genere, sulla costruzione sociale del genere e sull’intersezionalità. Il problema, tuttavia, è che col tempo ci si è resi conto che mancavano delle solide basi scientifiche. Per cercare di colmare questa lacuna ci si è quindi spostati su studi fisiologici, che hanno cercato di identificare differenze a livello genetico, ormonale e cerebrale. All’interno della comunità scientifica, poi, si è cercato di dare un’impronta comune e questo è stato possibile grazie alla Teoria delle Configurazioni Sessuali (SCT) che, come si evince dal nome stesso, contempla una configurazione che si traduce in uno spostamento dal concetto di fissità, proposto nei primi studi, a quello di dinamismo. Inoltre, permette di astenersi da giudizi e paragoni.

Purtroppo, il mondo psichiatrico ha guardato con ritardo alla TCS, e per molti anni è andato verso un’idea di patologizzazione. Si pensi, ad esempio, che nel DSM IV si parlava di “Disturbo dell’identità di genere”, inteso come disturbo psicologico legato a un presunto malfunzionamento relativo all’identificazione con l’altro sesso. Solo con la revisione del DSM IV e con il DSM 5 si inizia a parlare di Disforia di genere, descritta come un vissuto di importante insoddisfazione rispetto al genere assegnato alla nascita, a livello sia di pensiero sia di vissuti emotivi e personali. Sicuramente, alla patologizzazione ha contribuito la Teoria del gender che origina da un pensiero fondamentalista.

La ricerca, la psicologia e la psichiatria, ad oggi, dovrebbero focalizzarsi sui diversi aspetti di benessere/malessere psicologico di chi ha un’identità di genere non binaria. Ad esempio, si pensi alle differenze di genere nel benessere psicologico e ruoli di genere, alla grande diffusione dei crimini d’odio e al dilagare del bullismo omotransfobico.

A causa dello stigma, reale o percepito, le persone transgender hanno difficoltà ad accedere ai servizi sanitari. I pazienti transgender si rivolgono al servizio sanitario principalmente per sintomi ansiosi e depressivi, dipendenza da alcol e droga, disturbi somatici, terapie ormonali e interventi chirurgici.

Esistono diverse ragioni per cui i pazienti transgender hanno difficoltà ad accedere alle cure. Tra gli altri, i medici che hanno esperienza nella medicina transgender sono pochi, c’è spesso una mancanza di disponibilità economica e ci si trova frequentemente di fronte a una mancata competenza degli operatori sanitari (documenti e moduli inappropriati).

Proprio per questa ragione, proposte come quella fatta da Amigay nel 2019, “Regolamento ASL per le persone transessuali nel ciclo di vita”, assumono una rilevanza fondamentale. Tra le proposte fatte, assumono particolare rilevanza le seguenti:

  • Garantire l’identità alias dei pazienti
  • Garantire un terzo codice di sesso anagrafico, oltre a M/F
  • Adattare gli interventi sanitari alle necessità della popolazione transgender
  • Tenere in considerazione le diverse esigenze di transizione
  • Fare pubblicità ai progetti attivati presso le ASL per la comunità LGBT+

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

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Alesina, A., Giuliano, P., & Nunn, N. (2013). On the Origins of Gender Roles: Women and the Plough. The Quarterly Journal of Economics, 128(2), 469–530.

Burgio, G. (2012). Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione alla maschilità. Milano-Udine: Mimesis.

Capone, F. “La civiltà delle donne”. Focus, 1 marzo 2017. https://www.focus.it/comportamento/psicologia/la-civilta-delle-donne.

Chaplin, T. M., Cole, P. M., & Zahn-Waxler, C. (2005). Parental socialization of emotion expression: gender differences and relations to child adjustment. Emotion, 5(1), 80-88.

Connell, R. (2009). Gender, 2nd edition. Trad. it. Questioni di genere. Il Mulino: Bologna.

Cole, B. P., Baglieri, M., Ploharz, S., Brennan, M., Ternes, M., Patterson, T., & Kuznia, A. (2019). What’s Right With Men? Gender Role Socialization and Men’s Positive Functioning. American journal of men’s health, 13(1).

Duncan, D. T., & Hatzenbuehler, M. L. (2014). Lesbian, gay, bisexual, and transgender hate crimes and suicidality among a population-based sample of sexual-minority adolescents in Boston. American journal of public health, 104(2), 272–278.

Eccles, J. S., Jacobs, J. E., & Harold, R. D. (1990). Gender role stereotypes, expectancy effects, and parents’ socialization of gender differences. Journal of Social Issues, 46(2), 183–201. 

Ferrari, F., Ragaglia, E. M., & Rigliano, P. (2017). Il “genere”. Una guida orientativa.

Fredriksen-Goldsen, K. I., Cook-Daniels, L., Kim, H. J., Erosheva, E. A., Emlet, C. A., Hoy-Ellis, C. P., Goldsen, J., & Muraco, A. (2014). Physical and mental health of transgender older adults: an at-risk and underserved population. The Gerontologist, 54(3), 488–500.

Kelly, J. (1984). Women, History, and Theory. The essay of Joan Kelly. Chicago: The University of Chicago Press.

Priulla, G. (2013). C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole. Milano: Franco Angeli.

Ruspini, E. (2004). Le identità di genere. Roma: Carocci.

Stockard J. (2006) Gender Socialization. In: Handbook of the Sociology of Gender. Handbooks of Sociology and Social Research. Boston, MA: Springer.

SPORTELLI D’ASCOLTO: IL BENESSERE PSICOLOGICO A SCUOLA

 A cura di Elisa Perusi

L’Associazione Pyché onlus da oltre cinque anni si occupa di proporre attività di sportello di supporto psicologico all’interno di alcune scuole di Milano. In particolare opera presso la Scuola Secondaria di primo grado “Colombo” dell’Istituto comprensivo Console Marcello,  l’Istituto professionale B. Cavalieri, la scuola secondaria “Toscanini” dell’ istituto comprensivo F.Filzi.  

Inoltre da quest’anno, grazie al finanziamento del Municipio 5 del Comune di Milano è presente in tutte le scuole di questo territorio.  

Lo sportello nasce dall’esigenza di proporre un supporto psicologico agli adolescenti che frequentano le scuole medie inferiori e superiori, offrendo uno spazio di ascolto e sostegno psicologico con l’obiettivo, tra l’atro, di poter intercettare situazioni di particolare gravità da indirizzare alle strutture socio-sanitarie territoriali. Questo progetto nasce dalla consapevolezza che la scuola debba andare ben oltre il raggiungimento degli obiettivi curriculari e porsi tra gli altri quello di accompagnare gli alunni in un percorso di crescita individuale armonico.  La stretta collaborazione tra coloro che sono coinvolti direttamente (docenti, direttori scolastici, personale ATA) e indirettamente (genitori e caregiver in genere) nelle attività scolastiche e nella cura dell’adolescente è un elemento da cui non si può prescindere. Per questo motivo negli ultimi anni, grazie alla lungimiranza dei dirigenti scolastici, abbiamo potuto aprire lo sportello anche ai genitori e al personale scolastico in generale. La validità delle nostre convinzioni è stata corroborata anche da numerose ricerche, una tra le più significative, quella condotta nel 2018 dal G.D.L (Gruppo di Lavoro Nazionale Psicologia Scolastica) ha evidenziato l’elevato tasso di  gradimento degli sportelli scolastici da parte della comunità scolastica e delle famiglie, stimato intorno al 72%.

Mai come in questo periodo la possibilità di accedere allo sportello ha rappresentato una risorsa fondamentale, tenuto conto che nel corso degli ultimi due anni, la pandemia da Covid-19 e le conseguenze derivanti dai periodi di lockdown, hanno avuto un forte impatto sulla salute psicologica in età evolutiva, oltre che sull’andamento e sulla dispersione scolastica (Filippini, 2015).

Purtroppo,  a causa dell’emergenza sanitaria, l’effettiva fruizione degli sportelli  è  potuta iniziare solo all’inizio del 2021 con incontri fatti sia online che da remoto, tenuto conto delle fasi alterne di chiusura e apertura delle strutture scolastiche.   

Il modello d’intervento di Psyché è quello del counselling, che prevede la focalizzazione su un’area problematica e l’accompagnamento a riconoscere le risorse individuali e sociali disponibili e le strategie di coping più idonee per affrontarla. Il numero di sedute limitato, contemplato da questo tipo di intervento, risponde nel nostro caso anche all’esigenza di contenere gli spazi dedicati a ciascuno studente, dovuta ai limiti imposti dai fondi che solitamente sono stanziati. Nel nostro caso abbiamo dedicato a ciascun individuo in media 4 incontri, solo in un paio di situazioni è stato necessario un numero maggiore di colloqui.

Di seguito alcune informazioni  sull’andamento dello sportello.

Accessi:

  Municipio 5 F.Filzi Secondaria di primo livello Colombo Secondaria di primo livello Cavalieri Secondaria di secondo livello
Alunni 26 22 39 17
Docenti 2 7 9
Genitori 11 5 4
Personale ATA 1

Sul territorio del Municipio 5 sono state accolte 39 richieste, di cui 26 hanno fatto un uso effettivo del servizio. Gli incontri sono stati svolti prevalentemente online.  

Nell’Istituto “F.Filzi” gli accessi sono stati 22 (5 richieste sono arrivate anche da una quinta elementare), mentre negli istituti “Colombo” e “Cavalieri” sono stati rispettivamente 39 e 17. Generalmente i ragazzi sono stati seguiti in media per 3\4 incontri.

Da un confronto dei dati in particolare delle scuole medie inferiori, emerge un maggior numero di accessi tra le classi prime rispetto alle classi seconde e terze. Questo può essere dovuto al fatto che le classi prime hanno avuto una maggiore possibilità di accedere allo sportello in quanto hanno svolto la maggior parte delle lezioni in presenza. Inoltre, sappiamo che il passaggio dalle elementari alle medie è un periodo di transizione particolarmente significativo in quanto rappresenta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Questo comporta cambiamenti da un punto di vista fisico e psicologico, l’individuazione di nuovi obiettivi da raggiungere tra cui quello di una maggiore autonomia e consapevolezza, e una relazione diversa con gli insegnanti.

Gli studenti delle altre classi invece, hanno avuto maggiori difficoltà di accesso al servizio in particolare per due motivi:  innanzitutto  la situazione pandemica, che ha imposto per un periodo prolungato la didattica a distanza, li ha costretti a  rimanere chiusi in casa, con una conseguente difficoltà a trovare degli spazi di intimità dove poter parlare liberamente. La paura di essere ascoltati, magari proprio dalle persone con cui hanno maggiori difficoltà e con cui convivono, è stato probabilmente un forte deterrente. Alcuni ragazzi hanno ad esempio riportato che, l’unico spazio privato disponibile, fosse quello del bagno di casa.

In secondo luogo, a causa dei continui passaggi di apertura e chiusura della scuola, molti studenti si sono sentiti demotivati ad affrontare gli impegni scolastici, le difficoltà e i problemi incontrati durante l’anno (come testimoniato dai numeri casi di assenze e drop-out). L’incapacità di chiedere aiuto, riconducibile anche a una mancanza di speranza e di progettualità per il futuro, può essere stata in parte influenzata anche dal clima sociale generale che si è respirato durante il Covid-19.

Un dato senza dubbio incoraggiante proviene dal numero elevato di incontri rivolti ai genitori (20) e ai docenti (18). La capacità di chiedere aiuto e quindi di essere aperti a un confronto costruttivo è essenziale per potere intervenire sulle situazioni. Troppo spesso il timore di essere giudicati, di mostrare la propria fragilità sono dei forti deterrenti che causano lo sclerotizzarsi di situazioni che potrebbero invece essere affrontate e modificate. Per questo siamo stati molto felici di avere potuto collaborare insieme ai docenti e ai genitori nell’individuare modalità comunicative e di intervento più idonee con i ragazzi. In particolare, alcuni insegnanti, dimostrando sensibilità e attenzione agli aspetti psicologici, hanno chiesto come convincere alcuni alunni a rivolgersi allo sportello. Per quanto riguarda i genitori, in alcuni casi (13) sono stati convocati dallo psicologo con l’obiettivo di condividere la situazione di sofferenza portata dal figlio, creare un’alleanza finalizzata all’individuazione degli obiettivi da raggiungere e, dove necessario, accompagnarli al primo contatto con i servizi territoriali. La funzione di tramite svolta dallo sportello tra la scuola e i servizi territoriali è un aspetto che vogliamo evidenziare, in quanto la collaborazione con i professionisti presenti sul territorio è il terzo elemento che entra in gioco in questo sistema di cui stiamo parlando. Scuola, famiglia e territorio fanno appunto parte di un sistema complesso dove ogni elemento del sistema influenza gli altri e dove, il funzionamento dello stesso sistema, ha delle ricadute su ciascuno degli elementi che lo compongono.

L’incontro con i genitori è sempre stato concordato con l’alunno interessato. Mantenere l’alleanza con l’adolescente, evitando azioni che non tengano conto della sua volontà, è fondamentale per mantenere viva la fiducia necessaria al successo terapeutico. Fortunatamente tutti gli adolescenti per i quali si è ritenuto necessario l’incontro con i genitori hanno accettato la proposta dello psicologo. In linea generale, solo in situazioni di particolare gravità, è possibile prescindere dalla volontà del minore.

Problematiche emerse:

Da un confronto delle problematiche riportate dagli studenti emergono principalmente :

-difficoltà relazionali con amici e compagni;

-problemi relazionali all’interno dell’ambiente familiare;

-alte percentuali di ansia legata sia alla scuola che ad altri ambiti della vita;

-scarsa autostima.

Queste difficoltà sembrano acuirsi nei mesi di ripartenza della scuola in seguito al lockdown, e sono quindi inevitabilmente legate ai disagi e alla situazione di incertezza dovuta al Covid-19.

Rispetto alle motivazioni dei genitori, emergono:

-difficoltà nella gestione dei figli;

-la gestione di dinamiche familiari conflittuali e le difficoltà scolastiche;

-eventi luttuosi e traumatici nati o resi complessi dalla pandemia (si pensi, ad esempio, alle restrizioni riguardanti la partecipazione ai funerali).

Infine, gli interventi con i docenti si sono focalizzati sulla gestione del burn-out scolastico e sul supporto per un lavoro di rete all’interno dei servizi, mentre per quanto riguarda il personale ATA, sono emerse principalmente problematiche relazionali familiari.

Attività nelle classi:

Significativi inoltre sono stati alcuni interventi svolti all’interno di un  gruppo-classe dell’ Istituto “Colombo”, richieste dai docenti in seguito ad alcune situazioni particolarmente critiche .

Tra le principali tematiche trattate ci sono state:

-comprendere i motivi dietro ai comportamenti auto-lesivi;

-individuare strategie alternative di gestione dello stress;

-fornire risorse da utilizzare per poter aiutare i pari in difficoltà.

Abbiamo voluto, con questo breve report sugli sportelli psicologici che Psyché ha gestito quest’anno in diversi istituti milanesi, rendervi partecipi di una esperienza che ancora una volta si è mostrata estremamente stimolante per noi da un punto di vista professionale e umano. 

Vogliamo ringraziare i direttori scolastici che ci hanno accolti e che si sono impegnati a supportare questo progetto, lavorando al nostro fianco. Questo ovviamente ha comportato per loro un impegno ulteriore in quanto sono stati coinvolti direttamente – in alcuni casi più critici – nei colloqui con i docenti, gli alunni e i genitori. Il nostro riconoscimento va anche al Municipio 5, il cui Assessore è stato ideatore dell’idea di un servizio psicologico territoriale aperto a tutte le scuole.

Speriamo quindi di essere riusciti a trasmettere l’importanza e la necessità che tutte le scuole, a partire dalle materne, possano usufruire di un Servizio indispensabile a migliorare il benessere psicologico di coloro che fanno parte di questo sistema complesso il cui funzionamento potrà tendere verso un costante miglioramento grazie al lavoro sinergico di tutte le sue parti.  

BIBLIOGRAFIA:

Amendolia A. S. (2019) PSICOLOGO SCOLASTICO. Una review sul ruolo professionale, sul confronto con gli altri paesi UE e sulla situazione in Italia. (9)

Filippini, L. (2015). Le medie fanno paura? percorso dedicato alla scoperta delle proprie identità competenti in vista dell’inizio della Scuola media (Doctoral dissertation, Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI)).

Minozzi, S., Saulle, R., Amato, L., & Davoli, M. (2021). Impatto del distanziamento sociale per covid-19 sul benessere psicologico dei giovani: una revisione sistematica della letteratura. Recenti Progressi in Medicina112(5), 360-370.

Ripamonti C.A. (2011). La devianza in adolescenza.  Il Mulino

SITOGRAFIA:

Indagine 2018 – Lo psicologo a scuola: il punto di vista dei docenti.  Retrived from

www.gdlpsicologiascolastica.wordpress.com/indagine-2019-2/

CANNA DI BAMBÙ O CANNA DI VETRO

A cura di Chiara A. Ripamonti

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L’aspettativa di libertà, che naturalmente si accompagna all’idea di vacanza, è dunque amplificata e si accompagna all’idea di riposo, di assenza di tensioni e conflitti, di  mente libera.

Purtroppo però non è facile riuscire a “spegnere l’interruttore” e cambiare – nel breve periodo delle ferie – il proprio modo di essere, pensare e comportarsi, perché, se non siamo in grado di riconoscerle e affrontarle, le nostre tensioni emotive, come quelle familiari ,ci seguono anche in vacanza.

Cinque regole e la volontà di applicarle possono aiutarci ad arginarle. 

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  1. Programmi e aspettative devono essere ritagliati sulla base delle possibilità effettive di realizzarli. Quanto maggiore è la distanza tra ciò che vorreste e ciò che effettivamente potete ottenere, tanto più sarete insoddisfatti e rivendicativi.
  2. Se avete dei bambini, organizzate la vostra giornata tenendo conto anche delle loro esigenze. E’ necessario trovare dei giusti compromessi tra quelli che sono i vostri e i loro bisogni: evitate di lasciarli tutto il giorno al baby club ma trovate il modo di ritagliarvi i vostri spazi.
  3. Dato che conoscete bene le situazioni che fanno scatenare i conflitti in famiglia, siete anche in grado di individuare i segnali che li precedono. Cercate di bloccare schemi comportamentali rigidi e arroccamenti sulle vostre posizioni. Seguendo un detto cinese, di fronte alle intemperie la canna di bambù si piega ma non si spezza, come invece accade alla canna di vetro.
  4. Se avete figli adolescenti, concordate insieme a priori i limiti dello spazio di libertà concesso. Anche in questo caso si tratta di trovare insieme il giusto compromesso tra le loro richieste e le regole che ritenete opportuno siano rispettate.
  5. Non riempitele giornate di cose da fare, con l’illusione che questo vi faccia vivere pienamente le vostre vacanze. Poter coltivare la relazione con l’altro, potersi soffermare ad apprezzare quello che state vivendo, ritrovare la capacità di stupirsi ed entusiasmarsi anche delle piccole cose, sono questi i fattori che contribuiscono al vostro benessere.

 

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Se riuscirete a seguire almeno alcune di queste indicazioni, i benefici che ne trarrete saranno grandi e vi verrà voglia di provare ad applicarle anche al ritorno dalle vacanze, migliorando in questo modo la qualità della vostra vita e delle relazioni familiari.

IDENTITÀ FA RIMA CON LIBERTÀ?

 

di Gaia Giulia Angela Sacco e  Ludovica Modena

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Giugno è il Pride Month, cioè il mese dell’orgoglio LGBTQ+, e il 26 giugno 2021 è stata celebrata in tutta Italia la giornata del Pride, coronamento di un intero mese di incontri, progetti ed eventi legati al tema. Queste iniziative sono dedicate a tutti coloro che, non riconoscendosi nelle tradizionali definizioni di donna o uomo eterosessuale, rientrano nelle categorie definite dall’acronimo LGBTQ+ tra cui, ma non solo, lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e queer. Quest’anno, in particolare, le manifestazioni sono state sentite e numerose anche a causa delle grandi difficoltà che il DDL Zan, dopo l’approvazione alla Camera avvenuta a novembre 2020, sta affrontando per essere approvato al Senato. Il DDL Zan, infatti, si riallaccia alla legge Mancino contro i reati di razzismo, estendendo le pene anche a chi istiga alla violenza omofobica, e prevende una parte che mira a diffondere una cultura della tolleranza. Si vorrebbe infatti istituire una data italiana, 17 maggio, come “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia”. Spesso si sente parlare di identità sessuale ma, purtroppo, ancora ad oggi ben poche persone hanno chiaro il significato e la complessità che questo termine porta con sé.

L’identità sessuale è un costrutto multidimensionale e se ne distinguono diverse componenti:

  • Sesso biologico – è la conformazione sul piano biologico del corpo per come è definita sia in base alle caratteristiche fenotipiche, che contraddistinguono la funzione riproduttiva degli individui, sia in base alle caratteristiche genotipiche. Determina l’appartenenza al sesso maschile (XY), femminile (XX) o a altre varianti dello sviluppo sessuale. 
  • Identità di genere – secondo Batini è “la relazione che un individuo ha con il proprio essere biologico, ovvero a come l’individuo si sente e si percepisce rispetto al proprio sesso biologico, adeguato o inadeguato”. Corrisponde al genere con cui la persona si identifica primariamente e, solitamente, si stabilisce entro il terzo anno di vita. 
  • Ruolo di genere – esprime l’insieme di aspettative e ruoli sociali che definiscono come gli uomini e le donne devono essere, quali caratteristiche esteriori devono presentare e come si devono comportare in una determinata cultura e in uno specifico periodo storico. 
  • Orientamento sessuale – è la tendenza stabile a sentirsi attratto dal punto di vista affettivo-emozionale, sentimentale e sessuale verso uno o più sessi. L’orientamento sessuale non può essere scelto: è una predisposizione strutturale.

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A questi si può poi aggiungere anche l’identità di orientamento sessuale che è la definizione che viene data del proprio orientamento sessuale, che però ha implicazioni a livello di interazioni sociali e, contrariamente all’orientamento sessuale, è in continua evoluzione poiché dipende dal contesto, dalle relazioni e da quanto si impara su se stessi.

L’identità sessuale è l’identità complessiva di una persona, l’insieme dei piani, delle dimensioni e degli aspetti con cui la persona si identifica, viene identificata e si fa identificare dagli altri, è una realtà in continua evoluzione.

È assolutamente centrale, quindi, non fare confusione tra sesso biologico e genere e tra genere/identità di genere e orientamento sessuale.

È evidente come l’essere umano tenda a ragionare per dicotomie (es. giusto/sbagliato, alto/basso, magro/grasso) ma è importante sottolineare che questo non fornisce informazioni in merito alla complessità dell’esperienza soggettiva e che, spesso se non sempre, accanto alla regola binaria si trovano le eccezioni che non la confermano. Questo vale anche per l’identità di genere. È quindi importante fare chiarezza su termini usati nel quotidiano:

  • Cis-gender: donne e uomini che si riconoscono nel genere corrispondente al loro sesso biologico. 
  • Transgender – “Attraverso i generi”: donne e uomini che si riconoscono nel genere opposto al loro sesso biologico o in un genere intermedio, tra il maschile e il femminile. 
  • Transessuale: persone transgender che si sono sottoposte o si stanno sottoponendo a un’operazione di transizione da un sesso all’altro. Nel caso di una persona che ha un’identità di genere maschile ma genere femminile si parlerà di FtM (Female to Male) mentre, in caso contrario, si parlerà di MtF (Male to Female). 
  • Crossdresser: persona a cui piace vestirsi con abiti e accessori che caratterizzano l’opposto ruolo di genere. 
  • Drag queen: uomo che per ragioni di spettacolo assume un’identità femminile.

  • Drag king: donna che per ragioni di spettacolo assume un’identità maschile.

Per quanto riguarda le identità di genere presentate fino a questo momento, inoltre, è importante ricordare che non sono connesse all’orientamento sessuale, che potrebbe essere eterosessuale, omosessuale o bisessuale.

Esistono poi delle persone che hanno un’identità di genere non binaria, cioè che non si riconoscono e non riconoscono la costruzione binaria del genere:

  • Gender queer: persone che si oppongono agli stereotipi sui generi e che ritengono di possedere ed essere meglio descritti da un insieme specifico di caratteristiche, associate al genere femminile o maschile. 
  • Gender fluid: persone che, in base al momento, si riconoscono nel genere femminile o maschile. 
  • Gender questioning: persone che stanno ancora scoprendo la propria identità di genere. 
  • A-gender: coloro che si rifiutano di identificarsi in un genere.

 

È chiaro, data la vastità del panorama legato all’identità di genere, che ci siano numerose sfide da affrontare. Una di queste è fare chiarezza in merito alle differenze tra questi termini ma non si deve dimenticare, tra le altre, le sfide relative alla lingua e alla grammatica. La lingua italiana pone una sfida particolare perché i nomi e gli aggettivi si declinano in modo diverso in base al genere grammaticale. Inoltre, i verbi si coniugano in modo diverso per ogni persona e questo rende più complesso utilizzare il termine “essi” (in inglese “they”) che spesso è preferito al “lei” o “lui”. Esistono alcune realtà particolarmente inclusive e attente, come ad esempio San Francisco, dove le persone possono addirittura chiedere con quale pronome si preferisce essere chiamati, a prescindere dal proprio aspetto. In Italia, ad oggi, non c’è una proposta comune su come si potrebbe affrontare nel concreto il problema grammaticale. Sono stati fatti alcuni tentativi in questa direzione, ad esempio usando in fondo agli aggettivi segni come l’asterisco, la X o la @ al posto delle lettere“a/e”ed“o/i”. Nella lingua parlata, poi, è stato proposto di usare la “u” come vocale finale o la “ə” che, a livello fonetico, è presente in diversi dialetti italiani. A prescindere da quello che si riuscirà o meno a fare a livello linguistico e grammaticale, sarebbe però importante scegliere il giusto pronome con cui rivolgersi alle persone transgender: se l’identità di genere di una persona è femminile ci si deve rivolgere a lei come donna, mentre se è maschile ci si deve rivolgere a lui come uomo. Inoltre, buona norma sarebbe chiedere qual è la preferenza individuale.

BIBLIOGRAFIA:  

American Psychological Association (2009). Report from the APA Task Force on Appropriate Therapeutic Response to Sexual Orientation. Washington, DC.

Connell, R. (2009). Gender, 2nd edition. Traduzione italianaQuestioni di genere. Bologna: Il Mulino.

Cos’è l’identità di genere, spiegato bene. 5 luglio 2017. Articolo pubblicato su: “Il Post”. https://www.ilpost.it/2017/07/05/identita-di-genere/.

Di Ceglie, D., Freedman D. (a cura di) (1998). A Stranger in My Own Body: Atypical Gender Identity Development and Mental Health.London: Karnac Books

Ferrari, F., Ragaglia, E. M., &Rigliano, P. (2015). Il “genere”. Una guida orientativa. http://www.sipsis.it/wpcontent/uploads/2015/10/IL_GENERE_UNA_GUIDA_ORIENTATIVA_def3.pdf.

Stoller, R.J. (1985). Presentations of Gender. London: Yale University Press.

Stoller, R. (1968). Sex and gender. New York: Science House.

GIOVANI E PANDEMIA: QUALI RIPERCUSSIONI E QUALI SOLUZIONI?

di Biancamaria Bellini

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 Le misure di contenimento per far fronte all’emergenza del Covid-19 continuano a condizionare il nostro vivere quotidiano. La Scuola ha risentito in modo particolare della pandemia, trovandosi a dover rivoluzionare il proprio sistema da un giorno all’altro. Sappiamo bene quali sono state le misure adottate nei confronti della didattica in presenza in quest’ultimo anno, così come conosciamo bene cosa si intenda con il termine DAD. Ma quanto sappiamo delle ricadute che la pandemia e, in particolare, la didattica a distanza ha avuto, sta avendo e avrà sulla salute e il futuro dei nostri ragazzi?

Una ricerca condotta dall’Organizzazione Save the Children ha messo in evidenza come l’attuale emergenza educativa non solo abbia aumentato il rischio di dispersione scolastica e la disuguaglianza territoriale, ma abbia anche avuto decisive ripercussioni sull’umore e la capacità di socializzazione dei più giovani.

In queste circostanze, quali sono i rischi e le opportunità per una crescita sana e armoniosa delle nuove generazioni? E quali interventi posso essere attuati per aiutare i giovani a sviluppare delle competenze in termini di resilienza e punti di forza per affrontare il futuro?

La pandemia ha rivoluzionato il sistema scuola, portando a un potenziamento della didattica a distanza. Sarà tuttavia necessario governare le conseguenze e le implicazioni dell’evoluzione tecnologica stessa.

Proprio la scuola, che dovrebbe essere il luogo più aggregativo, dove si insegnano equità, uguaglianza e innovazione, ha portato alla luce un forte senso di disuguaglianza. La DAD è stata una risposta necessaria ed emergenziale che ha messo in luce impreparazione in modelli informativi obsoleti, inadeguata soprattutto per i più piccoli che necessitano di coinvolgimento, interattività e partecipazione. La scuola deve diventare più inclusiva e antropocentrica, sviluppando modelli che integrino umano e digitale, limitando altresì il rischio di infodemia (sovrabbondanza di informazioni di dubbia credibilità).

 

  1. Gli adolescenti ai tempi del Covid

esclusoGli adolescenti sono quasi spariti nel dibattito pubblico. Ci si è ricordati a volte di loro solo come soggetti a rischio per la trasmissione del contagio oppure per la loro diretta mobilitazione a favore della riapertura delle scuole. Eppure, gli effetti duraturi della crisi graveranno molto sul loro futuro. Save the Children ha quindi deciso di dare la parola ai ragazzi e alle ragazze delle scuole superiori attraverso un’indagine condotta da IPSOS, che dal 3 al 5 Dicembre ha coinvolto 1000 studenti tra i 14 e i 18 anni.

 Esperienza della didattica a distanza: Il 62% ha fornito una valutazione positiva della DAD.

  • Difficoltà riportate: fatica a concentrarsi, problemi tecnici, scarsa digitalizzazione dei docenti e noia.
  • Preparazione scolastica: 1 su 3 percepisce un peggioramento
  • Concentrazione e apprendimento di nuovi contenuti: 7 su 10 dichiarano più difficoltà

 Metodologie didattiche: Il 37% dichiara che i propri insegnanti non ha modificato il modo di fare lezione, per il 44% del campione qualche docente ha introdotto delle novità (video, lezioni online, giochi didattici e lavoro in piccoli gruppi)

Rischio della dispersione scolastica: Più di 1 ragazzo su 4 afferma che dal lockdown della scorsa primavera c’è almeno un proprio compagno che ha smesso completamente di frequentare la scuola. Questo dato appare preoccupante in relazione al rischio di un aumento della dispersione scolastica: stando alla percezione degli intervistati, Save the Children ha stimato che circa 34mila studenti delle scuole secondarie di secondo grado potrebbero abbandonare la scuola.

Socialità e sfera emotiva: 6 ragazzi su 10 ritengono che il periodo a casa da scuola abbia avuto e stia avendo ripercussioni negative sulla propria capacità di socializzare e sul proprio umore. Quasi 1 ragazzo su 2considera questo anno di pandemia un anno sprecato.

  • Emozioni più frequentemente riportate: stanchezza, incertezza, preoccupazione, irritabilità, ansia, disorientamento, nervosismo, apatia, scoramento ed esaurimento.

La vita oltre al Covid: Più di 1 ragazzo su 4 afferma di aver cambiato scelta riguardo il proprio percorso di studi/professione

  • Quasi 1 su 10 ha dovuto rivedere i propri piani a causa delle difficoltà economiche della propria famiglia
  • Il 4% ha deciso invece di iscriversi ad un corso di laurea legato alle professioni socio-sanitarie; il 7% proseguirà gli studi in ambito scientifico e l’8%, a seguito della pandemia, ha scelto di approfondire l’ambito di studi legato al digitale

Next generation EU (Recovery Fund): Il Next Generation EU, programma che contribuirà a riparare i danni economici e sociali causati dalla pandemia di COVID-19, raccoglie un forte interesse: gli adolescenti mostrano tutta la loro preoccupazione circa la crisi economica in corso e mettono il lavoro al primo posto, seguito dagli investimenti sull’istruzione 

 

  1. Progetto IN&OUT

Il progetto IN&OUT è stato istituito dalle Cooperative Koinè e Ripari, con l’obiettivo di rimodellare l’intervento durante la pandemia, per non perdere la sfida alla dispersione scolastica.
In particolare, gli interventi promossi dagli operatori si sono rivolti sia alla realtà scolastica che a quella extra-scolastica, in modo da favorire una presa in carico globale dei ragazzi, che tenesse in considerazione sia l’IN, la scuola, che l’OUT, le risorse che il territorio può offrire. Gli operatori che hanno partecipato a questo progetto hanno domandato ai ragazzi come avessero vissuto il lockdown e la DAD e ciò che è emerso è stata la sensazione di confusione. Se pensiamo alla traduzione del termine lockdown pensiamo a “confinamento”; confusione indica invece l’assenza di confini, il dissolversi delle barriere, un po’ il contrario del confinamento. L’alzarsi, il fare colazione, le docce interminabili, i vari “sbrigati che è tardi” sono tutte pratiche che danno un’organizzazione al tempo, danno dei confini. Quello del confinamento è invece stato un vivere che ha dissolto tali confini e che ha generato confusione. La confusione diventa poi panico nel momento in cui si trasforma nel sentimento dell’enormità, della totalità. Pensando in termini educativi, questa totalità che sentiamo schiacciarci è anche una totalità eco-sistemica: dobbiamo essere in relazione e tentare la relazione.

 

  1. Vecchie e nuove competenze digitali nell’anno 0 della DAD

In questo periodo tanti parlano male della DAD. Indubbiamente siamo in una situazione devastante: il futuro non sarà più quello di una volta, non saremo più quelli di prima, nel male e nel bene. Questo anno darà a noi adulti, ai nostri figli e ragazzi nuove competenze e abitudini che saranno da sfruttare. Dovremmo cercare di immagazzinare quante più esperienze possibili e trasformarle in competenze, nel senso di destrezza. Per questo motivo, questo anno in qualche misura è l’anno 0 della DAD. La DAD non è nata quest’anno ma il 2020 segna uno spartiacque: c’è un prima e un poi. Dobbiamo chiederci qual è la scuola che vogliamo, qual è il suo fine. Forse non vogliamo una scuola quantitativa, in cui i ragazzi si lamentano di avere tanti compiti. Forse dovremmo scegliere, nell’assegnare le consegne, qualcosa che non tenga ancora i ragazzi attaccati allo schermo. Dobbiamo immaginare una scuola che non trasloca dall’aula alla camera ma che crea e reinventa nuovi spazi, una scuola più aperta e inclusiva.

 

Discussione finale

genitore-figlioTutti noi abbiamo vissuto qualcosa di estremamente intenso e abbiamo l’impressione che ci saranno delle competenze che ci rimarranno. Ma se pensiamo, oltre alle competenze specifiche, anche a quelle che ci aiutano a vivere, a dare senso a quello che ci sta capitando, a capire come abbiamo affrontato questo periodo, quali competenze si possono sviluppare?

Bisogna reinventarsi, creare qualcosa di nuovo, un futuro che non sarà mai uguale a quello che immaginavamo o che ci potevamo aspettare. Abbiamo imparato a vivere situazioni in cui ci si sente impotenti e arrabbiati ma che ci han fatto toccare con mano condizioni che qualcuno vive cronicamente: diventare poveri, avere qualcuno che decida per noi, ammalarci, perdere delle persone senza poterle salutare. Tutto questo ci ha fatto sentire vulnerabili ma possiamo imparare a sviluppare delle risorse per poter stare in queste condizioni e affrontarle: imparare che si può sempre essere vulnerabili. Ascoltiamo i ragazzi, come ha fatto il progetto IN&OUT out, e camminiamo insieme a loro invece di cercare di trovare subito delle soluzioni. Come facciamo a costruire qualcosa che valorizzi questa esperienza affinché non diventi solo una povertà educativa? Dobbiamo attribuire un senso e un significato a questa situazione, elaborare, cercare insieme un senso per poter divenire padroni di ciò che ci accade.

La vita ai tempi del Coronavirus: una nuova normalità

di Giulia Perasso

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Da un anno ad oggi la nostra quotidianità è profondamente mutata. Stiamo vivendo un’emergenza mai vista prima dal punto di vista scientifico ma anche esistenziale, che impatta sui nostri comportamenti, sulle nostre abitudini e con il modo di relazionarci al prossimo. In molti ci domandiamo se questa nuova normalità possa implicare dei rischi per il nostro benessere psicologico e quello dei nostri cari. In particolar modo, informarsi su temi legati alla salute psicologica in questo delicato periodo storico potrebbe essere un asso nella manica.

A quasi un anno dall’inizio della pandemia di Covid-19 dichiarata dalla World Health Organization, la nostra quotidianità è profondamente cambiata. Distanziamento sociale, restrizioni della mobilità, cambiamenti nella didattica e nelle modalità di lavoro – sempre più radicati nel virtuale – sono diventate parte della nostra vita. Si tratta di una “nuova normalità” a cui il mondo fa fatica a adattarsi. Come bilanciare la speranza che le cose ritornino come prima con l’idea che forse la nuova normalità sarà parte dei nostri giorni ancora per mesi, o forse – per i più pessimisti – per anni? Cosa dobbiamo aspettarci? A quali rischi andiamo incontro, dal punto di vista del benessere psicologico se la situazione si protrae?

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A tutte queste domande non è ancora possibile rispondere: la pandemia di Coronavirus è qualcosa di nuovo per il mondo, una sfida per il positivismo scientifico in ambito non solo medico ma anche psicologico. Gli studi sull’epidemia di SARS – datata tra il 2002 e il 2004 – possono darci un’idea delle conseguenze sul benessere psicologico individuale ma sono basati sui dati di un’epidemia – localizzata nello spazio e nel tempo – e non di una pandemia – che riguarda tutto il modo e che non ha una data di fine definita. Una ricerca evidenzia che i soggetti sottoposti a quarantena per SARS avevano sperimentato – a breve e lungo termine – sintomi depressivi, post-traumatici, ansia e irritabilità. Tuttavia, non sono disponibili dati certi sulle risorse che questi individui hanno messo in atto per ritornare al benessere psicosociale. Dunque, senza possibili linee guida di riferimento da parte della scienza, sorge spontaneo porsi la seguente domanda: riusciremo a mobilitare le nostre risorse più profonde e a trovare gli strumenti per cogliere opportunità nella crisi? E nel caso…Come?

In molti affidano tutte le loro speranze alle future vaccinazioni anti-covid. Eppure, i tempi sono dilatati e nell’attesa di questa svolta ci troviamo a fare i conti con un presente a cui non siamo abituati. Cosa dobbiamo aspettarci nella quotidianità dal punto di vista psicologico?

vaccino_covid19_fgUna delle modalità principali per prevenire i rischi per la propria salute psicologica e per affrontare le difficoltà di adattamento alle nuove routine è sicuramente la conoscenza di tali rischi, per i singoli, ma soprattutto per le famiglie che si ritrovano a condividere quotidianamente vissuti di incertezza e frustrazione.

Ad esempio, è fondamentale considerare che la pandemia ha portato con sé un senso profondo di instabilità professionale e finanziaria, gettando molte famiglie nella precarietà economica. Le stime del Pew Research Centre riportano che 91% degli adulti occidentali ha visto la propria vita totalmente cambiata in seguito all’inizio della pandemia, specialmente dal punto di vista lavorativo. In molti casi, padri e madri con bambini e adolescenti a carico, hanno perso il loro lavoro, sono cassintegrati o hanno visto significativi cambiamenti nella loro vita professionale, con un impatto imprescindibile sul benessere familiare. La doverosa conclusione, dunque, è che il discorso sociale e psicologico, siano imprescindibilmente legati.

Bibliografia:

Hawryluck, L., Gold, W. L., Robinson, S., Pogorski, S., Galea, S., & Styra, R. (2004). SARS control and psychological effects of quarantine, Toronto, Canada. Emerging infectious diseases, 10(7), 1206.

Genitori e stress ai tempi del Coronavirus: il rischio burn-out è concreto?

di Giulia Perasso

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Essere madri e padri ai tempi del Covid-19 non è affatto semplice: i genitori esercitano il loro complicatissimo “mestiere”, turbati dalla mancanza di tempo libero, da difficoltà lavorative, da un minore supporto della rete sociale di riferimento. Nella “nuova normalità”, genitori e figli – bambini o adolescenti – trascorrono più tempo insieme tra le mura domestiche, nella difficoltà di porre confini tra lo spazio del lavoro e del gioco, tra lo spazio della scuola e gli hobby, tra i momenti insieme e quelli individuali, tra gli spazi dei grandi e quelli dei piccoli. Tale difficoltà è vincolata anche alla grandezza della casa che si condivide, laddove persiste un disagio più marcato in situazioni già segnate da un pregresso svantaggio economico. In più, per le famiglie è diventato più difficile contare su caregiver di supporto, come nonni, zii, babysistter, per la paura del contagio reciproco. A livello psicologico, quali sono i rischi che un genitore corre in questo delicato periodo storico e sociale?

Un possibile rischio per la salute del genitore è la cosiddetta “sindrome del Burn-out”. Burn-out significa “bruciarsi” ed è un termine coniato dagli psicologi per definire quello stato di affaticamento emotivo nel quale la mamma o il papà è troppo stanca o stanco per svolgere il proprio ruolo di genitore e soprattutto per trarre giovamento dalle interazioni con il bambino. In termini più semplici, essere in Burn-out significa essere troppo stressati per poter fare al meglio la mamma o il papà. coppie_covid_neodemos

La “nuova normalità” determinata dalla pandemia ha tutte le caratteristiche per aumentare i livelli di stress dei genitori (l’isolamento sociale, le difficoltà lavorative, la condivisione protratta degli spazi domestici) e può essere complicata da fattori situazionali come difficoltà pregresse della coppia o la presenza di un figlio con fragilità fisica o psicologica. La letteratura scientifica evidenzia che genitori eccessivamente stressati sono più a rischio di trascurare e maltrattare bambini e adolescenti. Come prevenire tali situazioni?

Uno strumento utile per i genitori può essere proprio la conoscenza del legame tra la salute genitoriale e la salute dei figli. Lo studio di Spinelli e collaboratori (2020), effettuato su un campione di 854 famiglie durante il primo lockdown italiano, ha dimostrato che lo stress genitoriale ha un ruolo chiave nell’insorgenza dei problemi emotivi e comportamentali nei figli (di età compresa tra i 2 e i 14 anni).

Sebbene possa sembrare banale, per i genitori, prendersi cura di sé stessi è il primo elemento per garantire il benessere di tutta la famiglia. È lo stesso principio per cui nella segnaletica di emergenza che osserviamo sugli aerei, in cui viene indicato agli adulti di mettere la propria maschera d’ossigeno come condizione basilare per riuscire a soccorrere i propri bambini!

 

Bibliografia:

  • Jeammet, P. (2009). Adulti senza riserva: quel che aiuta un adolescente. Raffaello Cortina Editore.
  • Spinelli, M., Lionetti, F., Pastore, M., & Fasolo, M. (2020). Parents’ stress and children’s psychological problems in families facing the COVID-19 outbreak in Italy. Frontiers in Psychology, 11, 1713.

MINDFULNESS: come la self-compassion può essere uno strumento d’aiuto contro la “pandemic fatigue”

di Elisa Perusi

Non puoi scegliere come sentirti, che pensieri avere e che emozioni provare. Ma puoi vivere al centro della tua vita, imparando a stare con la loro energia, senza farti travolgere

(Traverso, 2016, p. 155)

pandemic-fatigue Se in questo periodo ti senti stanco, irritabile, più triste e svogliato del solito, non preoccuparti, non sei solo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riassunto questo stato con il termine “pandemic fatigue” e secondo gli esperti più del 60% della popolazione al momento ne soffre. Il protrarsi della pandemia, la quotidianità in continuo cambiamento, l’impossibilità di fare programmi, sono tra le cause principali di queste sensazioni. Ma anche la distanza sociale, il non poter abbracciare amici e parenti, il non poter stare accanto alle molte persone che in questo momento attraversano la sofferenza, sono tutte esperienze che ormai da molto tempo caratterizzano la nostra vita. E diventiamo stanchi, stufi, irritabili. Abbiamo la sensazione di non farcela più, che tutto questo non finirà mai.

Innanzitutto una buona notizia. Tutto questo finirà. Non si sa come, non si sa quando, ma finirà. Il mondo è in continuo divenire e cambiamento.

Ma come possiamo stare all’interno di questo momento? Come possiamo alleggerire il peso di questa pandemia che continua inesorabile a stravolgere l’onda delle nostre vite e della nostra quotidianità?

Negli ultimi anni si è sentito molto parlare di mindfulness e ancor più in questo periodo.

mindfulness_poster_UKLa mindfulness è una pratica che deriva dalla tradizione buddista, ed è stata diffusa in occidente da Jon Kabat-Zinn (se ti interessa iniziare ad approfondire l’argomento, ti consiglio di dare un’occhiata ai suoi libri, puoi trovare alcuni titoli in bibliografia).  È una pratica che si basa sulla riscoperta del momento presente, tramite l’ascolto del proprio respiro. La nostra mente è costantemente bombardata in ogni momento da pensieri, stimoli ed emozioni. Quello che insegna la pratica è di osservare la propria mente in azione per arrivare a fare esperienza che noi non siamo i nostri pensieri, ma possiamo stare fermi, respirare, e osservarli mentre vanno e vengono. L’entrare in contatto con i nostri pensieri senza la necessità di seguirli o aderirvi in modo automatico, ci permette di creare uno spazio di libertà e di consapevolezza, che libera creatività e saggezza che sono già presenti in ognuno di noi, al fine di affrontare le sfide della nostra vita. Tutto questo potrebbe apparirti astratto e artificioso, ma essendo di fatto una pratica, la vera comprensione può arrivare solo tramite l’esperienza diretta di quanto descritto a parole.

Ma ritornando al nostro tema, come la mindfulness può aiutarci ad affrontare i sentimenti della pandemic fatigue?

Uno dei pilastri della mindfulness, che tramite la pratica si impara a sviluppare, è la self-compassion. Per self- compassion si intende, come spiega molto bene nel suo libro Kristin Neff (2019), il praticare la gentilezza amorevole nei confronti di noi stessi.

self-love-picInnanzitutto, il primo atto di gentilezza che possiamo rivolgere nei nostri confronti è la possibilità di osservare e accettare quello che c’è, senza giudicarlo. In una società che si basa sul culto del perfezionismo e della prestazione, del dover stare bene e farcela a tutti i costi, già l’ammettere a noi stessi di sentire emozioni difficili è un atto di forte coraggio. Non possiamo certo cambiare ciò che accade o ciò che è accaduto, ma possiamo prenderci cura di quello che sentiamo. Ovviamente non si tratta di una specie di pozione magica che una volta bevuta ci permetterà di essere invulnerabili per sempre al dolore, anzi, dimorare con la propria sofferenza può essere molto faticoso.

Si tratta quindi di prenderci cura di noi, del nostro sentire, proprio come faremmo con una persona amata. Prova a pensarci. Visualizza la persona che più ami al mondo. È stanca, triste o arrabbiata.  Che cosa fai? Le dici di tacere perché dovrebbe essere in qualche altro modo? Le ricordi che dovrebbe essere perfetta e produttiva? Io penso di no. Penso che il primo atto che compiamo in questi momenti è di metterci in ascolto dell’altro, accogliere e accarezzare i suoi dolori, senza la necessità di doverli risolvere in qualche modo.

Se riusciamo a fare questo nei confronti degli altri, vuol dire che dentro di noi abbiamo questa capacità, che possiamo rivolgere anche nei confronti di noi stessi.   

Accarezzare anche le nostre fatiche, è il primo passo per legittimare e alleggerire le nostre sofferenze.

L’essere gentili con noi stessi ci apre inoltre alla possibilità di essere più gentili anche con l’altro. Spesso quando soffriamo la nostra tendenza è quella di ripiegarci nel nostro dolore e nel nostro mondo interno. Praticando la self-compassion invece ci apriamo alla possibilità di capire che non siamo soli, che quello che stai provando tu, probabilmente lo può provare anche la tua migliore amica, il tuo vicino di casa, il tuo datore di lavoro, il passante che hai intravisto sotto casa accostandoti alla finestra. A maggior ragione in questo periodo, ci aiuta a capire che siamo tutti sulla stessa barca, ci può aiutare a sentirci meno soli, perché noi come tutti vogliamo essere felici, in pace e al sicuro.

 

Sitografia:

Frezza, G., “Cos’è la pandemic fatigue? L’esperto ci spiega perché ne soffre il 60% degli europei, sanità informazione, 23 Ottobre 2020

https://www.sanitainformazione.it/salute/cose-la-pandemic-fatigue-lesperto-ci-spiega-perche-ne-soffre-il-60-degli-europei/

Bibliografia:

Traverso, C., (2016), “mente calma cuore aperto”, Sperling&Kupfer

Neff, K., (2019), “La self-compassion. Il potere dell’essere gentili con se stessi, FrancoAngeli

Per approfondire:

-Sulla mindfulness:

  • Dovunque tu vada ci sei già. Kabat-zinn
  • Metodo Mindfulness, 56 giorni alla felicità
  • Mente calma cuore aperto

-Sulla self-compassion:

  • La self-compassion. Il potere dell’essere gentili con se stessi Krisitin Neff

SOCIAL NETWORK E BENESSERE PSICOLOGICO DEGLI ADOLESCENTI – Un problema di equilibri

di Diana Ciurte

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Il contesto culturale e sociale in cui viviamo è caratterizzato dal crollo delle ideologie, dal primato della scienza e della tecnologia e da un navigare senza bussola in una realtà rapidamente mutevole.

In questo tumultuoso divenire, anche la comunicazione interpersonale si muove oggi su canali profondamente differenti rispetto al passato.

La diffusione su larga scala di Internet, degli smartphone, dei tablet e degli altri moderni strumenti di comunicazione ha cambiato radicalmente il modo di relazionare di tutti noi.

Come in passato, gli adolescenti percepiscono tuttora un bisogno fondamentale di socializzazione, ma, attraverso l’uso delle tecnologie, possono oggi contare su un vissuto di appartenenza al collettivo della loro generazione, sempre più connotata di virtuale.

Lo scopo principale dell’uso dei Social Network è rappresentato dalla possibilità di coltivare relazioni sociali con i propri amici e di ampliare con poco sforzo la propria rete di conoscenze o, in termini sociologici, il proprio “capitale sociale”.

Dati rilevanti sull’intensità di uso dei Social Network provengono da studi internazionali.

Circa l’87% degli adolescenti tra 12 e 17 anni utilizza internet ed il numero di utilizzatori è in costante crescita. Ogni adolescente spende nel web in media circa 50 minuti al giorno.

La sola piattaforma Facebook conta circa 500 milioni di utenti attivi a livello mondiale e, in realtà culturalmente simili alla nostra, come ad esempio la Spagna, il 78% degli adolescenti con età comprese tra 12 e 17 anni utilizza i Social Network.

Alcuni genitori possono sentirsi preoccupati o addirittura arrabbiati nel vedere i loro figli “sempre connessi”.

img_3314In alcuni casi, effettivamente, esistono delle criticità legate a un uso smodato o inappropriato di Internet o dei Social Network.

Diversi adolescenti trascorrono molte ore della giornata davanti allo schermo, in una sorta di ritiro quasi autistico. Questo fenomeno può in alcuni casi avere pesanti ricadute negative sulla capacità di socializzazione nella vita reale. Paradossalmente, l’uso eccessivo di Internet potrebbe tradursi in solitudine, isolamento e, in estremo, anche nella comparsa di depressione. Talvolta, si può ravvisare il rischio di effetti negativi sul rendimento scolastico.

Un uso inconsapevole di Internet può esporre a fenomeni spaventosi, quali il cyberbullismo o, addirittura, la pedofilia in rete. Il sexting rappresenta l’atto di condividere in rete, immagini o video dal contenuto connotato sessualmente in modo più o meno esplicito. Questa pratica può avere pesanti ricadute proprio sulla dimensione della socializzazione, sfociando spesso nella vergogna e nel ritiro sociale dei soggetti, quando i contenuti sfuggono alla sfera prettamente privata. Ancora, un’altro aspetto problematico connesso alla socializzazione virtuale è rappresentato dal bisogno esasperato di esibirsi, fino a sconfinare nel narcisismo patologico.

Tuttavia, l’affermazione tra gli adolescenti dei Social Network come strumenti di comunicazione testimonia la sussistenza di importanti fenomeni di gratificazione per gli utenti. In effetti, l’utilizzo di Social Network pare associarsi a diversi fenomeni positivi sul piano psicologico!

  • La socializzazione in linea ha un’influenza positiva sulla percezione di benessere  psicologico dell’utente.

In pratica l’aumento della socializzazione on line pare essere in grado di aumentare negli adolescenti i livelli di autostima e di ridurre la paura della solitudine. Diversi lavori ipotizzano un ruolo del supporto sociale percepito dagli utenti in termini di consigli, consensi e “like” quali fattori mediatori di benessere psicologico soggettivo. Tanto più frequente è l’accesso dei giovani ai Social Network, tanto più riceveranno riscontri da terzi. Di norma, la maggior parte dei riscontri sono di natura positiva e, quindi, si traducono nella percezione di supporto sociale. Con questo meccanismo, gli utenti di Social Network paiono ricevere maggiori livelli complessivi di supporto sociale rispetto ai non utenti.

Il supporto sociale ricevuto stimola la richiesta di nuovi consensi, stimolando a sua volta l’uso di Social Network (fenomeno del rinforzo).

Chiaramente questi fenomeni non sono prerogativa del periodo dell’adolescenza, ma nei ragazzi possono rivelarsi estremamente importanti.

  • I giovani preferiscono socializzare più on line che faccia a faccia.

img_3313Il principale motivo per cui le persone utilizzano piattaforme di socializzazione on line è sicuramente la praticità e la semplicità di accesso agli strumenti tecnologici.

Esistono studi che sostengono che: “i legami in Internet sono spesso intimi e confidenziali per la maggior apertura e disponibilità, rispetto ad incontri faccia a faccia e per il minor rischio percepito di disapprovazione sociale”.

Un fattore che incentiva l’uso dei Social Network è la natura dell’ambiente impersonale in linea, che sembra aiutare i giovani utenti a ridurre gli ostacoli pratici e le difficoltà che possono insorgere nel mondo reale in termini di gestione delle relazioni.

L’uso di Social Network pare ridurre le barriere che gli adolescenti percepiscono nella costruzione di ampi gruppi eterogenei, che sono fonte di arricchimento del proprio capitale sociale.

Un altro fattore importante che incide sul rapporto che le persone hanno con i social network è la natura “asincrona” delle piattaforme on line, che permette agli utenti di presentarsi in maniera selettiva. In altri termini, la tecnologia del Social Network permette agli utenti di elaborare dei profili virtuali, tramite cui mostrare gli aspetti di sé stessi che siano più funzionali alla propria immagine.

L’esperienza psicologica mostra che la strategia dell’auto-presentazione positiva possa riflettere la tendenza delle persone a privilegiare convinzioni positive riguardo sé stessi, da cui derivano vantaggi psicologici di auto-promozione.

In conclusione, non bisogna demonizzare la rete e non sottovalutarne i benefici in termini psicologici. Un bilancio tra i rischi e gli effetti positivi di Internet e dei Social Network può dipendere direttamente dalle modalità di uso in termini quantitativi e qualitativi. Se consapevole e moderato, l’uso di Internet e dei Social Network può trasformarsi in una risorsa di benessere psicologico!

 

Bibliografia:

Apaolaza, V., Hartman, P., Medina, E., Barrutia, M.J., Echebarria, C. (2013). The relationship between socializing on the Spanish online networking site Tuenti and teenagers’subjective wellbeing: The roles of self-estreem and lonliness.Computers in Human Behavior, 29(4), (p.1282-1289).

Biolcati, R. (2010) La vita online degli adolescenti: tra sperimentazione e rischio. Psicologia Clinica dello Sviluppo, n.2, (p.267-298)

Faliva, C., Cozzani, B. (2011) Tra normalità e rischio. Manuale di psicologia dello sviluppo e dell’adolescenza (p.75-85)

Fratini, T. (2004) Radici affettive del disagio: esperienza scolastica degli adolescenti (p.1-15)

Kim, J., Lee, R. J. (2010) The Facebook paths to happiness: Effects of the number of Facebook friends and self-presentation of subjective well-being. Cyberpsychology behavior and social networking, 14(6), (p.359-364)

Utz, S., Breuer, J. (2017)

The relationship betweeen use of social network sites, online social support, and well-being: Results from a six-wave longitudinal study. Journal of Media Psychology: Theory methods and Applications 29(3), (p.115-125)

Sitografia:

Carlucci C.(2016) Open school studi cognitivi, san Benedetto del Tronto: Conformismo e bisogno di autonomia negli adolescenti. www.stateofmind.it

Adolescenti e social network, un nuovo modo di relazionarsiwww.aggiornamentisocial.it

SCUOLA E PANDEMIA: CONTINUA LA SFIDA PER I DOCENTI

di Elisabetta Piola

La scuola è sicurainiziomente al centro dei dibattiti dell’ultimo periodo. L’anno scolastico è iniziato in presenza, ma ha subito ben presto una battuta d’arresto a causa del nuovo pericoloso aumento dei contagi. Lo scontro fra chi condanna la decisione del governo di chiudere la maggior parte delle scuole e chi invece sostiene l’adeguatezza e la necessità di tale scelta è particolarmente acceso, come chiaramente dimostrano i numerosi articoli che inondano il web. Già a settembre, nonostante le indicazioni fornite dal Ministero dell’Istruzione, gli interrogativi, i timori e le paure del personale scolastico e delle famiglie erano molteplici: ci saranno spazi sufficienti a garantire il distanziamento? Come saranno regolati gli ingressi scaglionati? Le famiglie seguiranno l’indicazione di rilevare quotidianamente la temperatura corporea dei figli? Quanto spazio sarà effettivamente dedicato alla DaD? Domande che tornano a risuonare ancora oggi.

Alla luce degli accadimenti degli ultimi mesi dobbiamo riconoscere la ragionevolezza di molte di queste preoccupazioni, ma è essenziale impedire a incertezza, paura e sconforto di prendere il sopravvento su di noi, per poter raccogliere la lucidità e le risorse necessarie ad affrontare di nuovo con successo la difficile situazione nella quale ci troviamo.

Mi è capitato di rileggere un articolo pubblicato su L’Espresso circa un anno fa in cui viene raccontata la difficile esperienza da insegnante potenziato di Ottavia Nicolini, che mi ha fatto ripensare all’attuale situazione. Nell’articolo viene raccontato come la docente, rientrata a Roma dopo oltre un decennio in cui ha insegnato etica in una scuola di Francoforte, sia tornata in Italia a lavorare in un istituto tecnico delle periferie di Roma, nel ruolo, appunto, di “potenziato”.

Ma cosa significa, esattamente, essere “insegnante potenziato”?

In linea teorica, un potenziato è parte integrante dell’organico di una scuola grazie alle sue competenze, in grado di potenziarne l’offerta formativa; di fatto, come afferma Nicolini, il suo è un ruolo dai confini indefiniti, senza una classe, né un programma da insegnare, che si sovrappone spesso a quello di supplente. Se vogliamo utilizzare le parole dai ragazzi dell’istituto, Nicolini è “l’insegnante del Gnente”. Ben presto la docente riconosce quello del “Gnente” come un tema di fondo per le classi dell’istituto, restii a impegnarsi in qualsivoglia attività, tantomeno nelle proposte al di fuori dell’attività scolastica, forse anche a fronte di una reale difficoltà nel farlo, riconducibile a un fisiologico bisogno di limiti e direzioni concrete entro cui circoscrivere e verso cui orientare il proprio comportamento.

È un’impresa difficile per Nicolini, conscia dell’opinione che questi studenti hanno di lei e del suo ruolo, quella di instaurare una relazione con loro, un’impresa che la spaventa, ma alla quale sceglie di non rinunciare. Sono state proprio la sua forte motivazione e la sua tenacia a catturare la mia attenzione e a suscitare la mia ammirazione. Nicolini, infatti, è riuscita a realizzare infine il suo obiettivo, coinvolgendo la “classe del gnente” in alcune attività di gruppo, grazie alle quali la loro vitalità, le loro risorse, la loro creatività hanno trovato una strada per esprimersi in tutta la loro intensità; racconta, con soddisfazione di essere anche riuscita a insegnar loro “L’infinito” di Leopardi. In conclusione, la docente dice qualcosa che deve farci riflettere: difficilmente si potrà dimenticare di questi svogliati ragazzi, ai quali alla fine si è affezionata davvero.

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Credo che questa storia possa aiutarci a cogliere le potenzialità insite nel ruolo di insegnante: insegnare è molto più che trasmettere nozioni; insegnare è soprattutto aiutare a crescere, arricchirsi e realizzarsi; è un compito difficile, ma quando esercitato con passione e motivazione, come ha fatto Nicolini, consente di raggiungere obiettivi notevoli e di superare ostacoli apparentemente insormontabili.

Non è facile però essere dei buoni insegnanti. Forse qualcuno riterrà che l’elemento essenziale sia la conoscenza, la preparazione; essa è un aspetto indubbiamente fondamentale, ma perde di rilevanza se vengono a mancare la capacità di instaurare una buona relazione con gli studenti, di saper favorire buone relazioni tra di loro e di stimolare il loro interesse verso la materia (Mariani e Pozzo, 2002). La qualità della relazione con gli studenti è uno dei fattori che maggiormente si associa al successo o al fallimento scolastico (Babaeeroo e Shokrpour, 2017): maggiore è la qualità relazionale, maggiori sono la partecipazione dei ragazzi a scuola, migliori sono i loro risultati e minori le sospensioni e l’abbandono (Quin, 2017; Sparks, 2019).

La scuola ha subito un duro colpo con la pandemia. Il suo scoppio, nel pieno dell’anno scolastico, ha costituito una brusca battuta d’arresto, non solo per il fatto che il programma scolastico è stato temporaneamente sospeso (e poi ripreso con modalità del tutto differenti), ma anche perché si sono interrotti quei processi di socializzazione tra studenti, e fra studenti e insegnanti. E se trasmettere nozioni può tutto sommato essere fatto senza grosse difficoltà anche tramite l’uso di device tecnologici, mantenere vive e coltivare relazioni nella sola dimensione virtuale è un compito non impossibile, ma molto meno semplice.

Nei mesi del lockdown è stato necessario rivedere il modo di fare lezione, passando dalla tradizionale didattica in aula, alla tanto discussa didattica a distanza (DaD), che ha costituito una notevole sfida in particolare per quegli insegnanti, magari con esperienza ventennale fra i banchi, aventi scarsa dimestichezza con l’utilizzo di dispositivi elettronici e di internet.

Un limite intrinseco di questa tipologia di didattica è che essa richiede un maggior utilizzo di risorse cognitive: venendo a mancare la dimensione non verbale della comunicazione, essa diviene più difficile, così come l’apprendimento stesso. Ricerche dimostrano che la comunicazione non verbale è associata a maggiore motivazione allo studio e a successo accademico (Bambaeeroo e Shokrpour, 2017). Ciò ha portato alla decisione di numerosi istituti di ridurre l’altrimenti troppo oneroso numero di ore di lezione frontale, che pur essendo state affiancate ad altre tipologie di attività, ha costretto alla riduzione del programma di diverse materie. La presenza alle lezioni è inoltre diventata più libera, avendo la possibilità di mostrarsi online ed essere in realtà impegnati in attività di tutt’altro genere.

La DaD costituisce un importante passo avanti in termini di rinnovamento della pratica didattica-educativa, ma al contempo sacrifica l’indispensabile dimensione dell’interazione docente-studenti (Rota, 2020), l’essenziale dimensione relazionale. Alcuni docenti raccontano come sia stato strano e spiacevole per loro non poter sentire la presenza della classe, rimpiangendo addirittura il brusio, fastidioso sottofondo delle giornate di lezione a scuola; l’impressione, almeno in principio, è stata quella di non doversi tanto relazionare a una classe, intesa come gruppo, come un’entità che è qualcosa di più della mera somma degli individui che ne fanno parte, quanto più di dover trasmettere nozioni a un pubblico invisibile e passivo, composto da volti, nei casi migliori, e da icone sparse sullo schermo del computer in quelli peggiori.

fineSono state numerose, quindi, le difficoltà e gli ostacoli emersi in questi mesi, ma contrariamente alle pessimistiche previsioni dei più, i nostri docenti sono stati in grado di affrontarli egregiamente, dimostrando la stessa motivazione e la stessa tenacia di Ottavia Nicolini.

Sono stati sorprendenti l’entusiasmo e l’impegno con cui molti docenti si sono adoperati per colmare le loro mancanze nell’utilizzo dei dispositivi tecnologici, fruendo degli svariati corsi predisposti proprio al fine di incrementare le competenze digitali e per realizzare la media education. Si è potuto assistere, in effetti, a una notevole “solidarietà digitale”, un fiorire di iniziative e piattaforme per supportare la DaD, per aiutare a colmare la carenza di competenze di alcuni essa e per facilitare la condivisione delle conoscenze apprese (Bellasia, 2020).

Molti docenti hanno dedicato più attenzioni di quanto non facessero prima ai ragazzi, rompendo la “barriera” dello schermo, ponendo loro frequenti domande su come stessero vivendo questa particolare esperienza e lasciandoli liberi di sfogarsi e confrontarsi, qualora ne dimostrassero il bisogno; e, in effetti, è stato spesso così. Un occhio di riguardo è stato dedicato a chi manifestava segni di disagio, aprendo un dialogo con le famiglie o con altri adulti di riferimento.

Sono stati fatti sforzi d’ogni genere per cercare di continuare a far sentire gli studenti “classe”: è stata sfruttata la DaD come strumento per mantenere comunque una certa stabilità dell’incontro tra docenti e di conseguenza un senso di appartenenza e legame (Rota, 2020), tramite giochi per i più piccoli, e foto di classe (screenshot sugli schermi), attività, sfide e lavori di gruppo anche per i più grandi. In questo rivediamo proprio i tentativi fatti anche da Nicolini, che ha cercato di andare oltre la mera trasmissione di informazioni, impresa ardua con i ragazzi del Gnente, cercando la creazione di conoscenze condivise. Ciò è stato possibile entrando in punta di piedi sempre più nella vita degli studenti, interessandosi alle loro storie, ai loro luoghi di interesse, alle loro canzoni preferite. E mi sembra che questo in fondo sia quanto è stato fatto anche da molti dei nostri insegnanti durante il lockdown.

Trovarsi improvvisamente in una situazione così complessa ha favorito l’emergere del lato più umano di molti di loro, talvolta celato sotto una scorza di autoritarismo che qualcuno ancora ritiene connaturata al ruolo di insegnante, e migliorando la relazione studente-docente, elemento chiave per l’instaurarsi di un buon clima in classe e, di conseguenza, per favorire un maggiore apprendimento degli studenti (Balestra, 2017).

Credo che a questa situazione straordinaria dobbiamo riconoscere un merito, quello di aver permesso alla motivazione degli insegnanti, al loro autentico interesse per i ragazzi, alla loro passione per la loro delicatissima e straordinaria professione, di riemergere, o di emergere con una spinta e una vitalità rinnovata. 

Come Nicolini, tanti insegnanti oggi avranno paura e si sentiranno smarriti. Le incertezze sono ancora molteplici e giustificano il timore di sbagliare, di non essere in grado di gestire la grande responsabilità della quale sentono il peso. È un anno diverso, un’esperienza nuova per tutti e in quanto tale ricca di incognite, ma, soprattutto, è un’ulteriore occasione per migliorarci, per esercitare le risorse che abbiamo dimostrato di avere e per dimostrare che un buon insegnante, cioè un insegnante motivato e appassionato, ha la capacità di affrontare anche situazioni straordinarie.

 

Bibliografia:

Bambaeeroo, F. e Shokrpour, N. (2017). The impact of the teachers’ non-verbal communication on success in teaching. Journal of Advances in Medical Education and Professionalism, 5(2): 51-59

Mariani, L., Pozzo, G. (2002) Stili, strategie e strumenti nell’apprendimento linguistico. Imparare a Imparare, Insegnare a Imparare, Firenze: La Nuova Italia, Firenze.

Quin, D. (2017). Longitudinal and Contextual Associations Between Teacher–Student Relationships and Student Engagement: A Systematic Review. Review of Educational Research, 87(2): 345 –387

Turco, S. (2019). Francoforte-Roma e ritorno: l’anno spericolato della prof nelle classi del Gnente. L’Espresso, 18 Agosto 2019, 84-87

Sitografia:

Balestra, A. “Il benessere scolastico e il clima della classe”. Psicologia 24, 5 Aprile 2017 https://www.psicologia24.it/2017/04/benessere-scolastico-clima-classe/

Bellasia, A. M. “Didattica a distanza, per fortuna c’è: ecco tutti gli aspetti positivi”. Tecnica della Scuola, 21 Marzo 2020. https://www.tecnicadellascuola.it/didattica-a-distanza-per-fortuna-ce-ecco-tutti-gli-aspetti-positivi

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), 2020. https://www.istruzione.it/rientriamoascuola/index.html

Rota, M. “Pro e contro della didattica a distanza”. Crescita Personale, 31 Marzo 2020. https://www.crescita-personale.it/articoli/competenze/formazione/pro-e-contro-didattica-a-distanza.html

Sparks, S. D. “Why Teacher-Student Relationships Matter”. Education Week, 12 Marzo 2019. https://www.edweek.org/ew/articles/2019/03/13/why-teacher-student-relationships-matter.html