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DECALOGO CON CONSIGLI PRATICI PER RAGGIUNGERE IL BENESSERE DIGITALE


1. Acquisisci le competenze che ti permettano di usare il cellulare e la rete in modo consapevole    

  • Gli algoritmi regolano gli stimoli che ricevi dalla rete. Tutto è uniformato sulla base dei nostri gusti e caratteristiche.
  • Usa motori di ricerca alternativi (es. Duckduckgo che non salva i tuoi dati di navigazione).
  • Attenzione che gli algoritmi possono aumentare odio e discriminazione.

2. Evita di passare troppo tempo online  

  • Controlla quanto tempo passi sulle varie piattaforme, questo ti permetterà di riflettere su quello che avresti potuto fare in alternativa. 
  • Disconnetti la funzione notifiche che è una fonte di grande distrazione.
  • Troppe ore connesso ti portano ad essere più facilmente irritabile.

3. Disconnettiti per poterti riconnettere con te stesso e con la realtà

  • Sì te stesso e non volerti adeguare ai profili irrealistici che la rete ti propone.
  • Riconosci le tue risorse e i tuoi limiti, non cadere nella trappola delle immagini accattivanti che la rete ti propone, ma che sono distanti dalla realtà e dalla normalità della vita.
  • Non temere la noia, perchè può spronarti a far emergere nuove idee, pensieri e creatività.

4. Bisogna crescere con i social e non nei social

  • Dai la priorità alla realtà, osservando il mondo che ti sta intorno, questo ti permetterà di fare nuove esperienze e socializzare con più facilità.
  • Se sei con qualcuno prestagli attenzione e metti da parte il cellulare.
  • La Rete è una grande risorsa se la utilizzi in modo consapevole.

5. Nella realtà virtuale tutto è possibile e talvolta ti viene mostrato come vero e reale ciò che non lo è  

  • Fai attenzione ai profili che incontri, non fidarti di chiunque.
  • La rete ha una grande potenzialità di trasmissione di informazioni, ma non credere a tutto ciò che vedi o leggi, molti sono fotoritocchi o fake news.
  • I modelli virtuali proposti dalla Rete sono illusori. 

6. Rispetta la privacy tua e degli altri

  • Prima di pubblicare/inviare una tua foto con qualcun altro o foto di altri chiedi sempre il permesso.
  • Quando scarichi un’App o apri un sito, fai attenzione alle clausole sulla privacy.
  • Tutti i dati che metti in rete vengono utilizzati in vario modo senza che tu ne sia consapevole.

7. Non essere multitasking

  • Il cellulare ti abitua a passare rapidamente da una esperienza a un’altra; questo comportamento diviene una abitudine anche nella vita quotidiana.
  • Non studiare con il telefono acceso vicino, le notifiche e le chat ti fanno perdere tempo e concentrazione.
  • Non parlare con qualcuno guardando il cellulare.

8. Usare il cellulare ha un impatto negativo sul tuo benessere fisico e psichico

  • E’ un attimo perdere la cognizione del tempo quando si “scrolla” a discapito del tuo riposo.
  • Tieni il cellulare lontano quando vai a dormire, così diminuisci la tentazione di prenderlo in mano per controllarlo.
  • edica meno ore alla rete e più ore ad altre attività tra cui lo sport.

9. I rischi della Rete, anche se virtuali, sono reali

  • Quando succede o vedi qualcosa di brutto online, chiedi aiuto, denuncialo.
  • Non dare il tuo numero a persone in Rete che non conosci.
  • Il razzismo, l’omofobia, la misoginia, l’odio all’interno della Rete non sono meno nocivi.

PER I GENITORI

10. Non avere un atteggiamento giudicante e di rifiuto a priori nei confronti della Rete. La condivisione aiuta a controllare.

  • Informati sulla cultura della Rete, prova a entrarci, conoscerla e a essere disponibile a parlarne con tuo figlio con curiosità e interesse.
  • Riconosci la funzione di socializzazione, di sostegno nella costruzione della propria identità e di prove di espressioni creative di sé.
  • Parla con tuo figlio del pericolo del plagio, della pornografia online, del cyberbullismo che si possono incontrare in Rete, e dell’importanza di tutelare la propria privacy 
  • Valuta se installare dei programmi di protezione sul suo telefonino

GIOVANI ADULTI E LA PRECARIETÀ DELLE SPERANZE: UN PROBLEMA DA NON SOTTOVALUTARE

A cura di Alessandra Giacumbo

Per molti l’espressione “giovane adulto” può risultare nuova, ma con tale denominazione ci si riferisce a quei giovani che hanno terminato il percorso formativo nelle scuole secondarie di secondo grado e si affacciano al mondo del lavoro. Questo è un passaggio cruciale, che pone simbolicamente le basi per la costruzione del proprio futuro. Proprio per questo, le aspettative che accompagnano il cambiamento sono tante, a volte troppe, costringendo i giovani a fare i conti con una realtà molto più difficile di quella immaginata.
La vita, come ci direbbe Van Gennep (1909), è un continuo susseguirsi di tappe, di fasi diverse, che richiedono, di volta in volta, degli aggiustamenti non solo da parte del singolo, ma anche della famiglia o della rete sociale che lo circonda. Infatti, nell’affrontare il difficile passaggio dalla coabitazione con i propri caregiver all’indipendenza abitativa (ed economica), non tutti possono contare sul sostegno della famiglia d’origine o di un contesto sociale supportivo.

Proprio a causa di questi ostacoli, spesso, i giovani adulti finiscono per prolungare la permanenza
abitativa nella casa della propria famiglia di origine, continuando a sperare di poter, prima o poi, rendersi indipendenti sotto tutti i punti di vista. Cavalli e Galland (1996) hanno descritto tre modelli diversi, che indicano altrettante modalità di affrontare questa fase evolutiva.
– Il primo è il modello mediterraneo, la cui caratteristica peculiare è data dal prolungamento della permanenza nella famiglia d’origine;
– Segue il modello inglese, che si caratterizza, al contrario, per il raggiungimento di una precoce indipendenza abitativa;
– Infine, il modello francese o nordeuropeo prevede un periodo piuttosto lungo che intercorre tra l’indipendenza abitativa e la formazione di una nuova famiglia.


Come si evince dai tre modelli, ci sono tempi e modi diversi per raggiungere le tappe evolutive caratterizzanti la fase del giovane adulto che, oltre al compimento della formazione superiore e l’indipendenza abitativa, sono l’ingresso nel mondo del lavoro, il matrimonio o la convivenza e la nascita di un figlio. Quest’ultima tappa, secondo molti, sancirebbe l’ingresso nell’età adulta.

L’Italia, che rientrerebbe appunto nel modello mediterraneo, vede da diversi anni un prolungarsi della situazione di dipendenza abitativa ed economica, a scapito di una progettualità di indipendenza che,
seppur presente nella mente di molti, rimane comunque irrealizzabile. Cosa potrebbe succedere quando un giovane deve fare i conti con la precarietà dei suoi progetti e delle sue speranze? Cosa significa, oggi, dover rinunciare ai propri sogni?
Per molti giovani, infatti, non vi è possibilità di scegliere e di coltivare le proprie passioni. Il mondo del lavoro mostra sempre più come siano indispensabili alcune figure professionali e non altre, costringendo molti a rinunciare a quello che hanno sperato di diventare o che, a fatica, hanno raggiunto. Ed è così che, in molti casi, si finisce per fare quello che “offre il mercato”, quello che permette di vivere e di progettare un futuro, scevro da qualsiasi spinta motivazionale.
Il crollo delle aspettative e delle speranze, di fronte alla cruda realtà e all’esperienza, è un problema da non sottovalutare. Viviamo in un’epoca in cui il fallimento è sempre meno tollerato, dagli altri e soprattutto da sé stessi. Misurarsi con il fatto che non si sia riusciti a compiere quello che ci si era preposti comporta, spesso, un crollo narcisistico importante, difficile da tollerare. Il rischio è che, sentendosi vittime di una terribile ingiustizia operata dalla società, i giovani adulti perdano qualsiasi speranza in un futuro migliore e vedano come unica soluzione quella di rinunciare a tutto, a volte anche alla vita.
Le politiche a sostegno dei giovani dovrebbero tentare di arginare questo rischio, proponendo non solo delle possibilità lavorative e dei sussidi economici, ma anche degli sportelli di ascolto e sostegno psicologico, indispensabili quando le strategie di coping non sono più in grado di fronteggiare la situazione.

BIBLIOGRAFIA

Cavalli A., Galland O., (1996), Senza fretta di crescere. L’ingresso difficile nella vita adulta. (tr. it Della Porta B.). Napoli: Liguori Editore.

Lancini M., Madeddu F., (2014), Giovane adulto. La terza nascita. Milano: Raffaello Cortina Editore.


Van Gennep A., (1909), I riti di passaggio (tr. it. Remotti M. L., 2012). Torino: Bollati Boringhieri.

IL FENOMENO DEI NO-VAX IN PERIODO DI PANDEMIA

di Rosa Gravagnuolo

In questi ultimi due anni, la diffusione del virus è stata arginata da misure di sicurezza che hanno scandito come delle fasi. In una prima fase, abbiamo adottato azioni prettamente difensive, ci siamo barricati all’interno delle nostre case cercando di evitare più possibile il contatto con il virus.  Tuttavia, se nei primi mesi del 2020 la reazione più immediata è stata di chiusura e protezione, adesso notiamo come con la distribuzione dei vaccini gradualmente ci siamo spostati verso un approccio di sfida.

Nonostante la Word Health Organization (WHO, 2019) consideri l’essere esitanti verso il vaccino uno dei 10 rischi più pericolosi per la salute pubblica globale, ancora molte persone sono incerte rispetto alla somministrazione. Chi manifesta delle resistenze afferma che il vaccino faccia più male che bene, tipicamente per quattro ragioni (Whitehead et al., 2019):

  • I vaccini sono inefficaci;
  • I vaccini contengono sostanze tossiche e non naturali;
  • I vaccini causano effetti collaterali o la malattia stessa che il vaccino dovrebbe prevenire;
  • Le persone vaccinate possono portare alla mutazione del virus e diffondere nuovamente la malattia.

Alcuni argomentano anche che, se pure efficace, la vaccinazione non dovrebbe essere forzata perché viola la libertà di scelta.

Uno studio (Roberts et al., 2022) ha esaminato i correlati demografici, psicologici, politici e comportamentali degli atteggiamenti anti-vax e dell’esitazione al vaccino COVID-19 in un campione composto da adulti americani. Sono stati evidenziati una serie di fattori correlati agli atteggiamenti anti-vax in generale e all’esitazione al vaccino COVID-19 in particolare, quali: la giovane età, l’essere di razza non caucasica, l’avere livelli di reddito e istruzione bassi, l’avere atteggiamenti sociali più conservatori e meno liberali, l’essere meno aderenti ai comportamenti di sicurezza COVID-19 e il manifestare una minore approvazione delle restrizioni governative.

Internet ha assunto un’enorme influenza sulla conoscenza delle persone dei vaccini (Kata, 2012). Sui social media è rapidamente nata una vasta comunità che permette la discussione e lo scambio di informazioni tra più persone in modo istantaneo ma, tuttavia, con scarsa attendibilità e poca affidabilità sulle fonti delle informazioni reperite.  In questo modo, la conoscenza sui vaccini, sia vera che falsa, può essere facilmente accessibile ma anche facilmente confusa. È evidente che, coloro che si affidano a internet per le informazioni sui vaccini sono esposti più di altri ai rischi della disinformazione.

Ci può essere una strada per affrontare la disinformazione su internet sfruttando positivamente questa fonte di fiducia rispetto alle informazioni recuperate online e che potrebbe essere attraverso i medici influencer dei social media (Benoit e Mauldin, 2021), ovvero la tendenza di molti medici di porsi come influencer del benessere, fornendo informazioni e indicazioni supportate da valore scientifico.

I social media hanno dato alle persone la possibilità raggiungere facilmente fonti affidabili quelle condivise dall’OMS sulle piattaforme più diffuse oggi, come Facebook e Instagram (Brindha, Jayaseelan e Kadeswaran, 2020). Queste nuove strategie di diffusione delle informazioni ha favorito la diffusione a tappeto delle nozioni fondamentali per la prevenzione ed il contenimento del contagio. È auspicabile che queste nuove modalità di comunicazione diventino parte integrante del modo in cui le autorità competenti condividono messaggi indicazioni necessarie alla tutela della salute pubblica. In tal modo, avendo accesso a contenuti sicuri e dalle fonti chiaramente definite, ognuno potrà avere la possibilità di informarsi e farsi una opinione consapevole rispetto alle tematiche più salienti.

BIBLIOGRAFIA

Benoit, S. L., & Mauldin, R. F. (2021). The “anti-vax” movement: a quantitative report on vaccine beliefs and knowledge across social media. BMC public health21(1), 1-11Brindha, D., Jayaseelan, R., & Kadeswaran, S. (2020). Social media reigned by information or misinformation about COVID-19: a phenomenological study.

Kata, A. (2012). Anti-vaccine activists, Web 2.0, and the postmodern paradigm–An overview of tactics and tropes used online by the anti-vaccination movement. Vaccine30(25), 3778-3789.

Roberts, H. A., Clark, D. A., & Hicks, B. M. (2022). To vax or not to vax: Predictors of anti-vax attitudes and COVID-19 vaccine hesitancy prior to widespread vaccine availability.

Whitehead, M., Taylor, N., Gough, A., Chambers, D., Jessop, M., & Hyde, P. (2019). The anti-vax phenomenon. The Veterinary Record184(24), 744.

WHO. Top ten threats to global health in 2019. www.who.int/emergencies/ten- threats-to-global-health-in-2019 (accessed 27 May 2019)

I MIGRANTI: LA FUNZIONE DEL CAPRO ESPIATORIO

di Eleonora Giannelli

Nel mondo contemporaneo sono compresenti i due “ingredienti” essenziali che permettono il verificarsi della dinamica del “capro espiatorio”: una situazione di crisi e una vittima facilmente designabile come “capro”, che ha la funzione di espiazione dei mali di un popolo. Ora, se pensiamo ai nostri tempi entrambe le condizioni sono presenti. Questa situazione ci pone di fronte ad alcuni interrogativi complessi, ai quali diverse discipline, tra cui la psicologia, cercano di dare una risposta. E’ infatti utile comprendere quali siano i meccanismi psicologici individuali e collettivi che sono coinvolti nel considerare l’altro diverso da noi come un nemico pericoloso da allontanare o sconfiggere. La maggiore consapevolezza può aiutarci a controllare la rivendicatività, l’aggressività e la rabbia.

Perché proprio i migranti ricoprono questo ingrato compito? Il capro espiatorio deve essere riconoscibile e differenziato dalla massa omologata, è facile che venga identificato in minoranze etniche o religiose. I migranti possiedono una cultura e una lingua diversa dalla nostra, in certi casi anche il colore della pelle è differente.  Questa alterità genera diffidenza verso il non noto. In situazione di instabilità, precarietà e crisi, difficilmente si supera la barriera della prima titubanza, anzi il “diverso” assume il compito di liberarci dal peso che stiamo vivendo. La rabbia, l’aggressività, la frustrazione, il senso di inferiorità, l’inadeguatezza, la vergogna rappresentano il “bagaglio” che un popolo possiede nel proprio collettivo, che ha un peso sempre più greve in situazione di crisi. Il passo che porta alla “liberazione”, anche se illusoria, è semplice, e ben studiato dalla psicologia analitica, e si attua attraverso il noto meccanismo della proiezione, tramite il quale riversiamo tutto ciò che non riusciamo ad accettare di noi allontanandolo dalla nostra coscienza, reprimendolo o rimuovendolo. Secondo la psicologia analitica, negare i nostri aspetti negativi e quelli del gruppo al quale apparteniamo genera senso di colpa e disagio inconscio. Il “male” viene vissuto come estraneo e diverso da sé e viene espulso, proiettato sul nemico. Noi vediamo nel capro espiatorio aspetti di noi che gli abbiamo attribuito. Il senso di colpa trova così una via di uscita e il male può assumere una forma e un corpo; liberandoci del nemico alimentiamo la vana speranza di liberarci del male che ci opprime. Ma sarà vero? Non è possibile eliminare ciò che è dentro di noi “buttandolo via”, all’esterno. Un semplice esempio è l’attribuzione di tratti di aggressività e violenza, che fanno parte della nostra identità e che vengono proiettati sul migrante che viene visto come pericoloso, aggressivo, possibile stupratore o ladro.

Che ruolo ha la crisi nella definizione di un nemico? La “crisi migratoria” tanto discussa dai media si inserisce in un contesto di crisi economica, politica e sociale (Graziano, 2018); il termine “crisi” indica uno stato di alterazione di un equilibrio. Pensando alla crisi “economica” del 2008, l’intensità e il suo protrarsi nel tempo, ha portato un nuovo assetto economico globale, caratterizzato da maggiore povertà e precarietà. La crisi, intesa su un piano “politico”, invece, è dovuta in particolare alle difficoltà delle istituzioni a essere rappresentative di bisogni e necessità del popolo; è in questo contesto sociale che i movimenti e partiti populisti hanno “facile presa” sul popolo. Infine, siamo immersi in una crisi “culturale” dovuta, in gran misura, all’incontro delle società occidentale con un flusso migratorio significativo che ha portato una trasformazione culturale.

Tali “crisi” generano un senso di precarietà e rovina che si concretizza in un popolo che ha perso il senso di empowerment, ossia ha perduto il senso di controllo delle proprie decisioni, azioni e della capacità di gestire quello che nella vita accade. Le popolazioni sono caratterizzate da una perdita di autostima e da sentimenti di frustrazione e insoddisfazione; tutto questo genera rabbia e aggressività. In questo terreno è facile rivolgersi a leader forti e carismatici, con tratti autoritari, per farsi guidare nell’incertezza, e vengono scelte delle vittime designate, che diventano i consueti nemici.

Qual è la funzione del nemico nel nostro contesto sociopolitico attuale? La visibilità del migrante favorisce la sua definizione come nemico e facilmente viene utilizzato per slogan politici che alimentano emozioni di paura. È meglio se i migranti “si mettono in mostra” chiedendo l’elemosina agli angoli delle strade, nelle vie principali o arrivando ammassati su barconi di fortuna; notiamo tanto la loro presenza quanto la loro “invadenza” (Reitano, 2018). È da notare, come la politica attuale induca di continuo la distorsione nella percezione della presenza di migranti, nel nostro e in altri paesi, attraverso la diffusione di “paure pubbliche” (Bauman, 2016). L’idea di essere nel mezzo di un’invasione, diffusa attraverso i mass media, porta le nazioni a difendere i propri confini nazionali e culturali, quasi fosse necessario tenere lontano l’“altro”, al fine di evitare contaminazioni identitarie e mantenere una purezza originale (Perera, 1993). A livello politico, il bisogno del nemico e l’utilizzo del meccanismo del capro espiatorio, assume quindi la dimensione di necessità, utile ad attivare la macchina dei consensi e a rafforzare il legame del popolo, disgregato e fragile per la crisi che vive, rafforzando il suo senso identitario. Non dobbiamo però scordare che ciò che attribuiamo al nemico ci appartiene, e che, ben lontani dall’innocenza, siamo “tutti noi” responsabili di tali contenuti.

BIBLIOGRAFIA

Bauman, Z. (2016). Stranieri alle porte. Bari: Editori Laterza.

Graziano, P. (2018). Neopopulismi: Perché sono destinati a durare. Bologna: ilMulino.

Perera, B. S. (1993). Capro espiatorio. Come l’emarginazione di pochi, maschera le responsabilità collettive. Como: Red.

Reitano, P (2018). Il capro espiatorio e la macchina del consenso. In Facchini, D. (cur). Alla deriva. Milano: Altra Economia.

COVID 19 E SALUTE MENTALE

A cura di Rosa Gravagnuolo

Il 2020 può essere descritto come l’anno che più di tutti ha segnato le nostre vite. Con la pandemia e le diverse quarantene che si sono succedute nel corso dei mesi, le nostre abitudini sono dovute cambiare e, insieme a loro, anche la relazione con il benessere e la salute mentale. Le attività della vita quotidiana si sono ridotte allo spazio di casa o del luogo di lavoro e la vita sociale è stata necessariamente dovuta mettere in secondo piano per poter rispettare le nuove norme imposte dal Governo per arginare la diffusione del virus.

Il COVID-19 ha messo a dura prova tutti noi e, così, alla pandemia da coronavirus si è sovrapposta una nuova pandemia di disagio psicologico. Le persone tendono a sentirsi ansiose e in pericolo quando l’ambiente attorno a loro cambia. Gli studi hanno, infatti, riportato che il distanziamento sociale, l’isolamento, la quarantena, il passaggio di informazioni distorte (in particolare dai media) e le difficoltà sociali ed economiche sono stati tra i maggiori fattori che hanno contribuito all’aumento di sintomi psicopatologici (Ahorsu et al. 2020). Depressione e ansia, sentimenti di disperazione e mancanza di speranza per il futuro, paura e frustrazione possono essere descritti come i sintomi più comuni che si sono presentati durante la pandemia, ma nei casi più estremi, anche pensieri autolesivi o tentativi di suicidio (Bhuiyan et al., 2020).

Gli esiti del Covid-19 possono avere un impatto sul lungo termine e non devono essere considerati come un effetto negativo temporaneo o reversibile. Come evidenziato dalle ricerche del 2009 focalizzate sulla Sindrome Respiratoria acuta grave (SARS) e sulla Sindrome respiratoria merio-orientale (Merc-CoV), questo tipo di infezioni possono influenzare la salute delle persone anche a distanza di molti anni dal contagio (Lam et al., 2009; Mak, Chu, Pan, Yiu & Chan, 2009).

Per queste ragioni, Boden et al. (2021) hanno illustrato alcuni dei fattori di rischio da considerare quando si parla delle conseguenze della pandemia sulla salute mentale degli individui.

I fattori sociali incisivi della salute mentale e i fattori di rischio sociale, le caratteristiche socio-demografiche e la vulnerabilità clinica, oltre che i fattori di stress pandemico possono aumentare il rischio di esiti negativi per la salute mentale. Come rappresentato dalla freccia grigia, gli esiti della salute mentale possono persistere indefinitamente.

Secondo l’autore, la pandemia in realtà presenta un’opportunità senza precedenti per implementare modelli di intervento che possono aiutare le persone fornendo loro cure specifiche per i loro bisogni. La valutazione continua dell’implementazione degli interventi  e dell’efficacia di questi ultimi  sarà fondamentale per perfezionare i nostri sforzi per aumentare la portata delle risorse di intervento e per migliorare la nostra comprensione di come rispondere alle future pandemie. Ora è il momento di mobilitare le comunità e le popolazioni per mitigare una prossima pandemia di salute mentale negativa.

BIBLIOGRAFIA

Ahorsu, D. K., Lin, C. Y., Imani, V., Saffari, M., Griffiths, M. D., & Pakpour, A. H. (2020). The fear of COVID-19 scale: Development and initial validation. International Journal of Mental Health and Addiction

Bhuiyan, A. K. M. I., Sakib, N., Pakpour, A., Griffiths, M. D., & Mamun, M. A. (2020). COVID-19 related suicides in Bangladesh due to lockdown and economic factors: Case study evidence. International Journal of Mental Health and Addiction

Boden, M., Zimmerman, L., Azevedo, K. J., Ruzek, J. I., Gala, S., Magid, H. S. A., … & McLean, C. P. (2021). Addressing the mental health impact of COVID-19 through population health. Clinical psychology review, 102006.

Lam, M. H.-B., Wing, Y.-K., Yu, M. W.-M., Leung, C.-M., Ma, R. C., Kong, A. P., … Lam, S.- P. (2009). Mental morbidities and chronic fatigue in severe acute respiratory syndrome survivors: Long-term follow-up. Archives of Internal Medicine, 169(22), 2142–2147.

Mak, I. W. C., Chu, C. M., Pan, P. C., Yiu, M. G. C., & Chan, V. L. (2009). Long-term psychiatric morbidities among SARS survivors. General Hospital Psychiatry, 31, 318–326.

STRATEGIE DI PREVENZIONE ALLA VIOLENZA DI GENERE

A cura di Rosa Gravagnuolo

Oltre che essere un rischio per la salute fisica e psicologica, la violenza di genere è innanzitutto una pericolosa forma di discriminazione che si manifesta quando un uomo agisce violenza contro la donna in quanto donna. Se, poi, la violenza si manifesta all’interno di una coppia questo fenomeno prende il nome di Intimate Partner Violence (IPV).

La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani che danneggia la salute della donna e dei suoi figli, con costi elevati per la salute pubblica e per la società.

Nella relazione, la violenza è utilizzata come una strategia per affrontare i conflitti, soprattutto in quei rapporti dove l’ostilità è innescata da problemi economici, gelosia o trasgressioni da parte delle donne rispetto al proprio ruolo di genere. Povertà o patriarcato, alcol o aggressività; le cause della IPV sono complesse e di diversa natura, eppure due fattori sembrano essere necessari affinché l’IPV si manifesti: una posizione ineguale per la donna in una particolare relazione (e nella società) e la normalizzazione dell’uso della violenza nei conflitti (Jewkes, 2002). Infatti, i comportamenti aggressivi contro la donna sono particolarmente frequenti in quei contesti dove l’uso di violenza è accettato da parte della società, tanto più che in questi ambienti le sanzioni contro gli abusatori sono solitamente molto basse.

Per affrontare efficacemente questo fenomeno è necessario che il tema diventi un punto di primaria rilevanza per la salute pubblica. Le istituzioni dovrebbero fornire le informazioni e l’educazione necessaria a favorire una maggiore consapevolezza rispetto a questo tipo di violenza. A tal proposito, è possibile descrivere una serie di strategie di prevenzione dell’Intimate Partner Violence. In prima analisi, è importante comprendere che soltanto creando un clima di intolleranza dei confronti della violenza di genere è possibile arginare concretamente questo fenomeno. Le leggi contro ogni forma di abuso, aggressione e violenza dovrebbero essere riviste e rese più severe, in modo da salvaguardare al meglio la salute delle donne. È necessario, inoltre, lavorare sulla consapevolezza e la sensibilità dei social media, poiché ancora troppo frequentemente giornalisti e personaggi pubblici divulgano informazioni ambigue e confuse, che lasciano passare messaggi sbagliati rispetto a come interpretare e affrontare la violenza di genere. Ogni forma di accanimento contro la donna è inaccettabile, questo messaggio deve passare in modo chiaro e semplice in modo che qualsiasi donna possa sentirsi protetta, se non a casa propria almeno all’interno di un contesto sociale giusto. In tal senso, un’altra importante strategia preventiva riguarda l’importanza di implementare lo status delle donne nella società, aumentando le opportunità lavorative e formative per le donne, promuovendo la parità di genere e favorendo le leggi che facilitano l’accesso al divorzio per le donne. Un altro aspetto di particolare rilevanza ha a che fare con la ricerca. Finanziando i progetti di ricerca volti a collezionare dati epidemiologici della violenza e a sviluppare programmi di assessment e interventi specifici, sarà possibile giungere a una maggiore comprensione del fenomeno e a interventi mirati e efficaci volti a diminuire quanto più possibile i danni fisici e psicologici per chi ha subito violenza.

Riconoscendo che le donne non sono responsabili per gli abusi subiti e favorendo una politica decisa di intolleranza verso la violenza sarà possibile arginare efficacemente questo problema e migliorare le condizioni di salute fisiche e psicologiche per le donne e i loro figli che vivono situazioni rischiose come nell’Intimate Partner Violence.

BIBLIOGRAFIA

Jewkes, R. (2002). Intimate partner violence: causes and prevention. The lancet359(9315), 1423-1429.

BAMBOLE REBORN: LIMITI E SPERANZE

A cura di Selene Scaramuzza

Sarà capitato a tutti gli assidui frequentatori dei social network di incappare in post che parlano delle cosiddette “Mamme Pancine”, ovvero donne che mettono al centro della loro vita la maternità, la famiglia e i figli, condividendo e scambiandosi consigli, foto e storie incentrati su questi argomenti. Il nome “Mamme Pancine” potrebbe trarre in inganno, in quanto non tutte le donne che appartengono a questa categoria sono mamme: alcune stanno per diventare tali, ma altre sono donne che non possono avere figli o che ne hanno perso uno. La vita di queste persone viene raccontata da loro stesse in gruppi chiusi, in particolar modo su Facebook, e personaggi come Vincenzo Maisto (in arte “Signor Distruggere”) rendono pubblici i loro post, condividendo così storie alquanto raccapriccianti e che lasciano i lettori sgomenti (per un approfondimento sui temi trattati dalle Mamme Pancine e sulle dinamiche che si instaurano nei loro gruppi, consiglio la lettura del seguente articolo di Gabriella Lanza: https://www.nostrofiglio.it/gravidanza/le-mamme-pancine-chi-sono-il-signor-distruggere).

Tra tutte le stranezze che possiamo trovare in gruppi come “Pancine, Mamme & Bimbi” ne spicca una in particolare: le bambole reborn. Cosa sono? A cosa servono?

Le bambole reborn sono dei bambolotti dall’aspetto talmente umano da sembrare reali, hanno le fattezze di un neonato e come tali possono essere trattati. Non pensate al classico Cicciobello che ci regalavano da bambini, ma a delle vere e proprie opere d’arte create da artigiani esperti. Queste bambole possono essere acquistate per vari scopi, tra cui il collezionismo, l’educazione alla maternità e la terapia. Esiste infatti una tecnica terapeutica chiamata Doll Therapy o Empathy Doll, teorizzata alla fine degli anni Novanta dalla psicoterapeuta svedese Britt Marie Egidius Jakobsson, che prevede l’utilizzo delle bambole come un aiuto per le persone affette da demenza, da problemi cognitivi o per coloro che hanno subito precocemente la perdita di un figlio. Interagire con una bambola reborn indurrebbe infatti delle emozioni positive, riattiverebbe quei legami di attaccamento che sono stati persi e aiuterebbe inoltre a esprimere i propri bisogni insoddisfatti.

Per quanto riguarda le demenze e i problemi cognitivi, l’approccio con queste bambole ridurrebbe l’aggressività, l’apatia e la depressione, portando i pazienti a sperimentare gioia e calma, oltre che una riattivazione dell’empatia e della loro vita emozionale, facendoli sentire di nuovo vivi e utili.

Il discorso dell’utilizzo delle bambole dopo un aborto o successivamente alla perdita precoce di un figlio è invece alquanto controverso. Secondo alcuni autori la bambola aiuterebbe a gestire la perdita, facendo da “surrogato” a un figlio che tanto si desiderava accudire e in questo modo aiuterebbe nella soddisfazione di bisogni frustrati. D’altro canto, la bambola potrebbe venire trattata come un figlio vero, in carne ed ossa, non facendo mai superare la perdita del figlio reale, ostacolando l’elaborazione del lutto e creando anche problemi di tipo psicologico. Non di rado negli ultimi tempi le cosiddette “Mamme Reborn” si dirigono dal medico per far visitare le bambole, le portano a passeggio e pretendono che persone estranee alla famiglia le trattino come bambini veri. Tutto l’amore che non possono offrire a un bambino reale viene quindi proiettato sulle bambole reborn in modo morboso, tanto da creare uno scollamento con la realtà, un vero e proprio stato di delirio in cui queste donne arrivano anche a cercare una babysitter per la bambola e la nutrono con omogeneizzati. Ad oggi, ci sono ditte che rilasciano addirittura certificati di nascita e di adozione per queste bambole, andando così ad accrescere sia il “giro di affari” che sta dietro il loro acquisto, sia gli aspetti patologici che ne conseguono. Sembra quindi che il disagio psicologico di alcune Mamme Pancine non solo venga oscurato dal loro involontario successo mediatico, ma venga anche alimentato per meri scopi di lucro.

Il confine tra aiuto concreto e pericolo potenziale offerto dalle bambole reborn è quindi molto labile, ma resta indubbio il fatto che la Doll Therapy sia una terapia innovativa e che potrebbe avere sviluppi futuri interessanti in molti campi.

SITOGRAFIA

La terapia della bambola nelle demenze – Annalisa Scarpini (27 luglio 2015):

https://www.psicologo-ancona.com/psicologiaanzianodemenzaancona/la-terapia-della-bambola-nelle-demenze#:~:text=La%20terapia%20che%2

Cosa sono le Mamme Pancine e perché ne stanno parlando tutti – Simone Stefanini (22 settembre 2017):

https://www.dailybest.it/social-network/mamme-pancine-ossessione-maternita/

Bambole reborn: disturbo o distrazione? – Carmelo Mulone (20 Maggio 2019):

https://www.cineworldcorporation.it/2019/05/20/bambole-reborn-disturbo-o-distrazione/

Doll Therapy: una bambola contro la demenza senile – Maria Grazia Piemontese (21 giugno 2013):

http://www.abcsalute.it/blog/doll-teraphy-una-bambola-contro-la-demenza-senile/?refresh_cens

Il fenomeno delle Reborn Dolls, madri rinate – Ilaria Zeoli (01 settembre 2020):

https://www.stateofmind.it/2020/09/reborn-dolls-psicologia/

IL NOSTRO “AMICO” DIGITALE

A cura di Alessandra Giacumbo

I “nativi digitali”, secondo il nostro vocabolario, sono coloro che vengono esposti e quindi abituati all’uso delle nuove tecnologie fin dalle primissime fasi di vita. Oggi potremmo riconoscere in questa definizione una buona fetta della popolazione e, in particolare, la fascia d’età che va dai 9 ai 16 anni, che inizia ad avere sempre più accesso al mondo online, è quella che desta maggiore preoccupazione in chi è lontano dal poter essere definito un “nativo digitale”.

Sarà capitato a tutti di assistere alla scena di un bambino intento a guardare i cartoni allo smartphone, oppure di un ragazzo che chatta mentre raggiunge la fermata del tram. Se dovessimo quantificare il tempo che trascorriamo con i nostri device digitali in mano, probabilmente le stime circa le ore di connessione mostrerebbero dei numeri molto elevati e, se la diagnosi di “Internet Addiction Disorder” (IAD) dipendesse solo da questo, la maggior parte della popolazione rientrerebbe in questa etichetta diagnostica.

Più che sulla ricerca di un’inquadratura diagnostica, dovremmo concentrarci sul significato che tali strumenti rivestono nella vita di ognuno di noi e, quindi, sull’uso che ne viene fatto. Il mondo di internet offre molteplici possibilità ai nativi digitali: tutte le informazioni di cui si ha bisogno sono facilmente reperibili; mantenersi in contatto, anche senza doversi incontrare, è molto semplice grazie ai social network e alle applicazioni adibite alla comunicazione; è possibile accedere a streaming di contenuti video e audio di qualsiasi tipo, sulle apposite piattaforme; inoltre, si possono seguire corsi online, imparare lingue straniere e, in tempo di COVID, ha permesso di continuare a frequentare scuole, università e lavoro. Proprio durante la situazione emergenziale legata al COVID-19, che ci ha costretti a casa e ha rivoluzionato la routine di tutti, sono stati i giovani ad andare in soccorso degli adulti, diventando i loro “tutor digitali” e aiutandoli a impratichirsi nell’uso di vari strumenti online. Questo divario tra il mondo dei grandi e quello dei nativi digitali, quindi, ha trovato dei primi punti di contatto. Questi, però, non sono ancora sufficienti.

Se pensiamo alla rete come a un mezzo di socializzazione e a una risorsa per la crescita delle nuove generazioni, possiamo facilmente intuire come i divieti, le restrizioni e le punizioni legati all’utilizzo del digitale siano spesso vissuti con estrema sofferenza. Essere tagliati fuori dal mondo social è fonte di preoccupazione per i giovani e dovrebbe esserlo anche per i genitori. Infatti, è attraverso i social network che oggi, soprattutto gli adolescenti, affrontano la difficile fase di transizione che li mette difronte a uno dei compiti più difficili: la costruzione dell’identità (Erikson, 1968). Questo compito evolutivo (Havighurst, 1952) porta a vivere degli sconvolgimenti consistenti, spingendo l’adolescente a procedere per prove ed errori, identificazioni e controidentificazioni, anche in base al modello dei pari. Come potrebbe sentirsi, allora, un adolescente che non può accedere ai social, mentre tutti i suoi coetanei lo fanno?

La conoscenza della vita online e del significato che questa riveste per le nuove generazioni potrebbe aiutare gli adulti a creare un ponte, piuttosto che ad alzare muri. È necessario che i genitori accompagnino i figli nel tortuoso mondo di internet, che lo conoscano a fondo, in modo tale da poter parlare di opportunità e rischi in maniera costruttiva. Infatti, oltre alle opportunità e alle risorse offerte da internet precedentemente elencate, il genitore dovrebbe promuovere un uso consapevole e controllato di internet. Un uso consapevole deve contemplare anche l’essere coscienti che i social non sono l’unico modo di vivere e guardare al mondo che ci circonda. Il modo in cui questi sono costruiti, cioè gli algoritmi che ne regolano la fruizione, fanno in modo che i contenuti siano in linea con gli interessi di chi naviga e con ciò per cui ha espresso apprezzamento attraverso i “like”. Sapere che il mondo non si ferma a ciò che ci viene proposto sulla base dei nostri interessi, essere a conoscenza che i modelli propagandati online non sempre sono autentici, così come la possibilità di approfondire dei contenuti e saper discernere una fonte attendibile da una meno affidabile sono solo alcune delle dritte che un genitore potrebbe o dovrebbe dare a suo figlio durante la navigazione.

Pensiamo al digitale come a un amico, che ci accompagna da diversi anni e continuerà a farlo, rivestendo un’importanza diversa a seconda dell’utente, della fase del ciclo di vita in cui si trova e anche della cultura di riferimento. Non possiamo, però, guardare al mondo digitale come a qualcosa da tenere a distanza o da temere. Lasciare fuori i giovani da internet e dai social network, ad oggi, è più rischioso di entrarvi insieme a loro.

BIBLIOGRAFIA

Erikson E. H., (1968), Identity: Youth and Crisis, New York: W. W. Norton (tr. it. Gioventù e crisi d’identità, Roma: Armando Editore, 1995).

Havighurst R. J., (1952), Developmental tasks and education, New York: Longman.

Lancini M., Cirillo L., Scodeggio T., Zanella T. (2020). L’adolescente. Psicopatologia e psicoterapia evolutiva. Raffaello Cortina.

Smahel, D., Machackova, H., Mascheroni, G., Dedkova, L., Staksrud, E., Ólafsson, K., Livingstone, S., and Hasebrink, U. (2020). EU Kids Online 2020: Survey results from 19 countries. EU Kids Online.

SITOGRAFIA

https://www.treccani.it/vocabolario/nativo-digitale_%28Neologismi%29/

https://www.istitutopsicoterapie.com/dsm-5-dipendenze-da-non-sostanze-linternet-addiction-disorder/

È NATO PRIMA IL RUOLO DI GENERE O LA GALLINA?

Di Gaia Giulia Angela Sacco

Il presente articolo è un approfondimento di quello precedentemente pubblicato “Identità fa rima con libertà? (nel blog di Psyché, luglio 2021) e prende spunto dal fatto che, come purtroppo la cronaca testimonia quotidianamente, in Italia ci sono forti differenze nel ruolo di genere all’interno della società. Questo solleva quindi una domanda: qual è l’origine delle differenze nelle norme e credenze che caratterizzano il genere femminile?

In un convegno di “studi matriarcali”, tenutosi in Texas nel 2005, archeologi e antropologi da tutto il mondo hanno riconosciuto che la civiltà megalitica del Neolitico era incentrata sulle donne. Ad oggi, poi, ci sono diversi esempi di etnie matriarcali: i Mosuo dello Yunnan cinese, i Bemba e i Lapula delle foreste dell’Africa centrale, gli indiani Cuna “isolati” al largo di Panamá o i Trobriandesi della Melanesia.

Che cosa ha portato, quindi, alla nascita del patriarcato?

Tra il 4500 a. C. al 3000 a. C. popoli guerrieri provenienti dalle pianure del Volga e con divinità maschili e guerriere hanno conquistato molti territori in Oriente e in Occidente. Questo ha comportato un cambiamento radicale nella religione e nelle abitudini delle popolazioni soggiogate, spingendole verso il patriarcato. Nei secoli successivi, l’importanza dell’uomo nelle sempre più numerose guerre e della donna per la maternità, la gestione dei figli e la sussistenza della famiglia hanno ulteriormente spinto verso questa direzione.

Una nuova inversione di “rotta” può essere identificata nel Medioevo, quando la condizione della donna e il suo ruolo vedono un leggero miglioramento rispetto al passato, in cui la donna era riconosciuta unicamente nel ruolo di madre e moglie. Sarà però solo all’inizio del XX secolo, con le Suffragette che si avrà la prima vera ondata del femminismo, il cui ideale si rinforzerà durante le Guerre Mondiali data anche la necessità di forza lavoro femminile. È stato proprio tale movimento a portare alla luce temi come la facoltà di decidere delle proprie relazioni, di divorziare senza colpa, di decidere del proprio corpo e il diritto alla contraccezione e all’aborto. Tutte queste richieste e diritti si fondano, infatti, sul pensiero della differenza: uomini e donne sono naturalmente diversi ed è tale differenza a dover essere rivalutata, riconosciuta e impreziosita.

Non è un caso che il tema sul “maschile”, come genere, e sull’eterosessualità, come orientamento sessuale, siano così poco discussi. Proprio nel suo essere al centro di tutto, il maschile eterosessuale, in quanto dominatore, ha aggirato il problema del definirsi. Non ha mai dovuto farlo in quanto viene dato per scontato nel contesto sociale, storico e culturale, che però non gli ha mai nemmeno fornito gli strumenti per potersi capire e raccontare. Il maschile eterosessuale si è potuto definire e raccontare solo come l’opposto del complemento, il femminile eterosessuale (es. non essere debole, non essere pettegolo, non “fare la femminuccia”). Il maschile eterosessuale però, ad oggi, si deve definire e confrontare dato il suo incontro con l’omosessualità che rifiuta il ruolo di “invertito” (“non maschio” o “non femmina”).

Centrale quindi parlare di “socializzazione del genere”. La socializzazione è un insieme di processi di apprendimento, di valori, norme e competenze sociali che sono interiorizzate e concorrono alla formazione della personalità sociale degli individui. Il bambino, in questo processo, sviluppa delle credenze riguardo al proprio ruolo in base al proprio sesso (ruolo di genere) e sviluppa un’identità in quanto membro del gruppo del proprio sesso (identità di genere). È un processo relazionale.

Nella socializzazione sono coinvolti tre grandi attori:

  1. La famiglia, luogo simbolico e sociale in cui la differenza, soprattutto quella sessuale, è fondamentale per la definizione dei ruoli. La famiglia è agente di socializzazione tramite il gioco, il rispecchiamento, il linguaggio, le emozioni e le attività.
  2. La scuola, attraverso gli insegnati e il personale scolastico, i supporti educativi e i materiali didattici e la relazione con i compagni.
  3. I media, potente mezzo e contenitore di tutte le rappresentazioni, norme e realtà condivise e diffuse. Si pensi, ad esempio, quanto i videogiochi tendano ancora a sessualizzare la figura femminile e a mascolinizzare quella maschile.

I primi studi di genere si sono focalizzati sul ruolo di genere, sulla costruzione sociale del genere e sull’intersezionalità. Il problema, tuttavia, è che col tempo ci si è resi conto che mancavano delle solide basi scientifiche. Per cercare di colmare questa lacuna ci si è quindi spostati su studi fisiologici, che hanno cercato di identificare differenze a livello genetico, ormonale e cerebrale. All’interno della comunità scientifica, poi, si è cercato di dare un’impronta comune e questo è stato possibile grazie alla Teoria delle Configurazioni Sessuali (SCT) che, come si evince dal nome stesso, contempla una configurazione che si traduce in uno spostamento dal concetto di fissità, proposto nei primi studi, a quello di dinamismo. Inoltre, permette di astenersi da giudizi e paragoni.

Purtroppo, il mondo psichiatrico ha guardato con ritardo alla TCS, e per molti anni è andato verso un’idea di patologizzazione. Si pensi, ad esempio, che nel DSM IV si parlava di “Disturbo dell’identità di genere”, inteso come disturbo psicologico legato a un presunto malfunzionamento relativo all’identificazione con l’altro sesso. Solo con la revisione del DSM IV e con il DSM 5 si inizia a parlare di Disforia di genere, descritta come un vissuto di importante insoddisfazione rispetto al genere assegnato alla nascita, a livello sia di pensiero sia di vissuti emotivi e personali. Sicuramente, alla patologizzazione ha contribuito la Teoria del gender che origina da un pensiero fondamentalista.

La ricerca, la psicologia e la psichiatria, ad oggi, dovrebbero focalizzarsi sui diversi aspetti di benessere/malessere psicologico di chi ha un’identità di genere non binaria. Ad esempio, si pensi alle differenze di genere nel benessere psicologico e ruoli di genere, alla grande diffusione dei crimini d’odio e al dilagare del bullismo omotransfobico.

A causa dello stigma, reale o percepito, le persone transgender hanno difficoltà ad accedere ai servizi sanitari. I pazienti transgender si rivolgono al servizio sanitario principalmente per sintomi ansiosi e depressivi, dipendenza da alcol e droga, disturbi somatici, terapie ormonali e interventi chirurgici.

Esistono diverse ragioni per cui i pazienti transgender hanno difficoltà ad accedere alle cure. Tra gli altri, i medici che hanno esperienza nella medicina transgender sono pochi, c’è spesso una mancanza di disponibilità economica e ci si trova frequentemente di fronte a una mancata competenza degli operatori sanitari (documenti e moduli inappropriati).

Proprio per questa ragione, proposte come quella fatta da Amigay nel 2019, “Regolamento ASL per le persone transessuali nel ciclo di vita”, assumono una rilevanza fondamentale. Tra le proposte fatte, assumono particolare rilevanza le seguenti:

  • Garantire l’identità alias dei pazienti
  • Garantire un terzo codice di sesso anagrafico, oltre a M/F
  • Adattare gli interventi sanitari alle necessità della popolazione transgender
  • Tenere in considerazione le diverse esigenze di transizione
  • Fare pubblicità ai progetti attivati presso le ASL per la comunità LGBT+

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Abed, E. C., Schudson, Z. C., Gunther, O. D., Beischel, W. J., & van Anders, S. M. (2019). Sexual and Gender Diversity Among Sexual and Gender/Sex Majorities: Insights via Sexual Configurations Theory. Archives of sexual behavior, 48(5), 1423–1441.

Alesina, A., Giuliano, P., & Nunn, N. (2013). On the Origins of Gender Roles: Women and the Plough. The Quarterly Journal of Economics, 128(2), 469–530.

Burgio, G. (2012). Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione alla maschilità. Milano-Udine: Mimesis.

Capone, F. “La civiltà delle donne”. Focus, 1 marzo 2017. https://www.focus.it/comportamento/psicologia/la-civilta-delle-donne.

Chaplin, T. M., Cole, P. M., & Zahn-Waxler, C. (2005). Parental socialization of emotion expression: gender differences and relations to child adjustment. Emotion, 5(1), 80-88.

Connell, R. (2009). Gender, 2nd edition. Trad. it. Questioni di genere. Il Mulino: Bologna.

Cole, B. P., Baglieri, M., Ploharz, S., Brennan, M., Ternes, M., Patterson, T., & Kuznia, A. (2019). What’s Right With Men? Gender Role Socialization and Men’s Positive Functioning. American journal of men’s health, 13(1).

Duncan, D. T., & Hatzenbuehler, M. L. (2014). Lesbian, gay, bisexual, and transgender hate crimes and suicidality among a population-based sample of sexual-minority adolescents in Boston. American journal of public health, 104(2), 272–278.

Eccles, J. S., Jacobs, J. E., & Harold, R. D. (1990). Gender role stereotypes, expectancy effects, and parents’ socialization of gender differences. Journal of Social Issues, 46(2), 183–201. 

Ferrari, F., Ragaglia, E. M., & Rigliano, P. (2017). Il “genere”. Una guida orientativa.

Fredriksen-Goldsen, K. I., Cook-Daniels, L., Kim, H. J., Erosheva, E. A., Emlet, C. A., Hoy-Ellis, C. P., Goldsen, J., & Muraco, A. (2014). Physical and mental health of transgender older adults: an at-risk and underserved population. The Gerontologist, 54(3), 488–500.

Kelly, J. (1984). Women, History, and Theory. The essay of Joan Kelly. Chicago: The University of Chicago Press.

Priulla, G. (2013). C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole. Milano: Franco Angeli.

Ruspini, E. (2004). Le identità di genere. Roma: Carocci.

Stockard J. (2006) Gender Socialization. In: Handbook of the Sociology of Gender. Handbooks of Sociology and Social Research. Boston, MA: Springer.

SPORTELLI D’ASCOLTO: IL BENESSERE PSICOLOGICO A SCUOLA

 A cura di Elisa Perusi

L’Associazione Pyché onlus da oltre cinque anni si occupa di proporre attività di sportello di supporto psicologico all’interno di alcune scuole di Milano. In particolare opera presso la Scuola Secondaria di primo grado “Colombo” dell’Istituto comprensivo Console Marcello,  l’Istituto professionale B. Cavalieri, la scuola secondaria “Toscanini” dell’ istituto comprensivo F.Filzi.  

Inoltre da quest’anno, grazie al finanziamento del Municipio 5 del Comune di Milano è presente in tutte le scuole di questo territorio.  

Lo sportello nasce dall’esigenza di proporre un supporto psicologico agli adolescenti che frequentano le scuole medie inferiori e superiori, offrendo uno spazio di ascolto e sostegno psicologico con l’obiettivo, tra l’atro, di poter intercettare situazioni di particolare gravità da indirizzare alle strutture socio-sanitarie territoriali. Questo progetto nasce dalla consapevolezza che la scuola debba andare ben oltre il raggiungimento degli obiettivi curriculari e porsi tra gli altri quello di accompagnare gli alunni in un percorso di crescita individuale armonico.  La stretta collaborazione tra coloro che sono coinvolti direttamente (docenti, direttori scolastici, personale ATA) e indirettamente (genitori e caregiver in genere) nelle attività scolastiche e nella cura dell’adolescente è un elemento da cui non si può prescindere. Per questo motivo negli ultimi anni, grazie alla lungimiranza dei dirigenti scolastici, abbiamo potuto aprire lo sportello anche ai genitori e al personale scolastico in generale. La validità delle nostre convinzioni è stata corroborata anche da numerose ricerche, una tra le più significative, quella condotta nel 2018 dal G.D.L (Gruppo di Lavoro Nazionale Psicologia Scolastica) ha evidenziato l’elevato tasso di  gradimento degli sportelli scolastici da parte della comunità scolastica e delle famiglie, stimato intorno al 72%.

Mai come in questo periodo la possibilità di accedere allo sportello ha rappresentato una risorsa fondamentale, tenuto conto che nel corso degli ultimi due anni, la pandemia da Covid-19 e le conseguenze derivanti dai periodi di lockdown, hanno avuto un forte impatto sulla salute psicologica in età evolutiva, oltre che sull’andamento e sulla dispersione scolastica (Filippini, 2015).

Purtroppo,  a causa dell’emergenza sanitaria, l’effettiva fruizione degli sportelli  è  potuta iniziare solo all’inizio del 2021 con incontri fatti sia online che da remoto, tenuto conto delle fasi alterne di chiusura e apertura delle strutture scolastiche.   

Il modello d’intervento di Psyché è quello del counselling, che prevede la focalizzazione su un’area problematica e l’accompagnamento a riconoscere le risorse individuali e sociali disponibili e le strategie di coping più idonee per affrontarla. Il numero di sedute limitato, contemplato da questo tipo di intervento, risponde nel nostro caso anche all’esigenza di contenere gli spazi dedicati a ciascuno studente, dovuta ai limiti imposti dai fondi che solitamente sono stanziati. Nel nostro caso abbiamo dedicato a ciascun individuo in media 4 incontri, solo in un paio di situazioni è stato necessario un numero maggiore di colloqui.

Di seguito alcune informazioni  sull’andamento dello sportello.

Accessi:

  Municipio 5 F.Filzi Secondaria di primo livello Colombo Secondaria di primo livello Cavalieri Secondaria di secondo livello
Alunni 26 22 39 17
Docenti 2 7 9
Genitori 11 5 4
Personale ATA 1

Sul territorio del Municipio 5 sono state accolte 39 richieste, di cui 26 hanno fatto un uso effettivo del servizio. Gli incontri sono stati svolti prevalentemente online.  

Nell’Istituto “F.Filzi” gli accessi sono stati 22 (5 richieste sono arrivate anche da una quinta elementare), mentre negli istituti “Colombo” e “Cavalieri” sono stati rispettivamente 39 e 17. Generalmente i ragazzi sono stati seguiti in media per 3\4 incontri.

Da un confronto dei dati in particolare delle scuole medie inferiori, emerge un maggior numero di accessi tra le classi prime rispetto alle classi seconde e terze. Questo può essere dovuto al fatto che le classi prime hanno avuto una maggiore possibilità di accedere allo sportello in quanto hanno svolto la maggior parte delle lezioni in presenza. Inoltre, sappiamo che il passaggio dalle elementari alle medie è un periodo di transizione particolarmente significativo in quanto rappresenta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Questo comporta cambiamenti da un punto di vista fisico e psicologico, l’individuazione di nuovi obiettivi da raggiungere tra cui quello di una maggiore autonomia e consapevolezza, e una relazione diversa con gli insegnanti.

Gli studenti delle altre classi invece, hanno avuto maggiori difficoltà di accesso al servizio in particolare per due motivi:  innanzitutto  la situazione pandemica, che ha imposto per un periodo prolungato la didattica a distanza, li ha costretti a  rimanere chiusi in casa, con una conseguente difficoltà a trovare degli spazi di intimità dove poter parlare liberamente. La paura di essere ascoltati, magari proprio dalle persone con cui hanno maggiori difficoltà e con cui convivono, è stato probabilmente un forte deterrente. Alcuni ragazzi hanno ad esempio riportato che, l’unico spazio privato disponibile, fosse quello del bagno di casa.

In secondo luogo, a causa dei continui passaggi di apertura e chiusura della scuola, molti studenti si sono sentiti demotivati ad affrontare gli impegni scolastici, le difficoltà e i problemi incontrati durante l’anno (come testimoniato dai numeri casi di assenze e drop-out). L’incapacità di chiedere aiuto, riconducibile anche a una mancanza di speranza e di progettualità per il futuro, può essere stata in parte influenzata anche dal clima sociale generale che si è respirato durante il Covid-19.

Un dato senza dubbio incoraggiante proviene dal numero elevato di incontri rivolti ai genitori (20) e ai docenti (18). La capacità di chiedere aiuto e quindi di essere aperti a un confronto costruttivo è essenziale per potere intervenire sulle situazioni. Troppo spesso il timore di essere giudicati, di mostrare la propria fragilità sono dei forti deterrenti che causano lo sclerotizzarsi di situazioni che potrebbero invece essere affrontate e modificate. Per questo siamo stati molto felici di avere potuto collaborare insieme ai docenti e ai genitori nell’individuare modalità comunicative e di intervento più idonee con i ragazzi. In particolare, alcuni insegnanti, dimostrando sensibilità e attenzione agli aspetti psicologici, hanno chiesto come convincere alcuni alunni a rivolgersi allo sportello. Per quanto riguarda i genitori, in alcuni casi (13) sono stati convocati dallo psicologo con l’obiettivo di condividere la situazione di sofferenza portata dal figlio, creare un’alleanza finalizzata all’individuazione degli obiettivi da raggiungere e, dove necessario, accompagnarli al primo contatto con i servizi territoriali. La funzione di tramite svolta dallo sportello tra la scuola e i servizi territoriali è un aspetto che vogliamo evidenziare, in quanto la collaborazione con i professionisti presenti sul territorio è il terzo elemento che entra in gioco in questo sistema di cui stiamo parlando. Scuola, famiglia e territorio fanno appunto parte di un sistema complesso dove ogni elemento del sistema influenza gli altri e dove, il funzionamento dello stesso sistema, ha delle ricadute su ciascuno degli elementi che lo compongono.

L’incontro con i genitori è sempre stato concordato con l’alunno interessato. Mantenere l’alleanza con l’adolescente, evitando azioni che non tengano conto della sua volontà, è fondamentale per mantenere viva la fiducia necessaria al successo terapeutico. Fortunatamente tutti gli adolescenti per i quali si è ritenuto necessario l’incontro con i genitori hanno accettato la proposta dello psicologo. In linea generale, solo in situazioni di particolare gravità, è possibile prescindere dalla volontà del minore.

Problematiche emerse:

Da un confronto delle problematiche riportate dagli studenti emergono principalmente :

-difficoltà relazionali con amici e compagni;

-problemi relazionali all’interno dell’ambiente familiare;

-alte percentuali di ansia legata sia alla scuola che ad altri ambiti della vita;

-scarsa autostima.

Queste difficoltà sembrano acuirsi nei mesi di ripartenza della scuola in seguito al lockdown, e sono quindi inevitabilmente legate ai disagi e alla situazione di incertezza dovuta al Covid-19.

Rispetto alle motivazioni dei genitori, emergono:

-difficoltà nella gestione dei figli;

-la gestione di dinamiche familiari conflittuali e le difficoltà scolastiche;

-eventi luttuosi e traumatici nati o resi complessi dalla pandemia (si pensi, ad esempio, alle restrizioni riguardanti la partecipazione ai funerali).

Infine, gli interventi con i docenti si sono focalizzati sulla gestione del burn-out scolastico e sul supporto per un lavoro di rete all’interno dei servizi, mentre per quanto riguarda il personale ATA, sono emerse principalmente problematiche relazionali familiari.

Attività nelle classi:

Significativi inoltre sono stati alcuni interventi svolti all’interno di un  gruppo-classe dell’ Istituto “Colombo”, richieste dai docenti in seguito ad alcune situazioni particolarmente critiche .

Tra le principali tematiche trattate ci sono state:

-comprendere i motivi dietro ai comportamenti auto-lesivi;

-individuare strategie alternative di gestione dello stress;

-fornire risorse da utilizzare per poter aiutare i pari in difficoltà.

Abbiamo voluto, con questo breve report sugli sportelli psicologici che Psyché ha gestito quest’anno in diversi istituti milanesi, rendervi partecipi di una esperienza che ancora una volta si è mostrata estremamente stimolante per noi da un punto di vista professionale e umano. 

Vogliamo ringraziare i direttori scolastici che ci hanno accolti e che si sono impegnati a supportare questo progetto, lavorando al nostro fianco. Questo ovviamente ha comportato per loro un impegno ulteriore in quanto sono stati coinvolti direttamente – in alcuni casi più critici – nei colloqui con i docenti, gli alunni e i genitori. Il nostro riconoscimento va anche al Municipio 5, il cui Assessore è stato ideatore dell’idea di un servizio psicologico territoriale aperto a tutte le scuole.

Speriamo quindi di essere riusciti a trasmettere l’importanza e la necessità che tutte le scuole, a partire dalle materne, possano usufruire di un Servizio indispensabile a migliorare il benessere psicologico di coloro che fanno parte di questo sistema complesso il cui funzionamento potrà tendere verso un costante miglioramento grazie al lavoro sinergico di tutte le sue parti.  

BIBLIOGRAFIA:

Amendolia A. S. (2019) PSICOLOGO SCOLASTICO. Una review sul ruolo professionale, sul confronto con gli altri paesi UE e sulla situazione in Italia. (9)

Filippini, L. (2015). Le medie fanno paura? percorso dedicato alla scoperta delle proprie identità competenti in vista dell’inizio della Scuola media (Doctoral dissertation, Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI)).

Minozzi, S., Saulle, R., Amato, L., & Davoli, M. (2021). Impatto del distanziamento sociale per covid-19 sul benessere psicologico dei giovani: una revisione sistematica della letteratura. Recenti Progressi in Medicina112(5), 360-370.

Ripamonti C.A. (2011). La devianza in adolescenza.  Il Mulino

SITOGRAFIA:

Indagine 2018 – Lo psicologo a scuola: il punto di vista dei docenti.  Retrived from

www.gdlpsicologiascolastica.wordpress.com/indagine-2019-2/