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Pazzi per Internet

Viviamo in un mondo che non può più fare a meno di vederci connessi a internet: cellulare, email, Facebook, Twitter. L’uso massiccio della rete è solo un nuovo, potentissimo mezzo per comunicare, o può essere il segnale che qualcosa non va?

s-e30de73d63d1ab5e2dd3f96e7c793eeaf00d1918Sicuramente internet permette di colmare grandi distanze in pochi secondi, diventando un utilissimo strumento per scambiarsi notizie, e quando è ben usato è un fantastico mezzo per aumentare la produttività individuale e aziendale. Ma sono molti i racconti di persone che si sono isolate dal mondo, a causa degli eccessi nell’uso del pc, della navigazione, del social networking. Se è vero che si tratta solitamente di casi isolati e, spesso, di soggetti che già avevano delle debolezze psicologiche pregresse, i dati che emergono dalle ricerche più recenti sembrano suggerire che il nostro stile di vita virtuale, sempre connesso, sempre più “sociale”, e sempre più intrusivo possa portarci non solo all’isolamento, ma anche alla depressione, all’ansia e allo sviluppo di veri e propri disturbi mentali.

Il moderno stile di vita sempre “connesso” ci può sembrare normale, ma questo non vuol dire che sia effettivamente sano o sostenibile. Molti di noi fissano uno schermo, piccolo o grande che sia, per più di otto ore al giorno. Mandiamo in media 400 messaggi al mese, ma gli adolescenti possono arrivare anche a 3700. E spesso iniziamo ancora prima di svegliarci, quando ancora siamo stesi a letto. Perché allora usiamo  internet per un tempo superiore a quello che dedichiamo al sonno o a qualsiasi altra attività della giornata?

Peter Whybrow, il direttore dell’Istituto Semel di neuroscienza e comportamento umano dell’Università della California, è stato intervistato questa estate dal giornalista di Newsweek Tony Dokoupil e ha sostenuto che il computer “è come una forma di cocaina elettronica”. Questo perché spinge a comportamenti che ci rendono ansiosi e incoraggia le ossessioni e la dipendenza. Ogni nuova notifica che appare sul telefono o sul PC è un’occasione lavorativa, sociale, sessuale. Talvolta siamo in trepidante attesa di un cenno dall’altro, di una risposta. Vedere il messaggio e rispondere significa ottenere una piccola gratificazione. Queste piccole gratificazioni rinforzano il meccanismo della compulsione, così che attendiamo con ancora più ansia la prossima occasione di ottenere un po’ di piacere, di sentire il brivido alla fine dell’attesa. Non è un caso che la nuova versione del “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, il libro che contiene la classificazione dei principali disturbi psichiatrici e psicologici, conterrà per la prima volta in via sperimentale i disturbi da “dipendenza da internet”.Ricordiamo che nelle prime ricerche la dipendenza era riconosciuta con un uso della rete che superasse le 38 ore settimanali. Molti di noi esauriscono quelle 38 ore in meno di tre giorni. Ma internet è davvero come una droga?

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Il grosso problema è proprio che questi eccessi possono colpire chiunque, anche chi non ha storie di comportamenti a rischio o abusi di altre sostanze. Ma gli effetti sul cervello di un eccesso di internet sono molto simili a quelli dell’abuso di alcol o droghe. Le aree normalmente dedicate al ragionamento, all’attenzione, e al controllo sono sostituite da cellule nervose più utili per la rapidità e l’azione impulsiva. Abusare di internet ci fa quindi perdere la capacità di prestare attenzione e di controllare adeguatamente il nostro comportamento. Gli esempi, in tempi recenti, sono numerosi ed incredibili. Nel 2010, una coppia sudcoreana ha lasciato morire il proprio figlio di fame perché troppo impegnata nel crescere un bambino virtuale. Sempre nel 2010, una ricerca svolta tra gli studenti dell’università del Maryland ha rilevato che una disconnessione di 24 ore da qualsiasi tecnologia mobile faceva emergere un preoccupante quadro in cui tra i termini più usati c’erano “dipendenza” e “droga”. Due ricerche di questo tipo non sono nemmeno iniziate per la mancanza di volontari. Un’altra ricerca di Larry Rosen ha trovato che la maggior parte degli intervistati sotto i 50 anni controllavano sms, email e social network “ogni quarto d’ora” o “continuamente”. Alcuni addirittura non permettevano a nessuno di toccare il proprio cellulare. Ma facciamo un esempio ancora più interessante: vi è mai capitato di percepire il vostro telefono vibrare anche quando non lo ha fatto? Avete provato quello che i ricercatori del Massachusetts Baystate Medical Center chiamano “Sindrome della vibrazione fantasma”.

Ma l’eccesso di internet porta anche alla riduzione del tempo dedicato al sonno, all’attività fisica e alle interazioni faccia a faccia. Non è però un problema esclusivamente legato al tempo. Pensiamo ai casi di cyber-bullismo o anche solo alle situazioni in cui sono stati pubblicati una foto o un messaggio che era meglio rimanessero offline. Le esperienze interpersonali su internet sono spesso negative, imbarazzanti, mortificanti. Il profilo diventa un’ossessione e ci sentiamo definiti da quello che mettiamo online: apparire come si “deve”, farsi piacere le cose giuste, dire quello che gli altri vogliono sentire. E’ difficile stabilire se internet sia la causa di questi disturbi o se chi è predisposto a questi problemi scelga di immergersi nella rete.

depositphotos_29858921-stock-illustration-turn-off-mobile-phones-iconQuello che è certo è che l’abuso, specialmente quello “sociale”, produce una serie di pressioni, di ansie o di esperienze negative che possono sfociare nella depressione, nello stress, in pensieri suicidi o in un vero e proprio distaccamento dal mondo. La psicologa Sherry Turkle riporta nel suo libro Insieme ma soli le parole di un ragazzo per cui la vita è solo “un’altra finestra”, di solito “nemmeno la migliore”.

Questo non significa che dobbiamo smettere di usare internet, al giorno d’oggi sarebbe impensabile. Ma è necessario essere consapevoli dei rischi che può nascondere e sapere come usarlo con maggiore consapevolezza. Spegnendo ogni tanto il telefono e dimenticandoci delle vibrazioni, reali o immaginarie.

di Luca Pasquarelli

Dobbiamo comunicare le “cattive notizie” ai nostri figli?

Quando dobbiamo dare una brutta notizia, in molti casi decidiamo di non coinvolgere i bambini. La loro scarsa esperienza, le difficoltà nello spiegare certe situazioni, un sistema nervoso ancora in crescita, un funzionamento cognitivo non ancora pienamente sviluppato, tutto sembrerebbe giustificare la decisione di non parlare degli eventi negativi prima di una certa età. Solo la consapevolezza di un adulto o di un adolescente maturo giustifica una specifica attenzione nella comunicazione di certe notizie. Oppure no? Un professionista che lavora a contatto con i bambini impara rapidamente che i piccoli possiedono capacità che sembrano quasi sovrannaturali. Essi riescono infatti a comprendere molto più di quanto non sembri. Molto più di quanto, forse, non riesca a fare un adulto, specialmente quando non si usano parole. Malattia-che-succede-se-ti-ammali-durante-le-ferieQuesto è ancora più vero nelle situazioni di grande stress e difficoltà, come possono essere una grave malattia, specialmente se il malato è il bambino stesso, o la morte di un parente stretto. Il vissuto del proprio corpo e il malessere dei propri cari, nonostante sia spesso un tabù di cui non si può parlare, produce delle conseguenze importantissime nella psiche del bambino e dell’adolescente. Qui analizzeremo in particolare queste due situazioni, ma quanto verrà detto rimane valido per tutti quegli eventi che sconvolgono la vita della famiglia.

Parlare ai bambini, anche dei vissuti negativi legati alla malattia, delle loro paure o della morte, è assolutamente fondamentale. Ciò che non vogliamo dire verrà comunque “capito”, ma non potrà essere elaborato proprio per la sua condizione di “segreto” impossibile da condividere, di vissuto inaccettabile che deve essere in qualche modo nascosto perché può far soffrire. Questo messaggio dovrebbe arrivare ai medici, che molto spesso non ritengono i bambini capaci di comprendere la situazione in cui si trovano, così come ai genitori, che spesso non sono in grado di dominare il proprio sconforto e nascondono, negano o svalutano il vissuto di malattia del figlio o non considerano le sue capacità di partecipare a un lutto, di capire il dolore, di accettare la morte di un familiare.

Possiamo dire che l’idea guida di questo approccio deve essere legata all’ignoto. Il bambino, naturalmente, non ha “conoscenza” di cosa sia la morte o la propria malattia, ma la “intuisce”, in quanto il malessere è evidente nel volto dei propri genitori, o permea totalmente il suo corpo. Se non viene informato delle “cattive notizie”, naturalmente nel modo più adeguato alla sua età e alla sua capacità di comprensione, si ritrova davanti a qualcosa di minaccioso e cattivo ma, soprattutto, sconosciuto. Proprio quella dell’ignoto è la paura più ancestrale, che assume in questo caso un valore speciale: come si può elaborare ciò che non si conosce? Come si può pensare che il bambino vinca una malattia di cui non conosce nulla, se non la sofferenza che genera nel suo corpo? Come si può pensare che il bambino dia senso alla sofferenza di chi lo circonda, se non sa cosa è la morte? Il bambino capirà qualcosa riguardo alla sua malattia e penserà a delle spiegazioni per il dolore che percepisce negli altri, anche senza le informazioni dirette dei medici o dei genitori, ma sarà una conoscenza vuota, senza “comprensione”, senza significato. Il non-detto rimarrà, minaccioso, a opprimere il bambino, abbandonato a se stesso. Per dare senso alla malattia o alla morte è necessario l’aiuto di un adulto: il dolore sarà compreso anche dal bambino e si potrà rendere fruttuosa questa conoscenza, alimentando la lotta per la guarigione e la speranza oppure aiutando a elaborare la perdita di un congiunto.

Aumentano-i-casi-di-demenza-i-malati-nascondono-la-malattiaAltro elemento, che a questo si collega, è la necessità di non tacere al bambino gli eventi negativi perché ciò favorisce l’emergere di angosce e fantasie. Queste manifestazioni sono decisamente negative, in quanto rappresentano lo strumento che il bambino utilizza per dare senso alla sua esperienza e colmare il vuoto della sua conoscenza. Spesso l’angoscia diventa opprimente, la fantasia ancora più minacciosa della realtà. Perché allora non cercare di informare il bambino e riflettere con lui su ciò che gli sta accadendo? Perché lasciarlo solo e senza mezzi adeguati ad affrontare un evento più grande di lui? Sarebbe necessario favorire la comunicazione con i genitori e con gli operatori sanitari, così da “distruggere” queste fantasie e angosce e dare significato insieme alla malattia o ai vissuti negativi che il bambino sta provando, denominandoli e rendendoli comprensibili, cercando di evitare distorsioni che aumentano ulteriormente il disagio che il bambino si trova a sperimentare.

Angosce e fantasie non sono però creazioni senza sostanza. Nel caso di una malattia, il bambino le costruisce in relazione al vissuto del suo corpo. Un corpo che provoca dolore, martoriato dalla malattia o dai trattamenti, magari un corpo di cui non si ha più il controllo, tanto che non sembra nemmeno più il proprio corpo. Un tale vissuto scatenerebbe il panico in chiunque. Come si può tacere su ciò che sta accadendo al bambino? Come si può “fingere” che tutto vada bene? Se un certo ammontare di repressione e negazione nel genitore è comprensibile anzi, desiderabile, bisognerebbe considerare come questo entra in rapporto con il vissuto del bambino. Portare avanti comportamenti che “impongono” una visione della malattia in palese conflitto con il vissuto del corpo del bambino, non può avere alcun effetto positivo.

Nel caso di un lutto invece, possono nascere nel bambino delle fantasie angosciose dovute alla scarsa chiarezza sulle ragioni di un decesso o alla parziale comprensione che ha sviluppato della morte e delle sue cause. Potrà quindi sentirsi responsabile della morte del parente, oppure credere che un certo comportamento porterà lui stesso a morire. E’ quindi molto importante esplorare con il bambino l’evento luttuoso e le sue cause, adeguando le parole all’età e alle capacità del piccolo, così da scongiurare l’emergere di fantasie profondamente angosciose e opprimenti. Mantenere il silenzio su un tale evento significa bloccare l’elaborazione del lutto e la ricerca del significato per la scomparsa dell’altro. Il bambino non può esprimere l’angoscia, la frustrazione e l’impotenza di fronte alla morte, sarà costretto a tacere senza possibilità di dare senso alla propria vita e a quella degli altri.

In entrambi i casi la giustificazione è credibile: risparmiare ai bambini un racconto di sofferenza. Ma se non viene detta, se non viene discussa, rimane una sofferenza incomprensibile perché priva di senso, un non-detto, un non-accolto dal genitore, quindi qualcosa che non è “successo”. Il genitore, nascondendo la malattia e il dolore, rimanda al bambino un’immagine di sé profondamente diversa dal suo reale vissuto. Per dimostrare di essere in sintonia, di aver compreso il vissuto del bambino e di saper riconoscere le sue abilità nel “leggerci” è quindi fondamentale parlare con nostro figlio di tutte quelle circostanze, anche negative, che sconvolgono la vita della famiglia. Se non si sa come fare, o mancano le giuste parole, può essere utile consultare un esperto, che aiuterà nel difficile compito di comunicare questi eventi nel modo più adeguato.

Luca Pasquarelli